7 Luglio

7 luglio 2017

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Finalmente una sera – ma quanto tempo c’era voluto – un lumicino tremolante apparve entro la lente del cannocchiale, fioco lume che sembrava palpitare moribondo e invece doveva essere, calcolata la distanza, una rispettabile illuminazione. Era la notte del 7 luglio. Drogo per anni si ricordò la gioia meravigliosa che gli inondò l’animo e la voglia di correre a gridare, perché tutti quanti lo sapessero, e la orgogliosa fatica di non dir niente a nessuno, per la superstiziosa paura che la luce morisse

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, 1940, Mondadori 1984, pp.84-85

L’imponente Fortezza Bastiani sbarra un valico fra le montagne che segnano il confine settentrionale del paese e fronteggia un deserto, chiamato dei Tartari. È da quel confine che possono arrivare le truppe nemiche, ma il pericolo è vago e lontano, così vago che l’attesa sempre smentita diventa piano piano speranza, perché l’arrivo degli stranieri darebbe infine un senso alla presenza dei militari, al regolamento talvolta incomprensibile, ai turni di guardia che scandiscono giornate e notti tutte somiglianti. Da quando è stato assegnato alla Fortezza come sottotenente, Giovanni Drogo ha scrutato dagli spalti in attesa di avvistare il nemico. Nel tempo monotono della sua permanenza alla Fortezza, poche date emergono e fra queste il 7 luglio, quando Drogo scorge una luce all’orizzonte, segno che qualcosa sta accadendo nel deserto, qualcuno sta costruendo una strada. Nulla però cambia nell’immediato. La novità – che pare così importante – è diluita nel lungo periodo dell’attesa e ci sarà tempo per andare in pensione, per morire, per avere una promozione, prima che, forse, qualcuno arrivi.

 

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20 Giugno

20 giugno 2017

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Per il 20 giugno 1845 era stata fissata, già da tempo, l’inaugurazione della nuova strada di 80 chilometri tra la capitale e San Piero, grosso paese di 40.000 abitanti sito quasi ai confini del regno, in posizione isolata, tra spopolate lande. Il lavoro era stato iniziato dal vecchio governatore. Il nuovo, eletto da appena due mesi, non si era eccessivamente interessato dell’impresa e col pretesto di un’indisposizione si fece rappresentare alla cerimonia dal conte Carlo Mortimer, ministro degli Interni. Il viaggio inaugurale avvenne sebbene la strada non fosse completamente pronta e negli ultimi venti chilometri, verso San Piero, consistesse ancora in una rudimentale massicciata; ma il direttore dei lavori garantì che le carrozze sarebbero potute arrivare fino in fondo. D’altra parte non sembrò opportuno rinviare una cerimonia tanto attesa

Dino Buzzati, L’inaugurazione della strada, in Sessanta racconti, 1958, ed. cons. Mondadori, 1994, p. 365

Grandi feste sono pronte per il 20 giugno nella cittadina di San Piero, per l’apertura della strada che la unisce alla capitale del regno. Almeno così credono i viaggiatori che si sono avviati in carrozza e a cavallo lungo la nuova strada per assistere ai festeggiamenti. Ma la strada si fa sempre più disagevole e incerta, finché non scompare del tutto, mentre la cittadina di San Piero resta ancora invisibile all’orizzonte. Alcuni viaggiatori tornano indietro, i cavalli si rifiutano di proseguire. Come in un sortilegio, più distanza si percorre, più la mèta – sotto il sole caldo di giugno – si allontana, in un deserto “che sembrava dovesse continuare in eterno”.

 

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3 Aprile

3 aprile 2017

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Il 3 aprile verso le cinque. In macchina da piazza della Scala vuol prendere via Verdi ma il semaforo è rosso; stipate intorno le auto, i pedoni che passano, il sole ancora alto, una giornata bellissima, in quel mentre immaginò la Laide sul bordo della pista di Modena dove diceva di andare a posare per le fotografie di moda, è là felice di essere stata ammessa in quel mondo eccezionale di cui i giornali parlano tanto in termini quasi di favola, è là che scherza con due giovani 

Dino Buzzati, Un amore, 1963, Mondadori 1979, pp. 79-80

L’architetto milanese Antonio Dorigo, in febbraio, in una casa d’appuntamenti, ha conosciuto Adelaide, una ragazza col fisico da ballerina, da cui rimane irretito. Durante i mesi invernali Dorigo si è legato sempre più alla ragazza, che non ricambia il suo sentimento e ha una vita sua, in locali notturni e con altri uomini. Nel pomeriggio del 3 aprile, in mezzo al traffico di Milano, “all’altezza del palazzo di Brera lo prese lo sgomento perché in questo preciso istante ha capito di essere completamente infelice senza nessuna possibilità di rimedio” e perché  il pensiero di lei “lo perseguita in ogni istante millimetrico della giornata”. 

 

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24 Marzo

24 marzo 2017

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 24 marzo 1958

In determinate condizioni di atmosfera, di ora e di luce possiamo vedere anche a occhio nudo i tre piccoli satelliti artificiali che l’uomo lanciò dalla Terra verso gli spazi interplanetari dal 1955 al 1958; e ivi sono rimasti appesi, presumibilmente per sempre, girando girando intorno a noi. In certi crepuscoli d’inverno quando l’aria è come cristallo, tre minuscoli punti brillano, di un fisso e corrucciato splendore; due vicini che quasi si toccano, uno più in là, solitario

Dino Buzzati, 24 marzo 1958, in Sessanta racconti, 1958, Mondadori, p. 293

Il 24 marzo 1958 è la data della messa in orbita dell’ultimo di una serie di tre satelliti che – da allora al presente immaginato nel racconto, il 1975 – continuano a girare intorno alla Terra. È una data più importante della scoperta dell’America o della rivoluzione francese, dopo la quale l’umanità è cambiata. Gli ultimi messaggi trasmessi dall’equipaggio alludono infatti a una strana musica e all’arrivo in un luogo che forse è il paradiso. Gli astronauti non sono tornati dai viaggi e i tre satelliti continuano a girare, lasciando il dubbio che il regno dei cieli – con la sua musica sovrumana – sia pericolosamente vicino, proprio alle porte del pianeta Terra, di questa “pulce delle pulci disseminate nell’Universo”.

 

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9 Febbraio

9 febbraio 2017

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Era infatti una mattina come tante altre. Il cielo, fuori, si manteneva grigio e uniforme. Ma lui si sentiva bene. Le prossime ore non gli pesavano né gli facevano paura di nessun genere i giorni successivi. Né il grande futuro. Il telefono taceva. Dorigo era tranquillo, le cose gli andavano. Vestito di un completo grisaille, camicia bianca, cravatta in tinta unita rosso magenta, calze pure rosse, scarpe nere lavorate, quasi che. Quasi che tutto dovesse continuare come era continuato fino allora, fino a quel giorno di febbraio, che era un martedì e portava il numero 9. Tutto sicuro e propizio per un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato

Dino Buzzati, Un amore, 1963, Mondadori, 1979, p. 31

La mattina del 9 febbraio 1960, “una mattina qualsiasi di una giornata qualsiasi”, “una delle tante giornate grigie di Milano”, proprio per questa sua apparente indistinzione, è una protagonista della storia, il crononimo grazie al quale il lettore entra nella scena, la cornice temporale – nel senso del calendario e dell’atmosfera – che rende tanto più tangibile la narrazione di questo amore non ricambiato.

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10 Gennaio

10 gennaio 2017

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Né adagio né presto altri tre mesi erano passati. Natale si era già dissolto nella lontananza, anche il nuovo anno era venuto portando per qualche minuto agli uomini strane speranze. Giovanni Drogo già si preparava a partire. Occorreva ancora la formalità della visita medica, come gli aveva promesso il maggiore Matti, e poi sarebbe potuto andare. Egli continuava a ripetersi che questo era un avvenimento lieto, che in città lo aspettava una vita facile, divertente e forse felice, eppure non era contento. Il mattino del 10 gennaio entrò nell’ufficio del dottore, all’ultimo piano della Fortezza

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, 1940, Mondadori, 1984, pp. 84-85

Finita l’Accademia militare, il tenente Giovanni Drogo è arrivato alla Fortezza Bastiani in settembre, con la sensazione che la sua vera vita avesse inizio allora. Trascorsi tre mesi e le feste, Drogo decide di chiedere un permesso per tornare nella sua città. Per questo si presenta alla visita medica il mattino del 10 gennaio. Ma qualcosa, alla fine, gli fa cambiare idea e resta alla Fortezza, dove il tempo si consuma “con il suo immobile ritmo”, fra abitudini, attese di azioni eroiche di cui non si crea l’occasione, ripetizioni di situazioni simili. Uno dei temi di questo racconto è la scansione irregolare del tempo, che appare continuamente come una risorsa inesauribile e come qualcosa che è sfuggito per sempre. 

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Buzzati, Boetti: la forza creatrice del tempo

In questo post, Roberta Aureli coglie una ‘felice coincidenza’ tra la Serie di merli disposti a intervalli regolari lungo gli spalti di una muraglia di Alighiero Boetti (1971-1993, Roma, Collezione Matteo Boetti) e il racconto di Dino Buzzati I sette messaggeri (1939; poi 1942, Mondadori) e la racconta dalla prospettiva di un tempo concreto che lavora come una vera forza creatrice.

Buzzati, Boetti: la forza creatrice del tempo, di Roberta Aureli
La Serie di merli di Alighiero Boetti consta di una bacheca di plexiglas fissata alla parete in cui sono contenuti 13 telegrammi ordinati uno accanto all’altro cronologicamente. Il titolo, ironico e poetico allo stesso tempo, allude al fatto che la sequenza dei telegrammi ricorda la merlatura posta a coronamento delle mura o delle torri nell’architettura medievale. Il primo è stato spedito da Boetti al gallerista Gian Enzo Sperone il 4 maggio 1971 e reca il messaggio “due giorni fa era il 2 maggio 1971”; il secondo è del 6 maggio e vi si legge “quattro giorni fa era il 2 maggio 1971”. È un messaggio con un contenuto informativo ridotto e la scelta della data è del tutto arbitraria, “com’è sempre l’inizio del gioco”, ha scritto Anne-Marie Sauzeau, “il due maggio 1971, chiamato oggi“. Il gioco prosegue raddoppiando i giorni trascorsi da quella data di partenza: nel terzo telegramma sono 8, poi diventano 16, 32, 64 e così via fino a quando in occasione del tredicesimo telegramma, spedito il 5 ottobre 1993, si arriva a “ottomilacentonovantadue giorni fa”.

Serie di merli 2Boetti, consapevole che con i multipli di 2 il tempo trascorso tra un invio e l’altro sarebbe aumentato vertiginosamente (come nella storia della scacchiera e dei chicchi di riso), dirà che “si può benissimo arrivare a numeri colossali, questa serie del raddoppio è impraticabile; perché, sia come potenza di due o potenza di due miliardi, ha la stessa accelerazione, dopo un attimo dalla partenza, che è più lenta, l’accelerazione è fortissima”.
Uno sguardo più accorto alla bacheca ci fa rendere conto dello spazio rimasto vuoto nel margine destro, dove Boetti aveva pensato di inserire il quattordicesimo e ultimo telegramma programmato per il 2017: i giorni trascorsi dal 2 maggio 1971 sarebbero stati allora 16384 e l’artista torinese avrebbe avuto settantasette anni. Come è noto, invece, è scomparso il 24 aprile 1994 lasciando l’opera irrimediabilmente incompiuta.
boetti_BuzzatiEd è a questo punto che la Serie di merli presenta un curioso collegamento con un racconto di Buzzati. Nei Sette messaggeri si racconta in prima persona la storia di un principe partito per esplorare il regno di suo padre fino ai più remoti confini. Per mantenere i contatti durante il viaggio, decide di farsi accompagnare dai sette migliori cavalieri ai quali affida il compito di riferire alla corte i suoi messaggi. Impone loro dei nomi – Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio – e già il giorno seguente ordina al primo di tornare indietro, via via seguendo un ordine alfabeticamente progressivo. Non passa molto tempo, però, ed egli si accorge che più si allontana da casa, più si dilata l’intervallo tra l’arrivo di due messaggeri, dovendo questi coprire la distanza tra l’accampamento e la capitale e poi tornare indietro, fino a raggiungere di nuovo il principe che nel frattempo avrà proseguito il cammino. Quando sono passati più di otto anni, il principe ci riferisce che Domenico, benché appena tornato e ancora stravolto dalla fatica, ripartirà l’indomani con l’ultima lettera: ultima perché, secondo i calcoli, soltanto dopo trentaquattro anni egli raggiungerà nuovamente il principe, il quale allora ne avrà settantadue. Non ci sarà tempo per un altro messaggio e forse, confessa il narratore ormai debole e stanco, egli non riuscirà nemmeno a leggere la risposta che gli verrà trasmessa allora. Dopo aver rapidamente chiarito il suo ruolo e la sua missione, il principe racconta: “Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino”, racconta.

È una ‘felice coincidenza’ il fatto che Boetti (nato il 16 dicembre 1940) avesse anch’egli poco più che trent’anni al tempo del primo telegramma. Ecco il calcolo che il principe fa: “Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi”. Ma “dopo cinquanta giorni di cammino, l’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente”, fino a quando “trascorsi che furono sei mesi […] l’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi”. Se leggiamo le date di invio dei telegrammi, ci rendiamo facilmente conto di questa dilatazione temporale: i primi sette sono stati inviati tutti nel 1971, quattro dei quali entro lo stesso mese di maggio, poi gli intervalli diventano a poco a poco più lunghi. Ovviamente nel lavoro di Boetti i silenzi non sono dovuti alla naturale lentezza dell’uomo in cammino e nemmeno ai ritardi del sistema postale, bensì sono il risultato di una precisa operazione matematica che li presupponeva sin dall’inizio.

Telegramma 3Come nella Serie di merli i segni del tempo si rendono manifesti grazie al progressivo degrado del materiale (i telegrammi sono ingialliti, la colla ha macchiato la carta, l’inchiostro dei timbri è quasi sbiadito), così dal racconto del principe sappiamo appunto che “le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all’addiaccio da chi me le portava” e che “mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire”.

“I più recenti messaggi”, prosegue il principe, “mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto, che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare”. Se consideriamo l’arco temporale che separa il primo telegramma dall’ultimo, è facile constatare quante cose fossero davvero cambiate nel mondo in ventidue anni: era mutata la situazione in Afghanistan, l’amato Paese meta di tanti viaggi dove, in conseguenza dell’invasione sovietica del 1979, Boetti non sarebbe più potuto tornare. La caduta simbolica del Muro di Berlino aveva avuto come risultato la disgregazione dei due blocchi che per anni erano stati ideologicamente contrapposti e che le Mappe, con l’immediatezza del loro pattern cromatico, avevano saputo rendere evidenti. E, ancora, è nell’anno dell’ultimo telegramma che viene resa pubblica quella tecnologia alla base del World Wide Web che avrebbe cambiato per sempre la comunicazione tra due punti del mondo (lungo il bordo di una mappa del 1979 Boetti aveva fatto profeticamente ricamare: “annullando le distanze tra Roma e Kabul”).

“Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani”, continua il principe. Per illustrare come il popolo afghano avesse, all’epoca dei loro viaggi, una conoscenza della geografia circoscritta alla dimensione territoriale, Anne-Marie Sauzeau ha riferito questo aneddoto: “Per gli Afghani esiste persino un equivalente della carta geografica nel corpo umano, nella mano: per spiegarvi la strada […] un afghano, anche un ragazzino, chiuderà quattro dita sul palmo destro tenendo il pollice teso […] e lì, sull’interno della propria mano rivolta verso l’interlocutore, traccerà la pista con l’indice sinistro, suggerendo tappe e distanze, in ore, mai in chilometri”. Se è vero che Buzzati situa la sua narrazione in un area non geograficamente determinata – parla di praterie, boschi, deserti ma, eccezion fatta per la remota capitale senza nome, non di città -, è interessante il fatto che il suo principe misuri non quanta strada ha percorso ma quanto tempo è passato da quando si è messo in cammino.

Arriviamo così alla consapevolezza finale: “Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico. […] Da quasi sette anni non lo rivedevo. […] Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere”. Il principe buzzatiano teme dunque per la propria vita e sa con certezza che la sua impresa sarà destinata a fallire: “Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera, il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto”.

Roberta Aureli (leggi altri post sul Tempo di Roberta Aureli su Play Chess with Marcel)

Immagini tratte dal catalogo generale dell’opera di Alighiero Boetti, a cura di  J.C. Amman, vol. I, Electa, Milano 2009

 

10 Gennaio

10 gennaio 2013

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Né adagio né presto altri tre mesi erano passati. Natale si era già dissolto nella lontananza, anche il nuovo anno era venuto portando per qualche minuto agli uomini strane speranze. Giovanni Drogo già si preparava a partire. Occorreva ancora la formalità della visita medica, come gli aveva promesso il maggiore Matti, e poi sarebbe potuto andare. Egli continuava a ripetersi che questo era un avvenimento lieto, che in città lo aspettava una vita facile, divertente e forse felice, eppure non era contento. Il mattino del 10 gennaio entrò nell’ufficio del dottore, all’ultimo piano della Fortezza

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, 1940, Mondadori, 1984, pp. 84-85

Finita l’Accademia militare, il tenente Giovanni Drogo è arrivato alla Fortezza Bastiani in settembre, con la sensazione che la sua vera vita avesse inizio allora. Trascorsi tre mesi e le feste, Drogo decide di chiedere un permesso per tornare nella sua città. Per questo si presenta alla visita medica il mattino del 10 gennaio. Ma qualcosa, alla fine, gli fa cambiare idea e resta alla Fortezza, dove il tempo si consuma “con il suo immobile ritmo”, fra abitudini, attese di azioni eroiche di cui non si crea l’occasione, ripetizioni di situazioni simili. Uno dei temi di questo racconto è la scansione irregolare del tempo, che appare continuamente come una risorsa inesauribile e come qualcosa che è sfuggito per sempre. 

Dicono del libro
“La magia costituisce il lievito delle pagine migliori di Buzzati e restituisce il suono più vero della scoperta.” Così scrive Alberico Sala presentando il romanzo Il deserto dei tartari, il più famoso romanzo di Buzzati. Il tema della vita come rinunzia è tipica dell’arte dello scrittore veneto-milanese che, senza mai perdere di vista l’elemento reale, in questo suo romanzo ricrea il clima rarefatto dell’allegoria. Giovanni Drogo, tenente di prima nomina destinato a Forte Bastiani, si avvia alla meta con l’indefinibile presentimento che qualcosa nella sua vita stia portando a una totale sulitudine. La fortezza, enorme, gialla, situata ai limiti del deserto, una volta regno dei mitici nemici, i Tartari, lo accoglie con la sua maestosa imponenza. Il tenete Drogo viene contaminato da quel clima eroico di avidità di gloria, che sembra pietrificare, in un’attesa perenne, ufficiali e soldati”.
(Dalla quarta di copertina dell’ed. Mondadori, op. cit.)