Parole e tempo: un workshop di Albert Mayr

Albert Mayr, musicista e artista sperimentale (chi segue questo blog lo conosce anche per la sua partecipazione nel 2016 alla mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea) indaga da anni la dimensione del tempo, producendo opere e conducendo workshop che esplorano i fenomeni percettivi temporali e le loro modifiche culturali e soggettive.

Il 7 marzo 2018 a Firenze (città dove   vive, anche se originario di Bolzano), Albert Mayr propone un nuovo workshop dall’interessante titolo: Il potere delle parole (sul tempo). Come il nostro rapporto con il tempo viene falsato dal modo in cui ne parliamo.
Il punto di avvio è la constatazione che molte espressioni usate per definire il tempo derivano di peso da quelle in uso per il denaro (avere, risparmiare, guadagnare tempo ecc.): una abitudine che porta con sé conseguenze psicologiche e sociali che tendono a connotare il tempo in senso accumulativo-finanziario. Un “errore logico” si cela – secondo Mayr – dietro queste scelte lessicali e il workshop mira ad approfondire la consapevolezza dei significati dei termini che descrivono l’esperienza quotidiana del tempo. I partecipanti son dunque chiamati a definire ed affinare la propria relazione con la “risorsa” tempo, con lo scopo “di sviluppare un diverso e più adeguato vocabolario” per muoversi nell’ineludibile paesaggio temporale in cui siamo immersi.
Il workshop si svolge mercoledì 7 marzo 2018, ore 18
presso ‘Area N.O.’per natura per cultura, Firenze,  via Panicale 24rosso (spazio olistico diretto da Massimo Mori – info al n. 338 4236429)
Qui il sito Timedesignbureau dell’artista, da cui è tratta l’immagine.

11 Gennaio

11 gennaio 2018

« »

11 gennaio, 1955. Per un po’ camminai avanti e indietro attraversando la piazza nella tempesta di neve. Poi tornai nella mia stanza e mi liberai del giubbotto. Volevo cercare le parole sul dizionario. Mi tolsi gli stivali e lanciai il berretto sul lavandino. Volevo cercare le parole. Volevo cercare velleità e quotidiano e impararle a memoria, queste stronze di parole, una volta per sempre, impararne l’ortografia, la pronuncia, ripeterle ad alta voce, sillaba per sillaba – vocalizzare, produrre suoni vocali, emettere suoni, pronunciare le parole per quello che valevano. Questo è l’unico modo di sfuggire alle cose che hanno fatto di te quello che sei

Don DeLillo, Underworld, 1997, tr. it. Delfina Vezzoli, Einaudi, 1999, p.572,580

Questa frase segna la conclusione del lungo incontro che Nick Shay, uno dei personaggi-chiave di Underworld, ha avuto con padre Paulus, nel college sperimentale dei Gesuiti, in campagna, dove si trova, appena maggiorenne, dopo il riformatorio. Una frase di padre Paulus lo aveva particolarmente colpito quell’11 gennaio: “Lo vedi, come restano nascoste le cose di tutti i giorni? Perché non sappiamo come si chiamano”.

Dicono del libro

 

Continue reading “11 Gennaio” »

11 Gennaio

11 gennaio 2013

« »

11 gennaio, 1955. Per un po’ camminai avanti e indietro attraversando la piazza nella tempesta di neve. Poi tornai nella mia stanza e mi liberai del giubbotto. Volevo cercare le parole sul dizionario. Mi tolsi gli stivali e lanciai il berretto sul lavandino. Volevo cercare le parole. Volevo cercare velleità e quotidiano e impararle a memoria, queste stronze di parole, una volta per sempre, impararne l’ortografia, la pronuncia, ripeterle ad alta voce, sillaba per sillaba – vocalizzare, produrre suoni vocali, emettere suoni, pronunciare le parole per quello che valevano. Questo è l’unico modo di sfuggire alle cose che hanno fatto di te quello che sei

Don DeLillo, Underworld, 1997, tr. it. Delfina Vezzoli, Einaudi, 1999, p.572,580

Questa frase segna la conclusione del lungo incontro che Nick Shay, uno dei personaggi-chiave di Underworld, ha avuto con padre Paulus, nel college sperimentale dei Gesuiti, in campagna, dove si trova, appena maggiorenne, dopo il riformatorio. Una frase di padre Paulus lo aveva particolarmente colpito quell’11 gennaio: “Lo vedi, come restano nascoste le cose di tutti i giorni? Perché non sappiamo come si chiamano”

Dicono del libro
“Un romanzo che fa esplodere la storia, i miti e la vita quotidiana dell’ America del dopoguerra e ne ricompone i resti.
In una vorticosa alternanza di epoche e figure, Delillo costruisce un puzzle di sequenze narrative dove protagonisti e comparse hanno lo stesso spazio, dove personaggi di finzione convivono con Lenny Bruce e con J. Edgar Hoover, il potente capo dell’Fbi. Seguendo i passaggi di mano di una pallina da baseball, cimelio di una famosa partita tra Giants e Dodgers, si finisce da una costa all’altra, da un’etnia all’altra, in un destino collettivo dominato dalle immagini e dai rifiuti. Scorie nucleari, pattume generico, feticci sentimentali, erotici, artistici.
Un affresco dell’America di ieri, di oggi e di domani come nei migliori film di Altman, ma con in piú la forza di una scrittura che ha fatto definire questo romanzo «il capolavoro della letteratura americana contemporanea.» ”
(quarta di copertina, ed. Einaudi, op. cit.)