4 Febbraio

4 febbraio 2013

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4 febbraio. 
Grande novità!
Stanotte, dopo lungo e paziente lavoro, dovendo fare in modo di non far rumore per non svegliare i compagni del dormitorio, son riuscito finalmente a fare un buco nella parete in fondo all’armadietto che è nel vano del muro a capo del mio lettino.
Subito è apparso un chiarore, una luce opaca che veniva dall’altra parte, ma riparata da qualche cosa che era frapposta al di là della parete. Spingendo lo scalpello fuori del buco sentii che l’ostacolo era cedevole e dopo averne studiata per un pezzo la natura, mi convinsi che doveva essere un quadro attaccato nella parete che avevo forata. 
Ma se la tela mi vietava la vista non mi impediva l’udito; e io sentivo, sebbene non riuscendo ad afferrar le parole, la voce del signor Stanislao e della signora Geltrude che parlavano tra di loro

Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca, 1912 , Giunti, 1994, p. 153

 

Il diario di Giannino Stoppani, detto Gian Burrasca, ha avuto inizio il 20 settembre 1905, quando la mamma gli ha regalato il giornalino di tela verde per i suoi nove anni e lui teme di non avere niente da scrivere sulle pagine bianche. Ma di settimana in settimana, sotto le date, Gian Burrasca ha registrato le sue avventure e disavventure. È il febbraio dell’anno nuovo: Gian Burrasca è stato mandato nel collegio Pierpaoli da pochi giorni e sta già tramando la sua ribellione. Il 4 febbraio è una data fitta di avvenimenti, di scoperte e di decisioni, prese nella riunione della Società segreta degli allievi del collegio. 

Dicono del libro
“Ogni giorno Giannino Stoppani, detto Gian Burrasca, annota in un diario gli avvenimenti della sua vita e della vita della sua famiglia. Naturalmente, poiché è stato educato a non mentire mai, dice sempre la verità, anche quella che non dovrebbe o potrebbe dire, o che le sorelle e i loro fidanzati, poi mariti, non vorrebbero si sapesse. E, certo, combina un sacco di guai per merito dei quali viene chiuso nel collegio Pierpaoli dove non solo non si educa, bensì diviene l’anima di una ribellione contro la falsa e tirannica disciplina che vi è imposta da una ridicola ma prepotente coppia di proprietari-direttori. Il diario diviene così la protesta e la rivolta di un ragazzo contro il mondo conformista e soffocante dei ‘grandi’. Non per nulla Vamba dedicò il Giornalino ‘ai ragazzi d’Italia perché lo facciano leggere ai loro genitori'”
(dalla scheda del libro su Ibs)

 

Altre storie che accadono oggi

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“… il 4 febbraio del 1754, mi trovai finalmente davanti alla mia divina, in abiti monacali…”
Giacomo Casanova, Storia della mia vita

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… Il sabato 4 febbraio 1967 alle ore 9 davanti al n. 4 bis di via del Pane di Borgo c’ero soltanto io…”
Paolo Volponi, Altre notizie di Olimpia

 

 

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4 febbraio. 
Grande novità!
Stanotte, dopo lungo e paziente lavoro, dovendo fare in modo di non far rumore per non svegliare i compagni del dormitorio, son riuscito finalmente a fare un buco nella parete in fondo all’armadietto che è nel vano del muro a capo del mio lettino.
Subito è apparso un chiarore, una luce opaca che veniva dall’altra parte, ma riparata da qualche cosa che era frapposta al di là della parete. Spingendo lo scalpello fuori del buco sentii che l’ostacolo era cedevole e dopo averne studiata per un pezzo la natura, mi convinsi che doveva essere un quadro attaccato nella parete che avevo forata. 
Ma se la tela mi vietava la vista non mi impediva l’udito; e io sentivo, sebbene non riuscendo ad afferrar le parole, la voce del signor Stanislao e della signora Geltrude che parlavano tra di loro

Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca, in volume 1912 , ed. cons. Giunti, 1994, p. 153

Il diario di Giannino Stoppani, detto Gian Burrasca, ha avuto inizio il 20 settembre 1905, quando la mamma gli ha regalato il giornalino di tela verde per il suo compleanno ed egli teme di non avere niente da scrivere sulle pagine bianche. Ma di settimana in settimana, sotto le date, Gian Burrasca ha registrato le sue avventure e disavventure. È il febbraio dell’anno nuovo: Gian Burrasca è stato mandato nel collegio Pierpaoli da pochi giorni e sta già tramando la sua ribellione. Il 4 febbraio è una data fitta di avvenimenti, di scoperte e di decisioni, prese nella riunione della Società segreta degli allievi del collegio. 

Dicono del libro
“Ogni giorno Giannino Stoppani, detto Gian Burrasca, annota in un diario gli avvenimenti della sua vita e della vita della sua famiglia. Naturalmente, poiché è stato educato a non mentire mai, dice sempre la verità, anche quella che non dovrebbe o potrebbe dire, o che le sorelle e i loro fidanzati, poi mariti, non vorrebbero si sapesse. E, certo, combina un sacco di guai per merito dei quali viene chiuso nel collegio Pierpaoli dove non solo non si educa, bensì diviene l’anima di una ribellione contro la falsa e tirannica disciplina che vi è imposta da una ridicola ma prepotente coppia di proprietari-direttori. Il diario diviene così la protesta e la rivolta di un ragazzo contro il mondo conformista e soffocante dei ‘grandi’. Non per nulla Vamba dedicò il Giornalino ‘ai ragazzi d’Italia perché lo facciano leggere ai loro genitori'”

(dalla scheda del libro su Ibs)

 

3 Febbraio

3 febbraio 2013

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…..

Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse coi colori più varii ed anche ad olio. Il proponimento, rifatto con la fede più ingenua, trovava adeguata espressione nella forza del colore che doveva far impallidire quello dedicato al proponimento anteriore. Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre  […] Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta. Molte date che trovo notate sui libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! ha un suo ritmo quando ci si pensa, perché ogni singola cifra nega la precedente.

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923, Dall’Oglio, Milano 1938 (ed. cons. 1976), pp. 32, 33

 

La data del 3 febbraio del 1905 alle sei è una delle tantissime sequenze giorno-mese-anno-ora a cui Zeno affida la possibilità di smettere di fumare e, nel farlo, di affermare la propria forza di volontà. La sua stanza da studente è stata talmente ricoperta di date di ultime sigarette, che ha dovuto farla tappezzare a sue spese, ma lungi dall’aiutarlo, il segnare la data accresce il gusto dell’Ultima Sigaretta e, insieme, la ricerca di sempre nuove concordanze numeriche, mentre il XIX secolo diventa Novecento. 

 

Dicono del libro
“Nella Coscienza persiste infatti l’essenziale vocazione analitica del protagonista, il quale ha le stesse caratteristiche di ‘antieroe’ incapace di ‘vivere come gli altri’, l’uomo che sperimenta su di sé, in una gamma che va dalla disperazione tragica all’ironico sorriso di compatimento, la sua ‘assenza dalla vita’.”
(dalla quarta di copertina dell’ed. Dall’Oglio, op. cit.)

 

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Altre storie che accadono oggi

 

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“… i due furono i suoi padrini per procura il 3 febbraio 1519…”
William Beckford, Memorie biografiche di pittori straordinari

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“… Tutto questo è accaduto ventisei anni fa, il tre febbraio; avevo sedici anni
Truman Capote, L’arpa d’erba

 

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“… Da Napoli, lì 3 febbraio 1809, degnissimo Signor Neville, ho il malinconico compito di doverLe inoltrare la lettera…”

Anna Maria Ortese, Il cardillo addolorato

 

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“… in quel lontano crepuscolo del 3 febbraio 1767 Tànger Soto avrebbe voluto trovarsi su una di quelle navi…”
Arturo Pérez-Reverte, La carta sferica« »

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Le date sulle pareti della mia stanza erano impresse coi colori più varii ed anche ad olio. Il proponimento, rifatto con la fede più ingenua, trovava adeguata espressione nella forza del colore che doveva far impallidire quello dedicato al proponimento anteriore. Certe date erano da me preferite per la concordanza delle cifre  […] Ma non si creda che occorrano tanti accordi in una data per dare rilievo ad un’ultima sigaretta. Molte date che trovo notate sui libri o quadri preferiti, spiccano per la loro deformità. Per esempio il terzo giorno del secondo mese del 1905 ore sei! ha un suo ritmo quando ci si pensa, perché ogni singola cifra nega la precedente.

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923, Dall’Oglio, Milano 1938 (ed. cons. 1976), pp. 32, 33

La data del 3 febbraio del 1905 alle sei è una delle tantissime sequenze giorno-mese-anno-ora a cui Zeno affida la possibilità di smettere di fumare e, nel farlo, di affermare la propria forza di volontà. La sua stanza da studente è stata talmente ricoperta di date di ultime sigarette, che ha dovuto farla tappezzare a sue spese, ma lungi dall’aiutarlo, il segnare la data accresce il gusto dell’Ultima Sigaretta e, insieme, la ricerca di sempre nuove concordanze numeriche, mentre il XIX secolo diventa Novecento. 

Dicono del libro
“Nella Coscienza persiste infatti l’essenziale vocazione analitica del protagonista, il quale ha le stesse caratteristiche di ‘antieroe’ incapace di ‘vivere come gli altri’, l’uomo che sperimenta su di sé, in una gamma che va dalla disperazione tragica all’ironico sorriso di compatimento, la sua ‘assenza dalla vita’.”
(dalla quarta di copertina dell’ed. Dall’Oglio, op. cit.)

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2 Febbraio

2 febbraio 2013

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I giorni che segnarono l’inizio di quell’innamoramento senza dichiarazione formale né formale consenso, furono indimenticabili. Tutti gli anni in estate, in occasione della festa del quartiere, Flor era solita passare qualche giorno dagli zii, ai quali era molto affezionata. In febbraio la scuola non funzionava.
Andava per la processione del dono a Yemanjá , il due febbraio, quando i pescherecci solcano le onde carichi di fiori e di regali per donna Janaína , madre delle acque, della tempesta, della pesca della vita e morte sul mare. Le offrivano un pettine, una bottiglia di profumo, un anello in similoro. Yemanjà abita al Rio Vermelho, il suo peji s’innalza su di una lingua di terra sopra l’oceano. Insieme alle ragazze del quartiere, Flor si divertiva in un intenso programma festivo

 Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due  mariti, 1966. tr. it. E. Grechi, Garzanti 1992, pp. 106-107

In Brasile, febbraio è un mese estivo e il 2 ricorre la festa di Yemanjá (o Janaína), divinità marina che regola i venti e la pesca, “sincretizzata con N. S. della Concezione” e onorata da processioni di barche piene di doni. Intorno a questa data sboccia l’attrazione potente – più potente della morte – fra Vadinho e Dona Flor. 

Dicono del libro
“Il romanzo ruota attorno alla vedovanza di dona Flor e al suo lutto stretto, vissuto nel ricordo di Vadinho, delle loro ambizioni, del fidanzamento e dello sposalizio. Coglie l’intimità della giovane vedova, il suo riserbo, le sue notti insonni e la sua insoddisfazione. Racconta di come arrivò onorata al suo secondo matrimonio, quando il fardello del defunto cominciava a pesare sulle sue spalle, e di come visse in pace e armonia, senza dispiaceri né soprassalti, con suo bravo secondo marito, nel mondo della farmacologia e della musica. E mentre lei brilla nei salotti e il coro dei vicini le ricorda la sua felicità, Vadinho, nel suo corpo astrale, la visita, la corteggia, le elargisce gioie eccezionali e consigli formidabili”
(dalla scheda del libro nel sito Ibs)

 

 

Altre storie che accadono oggi

 

 

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“… parole scavate profondamente con un coltello: Port…d’Art… 2 febbraio”
Alexandre Dumas, Vent’anni dopo


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“…Era il 2 di febbraio, un mercoledì: in Montecitorio, il Parlamento disputava per il fatto di Dogali…”
Gabriele D’Annunzio, Il Piacere (segnalazione di Matteo Piccioni)

 

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“…’Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!’…”
Italo Svevo, La coscienza di Zeno

 

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“… Il 2 febbraio una figura nera, con la testa coperta di una nera berretta di seta…”
Michail Bulgakov, La guardia bianca

 

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“… Che giorno è oggi? Il 2  febbraio, il giorno della marmotta…”
Ricomincio da capo (Groundhog day) di H. Ramis con Bill Murray « »

I giorni che segnarono l’inizio di quell’innamoramento senza dichiarazione formale né formale consenso, furono indimenticabili. Tutti gli anni in estate, in occasione della festa del quartiere, Flor era solita passare qualche giorno dagli zii, ai quali era molto affezionata. In febbraio la scuola non funzionava.
Andava per la processione del dono a Yemanjá , il due febbraio, quando i pescherecci solcano le onde carichi di fiori e di regali per donna Janaína , madre delle acque, della tempesta, della pesca della vita e morte sul mare. Le offrivano un pettine, una bottiglia di profumo, un anello in similoro. Yemanjà abita al Rio Vermelho, il suo peji s’innalza su di una lingua di terra sopra l’oceano. Insieme alle ragazze del quartiere, Flor si divertiva in un intenso programma festivo

 Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due  mariti, 1966. tr. it. E. Grechi, Garzanti 1992, pp. 106-107

In Brasile, febbraio è un mese estivo e il 2 ricorre la festa di Yemanjá (o Janaína), divinità marina che regola i venti e la pesca, “sincretizzata con N. S. della Concezione” e onorata da processioni di barche piene di doni. Intorno a questa data sboccia l’attrazione potente – più potente della morte – fra Vadinho e Dona Flor. 

Dicono del libro
“Il romanzo ruota attorno alla vedovanza di dona Flor e al suo lutto stretto, vissuto nel ricordo di Vadinho, delle loro ambizioni, del fidanzamento e dello sposalizio. Coglie l’intimità della giovane vedova, il suo riserbo, le sue notti insonni e la sua insoddisfazione. Racconta di come arrivò onorata al suo secondo matrimonio, quando il fardello del defunto cominciava a pesare sulle sue spalle, e di come visse in pace e armonia, senza dispiaceri né soprassalti, con suo bravo secondo marito, nel mondo della farmacologia e della musica. E mentre lei brilla nei salotti e il coro dei vicini le ricorda la sua felicità, Vadinho, nel suo corpo astrale, la visita, la corteggia, le elargisce gioie eccezionali e consigli formidabili”

(dalla scheda del libro nel sito Ibs)

 

1 Febbraio

1 febbraio 2013

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E’ stupefacente come si ricordi ancora con tanta precisione tutto ciò che era così immediatamente visibile nella nostra vita di compagni di scuola. Altrettanto stupefacente è l’intensità del sentimento che ci assale vedendoci oggi. Ma la cosa più stupefacente di tutte è che ci stiamo avvicinando all’età che avevano i nostri nonni il I febbraio 1946, quando ci presentammo per la prima volta alla sede distaccata della scuola come studenti del primo anno.  Il fatto stupefacente è che noi, allora senza la minima idea di come sarebbero andate le cose, oggi sappiamo esattamente cosa accadde

Philip Roth, Pastorale americana, 1997, tr. it. V. Mantovani, Einaudi, Torino, 1998, pp. 45-46

La data del primo febbraio 1946 è richiamata verso la fine del discorso che il narratore Nathan Zuckerman scrive la notte dopo la quarantacinquesima riunione degli ex allievi della scuola, rievocando un mondo che non c’è più e riconnettendo le notizie avute. A sessantadue anni, quella riunione è un passaggio nel tempo: “invece di ricatturare il passato, ero stato catturato dal passato nel presente, cosicché, mentre in apparenza uscivo dal mondo del tempo, in realtà puntavo come un razzo verso il suo nocciolo segreto”.

Dicono del libro
“… è un libro sulla vecchiaia, sulla memoria, sull’intollerabilità di certi ricordi. Lo scrittore Nathan Zuckerman, fin dall’adolescenza affascinato dalla vincente solarità dello Svedese, sente la necessità di narrarne la caduta. E ciò che racconta è il rovesciamento della pastorale americana: un grottesco Giudizio Universale in cui i Levov, e i lettori, assistono al crollo dell’utopia dei giusti, al trionfo della rabbia cieca e innata dell’America”
(dalla quarta di copertina, ed. Einaudi, op. cit.)

Altre storie che accadono oggi

 

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“… Com’è noto, dopodomani, I febbraio,martedì, alle sei meno un quarto del pomeriggio, il mondo finirà…”
István Örkény, Novelle da un minuto

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“… La data del primo febbraio sull’orologio waterproof di Raimondo segnò l’inizio del sesto mese della loro vita su quella costa sconosciuta…”
Alfredo Todisco, La prima spiaggia

 

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“… Da Sciara a Palermo, I febbraio 1893. Un breve fischio, uno strappo, un cigolio…”
Sebastiano Vassalli, Il cigno

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“…e di colpo venne il mese di febbraio…”
Franco Battiato, Alexanderplatz (segnalazione di Michele Brescia)

 

pittura
Charlie Brown: “Oggi è il primo di febbraio” Snoopy: “Febbraio? Che ne è stato di luglio? Dove va il tempo?”
Charles Schulz (segnalazione di Massimo Conte)


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E’ stupefacente come si ricordi ancora con tanta precisione tutto ciò che era così immediatamente visibile nella nostra vita di compagni di scuola. Altrettanto stupefacente è l’intensità del sentimento che ci assale vedendoci oggi. Ma la cosa più stupefacente di tutte è che ci stiamo avvicinando all’età che avevano i nostri nonni il I febbraio 1946, quando ci presentammo per la prima volta alla sede distaccata della scuola come studenti del primo anno.  Il fatto stupefacente è che noi, allora senza la minima idea di come sarebbero andate le cose, oggi sappiamo esattamente cosa accadde

Philip Roth, Pastorale americana, 1997, tr. it. V. Mantovani, Einaudi, Torino, 1998, pp. 45-46

La data del primo febbraio 1946 è richiamata verso la fine del discorso che il narratore Nathan Zuckerman scrive la notte dopo la quarantacinquesima riunione degli ex allievi della scuola, rievocando un mondo che non c’è più e riconnettendo le notizie avute. A sessantadue anni, quella riunione è un passaggio nel tempo: “invece di ricatturare il passato, ero stato catturato dal passato nel presente, cosicché, mentre in apparenza uscivo dal mondo del tempo, in realtà puntavo come un razzo verso il suo nocciolo segreto”.

Dicono del libro
“… è un libro sulla vecchiaia, sulla memoria, sull’intollerabilità di certi ricordi. Lo scrittore Nathan Zuckerman, fin dall’adolescenza affascinato dalla vincente solarità dello Svedese, sente la necessità di narrarne la caduta. E ciò che racconta è il rovesciamento della pastorale americana: un grottesco Giudizio Universale in cui i Levov, e i lettori, assistono al crollo dell’utopia dei giusti, al trionfo della rabbia cieca e innata dell’America”

(dalla quarta di copertina, ed. Einaudi, op. cit.)

31 Gennaio

31 gennaio 2013

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Che M. fosse costretto a simulare quell’ultima sera – fu mercoledì 31 gennaio 1973 – quando arrivò all’improvviso dopo una lunga assenza, in compagnia della sua amica, molto più giovane di lui, una sua ex allieva, per restituire un libro preso in prestito (Musil: L’uomo senza qualità), era nella natura delle cose. Sapeva che era l’ultima sera della sua vita. Nella giacca a vento che la ragazza appese in corridoio doveva trovarsi la lettera che spedirono quella sera stessa: dissero che non potevano trattenersi, dovevano ancora andare alla posta

Christa Wolf, Trama d’infanzia, 1976, tr. it. A. Raja, edizioni e/o, 1992, pp. 126-7

 

Raffronti di date e continui salti dall’oggi (gli anni Settanta in cui il libro viene scritto) all’oggi (gli anni Trenta, Quaranta e oltre) della materia raccontata: la scrittrice tesse una vera trama nel tempo, mentre narra di Nelly, bambina e adolescente durante il Nazismo e la guerra, della sua famiglia, della sua città, passata dalla Germania alla Polonia, dei mutamenti di regime, delle ondate di paura, delle speranze, dell’aderenza al presente che continuamente si aggiorna.
Il libro è costellato di riflessioni sul tempo: “Il passato non è morto; non è nemmeno passato. Ce ne stacchiamo e agiamo come fosse estraneo” e soprattutto di date, come questa del 31 gennaio del 1973, un’incursione del ‘presente’ nell’allora (il 1935) che viene raccontato nella pagina.

 

Dicono del libro
Trama d’infanzia, romanzo scritto a metà degli anni Settanta, è il capolavoro di Christa Wolf. Prendendo le mosse dal viaggio che una donna sulla quarantina intraprende nel luglio del 1971 – insieme al marito H., al fratello Lutz, alla figlia Lenka – per andare a rivedere la sua città natale dopo decenni di assenza, Christa Wolf racconta una storia emblematica di quella generazione di tedeschi cresciuta negli anni Trenta, sotto il Terzo Reich, spettatrice adolescente del crollo del nazismo”
(dalla quarta di copertina, ed. e/o, op. cit.)

 

 

 

 

Altre storie che accadono oggi

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“… 31 gennaio Lieve diminuzione del freddo. Furor di pulizia nella casa…”
Saul Bellow, L’uomo in bilico« »

 

Che M. fosse costretto a simulare quell’ultima sera – fu mercoledì 31 gennaio 1973 – quando arrivò all’improvviso dopo una lunga assenza, in compagnia della sua amica, molto più giovane di lui, una sua ex allieva, per restituire un libro preso in prestito (Musil: L’uomo senza qualità), era nella natura delle cose. Sapeva che era l’ultima sera della sua vita. Nella giacca a vento che la ragazza appese in corridoio doveva trovarsi la lettera che spedirono quella sera stessa: dissero che non potevano trattenersi, dovevano ancora andare alla posta

Christa Wolf, Trama d’infanzia, 1976, tr. it. A. Raja, edizioni e/o, 1992, pp. 126-7

Raffronti di date e continui salti dall’oggi (gli anni Settanta in cui il libro viene scritto) all’oggi (gli anni Trenta, Quaranta e oltre) della materia raccontata: la scrittrice tesse una vera trama nel tempo, mentre narra di Nelly, bambina e adolescente durante il Nazismo e la guerra, della sua famiglia, della sua città, passata dalla Germania alla Polonia, dei mutamenti di regime, delle ondate di paura, delle speranze, dell’aderenza al presente che continuamente si aggiorna.
Il libro è costellato di riflessioni sul tempo: “Il passato non è morto; non è nemmeno passato. Ce ne stacchiamo e agiamo come fosse estraneo” e soprattutto di date, come questa del 31 gennaio del 1973, un’incursione del ‘presente’ nell’allora (il 1935) che viene raccontato nella pagina.

Dicono del libro
Trama d’infanzia, romanzo scritto a metà degli anni Settanta, è il capolavoro di Christa Wolf. Prendendo le mosse dal viaggio che una donna sulla quarantina intraprende nel luglio del 1971 – insieme al marito H., al fratello Lutz, alla figlia Lenka – per andare a rivedere la sua città natale dopo decenni di assenza, Christa Wolf racconta una storia emblematica di quella generazione di tedeschi cresciuta negli anni Trenta, sotto il Terzo Reich, spettatrice adolescente del crollo del nazismo”

(dalla quarta di copertina, ed. e/o, op. cit.)

 

30 Gennaio

30 gennaio 2013

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Martedì, 30 gennaio.
Niente di nuovo.
Ho lavorato dalle nove all’una in biblioteca. Ho sistemato il capitolo XII e tutto ciò che concerne il soggiorno di Rollebon in Russia fino alla morte di Paolo I. Ecco un lavoro fatto: non rimarrà che metterlo in pulito.
E’ l’una e mezzo. Sono al caffè Mably, mangio un sandwich, tutto è pressoché normale. […]
E’ curioso: ho già riempito dieci pagine e non ho detto la verità – o almeno, non tutta la verità. Quando ho scritto sotto la data, “Niente di nuovo” ero in malafede: v’era una piccola storia, infatti, né vergognosa né straordinaria, che si rifiutava di uscire. “Niente di nuovo”. Ammiro come si possa mentire appoggiandosi sulla ragione. In realtà, se vogliamo, non è accaduto niente di eccezionale: stamane, alle otto e un quarto, uscendo dall’albergo Printania per andare in biblioteca, volevo raccogliere una carta che strisciava per terra e non ci sono riuscito. E’ tutto qui, e non è nemmeno un avvenimento.

Jean-Paul Sartre, La nausea, 1938, tr. it. B. Fonzi, Einaudi 1990, pp. 17-21

Dopo un “foglio senza data” e il lunedì 29 gennaio 1932, quella del 30 gennaio è la seconda data esplicita che compare nei quaderni di Antoine Roquentin, in un diario che ha avuto inizio nel mese di gennaio di quell’anno. Le date delle annotazioni successive sono alluse solo con l’indicazione del giorno della settimana. Dopo aver viaggiato l’Europa, l’Africa del nord e l’Estremo Oriente, Roquentin si è stabilito nella città di Bouville per fare delle ricerche storiche sul signor di Rollebon. Ha deciso, in quel gennaio degli anni Trenta, di tenere una diario, dove si trova a registrare l’esistere. Fra osservazioni di dettagli, analisi di sensazioni infrasottili, piccoli avvenimenti dai grandi effetti, risaltano, nella trama del diario, le annotazioni sul tempo, anch’esso portatore di nausea:“Questo è il tempo, né più né meno che il tempo, giunge lentamente all’esistenza, si fa attendere, e quando viene si è stomacati perché ci si accorge che era già lì da un pezzo” e sull’addizione “interminabile e monotona”  dei giorni, che si aggiungono gli uni agli altri “senza capo né coda”.

Dicono del libro
“Nel complesso insieme delle opere di Jean-Paul Sartre (Parigi 1905-80), La nausea occupa un posto privilegiato dal 1938 a oggi. E lo stesso filosofo e protagonista della vita culturale e della morale politica di questo secolo non ha mai nascosto le proprie preferenze in materia: ‘In fondo, io resto fedele a una cosa, è La nausea… E’ quanto ho fatto di meglio’. (…) Sartre sentiva, infatti, di aver liberato ne La nausea quanto aveva di più segreto e di aver contemporaneamente rivelato una verità insuperabile sulla condizione umana”
(dall’introduzione all’ed. Eunaudi, op. cit.)

Altre storie che accadono oggi

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“… Questa immagine, dagherrotipata di nascosto da un membro della Sezione Morale Pubblica della Sûrété Generale, il 30 gennaio del 1855…”
William Gibson, Bruce Sterling, La macchina della realtà

 

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U2, Bloody Sunday (30 gennaio 1972) (segnalazione di Michele Brescia)« »

Martedì, 30 gennaio.
Niente di nuovo.
Ho lavorato dalle nove all’una in biblioteca. Ho sistemato il capitolo XII e tutto ciò che concerne il soggiorno di Rollebon in Russia fino alla morte di Paolo I. Ecco un lavoro fatto: non rimarrà che metterlo in pulito.
E’ l’una e mezzo. Sono al caffè Mably, mangio un sandwich, tutto è pressoché normale. […]
E’ curioso: ho già riempito dieci pagine e non ho detto la verità – o almeno, non tutta la verità. Quando ho scritto sotto la data, “Niente di nuovo” ero in malafede: v’era una piccola storia, infatti, né vergognosa né straordinaria, che si rifiutava di uscire. “Niente di nuovo”. Ammiro come si possa mentire appoggiandosi sulla ragione. In realtà, se vogliamo, non è accaduto niente di eccezionale: stamane, alle otto e un quarto, uscendo dall’albergo Printania per andare in biblioteca, volevo raccogliere una carta che strisciava per terra e non ci sono riuscito. E’ tutto qui, e non è nemmeno un avvenimento.

Jean-Paul Sartre, La nausea, 1938, tr. it. B. Fonzi, Einaudi 1990, pp. 17-21

Dopo un “foglio senza data” e il lunedì 29 gennaio 1932, quella del 30 gennaio è la seconda data esplicita che compare nei quaderni di Antoine Roquentin, in un diario che ha avuto inizio nel mese di gennaio di quell’anno. Le date delle annotazioni successive sono alluse solo con l’indicazione del giorno della settimana. Dopo aver viaggiato l’Europa, l’Africa del nord e l’Estremo Oriente, Roquentin si è stabilito nella città di Bouville per fare delle ricerche storiche sul signor di Rollebon. Ha deciso, in quel gennaio degli anni Trenta, di tenere una diario, dove si trova a registrare l’esistere. Fra osservazioni di dettagli, analisi di sensazioni infrasottili, piccoli avvenimenti dai grandi effetti, risaltano, nella trama del diario, le annotazioni sul tempo, anch’esso portatore di nausea: “Questo è il tempo, né più né meno che il tempo, giunge lentamente all’esistenza, si fa attendere, e quando viene si è stomacati perché ci si accorge che era già lì da un pezzo” e sull’addizione “interminabile e monotona”  dei giorni, che si aggiungono gli uni agli altri “senza capo né coda”.

Dicono del libro
“Nel complesso insieme delle opere di Jean-Paul Sartre (Parigi 1905-80), La nausea occupa un posto privilegiato dal 1938 a oggi. E lo stesso filosofo e protagonista della vita culturale e della morale politica di questo secolo non ha mai nascosto le proprie preferenze in materia: ‘In fondo, io resto fedele a una cosa, è La nausea… E’ quanto ho fatto di meglio’. (…) Sartre sentiva, infatti, di aver liberato ne La nausea quanto aveva di più segreto e di aver contemporaneamente rivelato una verità insuperabile sulla condizione umana”
(dall’introduzione all’ed. Eunaudi, op. cit.)

 

29 Gennaio

29 gennaio 2013

 

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“E chi comprerebbe un albergo morto in una città fantasma?” chiese piano il signor Terle. “No. No, ce ne staremo qui seduti e aspetteremo; aspetteremo il grande giorno, il 29 gennaio”.
Lentamente, i tre uomini smisero di dondolare.
29 gennaio.
L’unico giorno in tutto l’anno quando veramente il tempo mollava e si metteva a piovere.
“Non abbiamo molto da aspettare.” Il signor Smith inclinò l’orologio d’oro che sembrava una luna piena nel palmo della mano. “Fra due ore e nove minuti sarà il 29 gennaio. Ma non vedo uno straccio di nuvola nel raggio di diecimila miglia.”
“Ha piovuto ogni 29 gennaio da quando sono nato!” Il signor Terle si interruppe, sorpreso di aver parlato tanto ad alta voce. “Se quest’anno ritarda di un giorno, non pregherò più Dio.”

 Ray Bradbury, Il giorno in cui piovve sempre, 1959, tr. it. L. Grimaldi, in Il grande mondo laggiù, Mondadori, 1984, p. 298

 

In un albergo nel deserto, fra pagine di calendario che volteggiano nella polvere, e tanta accidia, tre uomini attendono la pioggia il 29 gennaio, il giorno che non ha mai tradito le aspettative. Ma invece dell’acqua, arriverà una sorpresa altrettanto rigenerante, sotto forma della signorina Blanche, insegnante di musica e suonatrice di arpa. 

Dicono del libro
“A partire dalla metà degli anni Cinquanta Bradbury è stato considerato il più ‘letterario’ tra gli autori americani di fantascienza, a riprova della grande fortuna riscossa dalle sue opere e dalla originalità riconosciuta alle sue idee e al suo modo evocativo di raccontare”
(dall’introduzione all’ed. Mondadori, op. cit.)

 

Altre storie che accadono oggi

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“… Lunedì, 29 gennaio 1932 M’è accaduto qualcosa, non posso più dubitarne….”
Jean-Paul Sartre, La nausea

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“… l’indimenticabile giorno 29, quel giorno in cui San Valero Ventolero passa con una bifora sulla testa lungo il marciapiede…”
Luis Buñuel, Lettera a Pepìn Bello nel giorno di San Valero 

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“E chi comprerebbe un albergo morto in una città fantasma?” chiese piano il signor Terle. “No. No, ce ne staremo qui seduti e aspetteremo; aspetteremo il grande giorno, il 29 gennaio”.
Lentamente, i tre uomini smisero di dondolare.
29 gennaio.
L’unico giorno in tutto l’anno quando veramente il tempo mollava e si metteva a piovere.
“Non abbiamo molto da aspettare.” Il signor Smith inclinò l’orologio d’oro che sembrava una luna piena nel palmo della mano. “Fra due ore e nove minuti sarà il 29 gennaio. Ma non vedo uno straccio di nuvola nel raggio di diecimila miglia.”
“Ha piovuto ogni 29 gennaio da quando sono nato!” Il signor Terle si interruppe, sorpreso di aver parlato tanto ad alta voce. “Se quest’anno ritarda di un giorno, non pregherò più Dio.”

 Ray Bradbury, Il giorno in cui piovve sempre, 1959, tr. it. L. Grimaldi, in Il grande mondo laggiù, Mondadori, 1984, p. 298

 

In un albergo nel deserto, fra pagine di calendario che volteggiano nella polvere, e tanta accidia, tre uomini attendono la pioggia il 29 gennaio, il giorno che non ha mai tradito le aspettative. Ma invece dell’acqua, arriverà una sorpresa altrettanto rigenerante, sotto forma della signorina Blanche, insegnante di musica e suonatrice di arpa. 

Dicono del libro
“A partire dalla metà degli anni Cinquanta Bradbury è stato considerato il più ‘letterario’ tra gli autori americani di fantascienza, a riprova della grande fortuna riscossa dalle sue opere e dalla originalità riconosciuta alle sue idee e al suo modo evocativo di raccontare”
(dall’introduzione all’ed. Mondadori, op. cit.)

 

J.T.Fraser e la Società del Tempo

KronoScope“L’attacco a Pearl Harbor del 1941 avvenne una domenica mattina; era sabato sera quando, nel 1981, il governo polacco schiacciò Solidarność. Nei sistemi totalitari moderni, il momento in cui è più probabile che il poliziotto bussi alla porta sono le primissime ore del mattino”. Sono osservazioni di Julius Thomas Fraser su come il tempo pervada e determini qualunque manifestazione della vita, intrecciando rotazione della terra, ritmi biologici, scelte sociali, e sono tratte da uno dei libri più popolari di questo singolare studioso, Time. The Familiar Stranger, 1987 (tradotto in italiano da L. Cornalba col titolo Il tempo: una presenza sconosciuta, Feltrinelli 1991).
Julius Thomas Fraser (Budapest 1923 – Westport CT 2010), dopo studi tecnico-scientifici (e diversi brevetti di giroscopi, sensori, circuiti a microonde), si rivolge allo studio del tempo, con metodo profondamente interdisciplinare. Nel 1966 fonda l’International Society for the Study of Time (ISST), un’associazione che riunisce chi si interessi del tempo, dal punto di vista della fisica o della psicologia, della sociologia o dell’analisi letteraria, del montaggio filmico o degli strumenti di misurazione, della biologia o della musica. Figura carismatica, in grado di coordinare le materie più disparate, Fraser ha scritto molto e soprattutto ha creato una rete mondiale di ricercatori interconnessi, su base volontaria  e senza vincoli accademici. L’ISST (diretta ora da Paul Harris e Jo Alyson Parker) pubblica la rivista “KronoScope” e organizza ogni tre anni un simposio di studi. Fra le sedi, negli anni scorsi, è stata spesso scelta l’Italia, alla cui cultura Fraser ha reso omaggio, con letture di Michelangelo e Galileo. 
Antonella Sbrilli (ISST member)

 

28 Gennaio

28 gennaio 2013

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28 gennaio. […] Notte

Comincia, segue. Fra la fine del concerto e il primo bis trovai il suo nome e la strada. Piazza Vladas, ponte dei Mercati. Attraversando piazza Vladas proseguii fino all’inizio del ponte, un po’ camminando svelta, un po’ col desiderio di fermarmi davanti a case e vetrine, bambini ben coperti e fontane con alti eroi dagli imbiancati mantelli, Tadeo Alanko e Vladislav Néroy, bevitori di tokay e suonatori di cembalo. […]
(È più comodo parlare al presente. Questo succedeva alle otto, quando Elsa Piaggio suonava il terzo bis, credo Julián Aguirre o Carlos Guastavino, una cosa con prati e uccellini). Ma sono diventata un’imbrogliona con il tempo, non lo rispetto più 

Julio Cortázar, Lontana in Bestiario, 1951, tr. it. F. Rossini Nicoletti, Einaudi, 1965, pp. 28, 29

Terzo racconto della raccolta Bestiario, Lontana (Lejana) riporta il diario di una giovane di Buenos Aires, Alina Reyes, abile nei giochi di parole, come i palindromi (“salta lenin el Atlas”) e gli anagrammi, fra cui risalta quello del suono nome “es la reina y”, attraente perché la frase non si conclude. Il diario racconta l’inquietante sensazione che un’altra se stessa esista, a Budapest, e che sia una vecchia mendicante. La notte del 28 gennaio, i soggetti, i tempi dei verbi, i luoghi, le distanze, si confondono, preludendo all’incontro inquietante che accadrà di lì a pochi mesi. 

 

Dicono del libro
“Il misterioso, l’irrazionale, il tragico germogliano dalla più corporea descrizione del quotidiano. Sugli scenari reali si stacca il ‘bestiario’ metafisico: animali invisibili, come la tigre del racconto che dà il titolo al libro, o immaginari, o creati dal nulla come i coniglietti della Lettera a una signorina a Parigi, oppure descritti con tanta dolorosa precisione da finire per immedesimarsi in essi. Bestiario è il libro che nel 1951 ha rivelato Cortázar, ed è forse la migliore ‘introduzione’ all’arte di questo scrittore capace di pagine folgoranti”
(dalla quarta di copertina dell.ed. Einaudi, op. cit.)

Altre storie che accadono oggi

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“… Arrivai ai ‘Cigni’, ripeto, il 28 gennaio del 1930, con la mia doppietta…”
Silvina Ocampo, L’impostore

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“… la notte del 28 gennaio 1943, l’ultima che Tom Jericho aveva passato con Claire…”
Robert Harris,

Enigma

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“… Piuttosto intelligentemente, il vernissage era stato fissato per il 28 gennaio…”
Michel Houellebecq, La carta e il territorio

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28 gennaio. […] Notte

Comincia, segue. Fra la fine del concerto e il primo bis trovai il suo nome e la strada. Piazza Vladas, ponte dei Mercati. Attraversando piazza Vladas proseguii fino all’inizio del ponte, un po’ camminando svelta, un po’ col desiderio di fermarmi davanti a case e vetrine, bambini ben coperti e fontane con alti eroi dagli imbiancati mantelli, Tadeo Alanko e Vladislav Néroy, bevitori di tokay e suonatori di cembalo. […]
(È più comodo parlare al presente. Questo succedeva alle otto, quando Elsa Piaggio suonava il terzo bis, credo Julián Aguirre o Carlos Guastavino, una cosa con prati e uccellini). Ma sono diventata un’imbrogliona con il tempo, non lo rispetto più 

Julio Cortázar, Lontana in Bestiario, 1951, tr. it. F. Rossini Nicoletti, Einaudi, 1965, pp. 28, 29

Terzo racconto della raccolta Bestiario, Lontana (Lejana) riporta il diario di una giovane di Buenos Aires, Alina Reyes, abile nei giochi di parole, come i palindromi (“salta lenin el Atlas”) e gli anagrammi, fra cui risalta quello del suono nome “es la reina y”, attraente perché la frase non si conclude. Il diario racconta l’inquietante sensazione che un’altra se stessa esista, a Budapest, e che sia una vecchia mendicante. La notte del 28 gennaio, i soggetti, i tempi dei verbi, i luoghi, le distanze, si confondono, preludendo all’incontro inquietante che accadrà di lì a pochi mesi. 

Dicono del libro
“Il misterioso, l’irrazionale, il tragico germogliano dalla più corporea descrizione del quotidiano. Sugli scenari reali si stacca il ‘bestiario’ metafisico: animali invisibili, come la tigre del racconto che dà il titolo al libro, o immaginari, o creati dal nulla come i coniglietti della Lettera a una signorina a Parigi, oppure descritti con tanta dolorosa precisione da finire per immedesimarsi in essi. Bestiario è il libro che nel 1951 ha rivelato Cortázar, ed è forse la migliore ‘introduzione’ all’arte di questo scrittore capace di pagine folgoranti”
(dalla quarta di copertina dell.ed. Einaudi, op. cit.)

 

27 Gennaio

27 gennaio 2013

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27 gennaio. L’alba. Sul pavimento, l’infame tumulto di membra stecchite, la cosa Sómogyi.
Ci sono lavori più urgenti: non ci può lavare, non possiamo toccarlo che dopo aver cucinato e mangiato. E inoltre, “rien de si dégoûtant que les débordements”, dice giustamente Charles; bisogna vuotare la latrina. I vivi sono più esigenti; i morti possono attendere. Ci mettemmo al lavoro come ogni giorno.
I russi arrivarono mentre Charles ed io portavamo Sómogyi poco lontano. Era molto leggero. Rovesciammo la barella sulla neve grigia. Charles si tolse il berretto. A me dispiacque di non avere berretto.
Degli undici della Infektionsabteilung, fu Sómogyi il solo che morì nei dieci giorni. Sertelet, Cagnolati, Towarowski, Lakmaker e Dorget (di quest’ultimo non ho finora parlato; era un industriale francese che, dopo operato di peritonite, si era ammalato di difterite nasale), sono morti qualche settimana più tardi, nell’infermeria russa provvisoria di Auschwitz. Ho incontrato a Kastowice, in aprile, Schenck e Alcalai in buona salute. Arthur ha raggiunto felicemente la sua famiglia, e Charles ha ripreso la sua professione di maestro; ci siamo scambiati lunghe lettere e spero di poterlo ritrovare un giorno

Primo Levi, Se questo è un uomo, (1947), ed. cons. Se questo è un uomo. La tregua, Einaudi, 1989, p. 153

 

Con queste frasi si chiude il libro di Primo Levi, il giorno dell’ingresso dei russi nel campo di concentramento di Auschwitz. Il 27 gennaio è il giorno della memoria dell’Olocausto. 

Dicono del libro
“Il bisogno di raccontare agli ‘altri’, di fare gli ‘altri’ partecipi, aveva assunto fra noi, prima della liberazione e dopo, il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: il libro è stato scritto per soddisfare a questo bisogno; in primo luogo quindi a scopo di liberazione interiore. Di qui il suo carattere frammentario: i capitoli sono stati scritti non in successione logica, ma per ordine di urgenza. Il lavoro di raccordo e di fusione è stato svolto su piano, ed è posteriore.
Mi pare superfluo aggiungere che nessuno dei fatti è inventato”
(Primo Levi)

……..

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“…quali sono le circostanze che provocano una perdita di coscienza di massa? In questi giorni – fine gennaio del 1975 – ricorre il trentesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz…”
Christa Wolf, Trama d’infanzia

26 Gennaio

26 gennaio 2013

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Il 26 gennaio dell’anno seguente la Società Sole acquistò un edificio nella Ginza, e in quell’occasione venne trasformata in società per azioni. Il danaro avuto in deposito superava già i dieci milioni di yen, quello prestato i cinque milioni. Gli annunci pubblicitari venivano pubblicati in neretto, entro un riquadro, nella colonna degli annunci di tre righe: il prezzo era alto, ma anche gli affari aumentavano in progressione geometrica. (…) L’immenso credito di cui godeva Makoto era una conseguenza delle pericolosissime operazioni finanziarie a cui era costretto per pagare falsi dividendi come interessi, basandosi su un principio psicologico applicabile anche alle relazioni umane: nello stesso modo in cui ci fidiamo maggiormente degli amici con cui abbiamo rapporti giornalieri che dei fratelli frequentati di rado, ugualmente i creditori cadono nel panico se vedono tardare, anche di un solo mese, il pagamento degli interessi, mentre tendono a dimenticare il capitale dato in prestito se vengono pagati puntualmente

Yukio Mishima, L’età verde, 1950, tr. it. L. Origlia, Mondadori, 1994, p. 113

Nel Giappone del dopoguerra, in cui tutti  “avevano perduto, a causa della guerra, il sentimento utopico di una durata nel tempo”, il giovane protagonista Makoto compie la sua formazione. Ispirato a uno studente di legge morto suicida per il fallimento della sua finanziaria, anche il personaggio Makoto, più che dagli studi, è attratto dai movimenti del denaro, che analizza razionalmente, così come fa con le sue giornate, scandite da un “diario ad orologio”. Inflazione, usura, passaggio sono termini intercambiabili per i soldi e il tempo. 

 

Dicono del libro
“Incominciai la stesura de L’età verde all’Oshima Hotel, subito dopo aver finito Sete d’amore, senza concedermi il tempo per riprendere fiato; concluso alla fine di ottobre, venne pubblicato su ‘Schinchō’ da luglio a dicembre dello stesso anno, il 1950. Come romanziere nutrivo un profondo interesse per il presidente del Club Luce, che mi incuriosiva anche perché era mio coetaneo. Raccogliere il materiale necessario fu piuttosto facile, e però mi spiace – e non posso incolpare che me stesso – di aver avuto l’imprudenza di usarlo nel romanzo a mano a mano che lo raccoglievo, senza attendere che fermentasse”
(Yukio Mishima)

 

Altre storie che accadono oggi

 

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“… 26.1.19 Una delle mie preoccupazioni costanti è capire com’è che esista altra gente, com’è che esistono anime che non sono la mia anima…”
Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine

 

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“… Quella sera del 26 gennaio 1961, eravamo alla penultima tappa del mio viaggio in Cina…”
René Depestre, Fagiana dorata

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“… Il giornale del giorno seguente, 26 gennaio, portava la notizia della confessione…”
Paul Auster, L’invenzione della solitudine (Ritratto di un uomo invisibile)

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… 18 e 35 minuti, 26 gennaio il freddo è di quelli umidi…”
Zen Circus, Franco, (segnalazione di Michele Brescia)
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Il 26 gennaio dell’anno seguente la Società Sole acquistò un edificio nella Ginza, e in quell’occasione venne trasformata in società per azioni. Il danaro avuto in deposito superava già i dieci milioni di yen, quello prestato i cinque milioni. Gli annunci pubblicitari venivano pubblicati in neretto, entro un riquadro, nella colonna degli annunci di tre righe: il prezzo era alto, ma anche gli affari aumentavano in progressione geometrica. (…) L’immenso credito di cui godeva Makoto era una conseguenza delle pericolosissime operazioni finanziarie a cui era costretto per pagare falsi dividendi come interessi, basandosi su un principio psicologico applicabile anche alle relazioni umane: nello stesso modo in cui ci fidiamo maggiormente degli amici con cui abbiamo rapporti giornalieri che dei fratelli frequentati di rado, ugualmente i creditori cadono nel panico se vedono tardare, anche di un solo mese, il pagamento degli interessi, mentre tendono a dimenticare il capitale dato in prestito se vengono pagati puntualmente

Yukio Mishima, L’età verde, 1950, tr. it. L. Origlia, Mondadori, 1994, p. 113

Nel Giappone del dopoguerra, in cui tutti  “avevano perduto, a causa della guerra, il sentimento utopico di una durata nel tempo”, il giovane protagonista Makoto compie la sua formazione. Ispirato a uno studente di legge morto suicida per il fallimento della sua finanziaria, anche il personaggio Makoto, più che dagli studi, è attratto dai movimenti del denaro, che analizza razionalmente, così come fa con le sue giornate, scandite da un “diario ad orologio”. Inflazione, usura, passaggio sono termini intercambiabili per i soldi e il tempo. 

Dicono del libro
“Incominciai la stesura de L’età verde all’Oshima Hotel, subito dopo aver finito Sete d’amore, senza concedermi il tempo per riprendere fiato; concluso alla fine di ottobre, venne pubblicato su ‘Schinchō’ da luglio a dicembre dello stesso anno, il 1950. Come romanziere nutrivo un profondo interesse per il presidente del Club Luce, che mi incuriosiva anche perché era mio coetaneo. Raccogliere il materiale necessario fu piuttosto facile, e però mi spiace – e non posso incolpare che me stesso – di aver avuto l’imprudenza di usarlo nel romanzo a mano a mano che lo raccoglievo, senza attendere che fermentasse”
(Yukio Mishima)

 

25 Gennaio

25 gennaio 2013

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La fine di Quattro segue a poca distanza quella di Mosca: e fu precisamente nella notte fra il 25 e il 26 gennaio. […] La notte del 25, pioveva a rovesci, e Quattro si era coperto la testa di un caschetto coloniale, da lui tinto di nero per mimetizzarlo, e sotto il quale la sua faccia tonda di contadinello scompariva quasi fino al naso. Aveva con sé il suo mitra, predato al nemico; e si portava, naturalmente, la sua solita munizione notturna di chiodi quadripunte, la quale invero, stanotte, era piuttosto magra. Difatti, la rifornitura dei chiodi era diventata difficile, da quando alcuni fabbri amici che li producevano (romani, in prevalenza) erano stati “fermati” e portati all’ammazzatoio. E da ultimo, Quattro aveva preso a fabbricarseli lui stesso in una fucina di paese, in complicità col garzoncello e di nascosto dal padrone. […] Il crocevia, quella notte, era un punto di azzardo estremo. Ci si incrociava il traffico da Cassino e quella da Roma e dal Nord

Elsa Morante, La storia, Einaudi 1974, pp. 297-98

Gennaio è il mese in cui le vicende del romanzo La Storia hanno avuto inizio “Un giorno di gennaio dell’anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma”. Dall’incontro fra quel soldato di passaggio e Ida Ramundo, maestra elementare che si sarebbe dovuta chiamare Aida (“come sei bella” avrebbe cantato Rino Gaetano tre anni dopo l’uscita del libro della Morante), è nato Useppe. Sono passati tre anni ed è il gennaio 1944: il 22 gli alleati sono sbarcati ad Anzio, ma i tedeschi resistono e il fronte è fermo a Cassino. Ida e Useppe si riparano dai pericoli e dagli stenti, ricevendo notizie frammentarie dei conoscenti passati alla lotta partigiana. Gennaio è funestato di agguati e morti, fra cui quelle degli amici Quattro e Mosca, che lascia a Ida una piccola eredità nascosta in un materasso.

 

Dicono del libro
“A questo romanzo…Elsa Morante consegna la massima esperienza della sua vita ‘dentro la Storia’ quasi a spiegamento totale  di tutte le sue precedenti esperienze narrative. ‘La Storiaì, che si svolge a Roma durante e dopo l’ultima guerra (1941-1947), vorrebbe parlare a tutti, in un linguaggio comune e accessibile”
(quarta di copertina ed. Einaudi, op. cit.)

Altre storie che accadono oggi

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“… 25 gennaio 1787 Mi diventa sempre più difficile dar conto del mio soggiorno a Roma…”
Wolfgang Goethe, Viaggio in Italia

 

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“…Questa chiacchierata tra amiche si è svolta intorno al 25 gennaio…”
Christa Wolf, Trama d’infanzia

24 Gennaio

24 gennaio 2013

 

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beh, improvvisamente, 24 gennaio, titolo: I NORD COREANI S’IMPADRONISCONO DI UNA NAVE DA GUERRA AMERICANA.
oh dio, riecco il patriottismo! ma perché, bastardi schifosi! pensavo che QUELLA guerra fosse finita! ah, capisco – i ROSSI! fantocci coreani! sotto la telefoto della Associated Press si dice qualcosa come – la Pueblo, nave del controspionaggio americano – un tempo nave da carico della marina, ora trasformata in una delle navi spia segrete equipaggiate con apparecchiature elettroniche per le ricerche oceanografiche è stata fatta entrare con la forza nel porto di Wonsan, città costiera della Corea del Nord.
quei rossi bastardi, sempre a rompere i coglioni!
ma io HO NOTATO che la storia della bomba all’idrogeno smarrita è stata rifilata sotto un titolino: Rilevata la presenza di radiazioni sul luogo dove è precipitato il B-52; si fanno congetture secondo cui la bomba si è sganciata da sola.
ci sono venuti a raccontare che il Presidente è stato svegliato tra le 2 e le 2, 30 del mattino per avvertirlo della cattura della Pueblo.
immagino che sia tornato a letto.

Charles Bukowski, Compagno di sbronze, 1972, tr. it. C. A. Corsi, Feltrinelli, 1979, pp. 55-56

Siccome – dice Bukowski – la gente può pensare solo ad una cosa alla volta, che si deve fare per distogliere l’opinione pubblica da qualcosa? “Facile, la si induce a pensare a qualcos’altro”. Il quinto dei racconti di Compagno di sbronze, il cui titolo è La politica è come cercare di inculare un gatto, è un collage di articoli di giornale del gennaio del 1968 in cui la notizia di bombe atomiche perdute al largo della costa islandese viene allontanata dalle prime pagine dalla vicenda della nave da guerra, catturata il 24 di gennaio. Convinto che “esistano solo governi cattivi e governi pessimi”, Bukowski alla fine del suo reportage torna ad occuparsi di corse di cavalli, prima corsa ore 12,30. 

Dicono del libro
“Poeta dell’eccesso, Bukowski porta alta la bandiera di un anticonformismo californiano che ha una lunga storia alle spalle. Se in Compagno di sbronze, forse più che altrove, la vena satirico-umoristica dell’autore assume talora coloriture selvagge o addiritture feroci, ciò consegue dal rilievo conferito all’atmosfera alienante di Los Angeles. Ma anche in questi racconti il vitalismo sfrenato, la scelta provocatoria dell’emarginazione e della provvisorietà, la sessualità eternamente in furore sono tanti sberleffi contro il perbenismo conformista, del quale qui si occupa opportunamente l”Agenzia Soddisfatti e Rimborsati’. In fondo al Sunset Boulevard, Charles Bukowski, il ‘folle’, il ‘fallito’, salda il conto con il Sogno Americano”
(dalla quarta di copertina dell’ed. Feltrinelli, op. cit.)

 

Altre storie che accadono oggi

 

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“… 24 gennaio 1913 Si divora lo spazio, il tempo passa, ma il paesaggio non muta…”
Guido Gozzano, Verso la cuna del mondo

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“… Sabato 24 gennaio 1932, dopo aver bussato inutilmente ripetute volte alla porta dell’eccentrico cliente della stanza 303…”
Howard Phillips Lovecraft, La morte alata (segnalazione di Laura Leuzzi)

 


 

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beh, improvvisamente, 24 gennaio, titolo: I NORD COREANI S’IMPADRONISCONO DI UNA NAVE DA GUERRA AMERICANA.
oh dio, riecco il patriottismo! ma perché, bastardi schifosi! pensavo che QUELLA guerra fosse finita! ah, capisco – i ROSSI! fantocci coreani! sotto la telefoto della Associated Press si dice qualcosa come – la Pueblo, nave del controspionaggio americano – un tempo nave da carico della marina, ora trasformata in una delle navi spia segrete equipaggiate con apparecchiature elettroniche per le ricerche oceanografiche è stata fatta entrare con la forza nel porto di Wonsan, città costiera della Corea del Nord.
quei rossi bastardi, sempre a rompere i coglioni!
ma io HO NOTATO che la storia della bomba all’idrogeno smarrita è stata rifilata sotto un titolino: Rilevata la presenza di radiazioni sul luogo dove è precipitato il B-52; si fanno congetture secondo cui la bomba si è sganciata da sola.
ci sono venuti a raccontare che il Presidente è stato svegliato tra le 2 e le 2, 30 del mattino per avvertirlo della cattura della Pueblo.
immagino che sia tornato a letto.

Charles Bukowski, Compagno di sbronze, 1972, tr. it. C. A. Corsi, Feltrinelli, 1979, pp. 55-56

Siccome – dice Bukowski – la gente può pensare solo ad una cosa alla volta, che si deve fare per distogliere l’opinione pubblica da qualcosa? “Facile, la si induce a pensare a qualcos’altro”. Il quinto dei racconti di Compagno di sbronze, il cui titolo è La politica è come cercare di inculare un gatto, è un collage di articoli di giornale del gennaio del 1968 in cui la notizia di bombe atomiche perdute al largo della costa islandese viene allontanata dalle prime pagine dalla vicenda della nave da guerra, catturata il 24 di gennaio. Convinto che “esistano solo governi cattivi e governi pessimi”, Bukowski alla fine del suo reportage torna ad occuparsi di corse di cavalli, prima corsa ore 12,30. 

Dicono del libro
“Poeta dell’eccesso, Bukowski porta alta la bandiera di un anticonformismo californiano che ha una lunga storia alle spalle. Se in Compagno di sbronze, forse più che altrove, la vena satirico-umoristica dell’autore assume talora coloriture selvagge o addiritture feroci, ciò consegue dal rilievo conferito all’atmosfera alienante di Los Angeles. Ma anche in questi racconti il vitalismo sfrenato, la scelta provocatoria dell’emarginazione e della provvisorietà, la sessualità eternamente in furore sono tanti sberleffi contro il perbenismo conformista, del quale qui si occupa opportunamente l”Agenzia Soddisfatti e Rimborsati’. In fondo al Sunset Boulevard, Charles Bukowski, il ‘folle’, il ‘fallito’, salda il conto con il Sogno Americano”

(dalla quarta di copertina dell’ed. Feltrinelli, op. cit.)

 

23 Gennaio

23 gennaio 2013

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Cruz fu destinato a un fortino della frontiera nord. Come soldato semplice, partecipò alle guerre civili; a volte combatté per la sua provincia natale, a volte contro. Il ventitré gennaio del 1856, alle Lagune di Cardoso, fu uno dei trenta bianchi che, al comando del sergente maggiore Eusebio Laprida, combatterono contro duecento indios. In quell’occasione ricevette una ferita di lancia.Nella sua oscura e coraggiosa storia abbondano le soluzioni di continuità.

Jorge Luis Borges, Biografia di Tadeo Isidoro Cruz, 1949, tr. it. F. Tentori Montalto, I Meridiani, Mondadori, 1985, I, p. 810

“El veintitrés de enero de 1856” è un giorno nella vita di Tadeo Isidoro Cruz, personaggio immaginario del poema epico argentino Martín Fierro. Per questo personaggio, Borges inventa una biografia, fatta di azioni violente e di casualità, di rivolgimenti e di date. Sappiamo che Cruz è stato concepito la notte del 6 febbraio di ventisette anni prima, da un guerrigliero che morirà di lì a poco, e che il 12 luglio del 1870 si unirà al disertore Martín Fierro. In mezzo, presta servizio come soldato sulla frontiera nord. 

 

Dicono del libro
“I racconti di questo libro appartengono al genere fantastico; di Biografia di Tadeo Isidoro Cruz [basta scrivere] che è una glossa al Martín Fierro”
(Jorge Luis Borges) 

 

 

Altre storie che accadono oggi

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… 23 janvier 1862, j’ai subi un singulier avertissement, j’ai senti passer sur moi le vent de l’aile de l’imbécillité…”
Charles Baudelaire (segnalazione di P.Fenu)

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“… Il 23 gennaio di quell’anno Manuela Sàenz de Thorne s’era unita a un imponente gruppo di 112 donne…”
Victor W. von Hagen, Le quattro stagioni di Manuela

 

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“… 23 gennaio 1968: B-52 precipita al largo della Groenlandia con bombe atomiche; i Danesi sono turbati. I Danesi sono turbati? Oh gesù!…”
Charles Bukowski, Compagno di sbronze« »

Cruz fu destinato a un fortino della frontiera nord. Come soldato semplice, partecipò alle guerre civili; a volte combatté per la sua provincia natale, a volte contro. Il ventitré gennaio del 1856, alle Lagune di Cardoso, fu uno dei trenta bianchi che, al comando del sergente maggiore Eusebio Laprida, combatterono contro duecento indios. In quell’occasione ricevette una ferita di lancia.Nella sua oscura e coraggiosa storia abbondano le soluzioni di continuità.

Jorge Luis Borges, Biografia di Tadeo Isidoro Cruz, 1949, tr. it. F. Tentori Montalto, I Meridiani, Mondadori, 1985, I, p. 810

“El veintitrés de enero de 1856” è un giorno nella vita di Tadeo Isidoro Cruz, personaggio immaginario del poema epico argentino Martín Fierro. Per questo personaggio, Borges inventa una biografia, fatta di azioni violente e di casualità, di rivolgimenti e di date. Sappiamo che Cruz è stato concepito la notte del 6 febbraio di ventisette anni prima, da un guerrigliero che morirà di lì a poco, e che il 12 luglio del 1870 si unirà al disertore Martín Fierro. In mezzo, presta servizio come soldato sulla frontiera nord. 

Dicono del libro
“I racconti di questo libro appartengono al genere fantastico; di Biografia di Tadeo Isidoro Cruz [basta scrivere] che è una glossa al Martín Fierro”
(Jorge Luis Borges) 

22 Gennaio

22 gennaio 2013

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Non seppe resistere alla tentazione di prendere un trenino per Soria, di attraversare i campi di Castiglia, di recarsi in pellegrinaggio in un luogo sobrio e essenziale dove lo chiamava una poesia. La camera della pensione Cuevas era rimasta intatta: un tavolo, una sedia, un letto, un attaccapanni. Vagò commosso, per le stradette di quella cittadina modesta, circondata dal deserto lunare della Castiglia; poi in una libreria antiquaria, dopo ripetute insistenze, trovò un ritratto di Machado con una dedica autografa in un angolo: 22 gennaio 1939. Il poeta stava fuggendo verso la frontiera, verso la morte, stretto dal cerchio franchista

Antonio Tabucchi, Il rancore e le nuvole, 1985, in Piccoli equivoci senza importanza, ed. cons. Feltrinelli, 1988, p. 90

Nella faticosa carriera accademica – e nell’altrettanto disagevole vita familiare – del protagonista, il viaggio in Spagna segna una svolta, che lo porterà a cogliere occasioni di rivincita e di successo. Nume tutelare della sua nuova condizione è il grande poeta spagnolo Machado, che insegnò nella città di Soria, dove – nel racconto – viene ritrovata la fotografia con la dedica del 22 gennaio 1939, un mese prima che il poeta morisse, fuggendo dalla Spagna verso la Francia. 

Dicono del libro
“Malintesi, incertezze, comprensioni tardive, inutili rimpianti, ricordi forse ingannevoli, errori sciocchi e irrimediabili: le cose fuori luogo esercitano su di me un’attrazione irresistibile (…) Il rancore e le nuvole è un racconto realistico”
(Antonio Tabucchi)

 

Altre storie che accadono oggi

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… 22 gennaio. Signori, colpo di scena: avevo rubato il mio ombrello. Si può essere più iettati di così?…”
Achille Campanile, Il diario di Gino Cornabò

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“… alle 8,30 del mattino di mercoledì 22 gennaio, Robyn Penrose uscì di casa di pessimo umore e nel pieno di una bufera…” David Lodge, Ottimo lavoro, professore!

Ricordarsi le date (e non solo)

 

Il testo che segue è un estratto dell’intervento di Antonella Sbrilli alla giornata di studi Giochi di memoria (San Marino, Centro di Studi sulla Memoria,  13 luglio 2012). Il testo completo è edito, col titolo Memoria per le date. Date per la memoria, presso l’editore Guaraldi – San Marino University Press, 2013.

“Non ho impresso quella data nella mia memoria, ho impresso la mia memoria in quella data”

Giacomo Balla autoritratto courtesy Elena Gigli

Giacomo Balla, Autoritratto, 1940, olio su tavola, 60×50 cm. Courtesy E.Gigli

La memoria per le date
Collettivamente, oltre alle date canoniche religiose o civili, si ricordano le date collegate ad eventi epocali, lo sbarco sulla Luna, la caduta del muro di Berlino, la morte di Lady Diana, l’attentato alle torri gemelle. Sul piano personale, si ricorda quello che, in virtù del coefficiente emotivo dell’evento, rimane impresso. Alcune date si fissano con sforzo, altre naturalmente. Ora i social network segnalano anniversari di ogni genere, con una funzione da maggiordomo della memoria, che avrà i suoi effetti, probabilmente, nello sviluppo di sistemi mnemonici condivisi.
Anche quando il senso autobiografico, la continuità dell’identità personale è compromessa da una malattia neurologica, le date possono permanere.Oliver Sacks ha raccontato più volte il caso di Rose R., malata di encefalite letargica. Non ricordava nulla di decenni della sua vita, ma poteva riferire “la data di Pearl Harbor, dell’assassinio di Kennedy… Io le ho tutte registrate, ma nessuna importa”.
L’evento drammatico accaduto all’esterno funziona come un agente, crea un collegamento con il qui e ora e fissa nella memoria – perfino in un caso limite come quello della paziente di Sacks – la sequenza numerica della data.

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21 gennaio

21 gennaio 2013

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21 gennaio 1932. Sul treno per Bloemfontein. Mi arrendo, la creatura sta vincendo. Contro la sua astuzia diabolica i miei trucchi non funzionano. Stamattina è ricomparsa fuori della finestra, ma non ha neanche sfiorato le tendine. Al contrario, si è tenuta a distanza senza posarsi e ha cominciato a ronzare in cerchi… due alla volta, seguiti da una pausa in aria. Dopo diverse esibizioni di questo tipo, è volata via sopra i tetti della città

Howard Phillips Lovecraft, La morte alata, 1934, tr. it. Tutti i romanzi e i racconti, a c. di G. Pilo e S. Fusco, Newton Compton, 1993 (versione e-book 2011)

In un gennaio sudafricano si svolge l’epilogo della vicenda, ricostruita attraverso le annotazioni del diario del dottor  Thomas Slauenwite, specializzato in febbri infettive. Il medico ha ucciso un collega, per un antico sgarbo accademico, usando una mosca velenosa che la leggenda dice si impossessi dell’anima di chi ha punto. Il 21 di gennaio, Slauenwite comincia a sospettare che una mosca lo perseguiti. Cerca scampo nella città sudafricana di Bloemfontein, ma si accorge che l’insetto lo segue, e pare dotato di intelligenza umana, capace addirittura di tracciare numeri e segni. Il racconto si chiuderà di lì a due giorni, con un colpo di scena, nella “calura del mese di gennaio” dell’emisfero sud.

 

Dicono del libro
“Terrore insondabile e soprannaturale, inquietanti e apocalittiche visioni: tutto l’immaginario di follia e orrore di Howard P. Lovecraft è raccolto in queste pagine densissime. Interi universi prendono forma dalla sua sapiente penna, governati da leggi fisiche ignote, popolati da creature inimmaginabili e da terrificanti minacce. L’uomo è solo al centro di un cosmo nel quale il terrore proviene dagli abissi della mente come dai più remoti recessi dello spazio, un mondo nel quale la paura è la dimensione dell’essere. Tutto ciò sottintende la teoria lovecraftiana secondo cui smascherare e affrontare i propri incubi più angoscianti è l’unico modo per esorcizzarli”
(dall’ed. Newton Compton, op. cit.)

 

 

 

Altre storie che accadono oggi

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“… potrete attendere senza pericolo tempo migliori. Tra un anno, il 21 gennaio…”
Honoré de Balzac, Un episodio ai tempi del Terrore

 

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“… Gennaio 21, sabato. Solo uno poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise…”
Edmondo De Amicis, Cuore

 

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“… Il mattino del 21 gennaio, Lu Ci-min, l’ermetico capo della Cina… ateo com’era, si tolse la vita”
Dino Buzzati, La lezione del 1980

 

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“… È nato il 21 gennaio 1919, Ben, c’è scritto sul necrologio…”
Daniel Pennac, Il paradiso degli orchi (segnalazione di Matteo Piccioni)« »

21 gennaio 1932. Sul treno per Bloemfontein. Mi arrendo, la creatura sta vincendo. Contro la sua astuzia diabolica i miei trucchi non funzionano. Stamattina è ricomparsa fuori della finestra, ma non ha neanche sfiorato le tendine. Al contrario, si è tenuta a distanza senza posarsi e ha cominciato a ronzare in cerchi… due alla volta, seguiti da una pausa in aria. Dopo diverse esibizioni di questo tipo, è volata via sopra i tetti della città

Howard Phillips Lovecraft, La morte alata, 1934, tr. it. Tutti i romanzi e i racconti, a c. di G. Pilo e S. Fusco, Newton Compton, 1993 (versione e-book 2011)

In un gennaio sudafricano si svolge l’epilogo della vicenda, ricostruita attraverso le annotazioni del diario del dottor  Thomas Slauenwite, specializzato in febbri infettive. Il medico ha ucciso un collega, per un antico sgarbo accademico, usando una mosca velenosa che la leggenda dice si impossessi dell’anima di chi ha punto. Il 21 di gennaio, Slauenwite comincia a sospettare che una mosca lo perseguiti. Cerca scampo nella città sudafricana di Bloemfontein, ma si accorge che l’insetto lo segue, e pare dotato di intelligenza umana, capace addirittura di tracciare numeri e segni. Il racconto si chiuderà di lì a due giorni, con un colpo di scena, nella “calura del mese di gennaio” dell’emisfero sud.

Dicono del libro
“Terrore insondabile e soprannaturale, inquietanti e apocalittiche visioni: tutto l’immaginario di follia e orrore di Howard P. Lovecraft è raccolto in queste pagine densissime. Interi universi prendono forma dalla sua sapiente penna, governati da leggi fisiche ignote, popolati da creature inimmaginabili e da terrificanti minacce. L’uomo è solo al centro di un cosmo nel quale il terrore proviene dagli abissi della mente come dai più remoti recessi dello spazio, un mondo nel quale la paura è la dimensione dell’essere. Tutto ciò sottintende la teoria lovecraftiana secondo cui smascherare e affrontare i propri incubi più angoscianti è l’unico modo per esorcizzarli”
(dall’ed. Newton Compton, op. cit.)

 

Altre storie che accadono oggi

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“… potrete attendere senza pericolo tempo migliori. Tra un anno, il 21 gennaio…”
Honoré de Balzac, Un episodio ai tempi del Terrore

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“… Gennaio 21, sabato. Solo uno poteva ridere mentre Derossi diceva dei funerali del Re, e Franti rise…”
Edmondo De Amicis, Cuore

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“… Il mattino del 21 gennaio, Lu Ci-min, l’ermetico capo della Cina… ateo com’era, si tolse la vita”
Dino Buzzati, La lezione del 1980

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“… È nato il 21 gennaio 1919, Ben, c’è scritto sul necrologio…”
Daniel Pennac, Il paradiso degli orchi (segnalazione di Matteo Piccioni)

20 Gennaio

20 gennaio 2013

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 “Non ti ricordi? Noi eravamo insieme in questo castello: ma sono memorie terribili! Non le evochiamo.”
“Sarebbe impossibile; io le ho dimenticate.”
“Le ricorderai dopo la tua morte”.
“Quando?”
“Fra venti anni, al venti di gennaio; i nostri destini, come le nostre vite, non potranno ricongiungersi prima di quel giorno.”

Igino Ugo Tarchetti, Le leggende del castello nero, 1869, in Racconti fantastici, Bompiani, 1993, p. 62

 Ambientato fra il 1830 e il 1850, questo breve racconto tocca  le corde del fantastico: la memoria di vite precedenti, oggetti che vengono dal passato, apparizioni, sogni, presagi, meditazioni sul tempo (“E d’altra parte come sentiamo noi di vivere nell’istante?”). Proprio in sogno, il protagonista viene a conoscere fatti che lo hanno riguardato trecento anni prima e, insieme, la data della sua morte. La cifra 20, ripetuta in più occasioni, chiuderà anche il racconto. 

 

Dicono del libro
“Tarchetti fu tra gli esponenti più caratteristici della Scapigliatura; entrato nella storia letteraria per una sua particolare nebulosità romantica, amato forse più per la sua vitalità artistica e per quello che avrebbe potuto dire e non ebbe il tempo di dire, morendo a meno di trent’anni. I cinque Racconti fantastici … assumono il valore di tracce dell’uomo Tarchetti”
(dalla quarta di copertina dell’ed. Bompiani, op. cit.)

 

 

Altre storie che accadono oggi

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“… Un pomeriggio (era il 20 gennaio 1839) Bouvard che, come al solito, si trovava seduto al suo tavolo d’ufficio, ricevette una lettera…”
Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet

 

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“… 20 gennaio 1938. L’io vischioso. Mi vien data una buona, una buonissima notizia e mi tira gioiosamente su di morale…”
Michel Tournier, Il re degli ontani

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“… Non occupa alcun posto nel tempo della nostra storia, solo una data, 20 gennaio…”
Annie Ernaux, Passione semplice

 

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20 de enero, La Oreja de Van Gogh (segnalazione di Michele Brescia)

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 “Non ti ricordi? Noi eravamo insieme in questo castello: ma sono memorie terribili! Non le evochiamo.”
“Sarebbe impossibile; io le ho dimenticate.”
“Le ricorderai dopo la tua morte”.
“Quando?”
“Fra venti anni, al venti di gennaio; i nostri destini, come le nostre vite, non potranno ricongiungersi prima di quel giorno.”

Igino Ugo Tarchetti, Le leggende del castello nero, 1869, in Racconti fantastici, Bompiani, 1993, p. 62

 Ambientato fra il 1830 e il 1850, questo breve racconto tocca  le corde del fantastico: la memoria di vite precedenti, oggetti che vengono dal passato, apparizioni, sogni, presagi, meditazioni sul tempo (“E d’altra parte come sentiamo noi di vivere nell’istante?”). Proprio in sogno, il protagonista viene a conoscere fatti che lo hanno riguardato trecento anni prima e, insieme, la data della sua morte. La cifra 20, ripetuta in più occasioni, chiuderà anche il racconto. 

Dicono del libro
“Tarchetti fu tra gli esponenti più caratteristici della Scapigliatura; entrato nella storia letteraria per una sua particolare nebulosità romantica, amato forse più per la sua vitalità artistica e per quello che avrebbe potuto dire e non ebbe il tempo di dire, morendo a meno di trent’anni. I cinque Racconti fantastici … assumono il valore di tracce dell’uomo Tarchetti”
(dalla quarta di copertina dell’ed. Bompiani, op. cit.)

 

19 Gennaio

19 gennaio 2013

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E così fu deciso. Lasciai la scuola a Natale e il 19 gennaio, giorno del mio compleanno, circa un anno dopo che Konradin era entrato nella mia vita, partii per l’America. Prima della partenza ricevetti due lettere. La prima, in versi, era il prodotto degli sforzi congiunti di Bollacher e di Schulz:
Piccolo Yid – vogliamo dirti addio / che tu raggiunga all’inferno i senzadio / Piccolo Yid – ma dove te ne andrai? / Nel paese da cui non si torna giammai? / Piccolo Yid – non farti più vedere / se vuoi crepare con le ossa intere.
La seconda invece, diceva:

Mio caro Hans, questa è una lettera difficile. Prima di tutto voglio dirti quanto mi dispiaccia che tu stia per partire per l’America. Non dev’essere facile per te, che ami tanto la Germania, ricominciare una nuova vita in un paese con cui né io né te abbiamo niente in comune e mi immagino l’amarezza e l’infelicità che devi provare. Tuttavia, questa è la soluzione più saggia, date le circostanze

Fred Uhlman, L’amico ritrovato, 1971, tr. it. M. Castagnone, Feltrinelli 1986, p. 83

La data del 19 gennaio segna la fine di una fase felice della vita di Hans, giovane studente ebreo, mandato dalla famiglia negli Stati Uniti per salvarsi dalle persecuzioni naziste incombenti. E’ la data della partenza, che lo allontana dall’amico Konradin (l’amico che “ritroverà”, in un modo inaspettato e toccante alla fine del racconto); è la data del suo compleanno ed  è anche la data di nascita dello scrittore Fred Uhlman, nato a Stoccarda il 19 gennaio del 1901. 

Dicono del libro
“Due ragazzi sedicenni frequentano la stessa scuola esclusiva. L’uno è figlio di un medico ebreo, l’altro è di ricca famiglia aristocratica. Tra loro nasce un’amicizia del cuore, un’intesa perfetta e magica. Un anno dopo, il loro legame è spezzato. Questo accade in Germani, nel 1933… Racconto di straordinaria finezza e suggestione, L’amico ritrovato è apparso nel 1971 negli Stati Uniti”
(dalla quarta di copertina delled. Feltrinelli, op. cit.)

Altre storie che accadono oggi

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“…Le cinque erano appena suonate, quel mattino del 19 gennaio, quando Bessie entrò con una candela…”
Charlotte Brontë, Jane Eyre

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“… Così fino al diciannove gennaio. Fu una di quelle giornate di Buenos Aires in cui l’uomo si sente non soltanto maltrattato e oltraggiato dall’estate…”
Jorge Luis Borges, There are more things. Il libro di sabbia

pittura
Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969
Alighiero Boetti

 

18 Gennaio

18 gennaio 2013

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Era il diciotto gennaio del trentasette. A tarda sera, su una neve scrocchiante indurita dai passi, mentre il cielo sembrava promettere ancora neve, tanta neve quanta ne può desiderare solo chi sa come essa gli sia propizia, vidi Jan Bronski attraversare la strada e, a monte del mio appostamento, passare senza levare lo sguardo davanti alla gioielleria, poi, dopo un attimo di esitazione, fermarsi come obbedendo a un richiamo; si voltò – o meglio fu voltato – ed ecco Jan fermo davanti alla vetrina, sotto i silenti aceri dai rami carichi di neve

Günter Grass, Il tamburo di latta, 1959, tr. it. L. Secci, V. Ruberl, ed. cons. Feltrinelli 1974, p. 126

Decenni di storia europea sono ripercorsi in questo romanzo, dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra, osservati dalla città di Danzica (la città dello scrittore Grass) e narrati dal personaggio di Oskar Matzerath. Nato, nella narrazione, i primi di settembre del 1924, forse frutto della relazione adulterina della madre con il cugino Jan Bronski, Oskar ha deciso di fermare la sua crescita all’età (e all’altezza) dei tre anni, coltivando un antagonismo nei confronti del mondo, che si esprime nell’ossessione verso un tamburo di latta, da cui non si separa mai, e nella capacità di spaccare i vetri con la voce. Nell’anno 1937, in pieno regime nazionalsocialista, Oskar si dedica a far cadere in tentazione concittadini e parenti, aprendo – con la sua voce potente – delle fessure nei vetri delle gioiellerie, attraverso cui le persone, inevitabilmente, sottraggono preziosi e si trasformano in ladri. La sera del 18 gennaio, in un paesaggio innevato, Oskar sta per tentare il suo presunto padre Jan, che ruberà una collana di rubini per la mamma.
La data del 18 gennaio richiama, nella storia germanica, la proclamazione di Gugliemo I imperatore, nel 1871. 

Dicono del libro
“In questo fragoroso romanzo è narrata la storia del nano, paranoico, mistico Oskar Matzerath, il quale, chiuso in un manicomio in seguito a memorabili eventi, decide di narrare, di rievocare sul suo tamburo, la sua vita, che si intreccia intimamente con la storia della Germania della prima metà del secolo”
(dalla quarta di copertina ed. Feltrinelli, op. cit.)

 

Altre storie che accadono oggi

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“… 18 gennaio. Il mattino continuammo in direzione sud, con tempo favorevole come prima. Mare liscio come olio…”
Edgar Allan Poe, Le avventure di Gordon Pym

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“… hanno l’onore di invitare i signori Loisel alla serata che si svolgerà lunedì 18 gennaio…”
Guy de Maupassant, La collana

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“… Il 18 gennaio morì Bruce Chatwin, a Nizza, in casa della sua amica Shirley Conran…”
Salman Rushdie, Joseph Anton (segnalazione di @SimoneLiuzzi)« »

Era il diciotto gennaio del trentasette. A tarda sera, su una neve scrocchiante indurita dai passi, mentre il cielo sembrava promettere ancora neve, tanta neve quanta ne può desiderare solo chi sa come essa gli sia propizia, vidi Jan Bronski attraversare la strada e, a monte del mio appostamento, passare senza levare lo sguardo davanti alla gioielleria, poi, dopo un attimo di esitazione, fermarsi come obbedendo a un richiamo; si voltò – o meglio fu voltato – ed ecco Jan fermo davanti alla vetrina, sotto i silenti aceri dai rami carichi di neve

Günter Grass, Il tamburo di latta, 1959, tr. it. L. Secci, V. Ruberl, ed. cons. Feltrinelli 1974, p. 126

Decenni di storia europea sono ripercorsi in questo romanzo, dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra, osservati dalla città di Danzica (la città dello scrittore Grass) e narrati dal personaggio di Oskar Matzerath. Nato, nella narrazione, i primi di settembre del 1924, forse frutto della relazione adulterina della madre con il cugino Jan Bronski, Oskar ha deciso di fermare la sua crescita all’età (e all’altezza) dei tre anni, coltivando un antagonismo nei confronti del mondo, che si esprime nell’ossessione verso un tamburo di latta, da cui non si separa mai, e nella capacità di spaccare i vetri con la voce. Nell’anno 1937, in pieno regime nazionalsocialista, Oskar si dedica a far cadere in tentazione concittadini e parenti, aprendo – con la sua voce potente – delle fessure nei vetri delle gioiellerie, attraverso cui le persone, inevitabilmente, sottraggono preziosi e si trasformano in ladri. La sera del 18 gennaio, in un paesaggio innevato, Oskar sta per tentare il suo presunto padre Jan, che ruberà una collana di rubini per la mamma.
La data del 18 gennaio richiama, nella storia germanica, la proclamazione di Gugliemo I imperatore, nel 1871. 

Dicono del libro
“In questo fragoroso romanzo è narrata la storia del nano, paranoico, mistico Oskar Matzerath, il quale, chiuso in un manicomio in seguito a memorabili eventi, decide di narrare, di rievocare sul suo tamburo, la sua vita, che si intreccia intimamente con la storia della Germania della prima metà del secolo”
(dalla quarta di copertina ed. Feltrinelli, op. cit.)