Tempo, archivio, natura a Carrara

Linea e cerchio, storia e natura, archivi e paesaggio: intorno a queste polarità si svolge la ricerca collettiva – coordinata dall’artista Chiara Camoni – che porta all’apertura della mostra Del tempo lineare e del tempo ciclico ovvero della storia e della natura, visitabile dal 7 giugno al 7 luglio 2018 al CAP (Centro Arti Plastiche) di Carrara. 
Nata da una residenza dell’artista – piacentina di nascita e residente nella zona delle Alpi Apuane – sul tema del dialogo fra archivi storici e creatività contemporanea, la mostra espone i risultati di un intenso lavoro corale condotto sui materiali dell’Archivio Zaccagna, conservato nella Biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Carrara. 


Geologo e mineralogista, Domenico Zaccagna (Carrara, 3 settembre 1851 – Roma, 1940) fu autore di accurate mappature delle Alpi Apuane e ora le carte e i documenti conservati nell’Archivio sono la chiave d’accesso alla storia e al paesaggio che raccontano e registrano.
Insieme con Chiara Comani – da sempre interessata al tempo lento della natura e ai suoi rapporti col tempo convenzionale – un gruppo variegato di partecipanti si è attivato in escursioni ed esplorazioni incentrate sui luoghi e sui paesaggi emersi dall’Archivio.  

I risultati delle esplorazioni sono stati poi elaborati creativamente per mezzo di disegni, fotografie, stampe vegetali, durante i laboratori, che dunque precedono la mostra e ne costituiscono la materia prima, insieme alle carte provenienti dal passato, alla memoria comune, al paesaggio apuano.

AA. VV. Del tempo lineare e del tempo ciclico, ovvero della storia e della natura (a cura di Chiara Camoni)
Dal 7 giugno al 7 luglio 2018 – Centro Arti Plastiche di Carrara
Su Chiara Comani si può leggere in diconodioggi Dieci giorni scomparsi e ritrovati

Il principio del tempo: Qinggang Xiang

Il principio del tempo: potrebbe essere un saggio di fisica o di filosofia – in dialogo con le recenti riflessioni di Carlo Rovelli – il titolo della mostra aperta alla galleria La Nuova Pesa di Roma intorno alle opere di Qinggang Xiang, artista e storico dell’arte cinese.
Nato nel 1983 a Mu Danjian e attivo da anni in Italia, Qinggang Xiang ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia dell’arte alla Sapienza di Roma e ha già esposto in diverse rassegne, una proprio alla Nuova Pesa nel 2015, dove si sono potuti esplorare i suoi paesaggi fatti di micro montagne in ceramica disposte ai lati di pannelli di seta dipinti. 

Il pensiero taoista sulla natura e la cultura del paesaggio si incontrano – come ha spiegato Veronica Di Geronimo – in composizioni di questo tipo, lucide e policrome metonimie del cosmo e dei suoi orienti e occidenti.

Ora la mostra Il principio del tempo, curata da Vittoria Biasi, propone nuove opere ceramiche dell’artista, emancipate “dalle proprietà puramente ornamentali e decorative” della millenaria tradizione cinese e diventate il tramite di riflessioni e pensieri, di cui il tempo è uno dei fulcri.
“La percezione del tempo, e la possibilità di una lettura ermeneutica della storia individuale e collettiva, è il tema che attraversa tutta quanta l’esposizione del giovane artista cinese”, scrive Enrica Petrarulo. 
Come nei paesaggi del 2015, anche in queste opere l’impossibilità di trattenere il tempo è compensata – per l’artista – dall’attività della memoria, dalla cura degli oggetti  inanimati (il fazzoletto rosso del giovane alunno maoista) e soprattutto dei frammenti naturali (tronchi, foglie), arricchiti letteralmente di pensieri e citazioni. 

(a. s.)

Mostra “Il principio del tempo”
Opere di Qinggang Xiang
Roma, Galleria La Nuova Pesa, via del Corso 530
Dal 21 maggio al 31 luglio 2018
dal lunedì al venerdì ore 10.30- 13.30 e 16.00-19.30

3 Maggio

3 maggio 2018

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Verso il tre di maggio, in un giorno di polvere bionda e di luce tenera, abbandonammo malinconicamente Kratowice ormai impossibile da difendere, con il suo triste parco destinato a divenire di lì a poco un campo sportivo per gli operai sovietici, e la sua foresta devastata dove fino ai primi anni della guerra si aggiravano ancora gli unici branchi di buoi selvatici sopravvissuti dai tempi preistorici

Marguerite Yourcenar, Il colpo di grazia, 1939, tr. it. M. L. Spaziani, Feltrinelli, 1984, p. 107

Nella regione baltica, in un luogo a cui viene dato il nome di Kratowice, negli anni successivi alla rivoluzione russa, si svolge la storia di Eric, soldato tedesco, del suo amico fraterno Corrado e di Sofia, sorella di quest’ultimo.  Mentre si combatte per il controllo di territori di confine, contesi fra un regime e l’altro, si consuma anche la storia dell’attrazione fra Sofia ed Eric, la voce che racconta ciò che è accaduto. Mentre la vicenda si avvia alla conclusione, il giorno di maggio sembra mostrare – come attraverso un velo di polvere dorata – il passato lontano e il futuro prossimo di quel luogo amato e conteso. 

 

Dicono del libro

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Ipotesi di infinito: Laura Grisi

Nata a Rodi nel 1939, vissuta a New York, Parigi e a Roma, dove è scomparsa nel dicembre 2017, l’artista Laura Grisi (che non ha ancora una voce su wikipedia) ha indagato le zone di impatto fra le forze naturali e il senso della forma artistica, con una attitudine scientifica e creativa insieme.
Dal 7 aprile e fino al 2 giugno 2018, la Galleria P420 (Bologna, via Azzo Gardino, 9) le dedica una rassegna dal titolo Laura Grisi: Hypothesis on Infinity.


“Volevo ricreare l’esperienza dei fenomeni naturali” – si legge nella monografia di Germano Celant, citata nella presentazione della mostra a cura della Galleria P420.
E basta scorrere i titoli di molte sue opere – installazioni, video, ambienti immersivi – per trovare una sorta di storia naturale (e concettuale) degli elementi e dei fenomeni: il vento, la luce di tramonto, la nebbia, la pioggia, l’aria, l’acqua e naturalmente il tempo. 
“L’osservazione prolungata della natura, la convivenza giornaliera con essa, pone inevitabilmente di fronte alla sua dimensione, obbliga a prendere atto di una scala diversa, di uno spazio e di un tempo la cui misura ha a che fare con l’idea di infinito, che forse è infinita. Nel 1969 realizza il video The measuring of Time, una singola sequenza a spirale in cui l’artista ripete il gesto infinito e infinibile di contare i granelli di sabbia del deserto”.
Laura Grisi: Hypothesis on Infinity
Galleria P420
Bologna, via Azzo Gardino, 9
7 aprile – 2 giugno 2018

Immagine: Laura Grisi, The Measuring of Time, 1969, video b/n digitale da film in 16mm, 5’45’’ (still) Courtesy the Estate e P420, Bologna

Parole e tempo: un workshop di Albert Mayr

Albert Mayr, musicista e artista sperimentale (chi segue questo blog lo conosce anche per la sua partecipazione nel 2016 alla mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea) indaga da anni la dimensione del tempo, producendo opere e conducendo workshop che esplorano i fenomeni percettivi temporali e le loro modifiche culturali e soggettive.

Il 7 marzo 2018 a Firenze (città dove   vive, anche se originario di Bolzano), Albert Mayr propone un nuovo workshop dall’interessante titolo: Il potere delle parole (sul tempo). Come il nostro rapporto con il tempo viene falsato dal modo in cui ne parliamo.
Il punto di avvio è la constatazione che molte espressioni usate per definire il tempo derivano di peso da quelle in uso per il denaro (avere, risparmiare, guadagnare tempo ecc.): una abitudine che porta con sé conseguenze psicologiche e sociali che tendono a connotare il tempo in senso accumulativo-finanziario. Un “errore logico” si cela – secondo Mayr – dietro queste scelte lessicali e il workshop mira ad approfondire la consapevolezza dei significati dei termini che descrivono l’esperienza quotidiana del tempo. I partecipanti son dunque chiamati a definire ed affinare la propria relazione con la “risorsa” tempo, con lo scopo “di sviluppare un diverso e più adeguato vocabolario” per muoversi nell’ineludibile paesaggio temporale in cui siamo immersi.
Il workshop si svolge mercoledì 7 marzo 2018, ore 18
presso ‘Area N.O.’per natura per cultura, Firenze,  via Panicale 24rosso (spazio olistico diretto da Massimo Mori – info al n. 338 4236429)
Qui il sito Timedesignbureau dell’artista, da cui è tratta l’immagine.

26 Febbraio

26 febbraio 2018

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“Siamo già nel golfo”, mi disse uno dei miei compagni quando mi alzai per far colazione, il 26 febbraio.Il giorno prima avevo avuto un po’ di paura per le condizioni del tempo nel golfo del Messico. Ma il cacciatorpediniere, anche se si muoveva un poco, scivolava via dolcemente. Pensai tutto contento che i miei timori erano infondati e salii in coperta. Il profilo della costa era svanito. Solo il mare verde e il cielo azzurro si stendevano intorno a noi

Gabriel García Márquez, Racconto di un naufrago, 1955 (1970), tr. it. C. Acutis, Mondadori 1987, p.29

“Racconto di un naufrago che andò per dieci giorni alla deriva in una zattera senza mangiare né bere, che fu proclamato eroe dalla patria, baciato dalle reginette di bellezza e reso ricco dalla pubblicità, e poi aborrito dal governo e dimenticato per sempre”: il lungo sottotitolo di questo libro percorre tutte le fasi della vicenda del marinaio Velasco, imbarcato sul cacciatorpediniere Caldas alla volta di Cartagena. Il 26 febbraio 1955 è nel golfo del Messico, e tutto deve ancora succedere. 

Dicono del libro
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6 Febbraio

6 febbraio 2018

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Tra il momento in cui ho smesso di scrivere, nel maggio scorso, e ora, 6 febbraio ’91, il previsto conflitto tra l’Irak e la coalizione occidentale è scoppiato. Una guerra “pulita” secondo la propaganda, benché siano già cadute sull’Irak “più bombe che sulla Germania durante tutta la durata della seconda guerra mondiale” (Le Monde di stasera) e testimoni dicano di aver veduto a Bagdad dei bambini, resi sordi dalle deflagrazioni, camminare per le vie come ubriachi. Non si fa altro che aspettare avvenimenti annunciati che non arrivano, l’offensiva terrestre degli “alleati”, un attacco chimico da parte di Saddam Hussein, un attentato alle Galeries Lafayette. E’ la stessa angoscia del tempo della passione, lo stesso desiderio – e impossibilità – di sapere la verità. L’affinità si ferma qui. Non v’è sogno né immaginazione

Annie Ernaux, Passione semplice,  1991, tr. it. I. Landolfi, Rizzoli 1992, p.68

La storia di una passione fra uno straniero sposato e una donna, che scrive queste annotazioni, si rivela una riflessione sul tempo e sulla sua percezione. Poiché la relazione è fatta di attese, di incontri a termine e di lontananze, la donna si interroga continuamente sulla natura del presente, sulla fuga degli istanti. Alcune date emergono nella narrazione, date private e date pubbliche come questo 6 febbraio del 1991. E ogni data è motivo per riandare a date analoghe nel tempo trascorso, con il desiderio di ritornare indietro, di “forzare il presente a ridiventare passato”.
[…] mi domandavo perché non è possibile passare in quel giorno, in quel momento, allo stesso modo in cui si passa da una stanza all’altra”. 

Dicono del libro

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Il cielo futuro di Boetti

“È un cielo ideale, sognato e immaginario. Un giorno sarà possibile. Gli aerei non saranno più pilotati da uomini ma da robot e tutto sarà calcolato. Fra qualche anno, la mia opera sarà la vera rappresentazione del cielo!”
Così Alighiero Boetti parlava alla figlia Agata – che riporta la conversazione nel libro Il gioco dell’arte. Con mio padre Alighiero (Electa 2016) – a proposito dei disegni  del padre che raffigurano gli Aerei, realizzati con la penna a biro blu su carta e carta intelata alla fine degli anni ’70. Alle paure della figlia bambina che i velivoli potessero scontrarsi, l’artista opponeva la previsione di una rete di controllo perfetta, o quasi.
E i suoi cieli blu, dove trovano posto, come in un inventario, i modelli di aerei in dotazione in quegli anni.

“I miei sono veri aerei che esistono e volano ogni giorno! vanno dappertutto, in ogni direzione e viaggiano nel mondo intero”.

Attualmente, diversi sistemi di tracciamento aereo consentono di visualizzare i voli in tempo reale (nella foto una schermata tratta da Flightaware) e di conoscere – come sognava Boetti – le caratteristiche e la posizione di ogni singolo velivolo in tempo reale e contemporaneamente. 
(a.s.)

 

15 Gennaio

15 gennaio 2018

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Il 15 gennaio la Fortuna II, insieme alla corsara Three Friends, aveva catturato sei legni nemici, e con essi faceva rotta verso Drogden, per metterli in vendita a Copenaghen, quando una delle navi andò a incagliarsi sul Middelgrund. Era un grosso brigantino carico di tela da vele, valutato sui centomila risdalleri; al mattino di quel giorno i corsari lo avevano tagliato fuori da un convoglio inglese. I vascelli inglesi li inseguivano tuttora e di fronte all’incidente inviarono subito in soccorso al brigantino un forte distaccamento composto di sei scialuppe. I corsari, dal canto loro, non erano affatto disposti a cederlo, e attaccarono gli inglesi, i quali furono ricacciati da un fuoco di mitraglia, e dovettero rinunciare al recupero. Ma il brigantino era perduto in tutti i modi. Il capitano d’una delle corsare che l’aveva abbordato, alla vista delle scialuppe nemiche, le cui forze erano in soprannumero, vi aveva appiccato il fuoco affinché non tornasse a ricadere nelle mani degli inglesi. L’incendio divampò così violento che la nave non poté essere salvata, e per tutta la notte quelli di Copenaghen poterono vedere lo smisurato terribile falò, lassù al nord

Karen Blixen, La cena a Elsinore, 1934, tr. it. A. Scalero, A. Motti, in Sette storie gotiche, ed. cons. Bompiani, 1985, p. 218, (altra ed.: Adelphi)

Nella quinta delle sue Sette storie gotiche, Karen Blixen racconta le vicende dei tre figli della famiglia De Coninck: le gemelle Fanny ed Eliza, invecchiate senza sposarsi, e l’avventuroso Morten, che ha perso la vita lontano dalla Danimarca, e torna come fantasma nella casa di Elsinore. Da ragazzo, come altri marinai della sua nazione, ha armato un battello corsaro, la Fortuna II, che ha ingaggiato diverse battaglie contro le navi inglesi. “Grandi tempi erano quelli, per chi aveva coraggio” e le date delle sue gesta sono memorabili. Fra queste, il 15 gennaio di un anno al principio dell’Ottocento, il cui ricordo permane mentre la pendola prosegue con il suo ticchettio “come per andare avanti, tanto per far qualcosa, per tutta l’eternità”.

Dicono del libro

 

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Ruggine e tempo nelle foto di Paolo Gotti

“Rùggine s. f. Sostanza incoerente di colore bruno rossastro che si forma sulle superfici di oggetti e materiali di ferro esposti all’aria umida o a contatto con l’acqua, corrodendoli: un vecchio catenaccio, o un paletto, un chiodo, coperto di r.; un’ancora antica corrosa dalla ruggine”. Questo l’incipit della definizione che il dizionario Treccani dà della ruggine: sostanza, fenomeno, concetto che – anche nelle frasi fatte della vita quotidiana – è fatalmente legata al passaggio del tempo, tanto che (volendo dargli un colore, al tempo) quel bruno rossastro granuloso e striato potrebbe essere una buona approssimazione.


Ruggine è il titolo della mostra di fotografie dell’artista bolognese Paolo Gotti, aperta dal 15 dicembre 2017 a Bologna, nella temporary gallery di via Santo Stefano 91/a.
Sono foto scattate nel corso degli anni durante viaggi che hanno portato Gotti in giro per i due emisferi, in zone desertiche e sui lungomari, in campagna e nei centri abitati, in teatri di guerra e in parentesi di pace. Un campionario ricco di diversità architettoniche e naturali, tutte collegate fra loro dal fil-rouge della ruggine, che accosta visivamente “una carriola arrugginita abbandonata in un Brasile non lontano dall’Oceano Atlantico” e ” la carcassa di un’automobile nel deserto del Sahara, “le propaggini di una miniera d’oro che sprofonda duemila metri sotto la terra del Ghana e “una finestra rotta di una vecchia fabbrica da qualche parte in Lettonia”,  fino ai “resti della nave da crociera Tropical Dreams naufragata su una spiaggia delle Filippine”.

Tanti i mezzi di locomozione che popolano queste foto, pulmini, vecchi autobus, automobili e navi, ma anche un carrarmato in Yemen, simboli cangianti dello  “spettro cromatico dell’abbandono”, come si legge nella presentazione della mostra.

Le immagini sono accompagnate da racconti “minimi” della scrittrice e giornalista Natascia Ronchetti, composizioni in bilico fra haiku e #scritturebrevi, mentre tredici immagini, scelte fra quelle in mostra, andranno a scandire i mesi di un calendario dedicato alla ruggine, grande trasformatrice del ferro, traccia materica del tempo (cronologico e atmosferico) che passa sulle cose. (a.s.)

RUGGINE. Una mostra fotografica di Paolo Gotti
16 dicembre 2017 – 6 febbraio 2018
opening 15 dicembre 2017 ore 18.00
Temporary gallery – via Santo Stefano 91/a, Bologna
da martedì a domenica ore 10-12; 16-19
Testi di Natascia Ronchetti

Il Musée du Temps di Besançon

Il Musée du Temps di Besançon. Un luogo speciale per cercatori di tempo, raccontato da Alma Gattinoni e Giorgio Marchini, che lo hanno visitato nell’agosto del 2017.
Con grande curiosità abbiamo visitato il Musée du Temps di Besançon nello Jura francese. La città ha dedicato i tre piani del nobile Palazzo Granvelle per celebrare un’arte che ha segnato per secoli lo spazio cittadino, dall’alto artigianato delle boîtes, involucri preziosi contenenti meccanismi di orologeria provenienti dalla Savoia, dall’Haut-Doubs o dalla Svizzera, alla fabbricazione degli orologi stessi. Un’evoluzione di materiali, forme e tecniche, che viene ricostruita con una selezione di esempi, dai quadranti solari più antichi alle clessidre, ai globi celesti, agli orologi da parete, da tavolo, da tasca, da polso, da fabbrica, fino alla rivoluzione del quarzo e agli orologi atomici. Ricca la suggestione di stili delle varie epoche, suadenti gli echi di ticchettii che si rincorrono da una stanza all’altra, palpabile la preoccupazione estetica di oggetti che nel passato più che la precisione inseguivano il prestigio e la singolarità e che ora sono testimoni sopravvissuti agli assenti proprietari. Varianti particolari sono concentrate nel Cabinet de curiosités con pezzi sorprendenti come i tableaux-montres, che integrano in quadri dipinti congegni segna-tempo con meccanismi funzionanti, o nella Salle de la Tenture, tra le rappresentazioni artistiche, una serie di arazzi dedicata a Carlo V, in bilico tra smania di potere e consapevolezza della precarietà del tempo umano.

Ma la chicca forse più rilevante aspetta il visitatore al terzo e ultimo piano, quando sale i gradini che lo conducono alla sommità della torre. Qui ha l’avventura di vedere realizzato il Pendolo di Foucault, osservarne il movimento ipnotico e capire il legame tra la battaglia del Seicento di Galileo e l’esperimento parigino del 1851.
Formidabile passeggiata nei corridoi del tempo e nelle pieghe del desiderio umano di sondare il suo mistero e dominarlo, misurandolo. Effetto-domino di infinite soluzioni, strumentazioni tecniche e trovate geniali per imbrigliare l’essenza sfuggente del tempo fino a “fabbricarlo”. Colpisce la ricchezza di esempi ordinati cronologicamente nella Galerie de la mesure du temps del primo piano, ma anche in tutte le altre sale del secondo e del terzo. L’evoluzione stessa dell’estetica oltre che della tecnica rende evidente il passare dei secoli e riserva continue sorprese, accompagnate da agili didascalie per cogliere le principali fasi di questa meravigliosa sfida. “Il sole mente, l’orologio dice il vero” recita uno dei tanti slogan. Si potrebbe aggiungere: quando la scienza, la tecnica e l’economia si coniugano con la bellezza generano poesia.

Alma Gattinoni e Giorgio Marchini sono autori – fra l’altro – del volume Dare tempo al tempo. Variazioni sul tema nella poesia italiana del Novecento (Giulio Perrone editore, 2016). 

Il tempo in tasca: al Museo della Figurina

I calendari portatili: c’è chi li considerava oggetti trascurabili e chi invece ne era attratto fortemente. C’è chi li collezionava e chi li gettava via terminato l’anno a cui erano collegati. C’è chi ormai non li usa proprio più, delegando il registro dei giorni alla funzione calendariale di telefoni e palmari. 
Ma c’è stata un’epoca – a partire dal 1900, lungo i decenni dell’art déco – in cui i calendari tascabili (in un versione arricchita di colori e odori) hanno popolato la vita quotidiana di tante persone, soprattutto di sesso maschile, poiché – come testimoniano memorie, diari, racconti e collezioni – era nella bottega del barbiere che questi oggetti si trovavano.
Piccoli almanacchi in forma di libriccino di 12 o 16 facciate, in cui ogni mese dell’anno era illustrato con figure femminili, scene e dettagli di vita elegante e spensierata, nello stile armonioso dell’epoca d’oro della decorazione grafica e litografica.

Dal 15 settembre 2017 , fino al 18 febbraio 2018, a Modena, nel Museo della Figurina, una mostra permette di vederne dei magnifici esemplari, realizzati da artisti di talento – fra cui De Bellis, Codognato, Umberto Brunelleschi (e molti altri recuperati dalla ricerca), attivi nella prima metà del XX secolo nel campo dell’illustrazione e dell’immagine riprodotta.
L’arte in tasca. Calendarietti, réclame e grafica 1920-1940 è il titolo di questa esposizione, curata da Giacomo Lanzilotta, che usa il “calendarietto del barbiere” come bussola di un percorso espositivo articolato sui temi che il piccolo oggetto interseca: la fisionomia di un gusto e le sue tracce figurative, cinematografiche e letterarie, il fascino per l’esotico, il ruolo della seduzione nella réclame, la profumeria. 


Piccolo per estensione e per considerazione, ma carico di una sua forza immaginifica, il calendarietto del barbiere si presentava infatti profumato con essenze reclamizzate all’interno. 
In quello della profumeria milanese Sirio – illustrato da Costantino Grondano nel 1922 – è la fragranza di acacia a dare al calendario quello che, con termine ora un po’ desueto, è chiamato l’olezzo. 
Il profumo esalta le immagini, aggiunge dimensioni impalpabili alle scene, trasforma il piccolo oggetto cartaceo in un dispositivo sinestetico che apre l’accesso alla memoria e all’immaginazione di chi viene in contatto con esso. Il profumo, collegato al luogo (il salone del barbiere)  e alla funzione di questi oggetti (sorta di proto-gadget pubblicitari) è un elemento interessante anche in relazione al tempo. Dall’esperienza olfattiva narrata da Marcel Proust al principio della Ricerca del tempo perduto, alle recenti considerazioni di Carlo Rovelli e Bjung-Chul Han, l’olfatto emerge come veicolo di un viaggio nella memoria che schiude alla coscienza “ampi spazi di tempo”.
In modo empirico e commerciale, ammiccante e leggero, i calendarietti del barbiere alludevano anch’essi all’odore del tempo, accostando la griglia dei giorni dell’anno nuovo alla linea libera delle forme, alla seduttività dei colori e all’effetto conturbante dei profumi.  

La mostra, prodotta in occasione del festivalfilosofia 2017 (Modena, Carpi, Sassuolo 15-17 settembre), prevede anche dei percorsi olfattivi.
Il catalogo con testi di Giacomo Lanzilotta e Maurizio De Paoli, riccamente illustrato e denso di collegamenti e informazioni inedite, è pubblicato da Franco Cosimo Panini.
Info sul sito funzionalissimo del Museo della Figurina di Modena.

Antonella Sbrilli @asbrilli

Daybook: il calendario di “Documenta 14”

Il tempo della terra e il tempo delle comunità, il tempo storico e il tempo personale si incontrano fatalmente nelle griglie dei calendari. Lo sanno gli artisti, che hanno regalato innumerevoli varianti creative alla forma calendariale, e lo sanno – da alcuni decenni – i curatori di mostre e cataloghi, che scelgono la successione regolare delle date per alloggiare opere e autori. L’esempio più recente lo troviamo nella rassegna Documenta 14, in corso nella città tedesca di Kassel. La mostra quinquennale, dedicata a ricerche artistiche di taglio politico, sociale, ecologico, partecipativo, e svoltasi quest’anno, oltre che nella sede consueta di Kassel, anche ad Atene, offre – accanto al catalogo, ai booklet e alle mappe – un Daybook. Si tratta di un diario-agenda, in cui i giorni e le date (quelle della durata della mostra e quelle scelte dagli artisti, come vedremo) si presentano come formato organizzativo dei contenuti e come spunto per attraversamenti personali da parte dei lettori.

Al posto dei numeri delle pagine, il Daybook riporta, in alto al centro di ciascuna doppia pagina, le date in cui la rassegna si svolge: dall’8 aprile (stampigliato sulla copertina) al 17 settembre 2017. Le prime pagine (e dunque i primi giorni) ospitano l’indice e l’introduzione; le ultime un’appendice con l’esergo, il colophon, l’elenco degli sponsor e dei collaboratori, i ringraziamenti, lo spazio per le annotazioni. Il nucleo centrale – le doppie pagine che vanno dal 15 aprile al 3 settembre – è dedicato a 143 artisti fra quelli presenti alla rassegna. 
Sfogliando il Daybook, la prima azione che viene da fare è cercare l’artista che corrisponde alla data in corso, o a date che abbiano una risonanza per chi legge. E mentre emerge la curiosità di sapere quale criterio abbia determinato l’associazione fra artisti e date, ci si accorge che nella pagina di sinistra è presente un riquadro nero che riporta un’altra data. Dunque, oltre al calendario progressivo che va dall’aprile al settembre 2017, un’altra time-line si dipana sfogliando questo catalogo temporale. Una time-line fatta di date discontinue, che vanno da un futuro indistinto al passato preistorico, attraversando i secoli a ritroso e con salti enormi. Queste date sono state scelte dagli artisti su invito dei curatori: sono giorni e tempi che hanno, per ciascuno dei partecipanti, un significato particolare, sul piano intimo o pubblico, storico o fantastico. Sono queste date, messe in ordine dal futuro al passato, a determinare l’ordine di apparizione degli artisti nella sequenza dell’impaginato. 
Un doppio criterio cronologico governa così il Daybook di Documenta 14: la griglia del calendario convenzionale condiviso e i giorni vaganti nella memoria degli artisti interpellati. Insieme, invitano a esplorare la varietà geografica e concettuale delle presenze tenendosi attaccati a un foglio di diario con la familiare sequenza giorno-mese. Un accorgimento che coinvolge chi legge, facendo appello al bagaglio personale di giorni accumulati nella memoria e nell’immaginazione. 
Tre riferimenti puntellano l’introduzione al Daybook: il film di Guy Debord del 1959 Sul passaggio di alcune persone attraverso un’unità di tempo piuttosto breve;  l’incipit di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry e la poesia Itaca di Kavafis: passaggi di tempo, lunga durata e condizione effimera, viaggi, distanze. E anche, tempo-reale: queste date – si legge sempre nell’introduzione – in sé “non significano niente di speciale, ma ciascuna di loro può diventare significativa, per via di eventi personali e politici che avranno luogo nel corso dello svolgimento di Documenta 14”. 
Ma si può sfogliare il Daybook anche leggendo – in sequenza o casualmente – i riquadri neri con le date scelte da ciascun artista e le motivazioni: ne viene fuori uno spaccato vivido della storia di ognuno, che rivela di più di quanto possa fare il testo critico che accompagna la scheda dell’artista, o l’immagine riprodotta. La scelta di un punto nel tempo svela i contesti, le aspettative, gli obiettivi, talvolta la fisionomia profonda di ciascuno. 

Il cinese Wang Bing (allocato al 9 giugno) sceglie il 29 gennaio 1987 “un giorno qualunque nella storia, ma un giorno molto importante per me” – scrive nel suo riquadro nero – poiché quel giorno ha visto per la prima volta l’oceano, ha preso in mano una videocamera e le immagini hanno iniziato a riempire la sua vita.
Giorni qualunque che diventano eccezionali, anniversari di eventi storici, tragedie collettive, gioie personali, compleanni, nascite, morti, inizi di rivolte, proclamazioni di indipendenze, censure. C’è chi immagina un futuro senza data, chi un “giorno qualunque”, chi sceglie l’avverbio deittico per eccellenza “oggi” (“this current day matters the most”, afferma il lituano Algirdas Šeškus), chi lascia il riquadro nero e spoglio (il polacco Artur Żmijewski) e chi sprofonda nel neolitico, o nell’inizio (“In the beginning was the Word”, dicono Marie Cool e Fabio Balducci), o nella negazione del tempo calcolabile (la nigeriana Otobong Nkanga).
Una variegata “cronologia discontinua di tipo storico, personale, speculativo emerge da questi contributi”, scrivono i curatori. E questo è un altro modo di visitare la mostra Documenta 14, anche dopo la chiusura, perché l’artificio del calendario permette di ritornare ciclicamente in punti del tempo dispersi nelle linee del passato.

Fra i precedenti dell’uso della griglia calendariale in cataloghi: la mostra di Seth Siegelaub; il catalogo Effemeridi su e intorno Marcel Duchamp (Venezia 1993), il catalogo di Hanne Darboven alla Diaart.org (ora rimosso); l’opera Sono stata io. Diario 1900-1999 di Daniela Comani. Altri riferimenti nella mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea (Macro, Roma, 2016). 

Antonella Sbrilli @asbrilli

Red, Red Future: conquistare Marte e il suo tempo, di Elisa Albanesi

Sedici albe e sedici tramonti, sedici volte il giro del pianeta in ventiquattro ore. Ogni novanta minuti, la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) completa la sua orbita attorno alla Terra e la osserva dall’alto, consapevole di essere la prima succursale extraterrestre dell’umanità. 300 km al di sopra della linea di Kármán, il convenzionale confine che segna il passaggio dall’atmosfera terrestre allo spazio aperto, gli abitanti/astronauti tentano di replicare le abitudini quotidiane seguendo una routine rigida e artificiale. Perdute le normali coordinate spaziali e temporali, si è costretti a vivere l’esperienza distopica di ricercare altrove il ritmo della propria esistenza. Esattamente quanto ha provato nella sua performance l’artista australiana Sara Morawetz, la quale ha vissuto per più di un mese avendo come riferimento il giorno marziano.


Sognata dai sovietici fin dagli inizi del Novecento, la costruzione della Stazione Spaziale Internazionale fu avviata nel 1998 dopo l’unione dei diversi programmi spaziali nazionali, tra i quali i russi Saljut e Mir, e l’americano Freedom. La sua realizzazione, resa possibile solo a seguito della caduta dell’URSS e al conseguente superamento delle tensioni della guerra fredda, ha inaugurato una nuova fase della Space Race destinata a concludersi proprio in questi anni con l’intervento di finanziatori privati e la nascita del turismo spaziale. Su questo fenomeno si è soffermato anche Alberto Boatto nella premessa della nuova edizione (2013) de Lo sguardo dal di fuori:
“Fino a ieri, i voli extraterrestri rispondevano meno a un interesse di conoscenza e d’esplorazione scientifica dell’universo e assai più alla volontà d’affermare le rispettive superiorità imperiali. […] Il potere privato ha surclassato, anche nel settore dei voli extraterrestri, il potere economico e oggi è la Silicon Valley a riprendere il lancio dei satelliti nello spazio. Senza alcun riserbo, lo scopo apertamente dichiarato è d’impossessarsi delle immense ricchezze che si trovano a portata di mano già nella nostra vicina galassia.”

Lo sbarco ufficiale del mercato oltre l’atmosfera terrestre con gli accordi commerciali stipulati dalla NASA nel 2012 con la Space Exploration Technologies Corporation (SpaceX) – l’azienda aerospaziale che ha sviluppato Dragon la capsula orbitale capace di trasportare sia merci sia persone – porta con sé una serie di problemi legati alla futura gestione dello spazio aperto, finora regolamentata dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967. In passato, infatti, lo spazio era considerato solo un mezzo e mai il fine per affermare la propria supremazia, ma la sua trasformazione in terreno di conquista, di oggetto colonizzabile, modifica gli equilibri e apre scenari imprevedibili.
È su queste tematiche che sta riflettendo da circa tre anni l’artista californiana MPA, la quale ha inaugurato negli ultimi dodici mesi ben due mostre aventi come fulcro le possibili conseguenze di una eventuale conquista di Marte. La prima, THE INTERVIEW: Red, Red Future, tenutasi al Contemporary Arts Museum Houston (27 febbraio-5 giugno 2016), prende in esame le questioni etiche sollevate da progetti di colonizzazione come il discusso Mars One, una missione di sola andata su Marte.
La più recente, RED IN VIEW (11 novembre – 27 febbraio 2017) ospitata dal Whitney Museum of American Art, aveva invece il suo apice in Orbit una performance condotta da MPA insieme alle artiste Amapola Prada ed Elizabeth Marcus-Sonenberg. In un’angusta teca di vetro, illuminata per dieci giorni da una luce rossa, le artiste hanno simulato i programmi di addestramento degli astronauti, mostrando al pubblico la povertà esperienziale di una vita al di fuori del nostro pianeta. L’atto finale della performance, infatti, si è risolto in un rituale di liberazione, carico di erotismo, passione e violenza, in reazione ai gesti controllati, misurati, dei giorni precedenti.

Al centro della mostra del CAMH, invece, vi era un’installazione costituita dall’assemblaggio di due diverse opere, fatto che spiega la presenza di un doppio nome: CODEX (2015) si riferisce all’elemento orizzontale, minimalista, in cui è possibile rintracciare richiami formali ai Metalplates di Carl Andre, ed è costituito da una serie di trentasei lastre di vetro con pigmenti fotocromatici in cui si riproduce un’immagine dei geoglifi di Nazca; mentre il secondo elemento, ISS Clock, si compone di due luci dotate di lampade UV in grado di provocare, grazie alla reazione con i pigmenti, i mutamenti di colore delle lastre sottostanti,seguendo il ciclo delle sedici albe e dei sedici tramonti vissuti dalla Stazione Spaziale Internazionale nell’arco di ventiquattro ore.
Le due parti, distinte seppure interagenti, simboleggiano la coesistenza di aspetti lontani eppure necessari per arrivare ad abitare lo spazio. Da una parte, il carattere mitico dell’impresa, sogno primordiale accresciutosi grazie alle sempre più complesse speculazioni dell’immaginazione, dall’altra l’avanzamento tecnologico rappresentato nella sua parte migliore, quello di un laboratorio di ricerca in cui si sperimenta, prima di ogni altra cosa,
l’altrove.

Elisa Albanesi

Didascalie immagini: 
– MPA con le artiste Amapola Prada ed Elizabeth Marcus-Sonenberg durante la performance Orbit, 13 febbraio 2017, Whitney Museum of American Art, New York. Foto: Paula Court
– MPA, Codex e ISS Clock, 2015, esposti al Contemporary Arts Museum Houston, 2016. Foto: Max Fields 

Due fragranze del tempo: Byung-Chul Han e Carlo Rovelli

Se fosse possibile pubblicare e condividere un sapore o un odore, sarebbe quello il modo ideale per iniziare questo post, che presenta due libri affascinanti, uno del filosofo Byung-Chul Han e l’altro del fisico Carlo Rovelli.

Da prospettive diverse – la scienza della cultura e la gravità quantistica – i due autori affrontano il tema del tempo, risalendo lungo secoli di ricerche scientifiche e speculazioni filosofiche, con l’obiettivo il primo, Byung-Chul Han, di proporre un’idea di “vita contemplativa” che rallenti l’affanno del tempo attuale; il secondo, Carlo Rovelli, di mostrare che il tempo è un elemento emergente a una certa scala della nostra percezione e descrizione del mondo.
La parola tempo è usata evidentemente in contesti e a livelli differenti, ma vuoi per la perizia degli autori che rendono accessibili concetti specialistici attingendo fuori del proprio specialismo, vuoi per una convergenza di riferimenti, metafore, affacci sulla poesia e sul pensiero orientale, i due libri vivono in una zona di “buon vicinato”.
Il titolo del primo è Il profumo del tempo, in tedesco (l’autore Byung-Chul Han è di origine coreana e insegna a Berlino) Duft der Zeit. Sottotitolo L’arte di indugiare sulle cose.
Il libro di Rovelli si chiama L’ordine del tempo (da una frase del filosofo Anassimandro) e un capitolo è intitolato Il profumo della madeleine, con riferimento al dolcetto che, immerso nel tè ai fiori di tiglio, riporta il narratore della Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust nel mondo immenso del suo passato.
Il profumo dunque, in rapporto con il tempo. L’olfatto come veicolo di un viaggio nella memoria che schiude alla coscienza “vasti territori” (Rovelli) e “ampi spazi di tempo” (Han).

Analista dei mutamenti sociali e individuali legati alla tecnologia e alla globalizzazione, Han parte dalla considerazione che l’attuale società iperconnessa ha perso il “profumo” del tempo, la tensione narrativa profonda, l’“orbita delle cose”. 
L’episodio narrato da Proust è l’occasione per l’autore di indagare la potenza iconica e narrativa dell’olfatto, immaginando che una società dominata dai profumi – a differenza della società dominata dalle immagini e dalle misurazioni discrete del tempo – si nutrirebbe “del ricordo, della memoria, della lentezza e della permanenza”.
All’incirca alla metà del libro, dopo aver percorso i sentieri del pensiero di Heidegger, Han ci porta nella Cina antica, dove erano in uso degli orologi “profumati”, gli orologi a incenso: 香印 (hsiang yen, letteralmente “sigilli di profumo”).
Si tratta di manufatti raffinati, composti di un recipiente dove viene fatto bruciare l’incenso che si consuma nella forma di un sigillo, composto di uno o più segni che formano una parola o un detto.


Mentre il profumo riempie lo spazio, l’incenso si trasforma in cenere che a sua volta prende la forma del segno scritto nel sigillo, in un processo che allude al fluire e al trasformarsi. “Il tempo che profuma non scorre né passa. E nulla si svuota”, come accade invece negli orologi a sabbia o ad acqua. Il profumo “spazializza il tempo, conferendogli in tal modo la parvenza della durata”.

Fisico teorico, Carlo Rovelli arriva al tema del profumo nella terza parte della sua trattazione. Dopo aver discusso e smontato una a una le qualità del tempo come sono trapassate dalla fisica classica al linguaggio corrente: il tempo come qualcosa di uniforme che scorre dal passato al futuro, il presente come uno stato comune a tutto l’universo, l’ordine causale degli accadimenti; dopo essersi affacciato nel “mondo senza tempo” descritto dalla fisica attuale, nelle cui equazioni fondamentali il “tempo” sparisce; ecco che giunge il momento di considerarlo dalla parte dell’essere umano, che è in qualche modo l’inventore del tempo, poiché è solo dalla prospettiva umana che il tempo è quello che è: “la sorgente della nostra identità”, “la forma con cui noi esseri il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione interagiamo con il mondo”.
È a questo punto della trattazione che l’olfatto fa la sua comparsa: il profumo e il sapore del dolcetto di Proust riportano alla percezione istantanea del protagonista una miriade di ricordi, in un ordine che non ha a che fare con la linearità, col prima e il dopo, con la causa e l’effetto; ricordi che emergono in un tempo infrasottile, a riprova – e a garanzia – di un’identità profonda e peculiare, fatta di relazioni incessanti fra gli eventi e le loro tracce.
Il terzo movimento del libro del fisico Rovelli si svolge nella mente umana, nell’attività del cervello, nelle cui sinapsi tracce di passato permangono e si modificano senza pausa.
È da lì che il tempo rivela il suo ordine, riversandolo nella nostra nicchia biochimica dominata da cicli di 24 ore, nel nostro punto di osservazione locale sul cosmo, nella nostra capacità innata di ricordare (e dimenticare), nella nostra invenzione del linguaggio narrativo.

Scanditi dai versi delle Odi di Orazio, i capitoli del libro di Rovelli sono tappe di un viaggio straordinario che fa incontrare pensiero scientifico e racconto, invitando a riformulare le domande consuete da un altro punto di vista, a considerare le nozioni acquisite di tempo suscettibili di rovesciamenti anti-intuitivi, come lo furono la rotazione della terra, la relatività, l’indeterminazione.
Time: the Familiar Stranger. Tempo, lo straniero familiare, l’inquietante vicino: con questa immagine Julius T. Fraser, fondatore nel 1966 dell’International Society for the Study of Time (a cui questo blog è collegato per diversi motivi e occasioni) ha definito il tempo. Una struttura complessa e stratificata a cui ci avviciniamo per approssimazioni, sfocature, metafore. E le metafore – scrive Byung-Chul Han – “sono come profumi sprigionati dalle cose, quando queste stringono tra loro amicizia”.

Antonella Sbrilli (@asbrilli)

Byung-Chul Han, Il profumo del tempo. L’arte di indugiare sulle cose (2009), tr. it. Claudio Aleandro Bonaldi, Vita e Pensiero, Milano 2017

Carlo Rovelli, L’ordine del tempo, Adelphi, Milano 2017

Sara Morawetz: Marte a Roma (il I giugno 2017)

Sara Morawetz si presenta come un’artista interdisciplinare che esplora le profonde connessioni fra ricerca scientifica e artistica. Di lei e dei suoi esperimenti sul tempo ha scritto su questo blog Roberta Aureli nell’articolo Un giorno su Marte. Il testo faceva riferimento in particolare a un’opera dell’artista di origine australiana, un’opera dal titolo How the Stars Stand, consistente in una performance dominata da un vincolo: dalle 9 del mattino del 15 luglio 2015 fino alle  18 del 21 agosto, l’artista ha organizzato le sue giornate e le sue notti sull’ora di Marte, sperimentando slittamenti e derive del tempo.
“I have been in another time – another place – somewhere in between Earth and Mars // awake and asleep… transitioning through thoughts – ideas – feelings in a real time that is entirely of my own creation…”, scrive l’artista a proposito di questo soggiorno straniante in un diverso trascorrere del ritmo sonno/veglia, luce/buio. 

Il I giugno 2017, in dialogo con Antonella Sbrilli e Roberta Aureli, Sara Morawetz racconta quella esperienza – ed altre azioni su e intorno al tempo – in un incontro pubblico presso il Dipartimento di Storia dell’arte e Spettacolo della Sapienza (piazzale Aldo Moro, 5 – Facoltà di Lettere e Filosofia, aula 2 – ore 11).

(Immagine: two times//two watches Credit: Sara Morawetz/Instagram)

 

Una tesi su Diconodioggi

Dal Gioco dei giorni narrati (Giunti, 1994) alla versione in Realtà Virtuale Oculus Rift della mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea (Museo Macro di Roma, 2016), passando – nell’arco di venti anni – per il database della raccolta di citazioni sui giorni, per questo blog e per la rete dei social: è questo il tema di una lusinghiera – per Diconodioggi – tesi di laurea discussa in quest’anno accademico presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone.

tesi Accademia Frosinone

L’autrice è Martina Frattarelli e la sua relatrice Loredana Finicelli, docente presso il Corso di laurea in Conservazione e restauro dei materiali dell’arte contemporanea.

Titolo della tesi: “Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea. Caratteri di innovazione nella comunicazione multimediale dell’esposizione.

La tesi ripercorre con chiarezza l’origine e l’evoluzione del progetto e il suo riversamento su canali editoriali, mezzi e situazioni diverse: un libro antologico, un database relazionale, una mostra animata da eventi e interazioni, una ricostruzione VR, un blog collaborativo. Ecco l’indice:

Capitolo 1: I progetti editoriali
1.1 Il Gioco dei giorni narrati
1.2 La Bustina di Minerva
1.3 Il Database
1.4 Dicono di oggi: “Era una notte buia e tempestosa. Va bene, ma in quale data?”
1.5 Da Toni A. Brizi ad Antonella Sbrilli

Capitolo 2: La Mostra.Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea
2.1 Le nuove concezioni temporali nel ‘900
2.2. Il tempo nell’arte del ‘900. La performance, l’happening. Fluxus
2.3 L’arte di Alighiero Boetti
2.4 Alighiero Boetti e il tempo
2.5 La mostra: sviluppo e caratteri innovativi
2.5.1 Lo sponsor Bulgari
2.5.2 I percorsi tematici. Un rapido sguardo alla mostra
2.5.3. La comunicazione. La didattica e l’interazione con il pubblico

Capitolo 3: L’applicazione multimediale
3.1 La premessa: “Nel Cerchio dell’arte”
3.2. Realizzazione del progetto virtuale
3.3. Arte e tecnologie

Bibliografia e sitografia chiudono questo lavoro, che – speriamo – trovi diffusione e seguito.
(a.s.)

 

Ore di luce, ora

Una delle più belle opere che trattano il tema dei fusi orari è il capolavoro di Olafur Eliasson dal titolo Daylight map, del 2005.
L’opera consiste di 24 tubi al neon sagomati come le linee verticali che suddividono la Terra in zone col medesimo orario. Tali linee, lungi dall’essere diritte, si presentano spezzettate, zigzaganti, con rientri e scarti verso est od ovest, poiché seguono confini e situazioni collegate alla mappa politica del pianeta. L’opera dell’artista danese-islandese è un dispositivo che – grazie a timer e sequenziatori – funziona in tempo reale: i tubi  infatti si accendono in corrispondenza delle zone illuminate in quel momento nel pianeta e si spengono di conseguenza nel momento in cui su quella zona oraria cala la notte.

Eliasson Daylight mao 2005

Olafur Eliasson, Daylight map, 2005 (dal sito olafureliasson.net)

Due aspetti sorprendono e affascinano in questa installazione. Uno riguarda lo spazio e la sua rappresentazione: visualizzate al di fuori dal contesto familiare dell’atlante, queste linee non danno nessun indizio dei paesi che attraversano, rendendo irriconoscibile la mappa dal punto di vista geo-politico. L’altro aspetto concerne il tempo e la (sempre) sorprendente constatazione che il presente è insieme universale e locale, condiviso e circoscritto.
Il genio di Olafur Eliasson sintetizza così il tema per lui dominante della luce diurna nel suo intreccio con il tempo e l’intreccio di entrambi (luce e tempo) con l’esistenza biologica delle specie viventi e con la convenzione politica e sociale delle comunità. E ne ricava una partitura ritmica, che sincronizza il flusso continuo della luce con la struttura spaziale della griglia.
Nella notte fra il 25 e il 26 marzo 2017, nei paesi che la adottano, va in vigore l’ora legale: in Italia sono 101 anni – salvo qualche lunga interruzione – che l’espediente per allungare le giornate estive è attivo.
Gli effetti di questo jet-lag, ridotto ma concreto, si risentono nei ritmi circadiani e nelle abitudini, generando piccole confusioni sul prima e sul dopo (che ore sono? che ore sarebbero?).
La mappa luminosa dell’artista Eliasson – con la forza e la poesia della sua evidenza – fa riflettere su tutto questo, movimenti della terra, convenzioni di misurazione, passaggi di tempo, di cui i grandi e sconosciuti artigiani sono i compilatori degli orari dei voli aerei intercontinentali.

Antonella Sbrilli (@asbrilli)

Il Tempo sotto vetro in un libro di Roberta Aureli (Bulzoni editore)

Fra i diversi motivi per i quali leggere il libro di Roberta Aureli, La campana di vetro. Trasformazione della “camera di compensazione per sogni e visioni” nelle pratiche artistiche contemporanee (Bulzoni editore, Roma 2017), c’è un capitolo sul Tempo.
Dopo aver ripercorso la storia della campana di vetro – ambivalente oggetto d’arredo, cupola da salotto che racchiude ogni sorta di memorabilia privati o naturali – risalendo dalle case vittoriane fino alle visioni dei Surrealisti; dopo aver trattato nei dettagli le scatole-vetrina di Joseph Cornell e il loro riverbero che da New York arriva anche in Italia, in certe opere di Munari, Dangelo, Del Pezzo; dopo aver rintracciato il retaggio della campana di vetro nelle poetiche della miniatura, della meraviglia, del frammento, della mutilazione, della reliquia, variamente declinate a cavallo della grande guerra, Roberta Aureli si rivolge all’epoca contemporanea, allestendo una mostra ideale di “campane di vetro” reinterpretate da una rosa di artisti ed artiste internazionali. Qui troviamo le messe in scena di David LaChapelle, gli “accostamenti impervi” di Pablo Mesa Capella, i giocattoli di Lucas Mongiello, l’estetica bonsai di Aiba Takanori. E molte altre significative esperienze, che riconducono una parte consistente della ricerca attuale alla fascinazione per la Wunderkammer, agli sconfinamenti nell’immaginario scientifico e fantascientifico, alle simulazioni di habitat e di universi sotto vetro.
Aureli Campana di vetroÈ nel sesto capitolo, dall’eloquente titolo Custodire il tempo, che la dimensione temporale – evocata dalla funzione conservatrice della campana di vetro  – si rivela come contenuto stesso delle opere. Il capitolo si apre con una citazione dal trattato che Ernst Jünger dedicò nel 1954 alle clessidre, Il libro dell’orologio a polvere:  “Il tempo dilegua ma non svanisce”. L’artista al centro del capitolo è Chiara Camoni (Piacenza, 1974), presentata con alcune imprese emblematiche: l’esposizione del 2006 dal titolo (Di)segnare il tempo, in cui erano raccolti centinaia di disegni realizzati e firmati dalla nonna dell’artista, che per mezzo di una fitta trama di stelle e asterischi, ” aveva segnato sulla carta il tempo”, scandendo “come un metronomo il passare dei giorni”.
Nei lavori di Camoni “c’è il tempo dei ritmi e delle scansioni, il tempo della lotta contro la materia, il tempo lungo e paziente della creazione artigianale; c’è il tempo dei calendari e, soprattutto, il tempo condiviso con coloro ai quali l’artista delega il lavoro” – scrive Roberta Aureli – soffermandosi poi sull’opera Clessidra, presentata in una mostra del 2004. Si tratta di una clessidra sistemata – per l’occasione della mostra –  dentro una campana di vetro di misura molto maggiore rispetto a quella necessaria per contenere il piccolo oggetto, che appare simile ai segnatempo che corredano tanti giochi da tavolo. La sproporzione fra lo scorrere del tempo e la possibilità di controllarlo e misurarlo si lega così ai passatempi, ai giochi e ai ritmi con cui lo si riempie.
La trattazione di Roberta Aureli prosegue – dopo il capitolo sul Tempo – con una serie sorprendente di rivisitazioni della campana di vetro, che spaziano dall’Europa agli Stati Uniti, all’Australia, alla Cina, al Brasile (The Eight Day di Eduardo Kac), con un forte nucleo britannico (Damien Hirst, Kate McGwire, Janie Graham e Georgia Russell, Justine Smith, Jake e Dinos Chapman); per l’Italia spiccano David Casini, con le sue miniature di ecomostri e utopie politiche allestite sotto vetro e Sebastiano Mauri, con i suoi arrangiamenti di mondi in cui convivono creature aliene e terrestri, divine e umane. Il libro si chiude con riferimenti a campane di vetro metaforiche e futuribili, invisibili cupole colossali capaci di racchiudere intere comunità, bolle di cristallo esplorabili nello spazio-tempo.
Antonella Sbrilli (@asbrilli)

Il blog di Roberta Aureli, PlaychesswithMarcel.tumblr.com

Il Tempo senza date di Ghirri (a Narni, febbraio 2017)

“In febbraio leggo e studio molto” annotava Beppe Sebaste nel Calendario, il testo che apre la raccolta di scritti dal titolo Cafè Suisse e altri luoghi di sosta (Feltrinelli, 1992), dove lo scrittore – parmense di nascita – capta atmosfere e risonanze, cieli e stati d’animo, memorie di posti e città disparate. Quella raccolta era dedicata al fotografo Luigi Ghirri, un maestro di luoghi e di cieli: nel 1974 ne fotografò 365, uno al giorno, e ne scelse 28 per allestire il calendario celeste di un febbraio non bisestile (è stato esposto alla mostra Dall’oggi al domani, Macro 2016).
Ghirri Cieli febbraio 1974
Ghirri ritorna in una nuova iniziativa di Beppe Sebaste: l’artista ora è il fulcro della mostra dal titolo La Casa e le Stagioni – Casa Ghirri, che si apre sabato 18 febbraio 2017 (25 anni e 4 giorni dopo la scomparsa del maestro, avvenuta il 14 febbraio 1992). La mostra ha luogo a Narni, ne La Stanza, lo spazio espositivo aperto da Sebaste in via del Campanile 13. “Uno spazio laboratorio di pratiche e linguaggi. Un luogo di creazione, ma anche di ricerca e di raccoglimento, di felicità, di pellegrinaggio”, in cui ha già trovato forma, nel 2016, il progetto Ci sono cieli dappertutto.
Ghirri è la presenza numinosa di questo spazio, chNarni via del campanilee ora presenta  le immagini di un reportage compiuto da Sebaste con tre amici fotografi – Daniele De Lonti, Vittore Fossati e Gianni Leone – intorno all’ultima  casa di Ghirri a Roncocesi, nei pressi di Reggio Emilia, reportage avvenuto alla morte della moglie e collaboratrice di Ghirri, Paola, che per vent’anni aveva tenuto viva la memoria e l’archivio del marito. Il titolo La Casa e le Stagioni fa riferimento all’ultimo irrealizzato progetto del grande fotografo: la destinazione di un casolare nei pressi della casa di Roncocesi a luogo di raccolta ed esposizione di opere collegate al ritmo ciclico delle stagioni, un tempo senza date e senza griglie. A questo progetto, nel 2009, Elisabetta Sgarbi ha dedicato il film Deserto rosa. 
Nel corso del vernissage della mostra di Narni verranno letti testi e dediche di amici scrittori per Casa Ghirri.
Il blog di Beppe Sebaste “mantenere la parola”.
Antonella Sbrilli (@asbrilli)