11 Ottobre | the 11th of October

11 ottobre 2018

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for some seconds the light went on becoming brighter and brighter, and she saw everything more and more clearly and the clock ticked louder and louder until there was a terrific explosion right in her ear. Orlando leapt as if she had been violently struck on the head. Ten times she was struck. In fact it was ten o’clock in the morning. It was the eleventh of October. It was 1928. It was the present moment.
No one need wonder that Orlando started, pressed her hand to her heart, and turned pale. For what more terrifying revelation can there be than that it is the present moment? That we survive the shock at all is only possible because the past shelters us on one side and the future on another

Virginia Woolf, Orlando, 1928

Per qualche secondo la luce crebbe d’intensità, ella vide le cose sempre più chiare e nette, l’orologio ticchettò più forte, finché una tremenda esplosione giunse proprio all’orecchio di Orlando. Ella balzò, come se avesse ricevuto un violento colpo al capo. Per dieci volte fu colpita. Erano le dieci del mattino. Era l’11 ottobre. Era l’anno 1928. Era l’epoca presente. Nessuno si meraviglierà che Orlando trasalisse, che si premesse la mano sul cuore, che impallidisse. Quale rivelazione avrebbe potuto essere più terrificante di quella della nostra epoca? Se noi sopravviviamo all’urto, è solo perché il passato ci fa argine da una parte e il futuro dall’altra

Virginia Woolf, Orlando, 1928, tr. it G. Scalero, Mondadori, Milano, 1993, pp. 290-291

L’orologio, con la sua misurazione del tempo convenzionale, sembra essere in questo romanzo l’antagonista di Orlando, la cui esperienza interiore e biografica esula dal tempo reale. L’11 ottobre del 1928 è il giorno in cui fu pubblicato per la prima volta in Inghilterra questo romanzo della Woolf, che si conclude  proprio al “dodicesimo colpo di mezzanotte, giovedì undici ottobre millenovecentoventotto”. La coincidenza rivela una particolare attenzione della scrittrice per il tema del tempo, cui dedicò innovative riflessioni in tutta la sua opera. In questo romanzo la Woolf sfida e scardina la nozione convenzionale del tempo ed anche la nozione di genere e le convenzioni letterarie di romanzo e biografia, in un dialogo diretto e sottilmente ironico con il lettore. La storia ha inizio verso la fine del XVI secolo e Orlando, che quando incontriamo nelle prime pagine è un giovane di sedici anni, alla fine del romanzo è una donna di trentasei anni, con alle spalle una serie di avventure che l’hanno portato/a nell’arco di quasi quattro secoli dalla corte della regina Elisabetta all’ambasciata a Costantinopoli, in un campo nomadi in Turchia e infine di nuovo a Londra, proprio nell’anno in cui le donne inglesi – la cui causa stava così a cuore alla scrittrice – per la prima volta possono votare. In un quadro così ricco e talvolta surreale non sfugge al lettore la valenza simbolica della aristocratica dimora di Orlando, una casa tanto grande da imprigionare il vento, che vi soffia in tutte le stagioni, e con ben 365 stanze da letto e 52 scaloni, tanti quanti i giorni e le settimane di un anno. (Commento di Sandra Muzzolini)

Dicono del libro

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Il giardino dei 3 minuti di David Trueba

Un affascinante bosco di clessidre compare nel romanzo Blitz, di David Trueba, il cui indice si presenta come un calendario, con i nomi dei 12 mesi a connotare i 12 capitoli: lo racconta in questo post Sandra Muzzolini.
L’ultimo romanzo dello scrittore spagnolo David Trueba – romanziere ma anche regista, sceneggiatore e giornalista – si intitola Blitz (ed. it. Feltrinelli, 2016) e ha come protagonista un architetto paesaggista di Madrid che all’inizio della storia incontriamo a Monaco di Baviera, dove si trova per presentare un progetto a un concorso internazionale. L’intervento paesaggistico ideato da Beto – questo il nome del protagonista – è un parco per adulti con “panchine dove fermarsi a leggere e riposare negli istanti rubati all’ufficio”. L’idea è quella di “perdersi” in un altro spazio-tempo, sedendo su panchine delimitate da una recinzione che crea una sorta di capsula isolata dall’esterno. L’elemento qualificante ed innovativo del progetto è rappresentato da un “bosco di clessidre, in scala umana” che servono a quantificare il tempo trascorso nel parco, a concedere un tempo di astrazione.
Trueba Muzzolini

“Ecco cosa mi piace delle clessidre” dice il protagonista, “riformulano l’idea di ansia dovuta al trascorrere del tempo e fanno sì che quel processo inevitabile diventi visibile.” Questo è quello che intende dire alla presentazione in veste di architetto, ma poi confessa che più semplicemente “mi piacciono perché indicano il vero senso della vita, e cioè la sottomissione alla legge di gravità, come la sabbia che cade dall’alto in basso nei due bulbi di vetro.” Poiché il tempo di capovolgimento delle clessidre è di tre minuti, il titolo del lavoro di Beto è Giardino dei tre minuti.

Il progetto non viene premiato al concorso ma il motivo della clessidra rimane importante nel romanzo, anche nella definizione dei personaggi. Se a Beto piacciono le clessidre, un altro personaggio le detesta, le trova angoscianti: “La sabbia che cade ti taglia dentro come un coltello.” L’idea delle clessidre viene sviluppata più avanti nella storia sempre in relazione alla professione del protagonista, portandolo alla creazione di oggetti di design di tale forma e persino di una applicazione per smartphone. Lavorando intorno a questo soggetto l’architetto si ritrova anche a fare alcune considerazioni sulle parole che in alcune lingue indicano le clessidre. Osserva che in castigliano e in tedesco si fa riferimento al contenuto – reloj de arena, Sanduhr – mentre in inglese al contenitore, hourglass (accanto a questo termine in inglese sono usati anche sandglass e sand clock); in italiano e in greco ci si rifà invece all’antico  klepsydra che indicava gli orologi ad acqua. Beto trova poi in un’enciclopedia il riferimento all’Allegoria del Buon Governo (c.1340), l’affresco di Ambrogio Lorenzetti in cui una figura femminile coronata con una clessidra in mano simboleggia la temperanza; in realtà non è questa, come egli annota, la prima rappresentazione di una clessidra nell’arte, poiché in un sarcofago romano del IV secolo che rappresenta le nozze di Peleo e Teti si può osservare Morfeo che regge una clessidra.

Un’ultima nota riguarda la scansione temporale della storia, che inizia nei primi giorni di gennaio, in una fredda Monaco con un po’ di neve, e si conclude l’ultima notte dell’anno, a Maiorca, in vista di una cala che i turisti tedeschi chiamano Blitz. I capitoli sono dodici, intitolati semplicemente con i nomi dei dodici mesi, sicché l’indice del romanzo si presenta come un calendario. Piacerà ai “cronomaniaci”.
(#cronomania è l’hashtag di un gioco partecipativo su Twitter, Facebook e Instagram, legato alla mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea al Museo Macro di Roma fino al 2 ottobre 2016, in cui – fra l’altro – sono esposte due clessidre d’artista, opere rispettivamente di Mario Ceroli ed Enrico Benetta).

Sandra Muzzolini (@sandra_mzz)

 

100 libri futuri

100 libri futuri

di Sandra Muzzolini

Future Library è un progetto dell’artista scozzese Katie Paterson avviato la scorsa estate in Norvegia: appena fuori Oslo è stata piantata una foresta di 1000 alberi che saranno tagliati nel 2114 e forniranno la carta per stampare un’antologia di 100 libri, uno per ogni anno a partire da ora.

100libri

http://katiepaterson.org/futurelibrary/

La prima scrittrice a cui è stato chiesto di aderire al progetto è Margaret Atwood, che consegnerà il suo lavoro in una cerimonia prevista per giugno 2015. Il testo sarà conservato in una biblioteca di Oslo e nessuno potrà leggerlo fino al 2114, quando sarà pubblicato insieme agli altri 99. La scrittrice canadese, parlando dell’iniziativa nel corso del suo recente intervento a Pordenonelegge, l’ha definita un progetto ottimista per quattro ragioni: innanzitutto presuppone che fra 100 anni ci saranno ancora persone sulla terra, poi che ci sarà una biblioteca ad Oslo, che la gente saprà leggere e che avrà voglia di leggere. Ogni libro – osserva la scrittrice – è come un messaggio in bottiglia, si proietta nel futuro, rivolgendosi a lettori che l’autore non conosce e che lo leggeranno in tempi e luoghi diversi. Il progetto dunque è una sorta di versione estesa dell’avventura di ciascun libro.
Se da una parte dispiace l’idea che noi non potremo leggere questi libri è bello però pensare – sottolinea Katie Paterson – che molti degli autori di quest’antologia non sono ancora nati.
(s. m.)