28 Marzo

28 marzo 2020

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“Look at the date of the magazine issue”.
He pointed to the top heading, just to the left of the page number. It read March 28, 1932. Harlan said, “That scarcely needs translation. The numbers are about those of Standard Intertemporal and you see it’s the 19.32nd Century. Don’t you know that at that time no human being who had ever lived had seen the atomic mushroom cloud. No one could possibly reproduce it so accurately, except…”
“Now, wait. It’s just a line pattern,” said Twissel trying to retain his equilibrium. “It might resemble the mushroom cloud only coincidentally. “Might it? Will you look at the wording again?” Harlan’s fingers punched out the short lines: “All the— Talk— Of the— Market. The initials spell out ATOM, which is English for atom. Is that coincidence, too? Not a chance”

Isaac Asimov, The End of Eternity, 1955

“Leggi la data in cima alla pagina”. Indicò la scritta che diceva: 28 marzo 1932. “Non c’è bisogno di traduzione, vero? I numeri sono quasi uguali a quelli dell’Intertemporale Standard. Non sai che a quell’epoca nessuno aveva mai visto un fungo atomico? Nessuno avrebbe potuto riprodurlo con tanta accuratezza, tranne…” “Aspetta un momento, è solo uno schizzo” disse il Calcolatore, cercando di ritrovare il suo equilibrio. “Può darsi che la somiglianza col fungo atomico sia casuale.” “Ah, sì? Guarda di nuovo le parole, allora.” Harlan indicò la scritta in maiuscolo, All the Talk Of  the Market. “Le iniziali formano la parola Atom, che in inglese vuol dire atomo. Me la chiami coincidenza? Direi proprio di no”

 Isaac Asimov, La fine dell’Eternità, 1955, tr.it. G. Lippi, Mondadori, 1987, p. 202

L’Eternità gode di un equilibrio estremamente delicato, nel mondo immaginato da Asimov in questo romanzo, dove si può viaggiare attraverso i secoli e la storia muta a ogni cambiamento della Realtà effettuato da tecnici del Tempo. Dove si rischia, tornando a un momento già attraversato, di incontrare se stessi. E dove diverse Realtà alternative possono esistere.
Ma c’è stata un’epoca in cui il passato era irreversibile, “la Realtà fluiva ciecamente lungo la linea della massima probabilità”, per esempio il Ventesimo secolo. Lì è finito uno dei personaggi di questo complicato racconto e da lì, dal 1932, sta mandando un messaggio in codice per essere rintracciato. Un messaggio affidato a un anacronismo: il disegno di un fungo atomico su una rivista del 28 marzo 1932.  

 

Dicono del libro

Dicono del libro
“In un futuro ancora molto lontano l’uomo ha imparato a viaggiare nel tempo, spostandosi con disinvoltura da un secolo all’altro e organizzando traffici commerciali tra ere diverse. Il viaggio nel tempo permette anche di tenere l’umanità sotto rigido controllo, modificando tutti quegli elementi che potrebbero provocare gravi turbamenti nella storia. A effettuare i cambiamenti sono delegati gli analisti e i tecnici della rigida casta degli Eterni, gli unici in grado di manipolare passato e futuro”
(dalla quarta di copertina dell’ed. Mondadori, op. cit.)

 

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14 Marzo | March 14

14 marzo 2020

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The first witness was the Hatter. He came in with a teacup in one hand and a piece of bread-and-butter in the other. ‘I beg pardon, your Majesty,’ he began, ‘for bringing these in: but I hadn’t quite finished my tea when I was sent for.’
‘You ought to have finished,’ said the King. ‘When did you begin?’
The Hatter looked at the March Hare, who had followed him into the court, arm-in-arm with the Dormouse.
‘Fourteenth of March, I think it was,’ he said.
‘Fifteenth,’ said the March Hare.
‘Sixteenth,’ added the Dormouse.
‘Write that down,’ the King said to the jury, and the jury eagerly wrote down all three dates on their slates, and then added them up, and reduced the answer to shillings and pence

Lewis Carroll, Alice in Wonderland, 1865

Il primo testimone era il Cappellaio. Si presentò con una tazza di tè in mano e un pezzo di pane imburrato nell’altra. – Chiedo perdono, vostra Maestà, – cominciò, – se sono qui con queste cose; ma non avevo ancora finito il mio tè quando sono stato convocato.
– Dovresti aver finito, – disse il Re. – Quando iniziasti?
Il Cappellaio guardò la Lepre Marzola, che l’aveva seguito in tribunale a braccetto del Ghiro. – Il quattordici marzo, mi pare, – disse.
– Il quindici, – disse la Lepre Marzola.
– Il sedici, – disse il Ghiro.
– Prendetene nota, – disse il Re alla giuria; e la giuria diligentemente annotò sulle lavagnette tutte e tre le date, poi fece la somma e convertì il totale in scellini e penny

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, 1865, tr. it. A. Ceni, Einaudi, 2003, p. 107

La porta principale attraverso cui si entra nel Paese delle Meraviglie è quella del Tempo, avverte Stefano Bartezzaghi nell’introduzione all’edizione Einaudi delle Avventure di Alice. Il tempo – già di per sé una meraviglia, un indovinello senza soluzione – è il protagonista di situazioni e dialoghi paradossali. Le avventure di Alice si svolgono in maggio: lo dice la bambina, dopo aver incontrato la Lepre Marzola (“forse, poiché siamo di maggio, non matta da legare”). Più avanti, nel capitolo Un tè da matti, viene fuori la data del 4, insieme con un mirabile orologio che, invece dell’ora, segna il giorno del mese. Poiché il Paese delle Meraviglie è un luogo di discussioni, anche la data è oggetto di negoziazione, come in questo capitolo XI (Chi rubò le crostate?), in cui il testimone è contraddetto dalla Lepre Marzola e dal Ghiro e le cifre delle date sono commutate in denaro. Poiché il Paese delle Meraviglie è un luogo di non-certezze, anche la data pare il 14 marzo, ma anche il 15 o il 16. Dipende dall’unità di misura o di cambio del Tempo.

 

Dicono del libro

Dicono del libro
“Le avventure straordinarie della piccola Alice in un bizzarro mondo alla rovescia sono molto piú di un classico per l’infanzia. Se da un lato vi si può leggere una parabola che svela le assurdità e le incoerenze della vita adulta, dall’altro vi si coglie, immediata, una raffinatissima abilità linguistica, dove il gusto per il paradosso e il calembour, il nonsenso e la parodia si esprimono con impareggiabile inventiva. Un classico, quindi, cui hanno guardato molti protagonisti della letteratura del Novecento da Queneau a Nabokov”
(dalla quarta di copertina dell’ed. Einaudi, op. ci.t)

 

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2 Marzo | March 2

2 marzo 2020

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Do you recognize the Green and in the middle the steeple, and the gate with a lion couchant on either side? Oh yes, it is Kew! Well, Kew will do. So here we are at Kew, and I will show you today (the second of March) under the plum tree, a grape hyacinth, and a crocus, and a bud, too, on the almond tree; so that to walk there is to be thinking of bulbs, hairy and red, thrust into the earth in October; flowering now

Virginia Woolf, Orlando, 1928

 

Non riconoscete il prato, e il campanile nel mezzo, e i cancelli fiancheggiati dai leoni araldici? Ah, sì, è Kew! Beh, vada per Kew: fermiamoci. Eccoci dunque a Kew; e oggi (il 2 marzo) vi mostrerò un grappolo di giacinto, sotto il prugno, e anche un croco, e anche un germoglio sul mandorlo; e passeggiando quaggiù, sarà come pensare a quei bulbi rossicci e pelosi che si mettono in terra, d’ottobre; e che fioriscono ora
Virginia Woolf, Orlando, tr. it. Grazia Scalero, Mondadori, 1986

 

 

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13 Febbraio | February 13

13 febbraio 2020

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I, Billy Pilgrim, the tape begins, will die, have died and always will die on February thirteenth, 1976.
At the time of his death, he says, he is in Chicago to address a large crowd on the subject of flying saucers and the true nature of time

Kurt Vonnegut, Slaughterhouse Five or The Children’s Crusade, 1969

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Io, Billy Pilgrim, comincia il nastro, morirò, sono morto e sempre morirò il tredici febbraio 1976.
Nell’ora della sua morte, dice, è a Chicago per parlare a una gran folla sul tema dei dischi volanti e della vera natura del tempo

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, 1969,  tr. it. L. Brioschi, Feltrinelli, 2003, pp. 133

Billy Pilgrim, sopravvissuto al bombardamento di Dresda del 13 febbraio del 1945 e tornato negli Stati Uniti, racconta la storia della sua vita, come se le diverse fasi fossero reversibili, continuamente attraversabili e interferenti. In questi viaggi nel tempo, si sposta dall’adolescenza all’età matura; dalla traumatica esperienza della II guerra mondiale al lavoro di ottico; da un incidente aereo a un rapimento degli alieni. L’insensatezza delle guerre e dei massacri è curiosamente commentata, qua e là nel testo, dagli uccelli, con un cinguettio onomatopeico: Poo tee weet. Il tempo, soprattutto, è al centro di riflessioni venate di scienza fantastica: “Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia”; “Eccoci qua incastonati nell’ambra di questo momento”.
Il giorno 13 febbraio ricorre nella narrazione sia come data storica della distruzione di Dresda, sia come termine (ricorsivo) della vita del protagonista. 

Dicono del libro

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I Gennaio | January 1

1 gennaio 2020

“I knew I have fallen in love with Lolita forever; but I also knew she would not be forever Lolita. She would be thirteen on January 1. In two years or so she would cease being a nymphet and would turn into a ‘young girl’ and then, into a ‘college girl’ – that horror of horrors. The word ‘forever’ referred only to may own passion, to the eternal lolita as reflected in my blood”

Vladimir Nabokov, Lolita, 1955 (The Annotated Lolita, ed. by Alfred Appel), Vintage Books, 1991, p. 65

*

“Sapevo di essermi innamorato di Lolita per sempre; ma sapevo anche che lei non sarebbe stata per sempre Lolita. Il primo gennaio avrebbe compiuto tredici anni.
Entro un paio d’anni avrebbe cessato di essere una ninfetta e si sarebbe trasformata in una ‘ragazza’, e poi, orrore degli orrori, in una college girl.
La parola ‘per sempre’ si riferiva solo alla mia intima passione, a quell’eterna Lolita che si rifletteva nel mio sangue”    

Vladimir Nabokov, Lolita, 1955, tr. it. G. Arborio Mella, Adelphi, 1993, p. 86

Chi parla di questo primo gennaio, nel romanzo di Nabokov, è il professor Humbert Humbert. Colto europeo trasferitosi nel New England, vive nella casa della signora Haze, la cui figlia dodicenne, Dolores detta Lolita, è una fanciulla in fiore, immagine perfetta, antichissima e attuale, del desiderio. Quando Humbert Humbert riflette sul compleanno della ragazza, la vicenda è a una svolta. Stanno per accadere dei fatti (il matrimonio con la Haze e la morte di questa) che porteranno Humbert Humbert e Lolita in un viaggio attraverso gli Stati Uniti, fra motel e cittadine sconosciute, sospetti, capricci, perversioni. Intanto Lolita cresce, comincia a frequentare amiche e ragazzi, finché non scappa, realizzando il presentimento di Humbert Humbert sull’inesorabile passaggio di tempo di cui il compleanno è simbolo e soglia. 

Dicono del libro

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Past + Future

“Quando il presente diventa passato? Quando finisce oggi e inizia domani? E come definiamo lo spazio che si trova nel mezzo, prima che uno sia determinato come conseguenza dell’altro?”
Sono le domande che l’artista australiana Sara Morawetz pone per presentare la serie di opere Tenses. I tempi, i tempi dei verbi, la natura dei termini che indicano la percezione condivisa e personale del tempo sono il soggetto di questa serie di opere che risale al 2017 e che costituisce una delle fasi della ricerca, artistica e scientifica, che Sara Morawetz conduce sul tempo e sulla sua misurazione. 


In questa serie di opere, i termini Today, YesterdayPresent, PastFuture sono stampati neri su fondo bianco con la tecnica della stampa lenticolare, una tecnica per cui, muovendosi davanti all’immagine, il visitatore percepisce una forma che sfuma in un’altra. Nel caso delle parole, lo stato di transizione fra l’una e l’altra produce sovrapposizioni, stati indeterminati, in cui la leggibilità e il senso diventano eventi casuali, effimeri e mutanti mentre l’occhio trascorre sulla superficie.


In questi passaggi, capita che le lettere creino delle sequenze sensate, del tutto inaspettate: per chi parla italiano, nello scatto che si vede riprodotto in questo post, la somma dinamica di PAST e FUTURE produce a un certo punto la sequenza leggibile PAURE, che apre a suggestioni e interpretazioni impreviste dall’autrice, ma cariche di senso per chi parla appunto italiano.

Il tema del passaggio fra uno stato attuale, il presente dell’ora, e un prima, rimanda il pensiero all’opera del fotografo Duane Michals, Now becoming Then (1978), corredata di una legenda che coniuga le neuroscienze (il momento presente è una costruzione della mente) e i pensieri sul tempo di Sant’Agostino: “When I say, ‘this is now’, it becomes then. There is no now, it appears to us as a moment, but the moment itself is an illusion. It is and isn’t, and this illusion is a series of about-to-be’s and has-beens, that put together seem an event. It is a construction, an invention of our minds”.


Il procedimento concettuale di una parola che sfuma nell’altra lasciando una traccia comune ricorda poi la fusione algebrica di A GUEST + A HOST = A GHOST di Marcel Duchamp. Anche gli anni fatti di giorni in trasparenza nei calendari compositi di Alighiero Boetti si affacciano in questi accostamenti che cercano di catturare lo “space in-between“, l’istante di passaggio fra prima, adesso, dopo. Abituati ad esistere nel flusso, fermarsi a ragionare sui punti di passaggio fra le immense misure del passato e del futuro, del PAST e del FUTURE,  può ragionevolmente suscitare le PAURE che i due termini contengono a un certo stadio della loro fusione.

Il sito dell’artista: http://saramorawetz.com

Su Diconodioggi si parla di Sara Morawetz in occasione della sua opera-ricerca How the Stars Stand  e della conferenza tenuta alla Sapienza di Roma nel corso di Antonella Sbrilli.

a.s.

I Luglio | July first

1 luglio 2019

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July first. It parts the year like the part in a head of hair. I had foreseen it as a boundary marker for me – yesterday one kind of me, tomorrow a different kind. I hd made my moves that could not be recalled. Time and incidents had played along, had seemed to collaborate with me. I did not ever draw virus down to hide what I was doing for myself. No one made me take the course I had chosen.


John Steinbeck, The Winter of Our Discontent, 1961

Primo luglio. Divide l’anno come la scriminatura divide una testa di capelli. Lo avevo previsto come un segno di confine: ieri un me, domani un me diverso. Avevo fatto le mie mosse, irripetibili. Tempo e incidenti erano entrati nel giuoco, erano parsi collaborare con me. Non avevo nemmeno cercato di nascondere a me stesso quel che stavo facendo. Nessuno mi aveva spinto a prendere la strada che avevo scelto

John Steinbeck, L’inverno del nostro scontento, 1961, tr. it. L.Bianciardi, Mondadori ed. cons. 1991, p. 264

Il primo luglio del 1960 è una data spartiacque per Ethan Hawley, discendente di una famiglia di balenieri, un tempo proprietario di un negozio di alimentari nella cittadina di New Baytown e ora commesso nel negozio gestito da Marullo, immigrato negli Stati Uniti dalla Sicilia. Scontento della sua condizione, Ethan è ossessionato dal motto che i soldi fanno i soldi, poco importa che vengano da speculazioni, quiz televisivi truccati o bravura negli affari. Per tutto l’inverno ha meditato su come cambiare la vita sua e della sua famiglia, progettando addirittura una rapina in banca per i primi di luglio. La rapina non avrà luogo, ma molte cose cambieranno a partire da quella giornata estiva, quando “il confine orlato di luce a oriente era luglio, perché giugno se n’era andato via quella notte”.

 

Dicono del libro

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Visualizing Time: Time’s News 2019

Mentre a Los Angeles (Marymount Loyola University) si svolge Time in Variance, il 17° simposio sul tempo organizzato dall’International Society for the Study of Time (ISST), il cinquantesimo numero del magazine dell’ISST,  “Time’s News”, esce a cura di Emily Di Carlo. 
Contiene notizie sulle attività della Società, recensioni, segnalazioni di eventi ed esperienze, call for papers, approfondimenti, interviste e una sezione, dal titolo Visualizing Time, dedicata ad opere d’arte che – nel corso del 2018-19 – hanno fatto emergere una riflessione  sul tempo, attraverso tecniche e strumenti diversi. 
La selezione di questa scelta di “time focused art”, curata da Antonella Sbrilli e Laura Leuzzi, segnala una serie di artisti internazionali, da Olafur Eliasson e Minik Rosing con il loro Time Watch a Tracey Emin (I Want My Time With You), passando per Aiko Miyanaga (Waiting for Awakening – Clock), Marco Godinho (Every Day a Poem Disappears in the Universe), Zhao Zhao (One Second) e due artiste italiane: Daniela Comani che nel 2019 ha realizzato Planet earth 21st Century (ne abbiamo parlato qui), e Mariagrazia Pontorno, con Everything I Know, un progetto che ripercorre il viaggio di Leopoldina d’Austria – appassionata di scienze – verso il Brasile, nel 1817: un diario che rintraccia, aggiorna, rimodula lo sguardo scientifico, le atmosfere geografiche, i passaggi di spazio e di tempo.


Nell’anno in cui si celebra il  cinquantenario del primo sbarco sulla Luna, non poteva mancare l’eloquente opera di Peter Liversidge, From home – how far the moon has, and is, moving away from the Earth since the moon landing, July 20th, 1969


Il numero di “Time’s News” riporta anche un interessante esperimento di Emily Di Carlo,  I Need To Be Closer To You, parte del progetto Daylight Saving Time, che indaga il concetto di “time-specificity” nell’arte contemporanea, lavorando sui fusi orari, sull’ora legale, sulla percezione della distanza temporale e delle sue variazioni. 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Time in Variance – Los Angeles, 23-29 giugno 2019

L’International Society for the Study of Time (ISST), fondata nel 1966 da Julius T. Fraser (ne ho parlato qui), organizza triennalmente dei simposi multidisciplinari sul tema del Tempo. Quest’anno – 2019 – il 17° incontro si svolge dal 23 al 29 giugno presso la Loyola Marymount University di Los Angeles. Il titolo è Time in Variance: il tempo considerato in rapporto con il concetto di “varianza”,  intesa come variabilità e come modifica. L’intento è quello di indagare le trasformazioni nella valutazione e nella condivisione di scale temporali diverse che producono – concettualmente ed esperenzialmente – forme diverse di tempo “alcune oscillanti, altre circolari, altre ancora lineari”. La frase Time in Variance suggerisce però anche il suono della parola “invarianza”, evocando così la compresenza del flusso delle trasformazioni e della presenza di costanti, la necessità delle misure e la condizione dell’instabilità.
Come sempre, il simposio presenta interventi teorici e laboratori, mostre e workshop creativi, che abbracciano vaste e variegate regioni disciplinari, che includono e intersecano le scienze, la filosofia, la psicologia, la narrativa, il cinema. A questo link si possono leggere gli abstracts degli interventi e dei poster.


Le sessioni di Time in Variance  si svolgono nella Hannon Library della Loyola Marymount University, nelle cui Special Collections è conservata parte dei materiali d’archivio dell’International Society for the Study of Time donati dal fondatore J.T. Fraser.

Il programma del simposio 2019 include fra le altre attività multidisciplinari anche la visita a The Garden of Slow Time, giardino di meditazione progettato da Paul Harris di cui la foto mostra una veduta d’insieme e un dettaglio. 

 

 

Exploring the Mystery of Time: a Pari (GR) settembre 2018

Dal 6 al 12 settembre 2018 a Pari (Grosseto), si svolge un convegno dal titolo multidisciplinare:
Exploring the mystery of time from different perspectives: art, science, philosophy, psychology, literature, film, mystical experience.
La presentazione pone in apertura una citazione dell’Ulisse di Joyce “I hear the ruin of all space, shattered glass and toppled masonry, and time one livid final flame” e prosegue con la domanda, centrale e diagonale: “What is time?”.

Qui il link e questi gli interventi in programma:
Julian Barbour, The Janus Point: A New Theory of Time’s Arrows and the Big Bang
Mauro Bergonzi, Time and Consciousness
Warwick Fox, Language, Time, and the Value of Lives
Christopher Hauke, Film and Time: How Movies Make the Impossible Real, or, How Reality Makes the Unreal Possible
Alison MacLeod, Making Time: Writers, Time and Literary Creation
Hester Reeve, Time in Contemporary Art
Shantena Augusto Sabbadini, Being and Becoming in Modern Physics
David Schrum, Time, the Psyche, and Timeless Mind
Gordon Shippey and James Peat Barbieri, Time Travel: The Physics, Philosophy & Fiction behind Doctor Who

 

La Terra è l’orologio della Terra: Chronogeoscope

“The Earth is its own Clock”, “La Terra è l’orologio della Terra”: è questa l’idea sottesa a una app che visualizza – con un’interfaccia chiara e attraente –  la presenza implicita, in ogni quadrante di orologio,  della rotazione del nostro pianeta sul suo asse. L’app si chiama Chronogeoscope, si scarica facilmente sui dispositivi mobili ed è spiegata nei dettagli e nelle implicazioni sul sito dedicato
Ideata e realizzata da Robero Casati, filosofo cognitivista (“Penso che non siano molti i filosofi che producono app, così sono orgoglioso di annunciare l’uscita di Chronogeoscope” ha scritto in un tweet dei primi di luglio 2018) e dal ricercatore Glen Lomax,  Chronogeoscope è un modellino godibile della rotazione della Terra, che consente di visualizzare “in tempo reale” il suo movimento rispetto alla propria posizione geografica. Consente anche di riflettere su diverse convenzioni che riguardano la rappresentazione di tempo e spazio, nord e sud, centro e periferia, orario e antiorario. 

Un cerchio esterno suddiviso in 24 ore avvolge una mappa rotante della Terra, impostata in modo che compia un giro completo in 24 ore. La mappa è centrata sul Polo Sud, poiché in questo modo la rotazione può essere rappresentata in senso orario (quello che, per convenzione, seguono da secoli gli orologi). Da quel centro partono tutti i meridiani, mentre i paralleli sono rappresentati da cerchi concentrici e il Polo Nord è collocato sulla circonferenza più esterna.
L’area in ombra rappresenta la notte, mentre il sole si trova in direzione del mezzogiorno.
La propria posizione è geolocalizzata da un punto rosso sulla lancetta delle ore, mentre una seconda lancetta, più sottile,  indica il tempo convenzionale effettivo, suscettibile dell’ora legale e dell’altrettanto convenzionale suddivisione in fusi orari.
Se si è pazienti, come raccomandano gli autori, e si guarda a distanza di ore la propria posizione, ci si accorge che la mappa  gira lentamente, il doppio del tempo impiegato dalle lancette di un orologio che indica le 12 ore. 

Shadows, il sito di Roberto Casati.

(a.s.)

Su temi affini, vedi nel blog il post sull’opera di Olafur Eliasson Daylight Map.

 

 

Memoria per le date e tempo ciclico

Luglio 2018: diversi articoli riportano la ricerca di Valerio Santangelo e Patrizia Campolongo  su un gruppo di persone – donne e uomini di varia età – dotate di una formidabile memoria autobiografica. Come Funes nel racconto di Borges, i dettagli delle giornate trascorse, anche molto lontane nel tempo, tornano in superficie in modo vivido e inarrestabile.
“Non ho bisogno di un’agenda e non ho mai avuto il diario a scuola. È un dono che non riesci a spiegare agli altri. Per me il tempo è circolare: le cose successe 10 anni fa, le vivo come se fossero accadute oggi” – racconta una delle persone coinvolte in questa ricerca (fonte un articolo de La Stampa, 12 luglio 2018).
“Con il tempo ho imparato a scindere i ricordi del passato da quelli di oggi. La mia mente gli dà la stessa importanza. è come se vivessi un eterno presente. Se mi sveglio la mattina e vedo che è l’11 luglio mi vengono in mente tutti i compleanni di chi è nato quel giorno e quello che ho fatto l’11 luglio di ogni anno della mia vita”.
Le date funzionano come una griglia su cui appoggiare le esperienze, per poi  richiamarle, e non solo quelle macroscopiche, ma anche quelle minuscole, in apparenza ininfluenti e cancellabili.
Chi segue Diconodioggi sa che il repertorio di racconti organizzati per giorno in cui la storia si svolge nella finzione risponde a suo modo alla forza mnemonica della data: la data incontra – nel momento della lettura – il tempo presente, scatenando in chi legge una catena di ricordi anche autobiografici. 


Il calendario come sistema di memoria, la stringa giorno-mese come accesso al passato, che avviene seguendo percorsi profondi e misteriosi, anche sinestetici, come si legge ancora nell’articolo citato: “E la cosa particolare è che associo anche i colori, una sorta di sinestesia mentale:l’11 lo vedo nero, il luglio viola, il 2 rosso e lo 0 grigio”.
E come aveva raccontato nei suoi studi Oliver Sacks: vedi questo post sui colori delle date
(a.s.)

A questo link, notizie sulla ricerca Ipermemoria autobiografica

24 Hours in Contemporary Art

24 Hours in Contemporary Art: Reflections on an Exhibition About Time è il titolo dell’articolo di Antonella Sbrilli uscito sulla rivista “Kronoscope. Journal for the Study of Time” (2017) che racconta la mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea svoltasi al Macro di Roma nel 2016. Il testo riprende la relazione tenuta nel corso della XVI Triennal Conference dell’International Society for the Study of Time, dal titolo Time’s Urgency (University of Edinburgh, 26 June – 2 July 2016).

Qui l’abstract:
Time and its representation have been historically fascinating, as Books of Hours, allegories, and artistic calendars testify. This attention to time has become increasingly more urgent recently, as studies confirm. The exhibition Dall’oggi al domani (From Today till Tomorrow), held in Rome in 2016, focused on the discrete single day, with its date and its 24- hour rhythm. The article addresses the main aspects of that exhibition, its historical background, the conceptual attraction for calendars’ grids, the interest of artists in the everyday, the processing of daily digital traces, time-lapse, and 24/7 formats. Artworks were displayed according to their affinity towards time rhythms, time words, dates, calendars, and diaries. Although the itinerary of the show was not chronological, some historical clusters emerged: for example, the importance of the pivotal year 1966 in time consideration.

Kronoscope, Volume 17, Issue 2, 2017 Brill, Leiden-Boston

The Time is Right For…

The Time is Right For… / è il momento giusto per… è una frase che può essere completata in diversi modi, con sostantivi, con verbi, con locuzioni che rimandano a desideri da soddisfare, a doveri da compiere, ad azioni e imprese. È una frase che ricorre nelle pubblicità e nel linguaggio politico,  una frase che risuona in canzoni e jingle, in conversazioni e riunioni.
Nel 1984, l’artista finlandese Marikki Hakola la scelse per intitolare un suo video-collage, realizzato montando spezzoni di news e pubblicità televisive. Ora The Time is Right For… è il titolo di una mostra aperta fino al 24 settembre 2017  a Edimburgo, Summerhall.

The Time is right For / è il momento giusto per rivedere le opere di quattro artiste: Marikki Hakola, Ketty La Rocca, Elaine Shemilt e Giny Vos. Quattro artiste che sin dagli anni ’70 hanno lavorato su temi cruciali e attuali, il “dialogo, l’apertura, lo scambio fra culture, la pace”, sperimentando tecnologie e linguaggi in modo autonomo e singolare.

La mostra, curata da Laura Leuzzi e Adam Lockhart, nasce da una collaborazione fra Summerhall ed EWVA (European Women’s Video Art in the 1970s and 1980s). 

@asbrilli

Sara Morawetz: Marte a Roma (il I giugno 2017)

Sara Morawetz si presenta come un’artista interdisciplinare che esplora le profonde connessioni fra ricerca scientifica e artistica. Di lei e dei suoi esperimenti sul tempo ha scritto su questo blog Roberta Aureli nell’articolo Un giorno su Marte. Il testo faceva riferimento in particolare a un’opera dell’artista di origine australiana, un’opera dal titolo How the Stars Stand, consistente in una performance dominata da un vincolo: dalle 9 del mattino del 15 luglio 2015 fino alle  18 del 21 agosto, l’artista ha organizzato le sue giornate e le sue notti sull’ora di Marte, sperimentando slittamenti e derive del tempo.
“I have been in another time – another place – somewhere in between Earth and Mars // awake and asleep… transitioning through thoughts – ideas – feelings in a real time that is entirely of my own creation…”, scrive l’artista a proposito di questo soggiorno straniante in un diverso trascorrere del ritmo sonno/veglia, luce/buio. 

Il I giugno 2017, in dialogo con Antonella Sbrilli e Roberta Aureli, Sara Morawetz racconta quella esperienza – ed altre azioni su e intorno al tempo – in un incontro pubblico presso il Dipartimento di Storia dell’arte e Spettacolo della Sapienza (piazzale Aldo Moro, 5 – Facoltà di Lettere e Filosofia, aula 2 – ore 11).

(Immagine: two times//two watches Credit: Sara Morawetz/Instagram)

 

Oggi 29 novembre. Una cover di Rauschenberg per “Time”

Oggi, 29 novembre. Una cover di Robert Rauschenberg per “Time”
di Angelica Gatto

Per il numero del 29 Novembre del 1976 della rivista “Time” (vol. 108, n. 22),  l’artista statunitense Robert Rauschenberg è chiamato a realizzare la copertina. Rauschenberg, la cui inconfondibile firma compare in basso, sceglie e assembla una serie di immagini che mostrano – intorno a lui stesso sorridente – vedute dell’isola di Captiva, in Florida, dove si era trasferito a partire dal 1970, insieme ad alcune sue celebri opere, tra le quali, Bed del 1955, Charlene del 1954, Pilgrim del 1960; la scritta The Joy of Art, rossa

Timesu fascia gialla, attraversa in modo eloquente l’angolo destro della cover. In quell’occasione il critico e collaboratore della rivista, Robert Hughes, da sempre molto legato all’artista e suo grande estimatore, scrive un lungo articolo dal significativo titolo The Most Living Artist.  Non è un caso che Rauschenberg sia stato il primo artista, ancora in vita, a comparire sulla copertina di uno dei settimanali di attualità, politica e cultura, più popolari d’America. L’artista ha in più occasioni disegnato copertine di riviste e dischi (Speaking in tongues, disco dei Talking Heads,1983) billboards per gli autobus e poster per le proprie mostre (Gallerie di Leo Castelli e Ileana Sonnabend, Rauschenberg: Hoarfrost series, Dicembre 7-28, 1974), per eventi teatrali e musicali, per pubblicità di film e manifestazioni a carattere sociale e politico (il poster Earth Day, April 22 Poster, 1970),  sempre in cerca di nuove soluzioni espressive. Lo stesso Hughes sottolinea in varie occasioni il carattere di molteplicità che fa di Rauschenberg un artista difficilmente inquadrabile entro rigide categorie precostituite, un artista che nel corso della sua lunga carriera (è morto nel maggio del 2008 all’età di 83 anni, continuando a lavorare affiancato dai suoi assistenti) ha saputo rinnovarsi costantemente, sperimentando i media più diversi e  rifuggendo il rischio di ripetersi. “L’artista della democrazia americana”, come lo definirà ancora Hughes vent’anni dopo la celebre copertina, l’enfant terrible dal carattere innovativo, non ha timore di contraddire sé stesso, per rinnovarsi costantemente: forse è per questo che il suo nome e quello del poeta americano Walt Whitman vengono accostati, nel segno dell’inesauribile curiosità, della continua scoperta, della capacità di trovare l’epica del quotidiano, la durata del presente, e la gioia  dell’arte, The Joy of Art. (a.g.)