7 Luglio

7 luglio 2017

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Finalmente una sera – ma quanto tempo c’era voluto – un lumicino tremolante apparve entro la lente del cannocchiale, fioco lume che sembrava palpitare moribondo e invece doveva essere, calcolata la distanza, una rispettabile illuminazione. Era la notte del 7 luglio. Drogo per anni si ricordò la gioia meravigliosa che gli inondò l’animo e la voglia di correre a gridare, perché tutti quanti lo sapessero, e la orgogliosa fatica di non dir niente a nessuno, per la superstiziosa paura che la luce morisse

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, 1940, Mondadori 1984, pp.84-85

L’imponente Fortezza Bastiani sbarra un valico fra le montagne che segnano il confine settentrionale del paese e fronteggia un deserto, chiamato dei Tartari. È da quel confine che possono arrivare le truppe nemiche, ma il pericolo è vago e lontano, così vago che l’attesa sempre smentita diventa piano piano speranza, perché l’arrivo degli stranieri darebbe infine un senso alla presenza dei militari, al regolamento talvolta incomprensibile, ai turni di guardia che scandiscono giornate e notti tutte somiglianti. Da quando è stato assegnato alla Fortezza come sottotenente, Giovanni Drogo ha scrutato dagli spalti in attesa di avvistare il nemico. Nel tempo monotono della sua permanenza alla Fortezza, poche date emergono e fra queste il 7 luglio, quando Drogo scorge una luce all’orizzonte, segno che qualcosa sta accadendo nel deserto, qualcuno sta costruendo una strada. Nulla però cambia nell’immediato. La novità – che pare così importante – è diluita nel lungo periodo dell’attesa e ci sarà tempo per andare in pensione, per morire, per avere una promozione, prima che, forse, qualcuno arrivi.

 

Dicono del libro

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25 Giugno

25 giugno 2017

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Verso le quattro di quel 25 giugno tutto sembrava pronto per la consacrazione di Talù VII, imperatore del Ponukelé, a re del Drelchkaff. Il sole era tramontato; il calore era tuttavia opprimente in quella regione dell’Africa vicina all’equatore, e tutti noi sentivamo il greve peso dell’aria temporalesca, che nessuna brezza alleviava. Davanti a me si stendeva l’immensa piazza dei Trofei, situata proprio nel cuore di Ejur, imponente capitale formata da innumerevoli capanne e bagnata dall’Oceano Atlantico, di cui sentivo alla mia sinistra i lontani muggiti

Raymond Roussel, Impressioni d’Africa, 1910, tr. it. L. Lovisetti Fuà, Rizzoli, 1964, p. 7

Con la consacrazione dell’imperatore Talù sulla piazza dei Trofei, che sta per avere luogo nel pomeriggio del 25 giugno in un paese africano, mentre arriva un temporale, ha inizio il libro Impressioni d’Africa dell’artista francese Raymond Roussel. Per nove capitoli sono descritte dettagliatamente le fasi della cerimonia e nominate persone e circostanze bizzarre e surreali. Quando si arriva verso la metà del libro, la storia torna indietro di qualche mese, al viaggio della nave Lycée, partita da Marsiglia nel marzo precedente e naufragata sulla costa atlantica dell’Africa. I viaggiatori sono introdotti uno per uno e si riconoscono alcuni dei dettagli nominati nella prima parte. Anche se niente è chiarito e le frasi mantengono un’aria estranea. Il racconto – come spiega lo stesso scrittore – è costruito attraverso un procedimento che segue le immagini prodotte dal suono delle parole, come accade nei rebus. E intanto arriva di nuovo il 25 giugno, le vingt cinque juin: una data, o un suono, scelta chissà per quale artificio o incontro casuale.

 

Dicono del libro

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12 Gennaio

12 gennaio 2017

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Il vecchio vestito con pelliccia interna di castoro e una lobbia nera lo prese per mano ed entrarono dal cartolaio: era il giorno 12 di gennaio del 1944, in una calle oscura e fumosa di Venezia, accanto a una friggitoria. Qualcosa scendeva dal cielo, non si sa se pioggia o fumo, o microscopica fuliggine di tubi di stufe o la prima nebbia del pomeriggio. Piero non capiva ancora quel che stava per succedere. Era quello che si dice un momento di massima epoché, di sospensione. 

Goffredo Parise, Sogno (Sillabari), 2004, Adelphi, Milano 2009, p. 349

Dicono del libro
Un giorno, sul finire degli anni Sessanta, Parise vede nella piazza sotto casa un bambino con in mano un sillabario. Gli si avvicina e legge: «L’erba è verde». Sono tempi politicizzati, in cui si fa spesso ricorso a parole «difficili», e quella pagina limpida e colorata acquista il significato di un monito, un richiamo all’essenzialità della vita e della poesia: «Gli uomini d’oggi secondo me hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie». Nasce così l’idea di una serie di brevi racconti (o romanzi in miniatura o poesie in prosa, difficile dirlo), dedicati a sentimenti umani essenziali, che disposti in ordine alfabetico compongano una sorta di dizionario”.
(dalla bandella dell’ed. Adelphi cit.)

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13 Novembre

13 novembre 2016

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A Buenos Aires lo Zahir è una moneta comune, da venti centesimi; graffi di coltello o di temperino tagliano le lettere NT e il numero due; 1929 è la data incisa sul rovescio. (A Guzerat, alla fine del secolo XVIII, fu Zahir una tigre; in Giava, un cieco della moschea di Surakarta, che fu lapidato dai fedeli; in Persia, un astrolabio che Nadir Shah fece gettare in mare; nelle prigioni del Mahdi, intorno al 1892, una piccola bussola avvolta in un brandello di turbante, che Rudolf Cari von Slatin toccò; nella moschea di Cordova, secondo Zotenberg, una vena nel marmo di uno dei milleduecento pilastri; nel ghetto di Tetuàn, il fondo di un pozzo).
Oggi è il tredici di novembre; il giorno sette di giugno, all’alba, lo Zahir giunse alle mie mani; non sono più quello che ero allora, ma ancora mi è dato ricordare, e forse narrare, l’accaduto. Ancora, seppure parzialmente, sono Borges

Jorge Luis Borges, Lo Zahir (1947) in L’Aleph, 1949, tr. it. F. Tentori Montalto, in Tutte le opere, I Meridiani Mondadori, 1985, I, p. 847

Dopo aver passato la notte vegliando l’amica Teodelina Villar, in un giorno di giugno, come resto di un’aranciata ordinata in una mescita di Buenos Aires, il narratore di questa storia – che si chiama Borges come l’autore- riceve una moneta da 20 centesimi. Da quel momento,  il piccolo oggetto diventa un’ossessione, un pensiero a cui non si riesce a sfuggire, un’immagine forte come un incantesimo, a cui gli Arabi danno il nome di Zahir. Chi incontra lo Zahir – sotto qualunque forma – non può pensare ad altro, fino a dimenticare il mondo reale, guadagnando, però, forse, la visione di tutti i “futuri possibili”. L’oggi in cui il narratore scrive è – come oggi – un 13 di novembre. 

Dicono del libro
“i racconti di questo libro appartengono al genere fantastico”.
(Dal’Epilogo di Borges nell’ed. Mondadori, op. cit.)

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