7 Luglio

7 luglio 2018

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Finalmente una sera – ma quanto tempo c’era voluto – un lumicino tremolante apparve entro la lente del cannocchiale, fioco lume che sembrava palpitare moribondo e invece doveva essere, calcolata la distanza, una rispettabile illuminazione. Era la notte del 7 luglio. Drogo per anni si ricordò la gioia meravigliosa che gli inondò l’animo e la voglia di correre a gridare, perché tutti quanti lo sapessero, e la orgogliosa fatica di non dir niente a nessuno, per la superstiziosa paura che la luce morisse

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, 1940, Mondadori 1984, pp.84-85

L’imponente Fortezza Bastiani sbarra un valico fra le montagne che segnano il confine settentrionale del paese e fronteggia un deserto, chiamato dei Tartari. È da quel confine che possono arrivare le truppe nemiche, ma il pericolo è vago e lontano, così vago che l’attesa sempre smentita diventa piano piano speranza, perché l’arrivo degli stranieri darebbe infine un senso alla presenza dei militari, al regolamento talvolta incomprensibile, ai turni di guardia che scandiscono giornate e notti tutte somiglianti. Da quando è stato assegnato alla Fortezza come sottotenente, Giovanni Drogo ha scrutato dagli spalti in attesa di avvistare il nemico. Nel tempo monotono della sua permanenza alla Fortezza, poche date emergono e fra queste il 7 luglio, quando Drogo scorge una luce all’orizzonte, segno che qualcosa sta accadendo nel deserto, qualcuno sta costruendo una strada. Nulla però cambia nell’immediato. La novità – che pare così importante – è diluita nel lungo periodo dell’attesa e ci sarà tempo per andare in pensione, per morire, per avere una promozione, prima che, forse, qualcuno arrivi.

 

Dicono del libro

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27 Aprile | 27 Avril

27 aprile 2018

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Temps – lenteur.
– Après… vous ne savez pas…
– Non… rien… vous non plus…
– C’est vrai, rien.
– Et vous?
– Moi je ne savais rien avant cet instant.
Ils se tournent vers la piazza Navona. Elle dit:
– Moi, je n’ai 
jamais su. On a filmé les fontaines le 27 avril 1982 à onze heures du soir…

Marguerite Duras, Écrire, Gallimard, 1993

Pausa, lentezza.
– Dopo… non sa…
– No… niente…. lei neppure…
– E lei?
– Io non sapevo niente prima di questo istante.
Si voltano verso piazza Navona e lei dice:
– Io non ho mai saputo. Abbiamo filmato le fontane il 27 aprile 1982 alle undici di sera…

Marguerite Duras, Écrire, 1993, tr. it. L. Prato Caruso, Feltrinelli, Milano 1994, p. 74

 

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13 Novembre

13 novembre 2017

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A Buenos Aires lo Zahir è una moneta comune, da venti centesimi; graffi di coltello o di temperino tagliano le lettere NT e il numero due; 1929 è la data incisa sul rovescio. (A Guzerat, alla fine del secolo XVIII, fu Zahir una tigre; in Giava, un cieco della moschea di Surakarta, che fu lapidato dai fedeli; in Persia, un astrolabio che Nadir Shah fece gettare in mare; nelle prigioni del Mahdi, intorno al 1892, una piccola bussola avvolta in un brandello di turbante, che Rudolf Cari von Slatin toccò; nella moschea di Cordova, secondo Zotenberg, una vena nel marmo di uno dei milleduecento pilastri; nel ghetto di Tetuàn, il fondo di un pozzo).
Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all’alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l’accaduto. Ancora, seppure parzialmente, sono Borges

Jorge Luis Borges, Lo Zahir (1947) in L’Aleph, 1949, tr. it. F. Tentori Montalto, in Tutte le opere, I Meridiani Mondadori, 1985, I, p. 847

Dopo aver passato la notte vegliando l’amica Teodelina Villar, in un giorno di giugno, come resto di un’aranciata ordinata in una mescita di Buenos Aires, il narratore di questa storia – che si chiama Borges come l’autore- riceve una moneta da 20 centesimi. Da quel momento,  il piccolo oggetto diventa un’ossessione, un pensiero a cui non si riesce a sfuggire, un’immagine forte come un incantesimo, a cui gli Arabi danno il nome di Zahir. Chi incontra lo Zahir – sotto qualunque forma – non può pensare ad altro, fino a dimenticare il mondo reale, guadagnando, però, forse, la visione di tutti i “futuri possibili”. L’oggi in cui il narratore scrive è – come oggi – un 13 di novembre. 

Dicono del libro
“i racconti di questo libro appartengono al genere fantastico”.
(Dal’Epilogo di Borges nell’ed. Mondadori, op. cit.)

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6 Ottobre

6 ottobre 2017

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Ma il barone Paolo dichiarò lealmente che, sebbene queste triglie fossero ottime, egli continuava a rimpiangere le triglie che aveva mangiato in casa della nuora il 6 ottobre 1902. “Io non capisco più come devo friggerle”, disse la signora Marietta, “ho provato in tutti i modi, ma non riesco mai ad accontentare papà”. “Non è esatto quello che dici”, ribatté il barone, “sono contentissimo di come tu fai friggere le triglie. Queste di oggi, per esempio, sono eccellenti, ma le triglie che ho mangiato a casa tua il 6 ottobre 1902…”, il barone socchiuse gli occhi facendo del presente la luce che si vede al di là di un tunnel, mentre nell’ombra della memoria riappariva una tavola imbandita sotto la pergola, e circondata da gente in gran parte defunta, “avevano qualcosa… io non so bene… un sapore così delicato e insieme così stuzzicante… si sentiva il mare e si sentiva pure la buona frittura…”

Vitaliano Brancati, Paolo il caldo, 1955 (post.), Mondadori 1976, p.60

A Catania, nel palazzo della famiglia Castorini si consuma il pranzo dell’una, fra discussioni politiche e portate di carne e di pesce. A tavola siede il vecchio barone Paolo – il nonno di quel Paolo che, con la sua ossessione erotica, dà il titolo al libro; è un uomo in grado di bere cinque bicchieri di vino di seguito, a differenza del figlio Michele, che si è già ritirato dalla tavola per tornare nel suo studio. Intorno a un piatto di triglie fritte le lingue si sciolgono “come la campane del sabato santo” e una data precisa del passato – un 6 di ottobre di molti anni prima – è richiamata al presente nella conversazione: si tratta di un ricordo suscitato nel barone dai sapori e dagli odori, con un meccanismo tipico della memoria, che è in grado di associare le sensazioni ad alcune date.

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14 Settembre

14 settembre 2017

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Dietro un dato sguardo, in luogo del buon pensiero che avevo creduto scorgervi in passato, mi si palesava un desiderio sino allora insospettato, che mi alienava una nuova parte di quel cuore di Albertine che avevo creduto assimilato al mio. Per esempio, quando nel luglio precedente Andrée era partita da Balbec, Albertine non mi aveva detto che avrebbe dovuto rivederla presto; e io credevo anzi che l’avesse riveduta prima del previsto, a causa della grande tristezza che avevo provata a Balbec, in quella notte del 14 settembre, in cui Albertine mi aveva fatto il sacrificio di lasciare Balbec per tornare immediatamente con me a Parigi

Marcel Proust, La prigioniera (Alla ricerca del tempo perduto), 1923 (post.), tr. it. P. Serini, Mondadori 1973, pp.381-382

Era un 14 settembre – dice il narratore – quando Albertine acconsente a lasciare la località balneare chiamata Balbec per tornare con lui a Parigi. È un episodio che si riaffaccia alla sua memoria, mostrando – via via che viene ricordato alla luce di dettagli allora invisibili – un significato diverso da quello che era apparso quando avvenne e un altro aspetto di Albertine, la giovane amata gelosamente e tenuta come prigioniera nella casa parigina. Quello che sembrava un gesto di generosità (lasciare il mare, accompagnare il narratore a casa) si carica di ambiguità, quando si viene a sapere che Albertine – che aspettava a Balbec l’amica Andrée – quel giorno di settembre ebbe la notizia che l’amica sarebbe rimasta a Parigi. Molte decisioni, slanci e frasi di Albertine dissimulano intenzioni sconosciute, e talvolta menzogne, come quando la sua affermazione di aver incontrato lo scrittore Bergotte “il giorno prima” – il giorno in cui Bergotte muore – fa dubitare il narratore dell’esattezza dei giornali che riportano la data del fatto. Le informazioni attraversano la trama della realtà in tutte le direzioni temporali, interne ed esterne, modificandosi a ogni passaggio. Non ci sono timbri a data né verbali nella memoria, ma solo le tracce del “gioco formidabile” fatto continuamente con il tempo.

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29 Agosto

29 agosto 2017

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Pietro la tira più dentro nel garage “Io ti sposo, sai” le dichiara (lo farà tra una licenza e l’altra, nel ’42, e per raggiungerlo lei salirà e scenderà da un numero incredibile di treni nelle stazioni più disparate, in Grecia, in Albania, a Sebenico). Le mani le rialzano i capelli e reggono la sua testa come il calice del Santo Graal, Pia lo guarda e nella notte è in realtà bellissima, gli occhi e i capelli sembrano crepitare di luce propria, e mentre gli risponde la sua voce ha l’odore dell’erba e delle prugne, dell’edera lungo il muro. Una notte da ricordare per sempre. Per sempre il garage, l’edera, il giorno: 29 agosto 1939

Rosetta Loy, La ragazza venuta per l’estate, 1984, in All’insaputa della notte, Garzanti 1990, p.126

Mentre la seconda guerra mondiale è sempre più vicina, in una famiglia in vacanza nella campagna di Casale nasce l’amore fra Pia Marcon, la ragazza venuta per l’estate a badare ai ragazzi, e Pietro, il figlio maggiore. Da una parte le notizie della guerra, i treni con i soldati, l’inquietudine, dall’altra i giochi in giardino, le letture di svago, i desideri. La notte del 29 agosto, Pia lascia il fidanzato del suo paese per Pietro che le promette di sposarla, come effettivamente farà, anche se quel “matrimonio di guerra, come si diceva allora”, sarà di breve durata. E la casa, il frutteto, il garage della promessa di matrimonio del 29 agosto verranno distrutte dai tedeschi.

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