28 Ottobre

28 ottobre 2018

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Accanto alla finestra è appeso un termometro, leggo la temperatura della stanza: diciotto gradi. Piuttosto gradevole: Eppure ho freddo. Vado nell’ambulatorio, prendo un’aspirina. Sarai forse sorpreso di quanto siano precisi i miei ricordi di quel giorno, di quelle ore. Ci ricordiamo con tanta esattezza soltanto degli avvenimenti storici dei quali siamo stati testimoni oculari, oppure delle circostanze in cui è avvenuta la morte di una persona cara, e ne parliamo allo stesso modo, con l’identica assurda pedanteria: era martedì, l’una e mezza del pomeriggio, il ventotto di ottobre

Sándor Márai, Divorzio a Buda, 1935, tr. it. L. Sgarioto, Adelphi, Milano, 2002, p. 170

La vita del giudice Kristóf Kómives, nella città di Budapest, fra le due guerre, segue un ritmo regolare, e i giorni scorrono seguendo il calendario pubblico delle udienze civili e quello privato della famiglia. Alla vigilia di una causa di divorzio che deve presiedere, l’uomo riceve la visita di un suo vecchio compagno di scuola – Imre Greiner – che ora è medico ed è uno dei coniugi il cui matrimonio – con una donna di nome Anna – dovrebbe essere sciolto l’indomani. Entrambi alle soglie dei quarant’anni, il giudice e il dottore non si sono mai frequentati, ma le loro vite sono strette da un nesso imprevedibile e involontario, che verrà svelato nel corso del lungo racconto che Imre  fa al giudice. La memoria gioca un ruolo decisivo, sia per Kristóf che ascolta episodi del passato a cui non aveva più ripensato (se non in sogno), sia per il medico, che rievoca i più minuti dettagli del giorno in cui la realtà ha perso, per lui, il suo senso familiare, pur rimanendo tutte le cose – in apparenza – al loro posto, nello spazio e nel tempo. 

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25 Ottobre

25 ottobre 2018

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Poi scoppiò la rivoluzione e per ognuno di noi, anche se in momenti diversi, l’esistenza cambiò. Per qualcuno, ciò avvenne quando salì a bordo di una nave a Sebastopoli, per altri quando i soldati di Budennyj entrarono in un villaggio della steppa. Per me, nel bel mezzo della placida vita di Pietroburgo. Non c’erano lezioni al Conservatorio. Mitenka, che era a Pietroburgo già da un mese (era venuto a studiare composizione), arrivò da noi la mattina del 25 ottobre, mentre la mamma era a letto con l’influenza. Suonò il piano, mangiammo, poi si addormentò. Come mi ricordo quel giorno! Non so perché, ero indaffarata a cucire qualcosa. La sera giocammo a carte tutti e tre, mi rammento persino che a cena avevamo mangiato manzo e cavolo

Nina Berberova, L’accompagnatrice, (1934) 1985, tr. it. L. Prato Caruso, Feltrinelli 1987, pp.15-16

Prima di diventare accompagnatrice di una famosa cantante, Sonečka, la giovane pianista russa che narra questa storia, ha vissuto nella povertà e nell’umiliazione. Figlia unica di una professoressa di pianoforte, non ha mai conosciuto il padre – un giovanissimo allievo della madre- e vive delle scarse lezioni di piano che si riescono a impartire, negli anni che seguono la rivoluzione d’ottobre. L’incontro – nel 1919 – con la cantante Marija Nikolaevna, bella, amata dagli uomini e acclamata dal pubblico, porterà un cambiamento fatale nella sua vita, fatta fino ad allora di poche  presenze. Tra queste c’è Mitenka, l’unico allievo rimasto alla madre. Grazie a lui, Sonečka conoscerà la cantante e la seguirà fino a Parigi, grazie alla visita che Mitenka fa alle due donne, a Pietroburgo la mattina del 25 ottobre, giorno indimenticabile per la catena di conseguenze imprevedibili a cui dà inizio.

 

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23 Ottobre | 23 octobre

23 ottobre 2018

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Un seul détail est décidément inventé: rien n’indique que le poète, ce 23 octobre 1875, fit à cheval la route d’Acoz à La Pasture. Mais il a à son crédit d’autres chevauchées plus longues. S’il fit ce jour-là ce trajet dans sa voiture, comme ce fut le cas dans les deux occasions suivantes, ses méditations en course de route n’en ont pas été changées.
Je me rends compte de l’étrangeté de cette entreprise quasi nécromantique. C’est moins le spectre d’Octave que j’évoque à près d’un siècle de distance qu’Octave lui-même, qui, un certain 23 octobre 1875, va et vient accompagné sans le savoir par une “petit-nièce” qui ne naîtra que vingt ans  après sa mort à lui, mais qui, en ce jour où elle à rétrospectivement choisi de le hanter, a environs l’âge qu’avait alors Madame Irénée. Tels sont les jeux de miroirs du temps. 

Marguerite Yourcenar, Souvenirs pieux, 1974

Un solo particolare è decisamente inventato: nulla indica che il poeta, quel 23 ottobre 1875, abbia percorso a cavallo la strada da Acoz a La Pasture. Ma si è a conoscenza di altre sue cavalcate ancora più lunghe. Se quel giorno egli fece il tragitto in carrozza, come nelle due occasioni successive, le sue meditazioni durante il percorso non furono certo diverse. Mi rendo conto della stranezza di questa operazione quasi negromantica. A un secolo di distanza, più che lo spettro di Octave, sto evocando Octave in persona, il quale quel certo 23 ottobre 1875 va e viene, senza saperlo, in compagnia di un “pronipote” che nascerà soltanto vent’anni dopo la sua morte, ma che il giorno in cui ha deciso di frequentarlo retrospettivamente ha circa l’età che aveva allora madame Irénée. Tali sono i giochi di specchi del tempo


Marguerite Yourcenar, Care memorie, 1974, tr. it. G. Cillario, Einaudi, 1981, p. 167

Il viaggio a ritroso lungo i rami della sua famiglia, in parte francese e in parte belga, conduce la scrittrice Marguerite Yourcenar a ricostruire la rete di esistenze e di relazioni che hanno condotto fino alla sua nascita, nel 1903. Ai dati storici documentati e ai ricordi di famiglia, vengono intercalate immaginazioni e deduzioni su quello che i suoi antenati – bisnonni, nonni, prozii – hanno fatto e provato durante le loro vite. In questa ricostruzione, si incontrano anche giorni inventati – come questo 23 ottobre. Un giorno nella vita del suo parente Octave Pirmez, scrittore e poeta, che la Yourcenar immagina in quei dettagli persi per sempre, impossibili da verificare, ma che forse si sono verificati, in una giornata di fine ottobre del 1875, nella campagna belga, proprio come lei li scrive.

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2 Ottobre

2 ottobre 2018

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Arrotolai il sacco a pelo, lo ficcai nello zaino, misi lo zaino sulle spalle, camminai fino alla stazione e lì chiesi all’impiegato come dovevo fare per tornare a Tokyo a quell’ora. Guardò l’orario dei treni e disse che se prendevo un treno notturno sarei arrivato a Osaka la mattina e da lì avrei potuto prendere lo Shinkansen per Tokyo. Ringraziai e con i cinquemila yen che mi aveva regalato il pescatore comprai un biglietto per Tokyo. Aspettando il treno comprai un giornale e guardai la data. Era il 2 ottobre 1970. Il mio viaggio era durato giusto un mese. Coraggio, torniamo alla realtà, mi dissi

Murakami Haruki, Norwegian Wood. Tokyo Blues, 1987, tr. it. G. Amitrano, ed. cons. Einaudi, 2006, p. 352

Su un aereo per Amburgo, ascoltando una versione orchestrale di Norwegian Wood dei Beatles, un uomo – un giapponese di trentasette anni – è preso dai ricordi del passato, dalle immagini di una ragazza, Naoko, frequentata una ventina di anni prima. Ha inizio così un percorso nella memoria e nel tempo, che si allunga “come le ombre al tramonto”. La prima immagine che rievoca è quella di un paesaggio autunnale, un prato attraversato dal vento di ottobre, una conversazione con Naoko. Gli anni sono quelli fra il 1968 e il 1970: la vita nel collegio per studenti a Tokyo, le manifestazioni all’università, le letture, i rapporti con i rari amici e le ragazze, i dubbi, le scomparse. Dopo la morte della ragazza, il narratore è partito per un viaggio senza una meta precisa, che si conclude con la decisione di tornare a Tokyo – il 2 di ottobre.

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14 Settembre | 14 Septembre

14 settembre 2018

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Derrière tel regard, à la place de la bonne pensée que j’avais cru y voir autrefois, c’était un désir insoupçonné jusque-là qui se révélait, m’aliénant une nouvelle partie de ce cœur d’Albertine que j’avais cru assimilé au mien. Par exemple, quand Andrée avait quitté Balbec, au mois de juillet, Albertine ne m’avait jamais dit qu’elle dût bientôt la revoir, et je pensais qu’elle l’avait revue même plus tôt qu’elle n’eût cru, puisque, à cause de la grande tristesse que j’avais eue à Balbec, cette nuit du 14 septembre, elle m’avait fait ce sacrifice de ne pas y rester et de revenir tout de suite à Paris. 

Marcel Proust, A la recherche du temps perdue, La prisonnière, 1923

Dietro un dato sguardo, in luogo del buon pensiero che avevo creduto scorgervi in passato, mi si palesava un desiderio sino allora insospettato, che mi alienava una nuova parte di quel cuore di Albertine che avevo creduto assimilato al mio. Per esempio, quando nel luglio precedente Andrée era partita da Balbec, Albertine non mi aveva detto che avrebbe dovuto rivederla presto; e io credevo anzi che l’avesse riveduta prima del previsto, a causa della grande tristezza che avevo provata a Balbec, in quella notte del 14 settembre, in cui Albertine mi aveva fatto il sacrificio di lasciare Balbec per tornare immediatamente con me a Parigi

Marcel Proust, La prigioniera (Alla ricerca del tempo perduto), 1923 (post.), tr. it. P. Serini, Mondadori 1973, pp.381-382

Era un 14 settembre – dice il narratore – quando Albertine acconsente a lasciare la località balneare chiamata Balbec per tornare con lui a Parigi. È un episodio che si riaffaccia alla sua memoria, mostrando – via via che viene ricordato alla luce di dettagli allora invisibili – un significato diverso da quello che era apparso quando avvenne e un altro aspetto di Albertine, la giovane amata gelosamente e tenuta come prigioniera nella casa parigina. Quello che sembrava un gesto di generosità (lasciare il mare, accompagnare il narratore a casa) si carica di ambiguità, quando si viene a sapere che Albertine – che aspettava a Balbec l’amica Andrée – quel giorno di settembre ebbe la notizia che l’amica sarebbe rimasta a Parigi. Molte decisioni, slanci e frasi di Albertine dissimulano intenzioni sconosciute, e talvolta menzogne, come quando la sua affermazione di aver incontrato lo scrittore Bergotte “il giorno prima” – il giorno in cui Bergotte muore – fa dubitare il narratore dell’esattezza dei giornali che riportano la data del fatto. Le informazioni attraversano la trama della realtà in tutte le direzioni temporali, interne ed esterne, modificandosi a ogni passaggio. Non ci sono timbri a data né verbali nella memoria, ma solo le tracce del “gioco formidabile” fatto continuamente con il tempo.

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11 Settembre | September 11

11 settembre 2018

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I’d walk around looking for him. I put up a few signs when I realized what had happened: “To the man who bought the vase at the estate sale on Seventy-fifth Street this weekend, please contact…”. But this was the week after September 11. There were posters everywhere.”
“My mom put posters of him”.
“What do you mean?”
“He died in September 11. That’s how he died.”

Jonathan Safran Foer, Extremely Loud and Incredibly Close: A Novel, 2005

“Camminavo sperando di incontrarlo. Ho persino attaccato dei volantini ‘All’uomo che ha comprato il tale vaso nella vendita della Settantacinquesima del tale weekend, si prega contattare…’ Ma era la settimana dopo l’11 settembre. C’erano manifesti dappertutto.”
“La mia mamma aveva attaccato la sua foto.”
“Non capisco.”
“Lui è morto l’11 settembre. È così che è morto”

Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, 2005, tr. it. M. Bocchiola, Guanda, p. 323

Oskar ha nove anni, una domanda buona per ogni argomento, moltissime convinzioni e un padre morto nel crollo delle Torri Gemelle. Un giorno, per caso, trova una busta con una chiave e il nome “Black”: inizia una ricerca nei cinque distretti di New York, un viaggio di crescita attraverso paure e sensi di colpa e la scoperta di una storia familiare già toccata dal dolore. Ritroverà il proprietario della chiave, il rapporto con la madre e scoprirà la figura, molto poetica, del nonno.
Il tempo si snoda su diversi registri e epoche: per Oskar è una gara di velocità contro un ricordo che può svanire, per il nonno è il momento della confessione, del racconto e della riconciliazione. Il riferimento a una data storica così riconoscibile proprio per la natura dell’evento, è quasi mai esplicita, nonostante la giornata sia spesso ripercorsa nelle ore, nei minuti e nei secondi che hanno cambiato la vita di molti.
Jonathan Safran Foer non scrive un libro sull’attacco al World Trade Center, quanto piuttosto, in soggettiva dagli occhi del bambino, un romanzo intenso sul rimpianto, sul tempo perduto e sul coraggio della memoria. (Commento di Daniela Collu)

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10 Settembre

10 settembre 2018

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Mio caro Hans,

ti scrivo questa lettera dalla prigione di Spandau il 10 settembre 1944, tre giorni prima di essere assassinato come i miei amici: Schulenburg, Stauffenberg, Moltke che, come me, hanno preso parte al complotto per uccidere Hitler. Non so se riceverai mai questa lettera. Mi aiuterebbe in un certo qual senso a morire; perché affronterei la morte con la coscienza più leggera, sapendo che essa può aiutarti a perdonarmi e a capire perché ho trattato te, l’unico vero amico che abbia mai avuto e amato, in modo così sleale e vigliacco. Mi ricordo come fosse oggi quando ci siamo conosciuti: poco dopo la mia iscrizione al Ginnasio Karl Alexander, in una pungente giornata invernale del 1932

Fred Uhlman, Un’anima non vile,1965 (1979), tr. it. B. Armando, Guanda 1987, p.11

I due compagni di scuola Hans e Konradin non si vedono da diversi anni, da quando Hans, di famiglia ebrea, ha lasciato la Germania per gli Stati Uniti, appena in tempo per non subire la persecuzione nazista. Sono stati grandissimi amici, malgrado l’epoca in cui si sono conosciuti evidenziasse le differenze fra di loro: nobile e sostenitrice di Hitler la famiglia di Konradin, borghese ed ebrea quella di Hans. È soprattutto la madre di Konradin a spingere il figlio verso la carriera di ufficiale nell’esercito. Ma il giovane non condivide la politica del partito nazionalsocialista e quando viene a conoscenza dello sterminio degli ebrei, si unisce al piano di Stauffenberg per uccidere Hitler. Il complotto fallisce e Konradin è imprigionato a Spandau, in attesa dell’esecuzione. Da lì, il 10 settembre, scrive la sua ultima lettera all’amico più caro – che vive ignaro in America -, sperando che lo raggiungano, prima o poi, le ragioni delle sue scelte e le memorie della loro amicizia.

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29 Agosto

29 agosto 2018

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Pietro la tira più dentro nel garage “Io ti sposo, sai” le dichiara (lo farà tra una licenza e l’altra, nel ’42, e per raggiungerlo lei salirà e scenderà da un numero incredibile di treni nelle stazioni più disparate, in Grecia, in Albania, a Sebenico). Le mani le rialzano i capelli e reggono la sua testa come il calice del Santo Graal, Pia lo guarda e nella notte è in realtà bellissima, gli occhi e i capelli sembrano crepitare di luce propria, e mentre gli risponde la sua voce ha l’odore dell’erba e delle prugne, dell’edera lungo il muro. Una notte da ricordare per sempre. Per sempre il garage, l’edera, il giorno: 29 agosto 1939

Rosetta Loy, La ragazza venuta per l’estate, 1984, in All’insaputa della notte, Garzanti 1990, p.126

Mentre la seconda guerra mondiale è sempre più vicina, in una famiglia in vacanza nella campagna di Casale nasce l’amore fra Pia Marcon, la ragazza venuta per l’estate a badare ai ragazzi, e Pietro, il figlio maggiore. Da una parte le notizie della guerra, i treni con i soldati, l’inquietudine, dall’altra i giochi in giardino, le letture di svago, i desideri. La notte del 29 agosto, Pia lascia il fidanzato del suo paese per Pietro che le promette di sposarla, come effettivamente farà, anche se quel “matrimonio di guerra, come si diceva allora”, sarà di breve durata. E la casa, il frutteto, il garage della promessa di matrimonio del 29 agosto verranno distrutte dai tedeschi.

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19 Luglio

19 luglio 2018

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Poi, le quattro pareti attorno erano coperte di stampe anch’esse guerresche: la battaglia di Calatafimi, la spedizione di Sapri, San Fermo, Aspromonte, la partenza da Quarto, la morte d’Anita; e di ritratti: quello di Mazzini e di Garibaldi, non c’è bisogno di dirlo, di Nino Bixio e di Stefano Canzio e di Menotti, di Felice Orsini e di Guglielmo Oberdan. Per giunta, nella parete di fronte, a mo’ di panoplia o di trofeo, ricordo della campagna del Trentino, Marco Leccio aveva appeso il suo vecchio schioppettone d’ordinanza incrociato con lo sciabolone d’ufficiale di Defendente Leccio suo padre. Sopra il motto di Garibaldi in grosse lettere: Fate le aquile; in mezzo il suo berretto di garibaldino e una fascetta di velluto – rosso s’intende – ov’erano affisse le medaglie. Più sotto, in cornice, una lettera scritta da lui il 19 luglio 1866 dal forte d’Ampola a un amico di Roma, con un ritaglio della bandiera austriaca presa in quel forte

Luigi Pirandello, Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea, 1919, Appendice a Novelle per un anno, Giunti, 1994, III, p. 2716

Marco Leccio è un ex garibaldino che ha combattuto nella battaglia di Bezzecca e ha dato ai suoi figli i nomi di Giuseppe, Anita, Nino, Canzio, in onore degli eroi del Risorgimento. La seconda figlia l’ha chiamata proprio Bezzecca, in ricordo della battaglia, ma la sorte ha voluto che si sposasse con un orologiaio svizzero, dal cognome tedesco. Avvenimento tanto più sgradevole ora che – nel momento della narrazione – sta cominciando la prima guerra mondiale e Marco Leccio, all’età di 67 anni, vorrebbe arruolarsi volontario, insieme a figli e nipoti. Non verrà preso e seguirà le vicende belliche – come dice il lungo titolo del racconto – su delle carte geografiche e su “una plastica in rilievo di cartapesta colorata”, nel suo studio, piccolo santuario di ricordi della battaglia combattuta il 21 luglio del 1866 e di cui fanno parte la bandiera e la lettera del 19 luglio.

 

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14 Luglio | Vierzehnte Juli

14 luglio 2018

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Ich ging an die Regale und griff eine Stadtgeschichte von Paris heraus, in der ich stehend blätterte. Da waren Pläne und Zeichnungen der Alten Viertel am linken Ufer. Und in meiner Erinnerung, stieg jener seltsame “Vierzehnte Juli” auf, den wir vor de Cidre-Wirtschaft in der schmalen uralten Rue de l’Hirondelle verbrachten, an einer Tonne sitzend und dem Tanz der bunten Mädchen aus dem benachbarten “Hotel” zuschauend.

Franz Hessel, Pariser Romanze, 1920

 

Mi diressi verso gli scaffali, ne estrassi una storia della città di Parigi e rimasi lì in piedi a sfogliarla. C’erano piante e disegni degli antichi quartieri sulla riva sinistra. E mi riaffiorò alla memoria quel singolare Quattordici Luglio che trascorremmo insieme davanti alla locanda del sidro, nell’angusta, vecchissima rue de l’Hirondelle, appoggiati a una botte a guardare la danza delle variopinte fanciulle del vicino Hotel

Franz Hessel, Romanza parigina, 1920, tr. it. E. Arosio, Adelphi, 1997, p. 31

Nel 1916, mentre – in una cittadina polacca di frontiera – attende di essere mandato al fronte, un giovane soldato tedesco scrive all’amico francese Claude. Non gli parla della guerra che li ha divisi, ma degli anni trascorsi a Parigi in compagnia di artisti, poeti, modelle, cameriere, abitando a Montparnasse, a Passy e attraversando la città in lungo e in largo, di notte e di giorno. Per sopravvivere al presente, si rifugia nella memoria di un tempo irripetibile e, mentre inizia a raccontare dell’incontro con Lotte, enigmatica diciannovenne con cui ha condiviso i vagabondaggi parigini, ricorda un episodio accaduto un Quattordici Luglio, uno dei tanti momenti perfetti della vita prima della guerra.

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Memoria per le date e tempo ciclico

Luglio 2018: diversi articoli riportano la ricerca di Valerio Santangelo e Patrizia Campolongo  su un gruppo di persone – donne e uomini di varia età – dotate di una formidabile memoria autobiografica. Come Funes nel racconto di Borges, i dettagli delle giornate trascorse, anche molto lontane nel tempo, tornano in superficie in modo vivido e inarrestabile.
“Non ho bisogno di un’agenda e non ho mai avuto il diario a scuola. È un dono che non riesci a spiegare agli altri. Per me il tempo è circolare: le cose successe 10 anni fa, le vivo come se fossero accadute oggi” – racconta una delle persone coinvolte in questa ricerca (fonte un articolo de La Stampa, 12 luglio 2018).
“Con il tempo ho imparato a scindere i ricordi del passato da quelli di oggi. La mia mente gli dà la stessa importanza. è come se vivessi un eterno presente. Se mi sveglio la mattina e vedo che è l’11 luglio mi vengono in mente tutti i compleanni di chi è nato quel giorno e quello che ho fatto l’11 luglio di ogni anno della mia vita”.
Le date funzionano come una griglia su cui appoggiare le esperienze, per poi  richiamarle, e non solo quelle macroscopiche, ma anche quelle minuscole, in apparenza ininfluenti e cancellabili.
Chi segue Diconodioggi sa che il repertorio di racconti organizzati per giorno in cui la storia si svolge nella finzione risponde a suo modo alla forza mnemonica della data: la data incontra – nel momento della lettura – il tempo presente, scatenando in chi legge una catena di ricordi anche autobiografici. 


Il calendario come sistema di memoria, la stringa giorno-mese come accesso al passato, che avviene seguendo percorsi profondi e misteriosi, anche sinestetici, come si legge ancora nell’articolo citato: “E la cosa particolare è che associo anche i colori, una sorta di sinestesia mentale:l’11 lo vedo nero, il luglio viola, il 2 rosso e lo 0 grigio”.
E come aveva raccontato nei suoi studi Oliver Sacks: vedi questo post sui colori delle date
(a.s.)

A questo link, notizie sulla ricerca Ipermemoria autobiografica

24 Aprile

24 aprile 2018

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È difficile enumerare gli ingredienti della poltiglia che Stëpa aveva nella testa. C’era la diavoleria con il berretto nero, la vodka gelata e l’incredibile contratto e, oltre a tutto, per gradire, anche il sigillo sulla porta! […] Dopo il ricordo dell’articolo, arrivava il ricordo di una conversazione ambigua svoltasi la sera del 24 aprile, proprio nella sala da pranzo, mentre Stëpa e Michail Aleksandrovič cenavano. In verità, la conversazione non si poteva definire ambigua nel senso pieno della parola (altrimenti Stëpa non ci si sarebbe avventurato): era una conversazione su un argomento inutile. Era una conversazione, cittadini, che si sarebbe potuto evitare di cominciare

Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, tr. it. M. Crepax, Feltrinelli 2011, p. 130

Stëpa,  il direttore del teatro Variété di Mosca, svegliatosi con un gran mal di testa, senza sapere “che ore fossero” “quale giorno della settimana, quale mese”, trova in camera uno sconosciuto, che si presenta come il professore di magia nera Woland. Non solo, la stanza del suo coinquilino, Michail Aleksandrovič Berlioz, è sigillata. Stëpa non ricorda di aver firmato con il mago un contratto per sette esibizioni, e non sa che Berlioz è stato investito da un tram. Né che fra poco si ritroverà a Jalta… Ricorda solo un dialogo, il 24 aprile, col suo amico e tutto è confuso, ambiguo, prodigioso, in questa primavera moscovita. 

 

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31 Gennaio

31 gennaio 2018

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Che M. fosse costretto a simulare quell’ultima sera – fu mercoledì 31 gennaio 1973 – quando arrivò all’improvviso dopo una lunga assenza, in compagnia della sua amica, molto più giovane di lui, una sua ex allieva, per restituire un libro preso in prestito (Musil: L’uomo senza qualità), era nella natura delle cose. Sapeva che era l’ultima sera della sua vita. Nella giacca a vento che la ragazza appese in corridoio doveva trovarsi la lettera che spedirono quella sera stessa: dissero che non potevano trattenersi, dovevano ancora andare alla posta

Christa Wolf, Trama d’infanzia, 1976, tr. it. A. Raja, edizioni e/o, 1992, pp. 126-7

Raffronti di date e continui salti dall’oggi (gli anni Settanta in cui il libro viene scritto) all’oggi (gli anni Trenta, Quaranta e oltre) della materia raccontata: la scrittrice tesse una vera trama nel tempo, mentre narra di Nelly, bambina e adolescente durante il Nazismo e la guerra, della sua famiglia, della sua città, passata dalla Germania alla Polonia, dei mutamenti di regime, delle ondate di paura, delle speranze, dell’aderenza al presente che continuamente si aggiorna.
Il libro è costellato di riflessioni sul tempo: “Il passato non è morto; non è nemmeno passato. Ce ne stacchiamo e agiamo come fosse estraneo” e soprattutto di date, come questa del 31 gennaio del 1973, un’incursione del ‘presente’ nell’allora (il 1935) che viene raccontato nella pagina.

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17 Dicembre

17 dicembre 2017

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Verso la fine del primo trimestre ci fu il concerto di Natale. Il 17 dicembre. Frédérique suonò il pianoforte. Beethoven, Sonata Op.49, n.2. Fu applaudita. Nella sala ci fu un silenzio tombale, trattenuto. La direzione ai primi posti, le professoresse, la negretta. Frédérique entrò come un automa, suonò con una certa passione, si inchinò come un automa, e gli applausi non sembrarono sfiorare le sue orecchie. È stata una grande pianista, quel giorno prima di Natale, Frédérique? Io credo di sì. Il suo modo di apparire colpiva. Era senza emozione, senza vanità, senza modestia, come se seguisse le sue spoglie. Afferrò i suoi polsi e le mani suonarono. Impassibile, ma negli occhi e nella bocca qualcosa aleggiò di fuggitivo. Una violenza dell’anima per una rara volta trasfigurò il suo viso, pur immobile. Frédérique tornò al suo posto

Fleur Jaeggy, I beati anni del castigo, 1989, ed. cons. Adelphi 1993, p.40

Il calendario segna il 17 dicembre in un collegio femminile nel cantone svizzero dell’Appenzell, con le sue foreste di abeti e le distese di neve. L’istituto Bausler è frequentato da ricche adolescenti provenienti da tutto il mondo, immerse nella disciplina del collegio. Nascono fra loro amicizie e attrazioni, come accade alla narratrice della storia. Il suo ideale è incarnato da Frédérique, un’affascinante sedicenne francese, di poco più grande di lei. Alla carismatica  Frédérique è affidato il concerto che il 17 dicembre chiude il primo trimestre. La sonata opera 49 n. 2 di Beethoven, perfettamente eseguita, risuona nella sala insieme con gli applausi e rimarrà impressa – insieme con la data del 17 dicembre (anniversario secondo alcuni della nascita di Beethoven) – nella memoria della narratrice. Quando, molti anni dopo, si troverà a raccontare di quel giorno, ecco che la radio, per caso, trasmette un concerto di Beethoven e lei si chiede “se Frédérique non mi stia perseguitando mentre scrivo di lei. Spengo la radio. E torna il silenzio”. 

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19 Luglio

19 luglio 2017

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Poi, le quattro pareti attorno erano coperte di stampe anch’esse guerresche: la battaglia di Calatafimi, la spedizione di Sapri, San Fermo, Aspromonte, la partenza da Quarto, la morte d’Anita; e di ritratti: quello di Mazzini e di Garibaldi, non c’è bisogno di dirlo, di Nino Bixio e di Stefano Canzio e di Menotti, di Felice Orsini e di Guglielmo Oberdan. Per giunta, nella parete di fronte, a mo’ di panoplia o di trofeo, ricordo della campagna del Trentino, Marco Leccio aveva appeso il suo vecchio schioppettone d’ordinanza incrociato con lo sciabolone d’ufficiale di Defendente Leccio suo padre. Sopra il motto di Garibaldi in grosse lettere: Fate le aquile; in mezzo il suo berretto di garibaldino e una fascetta di velluto – rosso s’intende – ov’erano affisse le medaglie. Più sotto, in cornice, una lettera scritta da lui il 19 luglio 1866 dal forte d’Ampola a un amico di Roma, con un ritaglio della bandiera austriaca presa in quel forte

Luigi Pirandello, Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea, 1919, Appendice a Novelle per un anno, Giunti, 1994, III, p. 2716

 

Marco Leccio è un ex garibaldino che ha combattuto nella battaglia di Bezzecca e ha dato ai suoi figli i nomi di Giuseppe, Anita, Nino, Canzio, in onore degli eroi del Risorgimento. La seconda figlia l’ha chiamata proprio Bezzecca, in ricordo della battaglia, ma la sorte ha voluto che si sposasse con un orologiaio svizzero, dal cognome tedesco. Avvenimento tanto più sgradevole ora che – nel momento della narrazione – sta cominciando la prima guerra mondiale e Marco Leccio, all’età di 67 anni, vorrebbe arruolarsi volontario, insieme a figli e nipoti. Non verrà preso e seguirà le vicende belliche – come dice il lungo titolo del racconto – su delle carte geografiche e su “una plastica in rilievo di cartapesta colorata”, nel suo studio, piccolo santuario di ricordi della battaglia combattuta il 21 luglio del 1866 e di cui fanno parte la bandiera e la lettera del 19 luglio.

 

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Due fragranze del tempo: Byung-Chul Han e Carlo Rovelli

Se fosse possibile pubblicare e condividere un sapore o un odore, sarebbe quello il modo ideale per iniziare questo post, che presenta due libri affascinanti, uno del filosofo Byung-Chul Han e l’altro del fisico Carlo Rovelli.

Da prospettive diverse – la scienza della cultura e la gravità quantistica – i due autori affrontano il tema del tempo, risalendo lungo secoli di ricerche scientifiche e speculazioni filosofiche, con l’obiettivo il primo, Byung-Chul Han, di proporre un’idea di “vita contemplativa” che rallenti l’affanno del tempo attuale; il secondo, Carlo Rovelli, di mostrare che il tempo è un elemento emergente a una certa scala della nostra percezione e descrizione del mondo.
La parola tempo è usata evidentemente in contesti e a livelli differenti, ma vuoi per la perizia degli autori che rendono accessibili concetti specialistici attingendo fuori del proprio specialismo, vuoi per una convergenza di riferimenti, metafore, affacci sulla poesia e sul pensiero orientale, i due libri vivono in una zona di “buon vicinato”.
Il titolo del primo è Il profumo del tempo, in tedesco (l’autore Byung-Chul Han è di origine coreana e insegna a Berlino) Duft der Zeit. Sottotitolo L’arte di indugiare sulle cose.
Il libro di Rovelli si chiama L’ordine del tempo (da una frase del filosofo Anassimandro) e un capitolo è intitolato Il profumo della madeleine, con riferimento al dolcetto che, immerso nel tè ai fiori di tiglio, riporta il narratore della Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust nel mondo immenso del suo passato.
Il profumo dunque, in rapporto con il tempo. L’olfatto come veicolo di un viaggio nella memoria che schiude alla coscienza “vasti territori” (Rovelli) e “ampi spazi di tempo” (Han).

Analista dei mutamenti sociali e individuali legati alla tecnologia e alla globalizzazione, Han parte dalla considerazione che l’attuale società iperconnessa ha perso il “profumo” del tempo, la tensione narrativa profonda, l’“orbita delle cose”. 
L’episodio narrato da Proust è l’occasione per l’autore di indagare la potenza iconica e narrativa dell’olfatto, immaginando che una società dominata dai profumi – a differenza della società dominata dalle immagini e dalle misurazioni discrete del tempo – si nutrirebbe “del ricordo, della memoria, della lentezza e della permanenza”.
All’incirca alla metà del libro, dopo aver percorso i sentieri del pensiero di Heidegger, Han ci porta nella Cina antica, dove erano in uso degli orologi “profumati”, gli orologi a incenso: 香印 (hsiang yen, letteralmente “sigilli di profumo”).
Si tratta di manufatti raffinati, composti di un recipiente dove viene fatto bruciare l’incenso che si consuma nella forma di un sigillo, composto di uno o più segni che formano una parola o un detto.


Mentre il profumo riempie lo spazio, l’incenso si trasforma in cenere che a sua volta prende la forma del segno scritto nel sigillo, in un processo che allude al fluire e al trasformarsi. “Il tempo che profuma non scorre né passa. E nulla si svuota”, come accade invece negli orologi a sabbia o ad acqua. Il profumo “spazializza il tempo, conferendogli in tal modo la parvenza della durata”.

Fisico teorico, Carlo Rovelli arriva al tema del profumo nella terza parte della sua trattazione. Dopo aver discusso e smontato una a una le qualità del tempo come sono trapassate dalla fisica classica al linguaggio corrente: il tempo come qualcosa di uniforme che scorre dal passato al futuro, il presente come uno stato comune a tutto l’universo, l’ordine causale degli accadimenti; dopo essersi affacciato nel “mondo senza tempo” descritto dalla fisica attuale, nelle cui equazioni fondamentali il “tempo” sparisce; ecco che giunge il momento di considerarlo dalla parte dell’essere umano, che è in qualche modo l’inventore del tempo, poiché è solo dalla prospettiva umana che il tempo è quello che è: “la sorgente della nostra identità”, “la forma con cui noi esseri il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione interagiamo con il mondo”.
È a questo punto della trattazione che l’olfatto fa la sua comparsa: il profumo e il sapore del dolcetto di Proust riportano alla percezione istantanea del protagonista una miriade di ricordi, in un ordine che non ha a che fare con la linearità, col prima e il dopo, con la causa e l’effetto; ricordi che emergono in un tempo infrasottile, a riprova – e a garanzia – di un’identità profonda e peculiare, fatta di relazioni incessanti fra gli eventi e le loro tracce.
Il terzo movimento del libro del fisico Rovelli si svolge nella mente umana, nell’attività del cervello, nelle cui sinapsi tracce di passato permangono e si modificano senza pausa.
È da lì che il tempo rivela il suo ordine, riversandolo nella nostra nicchia biochimica dominata da cicli di 24 ore, nel nostro punto di osservazione locale sul cosmo, nella nostra capacità innata di ricordare (e dimenticare), nella nostra invenzione del linguaggio narrativo.

Scanditi dai versi delle Odi di Orazio, i capitoli del libro di Rovelli sono tappe di un viaggio straordinario che fa incontrare pensiero scientifico e racconto, invitando a riformulare le domande consuete da un altro punto di vista, a considerare le nozioni acquisite di tempo suscettibili di rovesciamenti anti-intuitivi, come lo furono la rotazione della terra, la relatività, l’indeterminazione.
Time: the Familiar Stranger. Tempo, lo straniero familiare, l’inquietante vicino: con questa immagine Julius T. Fraser, fondatore nel 1966 dell’International Society for the Study of Time (a cui questo blog è collegato per diversi motivi e occasioni) ha definito il tempo. Una struttura complessa e stratificata a cui ci avviciniamo per approssimazioni, sfocature, metafore. E le metafore – scrive Byung-Chul Han – “sono come profumi sprigionati dalle cose, quando queste stringono tra loro amicizia”.

Antonella Sbrilli (@asbrilli)

Byung-Chul Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose (2009), tr. it. Claudio Aleandro Bonaldi, Vita e Pensiero, Milano 2017

Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, Milano 2017

La mostra Dall’oggi al domani prosegue in Realtà Virtuale

La mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea – che per 155 giorni ha scandito il tempo al Macro di Roma, via Nizza – si è chiusa fisicamente  il 2 ottobre 2016.
Le opere sono state staccate dalle pareti e tolte dalle teche, le installazioni smontate… Eppure qualcosa – oltre al catalogo e alle tante foto e interazioni sui social network – rimane, di questa mostra che ha abitato e animato le sale al primo piano del Museo Macro, qualcosa che riguarda la sua dimensione spaziale. Di che si tratta?
Di una versione in Realtà Virtuale, esplorabile tramite appositi visori, che consente di muoversi negli spazi della mostra, girare intorno alle installazioni, fermarsi sulle pareti, entrare nella stanza di Beninati, girovagare, avere una visione d’insieme e di dettaglio di una ventina di opere fra quelle esposte. Un percorso che consente di ricollocare ogni opera nel luogo in cui si trovava, di coglierne le relazioni di vicinanza con le altre, il dialogo che si percepisce – dal vivo – durante una visita museale. E che l’esplorazione virtuale può di nuovo suggerire, ponendosi come un modo consistente di mantenere la memoria di un evento temporaneo, come appunto una mostra.

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Realizzata in collaborazione con la Ripartizione Cultura della Provincia Autonoma di Bolzano, la versione in Realtà Virtuale della mostra romana è visitabile presso il Centro Trevi di Bolzano (via Cappuccini 28), all’interno dei progetto multimediale  Il Cerchio dell’arte, che propone continue sperimentazioni sugli scambi fra arte, tecnologie, comunicazione e didattica. Dedicato ogni volta a un tema diverso, Il Cerchio dell’arte sviluppa quest’anno il tema “tempo e denaro”, proponendo ai visitatori un video immersivo, esplorazioni di opere tramite touch-screen, giochi e interazioni e anche la presenza di due dipinti in prestito.
Qui tutte le informazioni.
Per la presentazione della mostra in Realtà Virtuale: appuntamento  al Centro Trevi il 22 novembre 2016, ore 18:30, con Antonella Sbrilli e Alessandro Rizzi, che ha curato lo sviluppo tecnico di questa realizzazione.

Date a colori: in ricordo di Oliver Sacks

Scomparso il 30 agosto del 2015, il grande neurologo e scrittore Oliver Sacks – nella sua lunga e prolifica carriera (era nato a Londra nel 1933 e aveva insegnato alla Columbia University di New York) – ha avuto modo di occuparsi anche delle date.
Con il suo inconfondibile stile narrativo, che rende accostevoli i labirinti del cervello e delle emozioni, della memoria e dei comportamenti, attraverso il racconto di casi clinici e di esperienze personali, Sacks lascia delle pagine anche sul tema dei giorni. Si trovano negli studi raccolti col titolo Musicofilia. Racconti sulla musica e il cervello (2007, ed. it. Adelphi 2010), dove lo scienziato riporta l’esperienza del compositore Michael Torke che, sin da piccolo, associa la musica ai colori. Si tratta di una forma di sinestesia, per cui i brani musicali sono percepiti simultaneamente con sfumature cromatiche.

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Nel ripercorrere l’esperienza di Michael Torke, Sacks rivela che questa “istantanea congiunzione di sensazioni” riguardava anche esperienze non musicali: “per lui le lettere dell’alfabeto, i numeri e i giorni della settimana hanno tutti il loro particolare colore e anche una topografia o un paesaggio peculiari”.
E prosegue, in nota, con l’elenco delle associazioni (dal verde lunedì alla domenica nera) e con l’esempio eloquente: “Non appena si fa riferimento a una data, immediatamente nella mente di Michael appare il suo correlato cromatico e topografico. Domenica 9 luglio 1933 (la data di nascita di Sacks! n.d.r.),  per esempio, genererà  all’istante l’equivalente cromatico della domenica, e poi quello del giorno, del mese e dell’anno, spazialmente coordinati”.
Tale capacità è messa in relazione, infine, con la mnemotecnica: “questo tipo di sinestesia ha una certa utilità come aiuto per la memoria”.
Più avanti nel capitolo, Sacks racconta anche il caso dello psicologo e musicista Patrick Ehlen, dotato di una “sinestesia molto estesa” che riguardava – oltre ai suoni e ai rumori – le lettere, i numeri e ancora una volta i giorni della settimana. Una caratteristica che si riscontra sin dall’infanzia quando –  alla maestra che gli chiedeva che cosa stesse fissando – rispose di stare “contando i colori fino a venerdì'”.
www.oliversacks.com
Antonella Sbrilli @asbrilli

Metro di Tempo. “M” di Stefano Bartezzaghi

Come nel paese delle meraviglie di Carroll, l’ingresso attraverso il quale si entra nella metropolitana di Milano di Bartezzaghi è il Tempo.

Il metro non è un’unità di misura del tempo (anche se metri di legno sono usati a scuola per raffigurare la storia: gli anni in millimetri, i secoli in decimetri…), ma la metro, intesa come metropolitana, il tempo a suo modo lo misura, eccome.
“Prossimo treno fra due minuti” si legge nel display, e si fa il conto di che ore saranno fra due minuti; sei minuti fra una stazione e l’altra e si calcola l’ora di arrivo; mezz’ora, quaranta minuti per un intero percorso e si pianifica l’agenda della giornata. La metropolitana è a suo modo un orologio che si muove sotto la città e si muove, nel tempo di ognuno e di tutti, delle persone e della stessa città, nel modo zigzagante, diretto e avviluppato, in cui Stefano Bartezzaghi lo racconta nel libro M Una metronovela (Einaudi 2015).
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Il racconto che Bartezzaghi fa della metropolitana di Milano è intessuto nel tempo (e come potrebbe essere altrimenti?) ma, di più, mette in comunicazione la griglia macroscopica del tempo fisico con la percezione personale, fatta di attualità e memoria, di lampi e di limiti, di quel sapere e non-sapere di cui parla Sant’Agostino nelle Confessioni: “Che cos’è insomma il tempo? Lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede”.

San’Agostino è una fermata della linea 2 della metropolitana di Milano, una di quelle che Bartezzaghi conosce meglio e di cui racconta nel capitolo XVII (210); la fermata viene dopo Sant’Ambrogio, “come nella storia” e offre lo spunto all’autore per trattare dei nomi delle piazze, degli spiazzi, degli spazi cittadini con le loro forme. Fra queste forme – guarda un po’ proprio nel capitolo su Sant’Agostino – c’è anche l’orologio: un orologio da polso, col suo cinturino, è la figura evocata da Bartezzaghi per descrivere una piazza-non-piazza e un viale di Lambrate (212).
Come il tempo, la metro va sempre avanti; come il tempo, nella metro “non ci si può stare, è un luogo di passaggio” (220). Come il tempo, il tempo, nella metro di Bartezzaghi, è dappertutto.
C’è il tempo “tatuato” sui biglietti dalle vecchie obliteratrici e ancora più indietro nel tempo dai bigliettai, che li timbravano “a mano con giorno e ora” (26).
Ci sono i giorni della settimana: il lunedì e il giovedì della raccolta differenziata (14); i weekend (21) con i loro riti; la domenica del primo viaggio in metro da bambino (25) e la domenica nei parchi (115); il martedì e il sabato del mercato a Sant’Agostino (211).
Ci sono le stagioni: inverno (57); fine primavera, un pomeriggio torrido (65). I mesi: un luglio di fine secolo (237), quando un blackout interrompe l’erogazione della luce e il ritmo del tempo lavorativo.
Ci sono le parti del giorno, col loro carattere ciclico e l’individualità del lì e allora. Fra la pausa-pranzo (118), le sere prefestive (135), le notti, si contano tante mattine: la mattina presto e la tarda mattinata (42), una fredda mattina d’inverno (120), “un matin d’aprile, sensa l’amore” di una canzone di Jannacci (219); una mattina di giugno, a vent’anni, che diventa le tre del pomeriggio e sfocia in un temporale memorabile (221), unendo così la memoria di uno spazio di tempo con quella di un fenomeno del meteo. Del resto, il meteo è disseminato nel racconto della metro, che non è indipendente dalle condizioni atmosferiche (122) e un intero capitolo, Lo spirito del tempo (220), è dedicato a questo connubio, del tempo esterno e mutevole con il tempo del percorso sotterraneo.
Come in un Libro d’ore medievale, come in un breviario, nel racconto spazio-temporale di Bartezzaghi s’incontrano le ore (le 23, le 18, le 18.10 dell’orario dei treni), la mezzanotte, le tre del pomeriggio di agosto (208), l’ora dell’ultima metro (“Corri, ché questa è l’ultima metro”, 245) e i tempi della vita, infanzia, adolescenza, maturità e morte.
E poi i minuti, i secondi, i momenti, gli istanti (121), che portano al tema delle coincidenze (82, 87), degli incontri, degli incroci, del tempismo, delle occasioni.
Ci sono le date, un 2 novembre, il 18 aprile del 1996, quando il poeta Jacques Jouet tra le 5 e mezzo del mattino e le 9 di sera compie un intero percorso della metro parigina.
Ci sono le date nelle strade (un vecchio gioco di Bartezzaghi su La Stampa): XXIV Maggio, XII Marzo, XX Settembre, Cinque Giornate.
C’è il tempo della passeggiata, che ha un limite orario (10), il ritmo della camminata del pedone: “ha tempo? Non ha tempo?” (21).
Ci sono la puntualità e il ritardo (12), l’attesa e l’ansia, la fretta (81), il rallentamento (65), la pazienza, la durata delle passioni e degli stati d’animo, captati sulla linea dei viaggi (67), la sospensione (8), i soprusi sul tempo (38). Ci sono esperimenti sul tempo, legati all’ascolto e alla musica.
C’è poi il tempo interpolato della metronovela che fa da sottotitolo al libro, la met-com: una storia scandita in puntate di tre, quattro minuti, trasmessa dagli schermi nelle stazioni della metro, che si interrompe all’arrivo del treno, come un orologio narrativo, che riempie di fiction gli intervalli del tempo dei viaggiatori.
Dappertutto, nel racconto di Bartezzaghi, le M di metro, di Milano, di memoria si connettono, nel palinsesto di passaggi e sottopassaggi in cui impressioni, ricordi, imprinting si sono depositati per via di decenni di passi.
Come nel paese delle meraviglie di Carroll, l’ingresso attraverso il quale si entra nella metropolitana di Milano di Bartezzaghi è il Tempo.
(I numeri in parentesi si riferiscono alle pagine del libro di Stefano Bartezzaghi, M Una metronovela, Einaudi 2015)
Antonella Sbrilli @asbrilli

Diteci di oggi, Memorie di storie

Gioco Diteci di oggi – Pagina99 we: settimana 13 – 20 dicembre 2014 (si partecipa fino a lunedì 15 dicembre 2014)

Il blog Diconodioggi collabora con il settimanale Pagina99 con Diteci di oggi: una rubrica di giochi e interazioni che hanno a che fare con la scrittura e con il tempo raccontato, in particolare con le date che s’incontrano nella narrativa. Ecco la proposta per il gioco della settimana 13 – 20 dicembre:

memo“La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra”: è l’incipit delle Tigri di Mompracem di Salgari.
E nel romanzo La misteriosa fiamma della regina Loana di Umberto Eco, il protagonista, che ha perso la memoria autobiografica, ma tiene a mente pagine di letteratura, torna nella casa di campagna sperando di recuperare il passato, attraverso album di fumetti e libri, fra cui Conan Doyle e appunto Salgari.
Chi era il suo eroe – si chiede: Holmes o Sandokan? Qual era la figura e la pagina cui appigliarsi per recuperare i ricordi individuali?

L’invito per il prossimo numero è a indicare a quale personaggio e a quale pagina è affidata, dall’infanzia, una parte consistente della propria memoria di lettori e lettrici.

Si partecipa inviando i testi a giochi@pagina99.it fino a lunedì 15 dicembre, per permettere la scelta per la pubblicazione nel giornale di sabato 20 dicembre 2014.