8 Febbraio

8 febbraio 2019

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La sera dell’otto febbraio raggiunsi il mio casino dove, all’ora fissata, arrivò M.M. con il suo onorevole cavaliere, e quando l’uomo si tolse la maschera, M.M. me lo presentò, dicendomi insieme al nome, anche i suoi titoli. Allora, Bernis mi disse che non vedeva l’ora di rifare la mia conoscenza, dal momento che, come aveva saputo dalla signora, ci eravamo già visti a Parigi. Mentre pronunciava queste parole, mi guardava con l’aria intenta che si assume quando si cerca di ricordare un volto

Giacomo Casanova, Storia della mia vita, ed. a cura di P. Chiara, F. Roncoroni, I Meridiani,
Mondadori 1992, vol. I, p.1018

Fra il 1754 e il 1755, “complicati maneggi” vedono impegnato Casanova con due donne, indicate dalle iniziali C.C. e M.M., e l’abate de Bernis, allora ambasciatore di Francia a Venezia. Fra la città e l’isola di Murano, fra conventi, chiese, case da gioco e casini privati, si svolgono gli incontri, annunciati da messaggi, fissati con anticipo nel corso di accordi segreti, come è avvenuto per questo, dell’8 febbraio. Casanova registra le date di molte feste religiose (il giorno di santa Caterina, Ognissanti), e i giorni memorabili per i colpi della sorte, lasciando diverse considerazioni sulla “più grande e potente delle entità astratte, il tempo” e sull’arte di rendere inavvertibile il suo corso. 

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7 Febbraio

7 febbraio 2019

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Come dice scusi? Io?
Io che le debbo dire, io?
Lei si ricorda per caso di quella volta che le ho raccontato di quando partimmo per lo sfollamento, cioè la notte del 7 febbraio 1944 che i tedeschi ci fecero sfollare sopra un carretto con il telo bianco dal nostro podere 517 Peruzzi, Canale Mussolini?

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini, 2010, Mondadori, p. 452

Nelle ultime pagine della storia della famiglia Peruzzi, emigrata dal Veneto nell’Agro Pontino durante il fascismo, per la bonifica – il loro podere è il numero 517 del Canale Mussolini – si affollano le date del passaggio del fronte. Il 22 gennaio del 1944 gli alleati sono sbarcati ad Anzio e gli abitanti dell’Agro sono obbligati dai tedeschi a sfollare verso Cori, rifugiandosi nelle capanne, nei ricoveri dei pastori. E poi a scappare ancora, fino alla liberazione, “Giusto o sbagliato, era finita. Eravamo stati liberati”. Il 7 febbraio è la data in cui la famiglia – vecchi, donne, bambini, il mulo, il cane – lascia la casa e si ritrova in un campo minato. Va avanti Armida, incinta e disonorata: magicamente guidata dalle api attraversa il campo e partorisce il suo bambino, che è poi la voce narrante della storia. “Grassie, appi! Domàn xè un altro giorno”. 

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6 Febbraio

6 febbraio 2019

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La battaglia disuguale, e ormai disperata, durò ancora qualche poco; poi le imposte della porta del forte si chiusero;… il rumore andò cessando e dieci minuti dopo vi regnava un silenzio di morte.
Da quel punto non si seppe piú nulla di quegli sventurati. Ciò che seguí nella scellerata corte è ancora un mistero di sangue; ma se la storia non fosse pronta ad attestarlo, nessuno crederebbe che venti o trenta giovani quasi inermi abbiano tentato quel colpo.
Cosí morirono quattro dei sette: Emilio, Niso, Gustavo e Teodoro. La compagnia brusca si sciolse, giacché gli altri tre, quantunque non avessero preso parte al moto, dovettero mettersi in salvo esulando.
In tal modo quelli stessi che prima del pericolo avevano avversato a tutto potere l’insano progetto; quelli stessi che a mente fredda avevano rigettato energicamente ogni complicità in una rivolta a pugnali, senza probabilità di riuscita: …al primo grido di libertà, al primo squillo d’allarme erano discesi nella strada, e s’erano gettati nella mischia colla disperazione del suicida.
Diverse cause avevano prodotto in ciascuno di quei quattro sventurati lo stesso effetto. Insofferenza del giogo — smania di lotta e di sangue austriaco — miseria — speranze perdute — disperazione della vita.
Nel momento supremo, ciascuno, credendo forse di essere solo, s’era determinato a far ciò da cui poco prima aveva cercato di dissuadere gli altri; tutti e quattro, senza volerlo, senza saperlo, si erano ingannati a vicenda.
Erano vissuti da scapigliati; erano morti da eroi.

Cletto Arrighi (Carlo Righetti), La Scapigliatura e il 6 Febbrajo: un dramma di famiglia,  1862

 

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5 Febbraio

5 febbraio 2019

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Barcellona, 5 febbraio
“Santino, guarda bene quello che devi fare:  la farina la metti a fontana, poi aggiungi la sugna, le uova e poi mescoli tutto insieme.”
“E la ricotta, mamma?”
“Dopo. Ma le mani le hai pulite?”
“Sì, mamma.”
“E allora impasta, che la forza ce l’hai, 
sennò che uomo sei?”
Santino è un bimbo dolce e vivace e oggi per la prima volta mi aiuta a preparare le magiche cascatelle. Il giorno del parto ho promesso alla Santuzza che mai più avrei dimenticato di preparare i dolci votivi il cinque di febbraio.
“Va bene, io impasto forte, ma tu, mamma, continua la storia…”

 Giuseppina Torregrossa,  Il conto delle mine, 2009, Mondadori

 

Dicono del libro
“Ogni anno nonna Agata vuole accanto a sé la nipote Agatina per insegnarle i segreti dei dolci in onore della Santa di cui entrambe portano il nome. Mentre impastano le cassatelle a forma di seno, le “minne”, la nonna racconta il martirio della Santuzza, cui il crudele console Quinziano, non sopportando di sentirsi respinto, fece tagliare le mammelle. La drammatica vicenda rivela una delle regole del mondo maschile: “… devi sapere che gli uomini, se non ci provi piacere quando ti toccano, si sentono mezzi masculi, ma guai a te se ci provi piacere, perché allora ti collocano tra le buttane”. Parte da qui il “cuntu”, il racconto, della storia di una famiglia siciliana e delle sue donne straordinarie. Per ciascuna di loro, fino alla piccola Agatina che dovrà diventare grande, le minne hanno un significato speciale: grandi o minuscole, aride o feconde, amate senza pudore o trascurate da uomini disattenti, sane o malate, diventano la chiave per svelare i più intimi segreti della femminilità e dell’orgoglio di generazioni di donne e di una in particolare, forse la più coraggiosa.'”
(dalla scheda del libro sul sito ibs)

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4 Febbraio

4 febbraio 2019

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4 febbraio. 
Grande novità!
Stanotte, dopo lungo e paziente lavoro, dovendo fare in modo di non far rumore per non svegliare i compagni del dormitorio, son riuscito finalmente a fare un buco nella parete in fondo all’armadietto che è nel vano del muro a capo del mio lettino.
Subito è apparso un chiarore, una luce opaca che veniva dall’altra parte, ma riparata da qualche cosa che era frapposta al di là della parete. Spingendo lo scalpello fuori del buco sentii che l’ostacolo era cedevole e dopo averne studiata per un pezzo la natura, mi convinsi che doveva essere un quadro attaccato nella parete che avevo forata. 
Ma se la tela mi vietava la vista non mi impediva l’udito; e io sentivo, sebbene non riuscendo ad afferrar le parole, la voce del signor Stanislao e della signora Geltrude che parlavano tra di loro

Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca, in volume 1912 , ed. cons. Giunti, 1994, p. 153

Il diario di Giannino Stoppani, detto Gian Burrasca, ha avuto inizio il 20 settembre 1905, quando la mamma gli ha regalato il giornalino di tela verde per il suo compleanno ed egli teme di non avere niente da scrivere sulle pagine bianche. Ma di settimana in settimana, sotto le date, Gian Burrasca ha registrato le sue avventure e disavventure. È il febbraio dell’anno nuovo: Gian Burrasca è stato mandato nel collegio Pierpaoli da pochi giorni e sta già tramando la sua ribellione. Il 4 febbraio è una data fitta di avvenimenti, di scoperte e di decisioni, prese nella riunione della Società segreta degli allievi del collegio.

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3 Febbraio

3 febbraio 2019

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Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse coi colori più varii ed anche ad olio. Il proponimento, rifatto con la fede più ingenua, trovava adeguata espressione nella forza del colore che doveva far impallidire quello dedicato al proponimento anteriore. Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre  […] Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta. Molte date che trovo notate sui libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! ha un suo ritmo quando ci si pensa, perché ogni singola cifra nega la precedente

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923, Dall’Oglio, Milano 1938 (ed. cons. 1976), pp. 32, 33

La data del 3 febbraio del 1905 alle sei è una delle tantissime sequenze giorno-mese-anno-ora a cui Zeno affida la possibilità di smettere di fumare e, nel farlo, di affermare la propria forza di volontà. La sua stanza da studente è stata talmente ricoperta di date di ultime sigarette, che ha dovuto farla tappezzare a sue spese, ma lungi dall’aiutarlo, il segnare la data accresce il gusto dell’Ultima Sigaretta e, insieme, la ricerca di sempre nuove concordanze numeriche, mentre il XIX secolo diventa Novecento. 

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2 Febbraio | 2 Fevereiro

2 febbraio 2019

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Os dias iniciais desse namoro sem declaração formal e sem formal consentimento, foram inesquecíveis. Todos os anos no verão, na oportunidade das festas do bairro, costumava Flor passar uns tempos com os tios, aos quais era muito afeiçoada. No mês de fevereiro a Escola de Culinária não funcionava.
Vinha para a procissão do presente a Yemanjá, a dois de fevereiro, quando os saveiros cortam as ondas carregados de flores e dádivas para Dona Janaína, mãe das águas, da tempestade, da pesca, da vida e da morte no mar. Ofertava-lhe um pente, um frasco de perfume, um anel de fantasia. Yemanjá habita no Rio Vermelho, seu peji ergue-se numa ponta de terra sobre o oceano

Jorge Amado, Dona Flor e seus dois maridos, 1966

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I giorni che segnarono l’inizio di quell’innamoramento senza dichiarazione formale né formale consenso, furono indimenticabili. Tutti gli anni in estate, in occasione della festa del quartiere, Flor era solita passare qualche giorno dagli zii, ai quali era molto affezionata. In febbraio la scuola non funzionava.
Andava per la processione del dono a Yemanjá , il due febbraio, quando i pescherecci solcano le onde carichi di fiori e di regali per donna Janaína , madre delle acque, della tempesta, della pesca della vita e morte sul mare. Le offrivano un pettine, una bottiglia di profumo, un anello in similoro. Yemanjà abita al Rio Vermelho, il suo peji s’innalza su di una lingua di terra sopra l’oceano

 Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due  mariti, 1966. tr. it. E. Grechi, Garzanti 1992, pp. 106-107

In Brasile, febbraio è un mese estivo e il 2 ricorre la festa di Yemanjá (o Janaína), divinità marina che regola i venti e la pesca, “sincretizzata con N. S. della Concezione” e onorata da processioni di barche piene di doni. Intorno a questa data sboccia l’attrazione potente – più potente della morte – fra Vadinho e Dona Flor. 

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1 Febbraio | February 1

1 febbraio 2019

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It’s astonishing that everything so immediately visible in our lives as classmates we still remember so precisely. The intensity of feeling that we have seeing one another today is also astonishing. But most astonishing is that we are nearing the age that our grandparents were when we first went off to be freshmen at the annex on February 1, 1946. What is astonishing is that we, who had no idea how anything was going to turn out, now know exactly what happened. That the results are in for the class of January 1950—the unanswerable questions answered, the future revealed—is that not astonishing? To have lived—and in this country, and in our time, and as who we were. Astonishing.”

Philip Roth, American Pastoral, 1997

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È stupefacente come si ricordi ancora con tanta precisione tutto ciò che era così immediatamente visibile nella nostra vita di compagni di scuola. Altrettanto stupefacente è l’intensità del sentimento che ci assale vedendoci oggi. Ma la cosa più stupefacente di tutte è che ci stiamo avvicinando all’età che avevano i nostri nonni il I febbraio 1946, quando ci presentammo per la prima volta alla sede distaccata della scuola come studenti del primo anno.  Il fatto stupefacente è che noi, allora senza la minima idea di come sarebbero andate le cose, oggi sappiamo esattamente cosa accadde

Philip Roth, Pastorale americana, 1997, tr. it. V. Mantovani, Einaudi, Torino, 1998, pp. 45-46

La data del primo febbraio 1946 è richiamata verso la fine del discorso che il narratore Nathan Zuckerman scrive la notte dopo la quarantacinquesima riunione degli ex allievi della scuola, rievocando un mondo che non c’è più e riconnettendo le notizie avute. A sessantadue anni, quella riunione è un passaggio nel tempo: “invece di ricatturare il passato, ero stato catturato dal passato nel presente, cosicché, mentre in apparenza uscivo dal mondo del tempo, in realtà puntavo come un razzo verso il suo nocciolo segreto”. 

Dicono del libro

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