Giorni e ore di Marisa Volpi

Il tempo va avanti e niente come un diario segue l’accumularsi successivo dei giorni, una data dopo l’altra. Niente però come un diario può anche cogliere – insieme alla successione – le anomalie dello scorrere del tempo, le ripetizioni e i ritorni, l’emergere imprevedibile dei ricordi, il presente inspiegabile dei sogni, la forza sospensiva dello sguardo. È quello che fa il lunghissimo diario, scritto su decine di quaderni scolastici, da Marisa Volpi, storica dell’arte, critica e curatrice di mostre, insegnante universitaria e scrittrice, scomparsa il 13 maggio 2015 (era nata a Macerata nel 1928). Sono pile di quaderni che risalgono il tempo, dall’ultimo presente fino agli anni Quaranta, riempiti di annotazioni scritte di getto o in differita, che parlano di tutto: incontri, letture, viaggi, relazioni, sogni, “cose viste”, tutti i giorni di una vita raccontata contemporaneamente durante, dopo, a volte prima che accada. Queste pile di quaderni, con le loro migliaia di pagine (in parte pubblicate in riviste e poi nel volume Le ore, i giorni. Diari 1978-2007, Medusa Edizioni 2010), sono uno dei lasciti preziosi di Marisa Volpi.
Immagine 1Nata professionalmente come storica dell’arte, esperta sia della grande pittura classicista del Seicento e Settecento, sia dell’avanguardia novecentesca; sostenitrice degli artisti americani ed europei dell’Informale, del Pop, del concettuale, Marisa Volpi dal 1978 inizia a scrivere racconti, pubblicandoli su riviste e  in raccolte. Con una di queste, Il Maestro della betulla (Vallecchi), nel 1986 vince il premio Viareggio. I racconti si distinguono fra quelli di pura finzione e ambientazione attuale e quelli ispirati alle vicende biografiche e alle opere di artisti e artiste (soprattutto romantici, simbolisti, impressionisti) fra cui vengono in mente Monet e Manet, la pittrice Berthe Morisot, lo svizzero Arnold Böcklin, i Preraffaelliti inglesi.
Il gioco del tempo, in questi racconti, si svolge su tanti piani interpolati: il presente storico dei protagonisti, il  presente di lei, la scrittrice che racconta, il  passato dei fatti avvenuti e di nuovo il presente sempre rinnovato delle opere d’arte, osservate attraverso la scrittura.
Il tempo sta lì, intorno e dentro i desideri, gli amori e le perdite, le umiliazioni, i trionfi dei personaggi e della narratrice; il tempo è il quesito invisibile da cui comincia e ricomincia ogni pagina, dove non è raro incontrare il nome di Sant’Agostino, con i brani dalle Confessioni sulla consapevolezza indicibile del tempo, e quello di Emily Dickinson, la poetessa statunitense che ha accostato nei suoi versi  l’attimo e l’eternità.
Anche nel romanzo autobiografico La casa di via Tolmino (Garzanti 1993), in cui Marisa Volpi ricostruisce gli anni di formazione, fra la città natale di Macerata, Roma, in cui la famiglia si trasferisce, Firenze, dove va a studiare e diviene amica di Carla Lonzi, i tanti luoghi dei viaggi, l’andirivieni temporale è continuo, con sbalzi – nel giro di pochi capoversi – dalla “fine degli anni Quaranta” a “un giorno d’inverno”, per poi tornare indietro a “Sette anni prima”. E iperboli, come “Era in via Tolmino, forse un secolo fa”.
Anche nei saggi di storia dell’arte, anche in quelli più fedeli a un formato storico, la capacità di evocare diversi affacci temporali dà una dimensione narrativa alla lettura storico-artistica, che la rende inconfondibile e a suo modo esemplare. Ed entrambe le attività di Marisa Volpi, quella di storica dell’arte e quella di narratrice, si appoggiano alla stesura costante dei diari, che porta con sé, e affina, una competenza nei fenomeni del tempo. Il tempo percepito internamente, il tempo atmosferico, il tempo misurato da calendari e orologi, convergono nella casa romana della scrittrice, nella sua camera che, come “la cabina di lusso di un Concorde”, vola “verso ovest”, nel tempo che arriva e che passa,  e che si ripete, anche quando pare interrompersi per sempre.
Antonella Sbrilli (@asbrilli)

Il sito www.marisavolpi.it con le notizie delle iniziative in corso 

 

Il tempo in bilico di Licini nell’Amalassunta di Brandimarte

Come gli orologi di Alighiero Boetti che in un giro di quadrante, oltre al giorno effettivo, percorrono virtualmente un anno, le pagine dell’Amalassunta di Pier Franco Brandimarte (Giunti, 2015) condensano due fasi del tempo: il tempo in cui il narratore Antonio Accurti racconta il suo avvicinamento al pittore marchigiano Osvaldo Licini e gli anni della vita dell’artista, evocati dai documenti (carte e fotografie), captati dalle immagini dei suoi dipinti, intravisti come in realtà aumentata fra le strade e le case di Montevidone.
giunti

Nel paese di Montevidone (Monte Vidon Corrado, ora in provincia di Fermo), Licini era nato il 22 marzo 1894 e lì sarebbe morto – dopo intervalli trascorsi a Bologna e in Francia, oltre che al fronte – l’undici ottobre del 1958.
22 marzo e 11 ottobre. 22 e 11: due numeri, uno il doppio dell’altro, fatti ciascuno dalla ripetizione di una stessa cifra. Un caso che non vuol dire niente, se non quello che si vede, un gioco di segni che si somigliano, una danza di numeri, come quelli – enigmatici – che Licini ha disseminato nei suoi dipinti, sulla linea dell’orizzonte, fra le colline e sulla faccia degli astri (come nel dettaglio riprodotto in copertina del libro, dove si vedono il 5, il 6 e il 2).

Attirato dalla qualità misteriosa dei dipinti di Licini (i paesaggi, le composizioni astratte, la serie degli Olandesi volanti, degli Angeli, delle Amalassunte), lo scrittore Pier Franco Brandimarte (vincitore con questo testo del Premio Calvino 2014), raddoppiatosi nel personaggio Antonio Accurti, ne offre una lettura intensa e morfologica, che si riverbera anche nell’andamento della narrazione.

Un paragrafo nel passato dell’artista, uno nel presente, uno nel passato più o meno recente del narratore, un altro in un tempo incerto: la linea che si disegna leggendo ricalca la linea degli orizzonti di Licini, spezzata e fluida, o gli innesti instabili di forme che alludono a uno schema, ma non vi restano chiusi.
Fra paragrafi di ricostruzione storica, descrizioni di avvenimenti e di memorie (di Licini, del narratore, dello scrittore), ecco si aprono le vedute sul paesaggio delle Marche e sui suoi abitanti, che aiutano a sciogliere i calligrammi dei dipinti del pittore.

Dietro quei segni – ci fa vedere Brandimarte – ci sono le macchine da pesca simili a palafitte (i trabocchi), ci sono le crepe frastagliate del terreno esplorato dai rabdomanti, ci sono i camminatori eccentrici, ci sono le costellazioni di “piccoli centri disposti come l’Orsa Maggiore”.
Se il riferimento a Leopardi (per le stelle dell’Orsa e per la luna, che è una delle interpretazioni dell’Amalassunta) è d’obbligo, s’intravedono dietro queste pagine anche le Cartoline dalle Marche di Tullio Pericoli, acquerelli di colline vicine e a perdita d’occhio.

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Tullio Pericoli, Cartolina dalle Marche, coll. privata

Scrive Brandimarte: “Da sempre, se penso alle Marche, rivedo questo scorcio preciso, il panorama che spazia dal mare alla sagoma tagliente del monte Ascensione che sta sopra la città di Ascoli e che ricorda un profilo umano dalle labbra protese, in cui alcuni vedono una donna che bacia e altri, chissà come, il Duce che scandisce la enne di noi…”.

Ancora una catena di somiglianze, un palinsesto del paesaggio, su cui si appoggiano storie, simboli e segni: altri indizi convenuti a sciogliere le crittografie a colori di Licini.
La “enne”, per esempio, che chiude la citazione appena trascritta, è richiamata nelle prime pagine del libro, proprio per descrivere il paesaggio marchigiano, lo spazio fra collina e collina, simile a una culla, in dialetto cùnnela, suono (e forma) che “trattiene un istante su in cima e poi ripete enne volte lo scivolo”.

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Lorenzo Lotto, dettaglio del Ritratto di Lucina Brembate, Bergamo, Accademia Carrara

Se la N dunque riguarda le colline (e anche  il Narratore, detto Ninì, la sua fidanzata Nina e Nanny la moglie di Licini), la P è la lettera che rappresenta il paese, la M le montagne. E la C è la luna, un semicerchio su cui Licini appoggia altre lettere, come fece nel ‘500 un altro pittore attivo nelle Marche, il veneziano Lorenzo Lotto, che vi nascose il nome di Lucina, tratteggiando le lettere CI dentro il falcetto calante.

Amalassunta è una parola che gioca con le parole, con Amalasunta figlia di Teodorico, con l’Assunzione, con l’avverbio lassù, con la luna e la matassa: dei numerosi dipinti che Licini dedica a questo magnete verbo-visivo, Brandimarte si sofferma su una versione tarda degli anni Cinquanta. Mentre interroga il quadro, che fa tutt’uno con la figura e col suo nome, lo scrittore vi riassume, con notevole sintesi, una vita, un luogo e un universo. E aggiunge un lungo elenco di associazioni che cercano di descriverla (“una meteora / un mostro-sirena in abito da sera / borotalco”) in un esercizio di ecfrasi che non esaurisce mai l’energia della visione che le ha dato origine (ma che ognuno può, volendo, proseguire). (Antonella Sbrilli @asbrilli)

Qui il link al Centro Studi Osvaldo Licini a Monte Vidon Corrado.

Metro di Tempo. “M” di Stefano Bartezzaghi

Come nel paese delle meraviglie di Carroll, l’ingresso attraverso il quale si entra nella metropolitana di Milano di Bartezzaghi è il Tempo.

Il metro non è un’unità di misura del tempo (anche se metri di legno sono usati a scuola per raffigurare la storia: gli anni in millimetri, i secoli in decimetri…), ma la metro, intesa come metropolitana, il tempo a suo modo lo misura, eccome.
“Prossimo treno fra due minuti” si legge nel display, e si fa il conto di che ore saranno fra due minuti; sei minuti fra una stazione e l’altra e si calcola l’ora di arrivo; mezz’ora, quaranta minuti per un intero percorso e si pianifica l’agenda della giornata. La metropolitana è a suo modo un orologio che si muove sotto la città e si muove, nel tempo di ognuno e di tutti, delle persone e della stessa città, nel modo zigzagante, diretto e avviluppato, in cui Stefano Bartezzaghi lo racconta nel libro M Una metronovela (Einaudi 2015).
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Il racconto che Bartezzaghi fa della metropolitana di Milano è intessuto nel tempo (e come potrebbe essere altrimenti?) ma, di più, mette in comunicazione la griglia macroscopica del tempo fisico con la percezione personale, fatta di attualità e memoria, di lampi e di limiti, di quel sapere e non-sapere di cui parla Sant’Agostino nelle Confessioni: “Che cos’è insomma il tempo? Lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede”.

San’Agostino è una fermata della linea 2 della metropolitana di Milano, una di quelle che Bartezzaghi conosce meglio e di cui racconta nel capitolo XVII (210); la fermata viene dopo Sant’Ambrogio, “come nella storia” e offre lo spunto all’autore per trattare dei nomi delle piazze, degli spiazzi, degli spazi cittadini con le loro forme. Fra queste forme – guarda un po’ proprio nel capitolo su Sant’Agostino – c’è anche l’orologio: un orologio da polso, col suo cinturino, è la figura evocata da Bartezzaghi per descrivere una piazza-non-piazza e un viale di Lambrate (212).
Come il tempo, la metro va sempre avanti; come il tempo, nella metro “non ci si può stare, è un luogo di passaggio” (220). Come il tempo, il tempo, nella metro di Bartezzaghi, è dappertutto.
C’è il tempo “tatuato” sui biglietti dalle vecchie obliteratrici e ancora più indietro nel tempo dai bigliettai, che li timbravano “a mano con giorno e ora” (26).
Ci sono i giorni della settimana: il lunedì e il giovedì della raccolta differenziata (14); i weekend (21) con i loro riti; la domenica del primo viaggio in metro da bambino (25) e la domenica nei parchi (115); il martedì e il sabato del mercato a Sant’Agostino (211).
Ci sono le stagioni: inverno (57); fine primavera, un pomeriggio torrido (65). I mesi: un luglio di fine secolo (237), quando un blackout interrompe l’erogazione della luce e il ritmo del tempo lavorativo.
Ci sono le parti del giorno, col loro carattere ciclico e l’individualità del lì e allora. Fra la pausa-pranzo (118), le sere prefestive (135), le notti, si contano tante mattine: la mattina presto e la tarda mattinata (42), una fredda mattina d’inverno (120), “un matin d’aprile, sensa l’amore” di una canzone di Jannacci (219); una mattina di giugno, a vent’anni, che diventa le tre del pomeriggio e sfocia in un temporale memorabile (221), unendo così la memoria di uno spazio di tempo con quella di un fenomeno del meteo. Del resto, il meteo è disseminato nel racconto della metro, che non è indipendente dalle condizioni atmosferiche (122) e un intero capitolo, Lo spirito del tempo (220), è dedicato a questo connubio, del tempo esterno e mutevole con il tempo del percorso sotterraneo.
Come in un Libro d’ore medievale, come in un breviario, nel racconto spazio-temporale di Bartezzaghi s’incontrano le ore (le 23, le 18, le 18.10 dell’orario dei treni), la mezzanotte, le tre del pomeriggio di agosto (208), l’ora dell’ultima metro (“Corri, ché questa è l’ultima metro”, 245) e i tempi della vita, infanzia, adolescenza, maturità e morte.
E poi i minuti, i secondi, i momenti, gli istanti (121), che portano al tema delle coincidenze (82, 87), degli incontri, degli incroci, del tempismo, delle occasioni.
Ci sono le date, un 2 novembre, il 18 aprile del 1996, quando il poeta Jacques Jouet tra le 5 e mezzo del mattino e le 9 di sera compie un intero percorso della metro parigina.
Ci sono le date nelle strade (un vecchio gioco di Bartezzaghi su La Stampa): XXIV Maggio, XII Marzo, XX Settembre, Cinque Giornate.
C’è il tempo della passeggiata, che ha un limite orario (10), il ritmo della camminata del pedone: “ha tempo? Non ha tempo?” (21).
Ci sono la puntualità e il ritardo (12), l’attesa e l’ansia, la fretta (81), il rallentamento (65), la pazienza, la durata delle passioni e degli stati d’animo, captati sulla linea dei viaggi (67), la sospensione (8), i soprusi sul tempo (38). Ci sono esperimenti sul tempo, legati all’ascolto e alla musica.
C’è poi il tempo interpolato della metronovela che fa da sottotitolo al libro, la met-com: una storia scandita in puntate di tre, quattro minuti, trasmessa dagli schermi nelle stazioni della metro, che si interrompe all’arrivo del treno, come un orologio narrativo, che riempie di fiction gli intervalli del tempo dei viaggiatori.
Dappertutto, nel racconto di Bartezzaghi, le M di metro, di Milano, di memoria si connettono, nel palinsesto di passaggi e sottopassaggi in cui impressioni, ricordi, imprinting si sono depositati per via di decenni di passi.
Come nel paese delle meraviglie di Carroll, l’ingresso attraverso il quale si entra nella metropolitana di Milano di Bartezzaghi è il Tempo.
(I numeri in parentesi si riferiscono alle pagine del libro di Stefano Bartezzaghi, M Una metronovela, Einaudi 2015)
Antonella Sbrilli @asbrilli

I giorni laici di Fabio Magnasciutti

Illustratore e musicista, oltre che insegnante di illustrazione, Fabio Magnasciutti è autore di animazioni per celebri trasmissioni televisive (Che tempo che fa), di disegni per quotidiani e settimanali, di libri (Lapis edizioni),  di locandine e di una serie di vignette dallo stile inconfondibile per tratto, composizione e battute.

FM“Non ho secondi fini” dice una clessidra riempita di sassi,  invece che di sabbia,  in una vignetta-aforisma dal titolo Il tempo stringe. Si trova, insieme a centinaia di altre che giocano con parole e doppi sensi, figure e figure retoriche, nel blog di Magnasciutti. Molte di queste vignette – a esplorare il blog – parlano del tempo, combinando paradossi, modi di dire, luoghi comuni legati a passaggi e feste (Capodanno, i Morti), aspettative personali e politiche, epocali e quotidiane. Presentate  mese per mese, le vignette costruiscono un diario, uno zibaldone di pensieri figurati, di cortocircuiti verbo-visivi, che si possono consultare in sequenza o random, andando da un titolo all’altro (da Ma la tempora a Tempo libero, per esempio). In questa collezione, c’è  un titolo ricorrente che lega la data di un giorno al termine LaiCal. Laical (una parola-valigia formata da Laico e calendario) è un calendario laico “ché ognuno ha i santi che vuole” e postumo, dedicato, ogni giorno, a un personaggio nato quel giorno che abbia avuto influenza e significato (non per forza positivi) sulla vita di Magnasciutti. Ci sono, per fare dei nomi,  Berlinguer e Ilaria Alpi, Henri Rousseau e Bertrand Russell, Picasso e Andrea Pazienza: ognuno ha una lapide grafica e un testo di associazioni, memorie, riflessioni, lampi.  KH

“Originariamente usciva in una sezione del sito dell’Unità ma non avevo ancora previsto la presenza del testo” racconta l’autore, spiegando che “LaiCal è un progetto in divenire, presente, oltre che sul blog sulla mia pagina Facebook. Io stesso non so ancora cosa farne, un libro, delle carte, un’occasione per dei reading con commento musicale…”. In attesa di vedere gli sviluppi, seguiamo i giorni di maggio: alla data di oggi corrisponde la figura dell’artista Keith Haring, l’inventore di figure radianti in spazi grafici stilizzati, in grado di animare  grandi superfici murali e piccoli gadget. Nato domenica 4 maggio 1958,  Haring sarebbe morto il 16 febbraio del 1990, “trentuno anni di fiamma viva / per tutti / su muri matite magliette portachiavi musei cuori / su una bancarella accanto a Snoopy I love New York smile cuori stilizzati / prendetene tutti / di questi uomini dinamici di linea nera” si legge e si vede, eloquentemente, nella pagina di Laical del 4 maggio.
Antonella Sbrilli (@asbrilli)

Immagini: courtesy Fabio Magnasciutti

Il mese di marzo 1969 in una mostra di Siegelaub

Nel 1969 Seth Siegelaub realizza una mostra di cui esiste solo il catalogo, dal titolo One Month. 31 artisti sono invitati a riempire con un’opera – o con la loro sola risposta –  i 31 giorni del mese di marzo dell’anno in cui gli americani sarebbero andati sulla Luna. In questo post Marina Andrea Colizzi racconta la curiosa storia di una mostra in forma di calendario.

One Month. March 1-31, 1969 è il secondo di tre progetti strettamente collegati tra loro che il curatore statunitense Seth Siegelaub realizza tra il gennaio e il settembre del 1969; si tratta di January 5-31, 1969, un’esposizione caratterizzata dall’assenza di opere in mostra ad eccezione del catalogo, e July, August, September 1969, un testo in cui si riporta la documentazione della realizzazione dei progetti di 11 artisti nel corso di tre mesi.
Per la realizzazione di One Month, Siegelaub stila una lista di 31 artisti, tanti quanti i giorni che compongono il mese di marzo, e assegna a ciascuno di loro un giorno del mese; ogni artista è invitato a inviare un contributo che deve essere realizzato nel giorno cui è stato associato. Ad ogni contributo viene quindi dedicata una pagina del catalogo/calendario.

Seth Siegelaub ColizziLa prima pagina è occupata dal calendario del mese di marzo del 1969; nella seconda viene riprodotta la lettera standard che il curatore invia a ognuno dei 31 artisti, completata negli spazi vuoti dal nome dell’ artista e dal giorno a lui assegnato.

Nelle lettere, spedite il 21 gennaio 1969, sono illustrate le istruzioni da seguire per poter partecipare, secondo le quali entro il 15 febbraio ogni artista potrà scegliere una di tre modalità con cui intende collaborare al progetto:

1)  Aderire alla mostra con il proprio nome nell’elenco dei partecipanti, accompagnato da una descrizione della propria opera e/o delle informazioni relative ad essa

2)  Aderire alla mostra con il proprio nome nell’elenco dei partecipanti, privo di ulteriori informazioni

3)  Non comparire nell’elenco dei partecipanti.

Il nome di ogni artista che non risponderà entro il 15 febbraio non comparirà nell’elenco dei partecipanti.

L’elenco dei nomi degli artisti e i loro lavori saranno pubblicati e distribuiti a livello internazionale; tutte le risposte saranno da considerarsi di proprietà di chi pubblica il catalogo.

Partecipano con il proprio nome o inviando un contributo Terry Atkinson, Michael Baldwin, Robert Barry, Rick Barthelme, Iain Baxter, James Byars, John Chamberlain, Ron Cooper, Barry Flanagan, Alex Hay, Douglas Huebler, Robert Huot, Stephen Kaltenbach, Joseph Kosuth, Christine Kozlov, Richard Long, Robert Morris, Claes Oldenburg, Dennis Oppenheim, Alan Ruppersberg, Robert Smithson, De Wain Valentine, Lawrence Weiner, e Ian Wilson, mentre le pagine assegnate a Carl Andre, Mike Asher, Dan Flavin, On Kawara, Sol Lewitt, Bruce Nauman e Ed Ruscha rimangono bianche, senza darci la possibilità di sapere se la causa sia il desiderio di non comparire tra i partecipanti o l’assenza di una risposta alla richiesta di Siegelaub entro il 15 febbraio 1969.
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I contributi più interessanti sono quelli in cui compaiono le coordinate spaziali e temporali dei progetti realizzati in occasione della mostra, come ad esempio il lavoro inviato da Richard Long, che consiste nella descrizione di quattro fotografie scattate nei pressi di Bristol il 21 marzo: mezzanotte tra il 20 e il 21 marzo, fotografia che mostra il livello della marea del fiume Avon, nel tratto in cui attraversa il quartiere di Hotwells; alba – alle ore 6.00 -, fotografia dal Bristol Suspension Bridge; crepuscolo – alle ore 18.30 – , fotografia dal Severn Bridge; mezzanotte tra il 21 e il 22 marzo, replica dello scatto del fiume Avon ad Hotwells.

Anche il lavoro di Douglas Huebler è strettamente legato alle coordinate spazio-temporali, ma in maniera del tutto differente: Huebler seleziona 31 intervalli di tempo nel corso delle 24 ore del 14 marzo e assegna ciascun intervallo di tempo ad ognuno dei 31 artisti invitati a partecipare alla mostra One Month. Secondo le istruzioni di Huebler, ogni artista dovrà riferire la propria posizione fisica relativa al preciso intervallo di tempo assegnatogli, facendo riferimento alla propria ora locale. Il contributo in catalogo di Huebler è costituito dalla descrizione del suo progetto; una lista dei nomi dei 31 artisti, accompagnati da orario assegnato e posizione fisica, andrà a completare il lavoro.

Del tutto originale è infine il contributo inviato da Terry Atkinson e Michael Baldwin. I due artisti, cui vengono assegnati due giorni consecutivi – rispettivamente 3 e 4 marzo – inviano lo stesso testo con il quale si comunica che entrambi accettano il giorno assegnato (“Both Michael Baldwin and myself accept the day we have each been allocated/Both Terry Atkinson and myself accept the day we have each been allocated”), che il lavoro di ciascuno sarà recapitato “entro due settimane” e che consterà in tre o quattro fogli dattiloscritti.

Sfogliando One Month di Seth Siegelaub consultiamo un calendario fatto delle azioni degli artisti, non solo di quelli che vi hanno preso parte attiva, ma anche di quelli che, lasciando una pagina bianca, stimolano la curiosità di noi lettori riguardo alla loro giornata del marzo 1969.
Su Siegelaub e il tempo, vedi qui

Marina Andrea Colizzi

Il suono dell’8. Giacinto Scelsi, di Luigi De Angelis

Il compositore e poeta Giacinto Scelsi (anagramma: “ascolti segnici”) nasceva in Liguria  l’8 gennaio 1905. “Devoto del numero 8, in cui riconosceva le risonanze dell’infinito, l’appartenenza dei due cerchi a due mondi paralleli, avrebbe perso conoscenza il giorno “in cui tutti gli 8 si metteranno in fila”, l’8/8/88, diventando così anch’esso una nota pulsante, appartenente alle infinite vibrazioni dell’universo…”. Continue reading “Il suono dell’8. Giacinto Scelsi, di Luigi De Angelis” »

E’ il 17, nonvedi?

Su Twitter, il suo account è Quello che non vedi @chiarabottini; sul web, il suo sito si chiama Quello che non vedi. Un po’ più di twitter, un po’ meno di un blog: l’autrice è Chiara Bottini, che nelle bio accenna al suo lavoro “dentro sale congressi e aule di formazione”, alla sua attività di scrittura e al suo segno distintivo: notare sempre l’ora alle 17 e 17Continue reading “E’ il 17, nonvedi?” »

Wittgenstein dice di oggi

Wittgenstein dice di oggi

di Simone Zacchini

In una delle sue prime lezioni dopo il ritorno a Cambridge (1930-32), Ludwig Wittgenstein afferma che “il tempo come sostantivo è una terribile fonte di confusioni“. Sono questi gli anni in cui, tornato all’attività filosofica, Wittgenstein inizia a delineare il percorso che lo porterà alle Ricerche filosofiche, in cui rimette in discussione le sue stesse teorie, che aveva espresso nel Tractatus logico-philosophicus.

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Già in quest’opera troviamo un’analisi del concetto di tempo. Wittgenstein istituisce, nella proposizione 6.4312 del Tractatus, un nesso tra quello che egli chiama l’“enigma della vita” e il riconoscimento che la vita umana si svolge “nello spazio e nel tempo”:

«L’immortalità temporale dell’anima dell’uomo, dunque l’eterno suo sopravvivere anche dopo la morte, non solo non è per nulla garantita, ma, a supporla, non si consegue affatto ciò che, supponendola, si è sempre perseguito. Forse è sciolto un enigma perciò che io sopravviva in eterno? Non è forse questa vita eterna così enigmatica come la presente? La risoluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo è fuori dello spazio e del tempo. (I problemi da risolvere qui non sono problemi della scienza naturale)».

Il problema della sopravvivenza eterna della nostra anima, della nostra infinita durata nel tempo, è uno di quei problemi che, da sempre, i filosofi hanno considerato più importanti, più universali, di altri.

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100 libri futuri

100 libri futuri

di Sandra Muzzolini

Future Library è un progetto dell’artista scozzese Katie Paterson avviato la scorsa estate in Norvegia: appena fuori Oslo è stata piantata una foresta di 1000 alberi che saranno tagliati nel 2114 e forniranno la carta per stampare un’antologia di 100 libri, uno per ogni anno a partire da ora.

100libri

http://katiepaterson.org/futurelibrary/

La prima scrittrice a cui è stato chiesto di aderire al progetto è Margaret Atwood, che consegnerà il suo lavoro in una cerimonia prevista per giugno 2015. Il testo sarà conservato in una biblioteca di Oslo e nessuno potrà leggerlo fino al 2114, quando sarà pubblicato insieme agli altri 99. La scrittrice canadese, parlando dell’iniziativa nel corso del suo recente intervento a Pordenonelegge, l’ha definita un progetto ottimista per quattro ragioni: innanzitutto presuppone che fra 100 anni ci saranno ancora persone sulla terra, poi che ci sarà una biblioteca ad Oslo, che la gente saprà leggere e che avrà voglia di leggere. Ogni libro – osserva la scrittrice – è come un messaggio in bottiglia, si proietta nel futuro, rivolgendosi a lettori che l’autore non conosce e che lo leggeranno in tempi e luoghi diversi. Il progetto dunque è una sorta di versione estesa dell’avventura di ciascun libro.
Se da una parte dispiace l’idea che noi non potremo leggere questi libri è bello però pensare – sottolinea Katie Paterson – che molti degli autori di quest’antologia non sono ancora nati.
(s. m.)

Literary clock

Un esperimento di ricerca collaborativa sul tempo, precisamente sulle 24 ore che compongono un giorno e una notte: è Literary clock, il progetto lanciato dal quotidiano inglese The Guardian a tutti i lettori interessati alle descrizioni del tempo nella letteratura.

Wizard of Id by Parker & Hart

Wizard of Id by Parker & Hart

Il progetto è ispirato all’opera dell’artista Christian Marclay The Clock, un film-collage che monta frammenti di pellicole in cui sono visibili orologi che segnano le diverse ore della giornata: un film-installazione che dura 24 ore e viene proiettato in tempo-reale, in modo che le ore degli spettatori e quelle della finzione coincidano. I curatori di Literary clock hanno iniziato nel 2011 a raccogliere citazioni che riguardano ciascuno dei 1440 minuti di un giorno e una notte. Con l’aiuto dei lettori, la gran parte dell’impresa è stata svolta e Literary clock è stato presentato all’Edinburgh International Book Festival del 2013. I minuti mancanti, i più difficili, quelli delle ore notturne, sono l’oggetto della caccia al tesoro proposta dal Guardian in questi giorni. Diconodioggi.it, che lavora sulla scala del giorno e non del del minuto, accetta volentieri la sfida e la rilancia ai suoi lettori.

Avevamo detto di oggi. L’applicazione Timehop

Avevamo detto di oggi. L’applicazione Timehop 

di @atrapurpurea

La Timeline, si sa, scorre inesorabile come solo il tempo sa fare, si porta via i tuoi instantweet in uno spazio-tempo di 140 caratteri effimeri e inconsistenti. Un presente amplificato come unica dimensione, ma destinato a perdersi ben presto in un passato dimenticato.
Tra i tanti rimedi (storify, tweetbook…)
ho trovato molto interessante l’applicazione Timehop.

TimehopÈ una specie di diario, involontario e passivo, che ti offre un feedback quotidiano in grado di catapultarti indietro nel tempo. Con una semplice notifica quotidiana l’app invita a fare un viaggio in quella che a tutti gli effetti assomiglia a una Timeline del passato: cosa hai scritto su Facebook, Twitter, Instagram e Forsquare esattamente un anno fa? O due, tre, quattro anni fa?  E nel rileggere, chissà, forse si rivivrà un déjà vu, oppure sarà la nostalgia o il rimpianto a prendere il sopravvento; oppure si leggerà “cosa dicono di oggi” come se quell’ “oggi” appartenesse a un altro.
TimeHop è in definitiva un banalissimo automatismo, per di più accompagnato da un messaggio standardizzato e spersonalizzante (in cui a parlare in prima persona è il tuo “io” meccanico), un automatismo che però ti immette nel bel mezzo di un’emozione, tra i filtri di una foto che magari vorresti non vedere più, in una conversazione che neanche ricordavi o in un’altra che vorresti rivivere con la stessa intensità di quel momento…
È ancora e sempre un flusso di tempo, ma che in qualche modo hai l’illusione di poter fermare per qualche istante. Oggi. Domani, chissà??!!

 

 

#TimeBox

“All’inizio di ogni mese dovresti prendere una scatola di cartone, ficcarci dentro tutto e chiuderla quando scade il mese. Poi dovresti metterci la data e spedirla nel New Jersey. Bisognerebbe conservarne le tracce, ma se non ci riesci e la perdi, è meglio – una cosa in meno a cui pensare, un peso mentale in meno.”
Questo raccomandava Andy Warhol nella sua Filosofia di Andy Warhol da A a B e vicerversa (1975, tr. it C. Medici, Abscondita 2009), parlando di spazi, di case, di vuoti, di pensieri e di oggetti.

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Dal 1974 Warhol aveva cominciato a riempire scatole di cartone – quelle che si usano per i traslochi – di riviste, giornali, regali, fotografie, inviti, biglietti. Le Time Capsules di Warhol  sono più di 600 e sono conservate nel museo di Pittsburgh, la città nei pressi della quale Warhol era nato nel 1928. Sarebbe morto a New York nel 1987, il 22 febbraio.
Per ricordarlo, diconodioggi.it propone su Twitter  l’hashtag #TimeBox.
Da oggi fino al 20 febbraio, scrivete in uno o più tweet quel che mettereste – di questi giorni – nella scatola del tempo: avvenimenti, titoli di giornale, oggetti, l’intera scrivania, letture, immagini, incontri… per conservarli, per metterli via, per non pensarci più, per ritrovarli o farli ritrovare.

Tweetbook
Nel giornale Pagina99 we di sabato 22 febbraio, leggete quel che resta di questi giorni nelle #TimeBox dedicate a Warhol. timeboxEd ecco il link al tweetbook di febbraio (via trytweetbook.com)
Antonella Sbrilli (@asbrilli)

L’hashtag #TimeBox è attivo di nuovo, per la durata della mostra Warhol, Roma, Palazzo Cipolla, via del Corso 320 (18 aprile-28 settembre 2014).

 

14 Gennaio

14 gennaio 2014

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Il quattordici gennaio del 1922, Emma Zunz, di ritorno dalla fabbrica di tessuti Tarbuch e Loewenthal, trovò in fondo all’ingresso una lettera, col timbro del Brasile, dalla quale seppe che suo padre era morto. La ingannarono, a prima vista, il francobollo e la busta; poi, la inquietò la calligrafia sconosciuta. Nove o dieci righe scarabocchiate cercavano di riempire il foglio

Jorge Luis Borges, Emma Zunz, 1949, tr. it. F. Tentori Montalto, I Meridiani, Mondadori 1985, I, p. 813

Uno dei racconti della raccolta L’Aleph, Emma Zunz  narra l’elaborata e dolorosa vendetta di una figlia che vuole rendere giustizia al padre ingiustamente accusato di un furto. Lo “splendido argomento” – così lo definisce lo stesso Borges – del racconto si intreccia con il tema del tempo e del trovarsi nei giorni.  Quando il 14 gennaio la giovane Emma viene a sapere che il padre è morto il 3 dello stesso mese, la notizia le fa desiderare di “trovarsi già al giorno dopo”, desiderio inutile “perché la morte di suo padre era la sola cosa che fosse accaduta al mondo e che sarebbe continuata ad accadere, senza fine”.  E ancora “i fatti gravi stanno fuori del tempo, sia perché in essi il passato rimane come scisso dal futuro, sia perché le parti che li formano non paiono consecutive”.
Il 14 gennaio compare anche nel racconto
L’anziana signora (Il manoscritto di Brodie)

Dicono del libro
“All’infuori di Emma Zunz  (il cui splendido argomento, tanto superiore alla sua timida esecuzione, mi fu dato da Cecilia Ingenieros) e di Storia del guerriero e della prigioniera che si propone d’interpretare due fatti degni di fede, i racconti di questo libro appartengono al genere fantastico”
(Jorge Luis Borges)

 

Altre storie che accadono oggi

“.. Il 14 gennaio sbarcavo sano e salvo a Dover…”
Daniel Defoe, Robinson Crusoe

 

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“… Sulla copertina di ‘Time’, del 14 gennaio 1996, c’era la sua immagine…”
Philip K. Dick, Tempo fuori luogo

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“… fino alla notte del 14 gennaio 1929 non avrebbe mai pensato di doversene andare dalla California…”
Paul Auster, Il libro delle illusioni

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“… 14 gennaio E’ ancora una volta domenica. Sono tutti usciti, oggi, subito dopo colazione…”
Alba De Cespedes, Quaderno proibito (segnalazione di Emiliano Ruocco ‏@EMILI4NS)
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“… Mi domanda che giorno è, gli rispondo che è il 14 gennaio, che siamo a Milano…”
Michele Dalai, Le più strepitose cadute della mia vita (segnalazione di Federica @cutierudegirl)

pittura
Un quadro di On Kawara, della serie dell’oggi, JAN. 14, 2011

Il 24 dicembre di Joseph Cornell

Uno dei più grandi artisti americani, Joseph Cornell (1903-1972), è celebre per la sua produzione di collage di immagini e film e soprattutto per le scatole di legno chiuse da un vetro, in cui oggetti trovati (pipe d’argilla, piume, conchiglie, spirali, carte geografiche) compongono degli assemblaggi affascinanti e densi di significati. Cornell non era solito datare le sue opere e aveva una concezione del tempo – mutuata anche dalla sua appartenenza alla setta della Christian Science – che va sotto il nome di eterniday, parola-valigia che fonde insieme l’eternità e la quotidianità, l’effimero e il senza tempo. A un periodo dell’anno però Cornell era particolarmente sensibile: i giorni intorno a Natale. Nato il 24 dicembre, Cornell amava l’atmosfera natalizia, sia nella sua casa di Utopia Parkway (Flushing, New York), sia a Manhattan, dove si recava nelle sue derive quotidiane, in cerca – come scrive Charles Simic ne Il cacciatore di immagini – di quegli “oggetti ancora sconosciuti che vanno insieme” e che, una volta riuniti, faranno un’opera d’arte. Cornell cercò sempre, per quanto possibile, di far coincidere le mostre delle sue opere con il Christmastime, ricorrenza della sua nascita, periodo di memorie e aspettative, tempo di regali, che sono – come le sue scatole e i suoi collage – il risultato di una ricerca e di una scelta accurata.
Cornell at Cooper Union 1972 (6) Al senso del Natale si collegano molti temi nell’opera di Cornell: il richiamo ai giocattoli, alle sorprese, ai dolciumi, l’uso delle miniature, l’estetica della meraviglia e soprattutto, l’infanzia. L’infanzia intesa non tanto come stato di innocenza, quanto di assoluta interezza dei significati, “quando una bilia che rotola su un parquet appare portentosa come il passaggio di una cometa” (Ashbery).
Un delle ultime mostre di Cornell si tenne, solo per bambini, alla Cooper Union School of Art and Architecture (New York) nel 1972, l’anno in cui l’artista sarebbe morto, il 29 dicembre. (Antonella Sbrilli @asbrilli)

Enrico Benetta, fra lettere e tempo

Tempo sospeso Benetta

Courtesy Enrico Benetta, Tempo sospeso

“È molto diverso misurare il tempo con l’acqua, il fuoco o la luce” scrive Ernst Jünger nel Libro dell’orologio a polvere, ricordando anche che i primi costruttori di clessidre appartennero probabilmente alla corporazione dei fabbri. C’è un’opera dell’artista veneto Enrico Benetta che conferma e arricchisce la raccolta di geroglifici del tempo di Jünger: Tempo sospeso ha la forma di una grande clessidra, con un’incastellatura  cilindrica costituita da quattro sostegni alti due metri fissati su due dischi dal diametro di 85 cm. Due coni di lettere in acciaio cor-ten, fissate ai due dischi, alludono con la loro forma alle ampolle della clessidra, divise simmetricamente da una strozzatura centrale, che dà all’insieme la forma reversibile, e continuamente rovesciabile, di un otto. Nella clessidra di Benetta non c’è il vetro e neanche la sabbia. L’ingombro delle ampolle e la materia che dovrebbe riempirle è costituita dai caratteri tipografici disegnati nel ‘700 dal tipografo Giambattista Bodoni. I caratteri sono sagomati dall’artista-fabbro nel cor-ten, un acciaio arricchito di atomi di rame che danno al materiale il segno visivo del passare del tempo:  la coloritura della ruggine senza il suo effetto corrosivo. E sono disposti in modo da creare la metafora visiva del gocciolare dall’alto e dell’accumularsi in basso, con un assottigliamento al centro, in cui è visibile – come una congiunzione – una E maiuscola. Se nella clessidra sono i granelli di sabbia setacciata (o di polvere ottenuta dalla macinazione di diversi metalli) a colare dal basso verso l’alto, qui sono lettere dell’alfabeto: unità atomiche, costituenti di base di tutte le parole, materia prima del linguaggio. Sono loro – con i grovigli e le catene delle loro combinazioni – a segnare il tempo e insieme a sospenderlo, come fa da sempre la lettura.
Benetta versione grandeL’opera di Benetta (ne esiste anche una versione alta più di 6 metri) è stata esposta nel 2012 nel Museo Bodoniano di Parma insieme a installazioni autoportanti e composizioni polimateriche, tutte basate sui caratteri del grande tipografo. Fra queste, anche un Libro del tempo, 2011. E il tempo è un motivo di riflessione, già nel titolo, anche nella mostra L’attesa… La Tempesta (Castelfranco Veneto, fino al 7 gennaio 2013), che indaga “lo spazio temporale fra il lampo e il tuono”, partendo dal celebre quadro di Giorgione .
Viene da chiedere seguendo quali segnali l’artista assembli i caratteri, con quale frequenza ricorrano vocali e consonanti, e se emergano significati più o meno volontari nei percorsi non lineari delle opere, nei cui titoli non è raro trovare giochi di parole. Del resto l’anagramma del nome di Enrico Benetta, in un dialogo ideale con le sue opere, è: “beate in cor-ten”.
Antonella Sbrilli (@asbrilli)
Link al sito dell’artista

Tempo frattale. L’infinito nascosto nell’infinitesimo

Tempo frattaleL’infinito nascosto nell’infinitesimo
di Valerio Eletti

frattale Mandelbrot

Frattale di Mandelbrot

C’è il tempo lineare, quello della nostra vita e della storia; e c’è un tempo circolare, quello intrappolato nei racconti, che ogni anno torna a intersecarsi con la freccia del tempo quotidiano. Ma Murakami Haruki inventa una diversa tipologia di tempo, in risonanza con un oggi sempre più complesso, virtuale e reticolare: il tempo frattale, al contempo conquista dell’immortalità e abisso di sgomento di fronte all’eternità.
Che significa l’attributo ‘frattale’ applicato al tempo? Intanto diciamo che questo termine, introdotto e poi divulgato mezzo secolo fa da Benoît Mandelbrot, matematico polacco naturalizzato francese, è usato qui come metafora o suggestione, più che come rappresentazione matematica vera e propria: una metafora grazie a cui si proietta nella dimensione tempo il paradosso spaziale di Achille e la tartaruga.
Nel suo romanzo La fine del mondo e il paese delle meraviglie, Murakami racconta due vicende che si svolgono in due mondi paralleli, fuori e dentro la mente del protagonista, vicende che si concludono con una morte-non-morte, proprio grazie all’invenzione del tempo frattale: infatti, nel momento in cui il protagonista muore nel suo tempo “reale”, a Tokyo, il suo alias sopravvive in eterno entrando in un flusso in cui il tempo si arrotola su se stesso in una spirale in cui ogni secondo dura la metà del secondo precedente, anche se viene percepito ancora e sempre come intero.
La sequenza di questi secondi continuamente dimezzati – ma sempre percepiti come interi dal protagonista e dagli abitanti della sua città virtuale – si protrae così all’infinito, inoltrandosi sempre più a fondo nell’infinitesimo, senza poter mai raggiungere la soglia che porterebbe al distacco dell’esistenza dallo scorrere del tempo.
Così, mentre la vita si esaurisce il 3 ottobre, nel ‘paese delle meraviglie’ (la Tokyo surreale del protagonista), continua in eterno il 4 ottobre, dello scenario irreale della ‘fine del mondo’.
Ecco la spiegazione che dà il Professore al protagonista:
“… anche se il suo corpo perisce e la sua coscienza si dissolve, proprio un attimo prima il suo pensiero può afferrare un punto e dividerlo all’infinito. Si ricordi di quell’antico paradosso riguardante la freccia che vola. La freccia che vola è ferma. La morte fisica è la freccia. Vola in linea retta mirando al suo cervello. Nessuno la può evitare. (…) Il tempo fa avanzare la freccia. Tuttavia, come le ho detto, il pensiero divide indefinitamente il tempo. Per questo quel paradosso finisce con l’essere reale. La freccia non arriva mai a destinazione.
– L’immortalità, insomma.
– Esatto. Le persone che vivono nel loro pensiero sono immortali. O se non proprio immortali, ci si avvicinano indefinitamente.”  (v.e.)
(Murakami Haruki, La fine del mondo e il paese delle meraviglie, 1985, trad. it. di Antonietta Pastore, Einaudi 2008, p. 358).

Dieci minuti

Descrivere la stessa porzione di tempo (il 27 settembre della scrittrice Christa Wolf) per tanti anni successivi, addirittura quaranta; fotografare o riprendere la stessa porzione di spazio ogni giorno per un anno (i cieli dell’artista Luigi Ghirri, lo studio di Bruce Nauman); analizzare un luogo sostandovi tre giorni successivi (il Tentativo di Georges Perec); chiedere a tante persone di riprendere un giorno solo: il 24 luglio 2010 dell’impresa collettiva Life in a Day, prodotta da Ridley Scott; impresa replicata in diverse nazioni (per l’Italia, la data scelta è il prossimo 26 ottobre 2013, col titolo Italy in a Day e la regia di Gabriele Salvatores).
Nel 2001 l’antologia Pomeriggio/Afternoon – curata dalla rivista “Storie” – ha scelto di concentrare l’attenzione su dieci minuti di un giorno di quell’anno, il 19 aprile, invitando 140 scrittori, cineasti, musicisti a fissarli in simultanea, in qualunque posto si trovassero. Basata sull’idea del Momentismo, “una forma di scrittura contingente, capace di suggellare l’estemporaneità e la sintesi”, la scelta dei dieci minuti /ten minutes è diventata da allora un metodo, un approccio e una cornice per altre iniziative narrative, appoggiate sul tempo breve e sulla pluralità degli sguardi. (a.s.)
Pomeriggio / Afternoon. Dieci minuti alle sei, a cura di G. Bassi, Leconte, 2001

Un film lungo 24 ore: “Psycho” per l’artista Douglas Gordon e lo scrittore DeLillo

Due date in Punto omega di Don DeLillo di Antonella Sbrilli
Il soggiorno del giovane regista americano Jim Finley nella casa nel deserto di Richard Elster, intellettuale e consulente bellico, sul quale vuole girare un film; l’arrivo e  l’improvvisa scomparsa della figlia di Elster, la giovane Jessica, che ha una relazione con un uomo che forse si chiama Dennis; le intense conversazioni sul tempo e sulla coscienza, sono il nucleo della vicenda narrata nel libro Punto omega di Don DeLillo (2010, tr. it. F. Aceto, Einaudi).
Questo nucleo è racchiuso fra due brevi capitoli, dal titolo Anonimato e Anonimato 2, datati il 3 e il 4 settembre e ambientati in una sala del museo (il Moma di New York), in cui è esposta un’opera dell’artista scozzese Douglas Gordon, realizzata nel 1993 e citata in chiusura del libro. L’opera è 24 Hour Psycho: “non era un film, ma un’opera concettuale. Il vecchio film di Hitchcock proiettato così lentamente da durare ventiquattro ore”.
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Cartolina per un 18 agosto

BufalinoBufalino_GuccioneLa cartolina per un 18 agosto è dello scrittore siciliano Gesualdo Bufalino (1920-1996), viene da Comiso ed è indirizzata a Toni A. Brizi (alias Antonella Sbrilli)  presso l’editore Giunti di Firenze che nel 1994 pubblicò Il gioco dei giorni narrati. In quell’edizione dell’antologia che racconta un anno giorno dopo giorno, Bufalino era presente – al 7 febbraio – con una pagina tratta da Le menzogne della notte, il libro edito da Bompiani nel 1988, con cui aveva vinto il premio Strega.  Nel data-base dei “giorni narrati” c’era (e c’è) anche un altro passo di Bufalino, dalla Diceria dell’untore, dove il 18 agosto (una domenica del 1946) spicca con grande personalità. È il giorno dell’appuntamento fra il narratore e Marta, un giorno talmente intenso da superare la dialettica fra Essere e Non Essere, a favore del “bellissimo Riessere…”.
Nell’edizione a stampa del Gioco dei giorni narrati, che prevedeva un unico brano per giorno, la scelta cadde su un passo del romanzo di Franz Werfel  Il cielo rubato, in cui il 18 agosto è immaginato come una stazione lungo una linea ferroviaria, un luogo nel tempo, dove qualcuno resta e altri non possono tornare.
Sia la pagina di Werfel sia quella di Bufalino trasformano la data di piena estate da semplice crononimo a tentativo di captare il tempo come spazio (di percorrenza, di sosta, di recita). In diconodioggi.it  ora trovano posto entrambe e anche l’elegante cartolina (con una grafica dell’artista siciliano Piero Guccione) che lo scrittore Bufalino inviò per segnalare quanto gli fosse cara la data del 18 agosto: “E grazie per l’inclusione (ma forse avrei preferito figurare al 18 agosto, inizio cap. XI della mia Diceria dell’untore.”).
Una cartolina dal tempo ciclico della finzione, che fa “riessere” i giorni, almeno nella lettura, inviata da uno scrittore che definisce il suo protagonista un  “forestiero turista” del passato. (a.s.)

Il tempo al dettaglio: Roman Opalka

 

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Cover catalogo “Roman Opalka. Il tempo della pittura” Marsilio 2011

La parola dettaglio, in italiano e in francese (détail), indica, insieme al particolare, anche l’unità, il singolo pezzo, come nell’espressione vendita al dettaglio, che si può dire anche vendita al minuto.
Dettaglio, unità, singolo elemento: la serie più impressionante fra le opere di Roman Opalka (1931-2011), artista di origine polacca vissuto in Germania e in Francia, s’intitola Détail e rappresenta sequenze di numeri progressivi, a partire dall’1 dipinto in bianco su fondo scuro nel 1965.
Da allora, le cifre sono cresciute fino a superare i 5.000.000, tela dopo tela (tutte della stessa misura), mentre il fondo si schiariva progressivamente avvicinandosi al bianco con cui è tracciato il numero. L’irreversibile e ordinato accumulo del tempo su queste tele è accompagnato dalla foto quotidiana dell’autore e dalla registrazione audio della sua voce che pronuncia i numeri dipinti in polacco, perché – come ha affermato Opalka – si conta sempre nella lingua materna. “Il tempo non può che essere fatto di elementi successivi di tempo” scrive Bruno Corà nel catalogo della mostra tenuta a Venezia nel 2011 (catalogo Marsilio), anno della morte dell’artista. Prima che alla serie dei Détail, Opalka, che è stato pittore e incisore, aveva lavorato ai Chronomes (1961- 63) e ai Phonemats (1963-64), esercitandosi con perizia nella creazione di superfici fatte di punti, segni, talvolta lettere di alfabeti, e numeri.
Un crocevia fra cultura polacca, tedesca e francese, Opalka riflette le correnti artistiche concettuali, minimaliste, antiallegoriche, tendenti al monocromo e all’essenziale e il pensiero sul tempo dei decenni post-bellici, con le ricerche matematico-filosofiche sugli infiniti.
Antonella Sbrilli (@asbrilli)