Tempo di Street Art, di Francesco Maglione

 

Hanno molto a che fare con il tempo le opere di Peregrine Church e Nèle Azevedo, due artisti che apparentemente sembrano non avere niente in comune;  in realtà le loro opere di street art rivelano la presenza attiva di due aspetti del tempo: il tempo come agente atmosferico che controlla la vita dell’opera, il suo essere presente o meno; e il tempo come agente modificatore dell’opera, la quale con il passare del tempo (ore, giorni, mesi, anni) si rovina, si decompone, si annulla.

Peregrine Church (Alaska, 1993) è l’ideatore dei Rainworks, interventi di street art invisibili ad occhio nudo a meno che la strada non sia bagnata, come in una giornata di pioggia. Il trucco sta nell’uso di un materiale speciale: disegni, slogan e versi di canzoni che costituiscono gli interventi si mostrano ai passanti per il contrasto fra la superficie stradale umida e quella asciutta, che rimane tale, e quindi più chiara dell’altra, perché trattata con una vernice idrorepellente, trasparente, biodegradabile, non tossica e che non rende il marciapiede scivoloso. Ogni Rainwork dura in media cinque mesi ma può andare oltre a seconda di quanto traffico pedonale debba sopportare, è più vivo durante le prime due settimane poi sbiadisce poco a poco fino a svanire del tutto. Di conseguenza, essendo opere temporanee, con messaggi che vanno e vengono, senza scopi commerciali, non sono illegali, anzi per le autorità locali sono utili a riqualificare i quartieri della città, a renderli più divertenti. A Seattle (Washington), la città più piovosa della costa ovest statunitense, Church vuole infatti trasformare la pioggia, in genere causa di malumore, in uno strumento per rivelare messaggi che riescano a strappare un sorriso ai passanti. Come dice l’artista in un’intervista: “Sono felice di dare alla gente qualcosa per cui sorridere”. Ma attraverso le sue opere l’artista cerca anche di spostare l’attenzione su problematiche ambientali e sulle campagne contro gli sprechi.
street art church maglione

Sicuramente capace di tirare su di morale grandi e piccoli è l’intervento che recita “Attention ground is now lava” e ci invita a immaginare il marciapiede come una lingua di lava incandescente nella quale troviamo dei sassi – macchie rese asciutte dal trattamento – su cui saltare per raggiungere sani e salvi la fine del marciapiede dove ci aspetterà la scritta “Congratulations” per essere riusciti nell’impresa. Carpe diem invece richiama un verso di una delle più celebri Odi di Orazio (“Carpe diem, quam minimum credula postero” / “ruba un giorno (al tempo), confidando il meno possibile nel domani”). Il poeta latino invitava il lettore a essere responsabile del proprio tempo, ad afferrare un istante dall’irrefrenabile flusso del tempo e a fidarsi poco dell’imprevedibile futuro. La stessa consapevolezza della transitorietà e precarietà dell’esistenza è presente alla base dei Rainworks che svaniscono una volta ristabilitosi il bel tempo e asciugatosi l’asfalto non trattato che li circonda.

Come i Rainworks di Church anche Melting men (uomini che si sciolgono), l’installazione dell’artista brasiliana Néle Azevedo, è condizionata dal clima, dagli agenti atmosferici e dal passaggio del tempo.
meltingmen

Néle Azevedo (Santos Dumont, Brasile 1950) dal 2002 ha cominciato a realizzare interventi a Brasilia, Tokyo, Parigi, Berlino, Firenze, nell’ambito del progetto Minimun Monument, una critica ai tipici monumenti presenti in tutte le città del mondo che ha portato l’artista a concepire quello che potremmo definire un anti-monumento in quanto, in un’azione dalla breve durata, ne sovverte i canoni ufficiali. In Melting men infatti troviamo al posto del protagonista, l’anonimo; al posto di figure solitarie, una moltitudine; al posto della scala monumentale, la scala minima di corpi alti 20cm circa; al posto della solidità della pietra e del bronzo, la temporaneità del ghiaccio. Minimum monument quindi pone al centro non più il singolo, l’eroe, il condottiero, il personaggio illustre, ma la massa, la moltitudine, l’uomo comune, brutto o bello, debole o forte che sia non importa, tanto che gli omini di ghiaccio sono modellati su stampi che non conferiscono loro particolari connotati o una fisionomia singolare, bensì sono tutti uguali. Vagamente essi ricordano gli Archeologi di Giorgio De Chirico, caratterizzati da teste senza volto, prive di tratti somatici, ma a differenza di quest’ultimi, gli omini della Azevedo non sono simbolo di compattezza e solidità, ma fugaci rappresentanti della mutabilità dell’acqua che dallo stato solido velocemente passa a quello liquido, dettando la fine dell’opera. Il lavoro della Azevedo è stato adottato dagli ambientalisti di tutto il mondo come messaggio d’allarme per i cambiamenti climatici e lo scioglimento dei ghiacciai artici. Questa interessante versatilità non dispiace all’artista che spiega: «un’opera d’arte è soggetta a diverse letture, quindi sono contenta che questo lavoro si presti a interpretazioni così importanti». Francesco Maglione


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