Art & Entanglement a Cagliari

La mostra Art & Entanglement, che si svolge nelle sale del Museo universitario delle arti e delle culture contemporanee (MUACC, Cagliari) dal 28 giugno al 3 luglio 2026, accompagna la XIX Conferenza Triennale dell’International Society for the Study of Time (ISST).
Fondata nel 1966 da J. T. Fraser, l’ISST collega una rete interdisciplinare di persone interessate al tema del tempo da tanti punti di vista, scientifici e umanistici, inclusa l’arte.
Ed eccoci al motivo della mostra: poiché il tema della Conferenza di quest’anno è il rapporto tra il tempo e l’entanglement – termine che indica complessi processi di interrelazione tra i fenomeni fisici – il nucleo di opere esposte al MUACC propone scandagli, suggestioni, riflessioni e affacci su questo tema, con i mezzi e i linguaggi dell’arte contemporanea.
Video, fotografie, disegni, installazioni, sculture cinetiche, dispositivi concettuali time-based, performance, assemblaggi di mirabilia naturali, testimoniano lo sguardo di artisti e artiste verso i processi profondi degli ecosistemi, dei contesti sociali, delle scale temporali.
Tracce della lunga durata, comportamenti emergenti della materia, interferenze fra passato e presente sono resi percepibili e immaginabili da queste opere in mostra nelle sale del Museo, a cui si aggiungono le performance che si tengono durante il convegno.

Artisti e opere presso il MUACC

Andrew Bracey, Fuck Long COVID, 2023-in corso, stampa su carta

Andrew Cozzens, Storied Objects, 2026, video e oggetti in argilla

Emily DiCarlo & Justine Kohleal, A Thousand Motes of Dust in Every Cubic Inch, video installazione

Castien Dowling, Patterns of Time, 2026, collage di foto digitali su stoffa

Scott Gleeson, Anachronic Abstraction, pastiglia dorata su legno

Daniel Fajardo Gomez, Everything is temporal (Todo es temporal), scultura lignea, porcellana, video performance e 5 disegni a grafite

Paul Harris, Mixed Metamorphs, assemblage, tecnica mista

Karen Heald & Susan Matthews, The Cagliari Labyrinth: Performative Entanglement of Place and Time, azioni performative, installazione video e sonora.

Ella Dawn McGeough, QuickSilverDoughtHead, or We Change Everything We Touch and Everything We Touch Changes, proiezione video, elementi effimeri

Florian Schlumpf, Time Machine 17, scultura cinetica

John Steck Jr., The Search of Lost Lakes, 2013, Fotografie evanescenti su carta argentata (il dittico mostra il progressivo svanire dell’immagine nel corso del tempo)

Performance 

Susan Banyas, Dance Poems, 2026 (28 giugno, ore 18:40) 
Hanyu Qu, Of Time and Order (I luglio, ore 18:30)     

La mostra è curata da Laura Leuzzi e Antonella Sbrilli

Communication officer: Emily DiCarlo       

Informazioni sul sito dell’ISST
https://studyoftime.org/conferences/cagliari-italy-2026/art-exhibition/

Festival del Tempo 2026

Dal 27 maggio al 30 giugno 2026 si svolge a Roma la settima edizione del Festival del Tempo. Con la direzione artistica di Roberta Melasecca, la rassegna internazionale presenta una ricca selezione di short film, film d’animazione, documentari, video sperimentali e musicali che cercano di “disvelare una riflessione sulla natura del Tempo e sulla sua percezione”.

tra i diversi luoghi di proiezione, lo Studio Campo Boario, Kou Gallery, AAIE center for Contemporary Art, Logical Space.

Qui il programma delle proiezioni: ingresso libero e gratuito in tutte le sedi

Sempre del tempo si tratta. Una mostra a Ravensburg, Kunstmuseum

It’s All About Time è il titolo della mostra al Kunstmuseum della città tedesca di Ravensburg (aprile-luglio 2026).
Di fronte all’immensità del tema, la curatrice nonché direttrice del museo Ute Stuffer ha scelto di selezionare sei artisti, sei approcci nei confronti della “prospettiva invisibile”, sei visioni che esplorano la condivisione  e l’infrazione delle misure del tempo. Porta di ingresso al concept di questa mostra è la performance – ormai diventata un classico – dell’artista  Tehching Hsieh (Taiwan 1950) dal titolo One Year Perfomance 1980-81 (Time Clock Piece). Per i dodici mesi scanditi nella data riportata nel titolo, l’artista ha timbrato un orologio marcatempo ogni ora in punto, scattandosi una foto. Una delle “opere più intransigenti mai realizzate sul tema”, il risultato di un  “compito vertiginoso”, un’ammissione di adesione dell’essere umano allo scorrere del tempo che “è tutto ciò che la vita è, ed è l’unica cosa che ci rende tutti uguali”, nelle parole dello stesso artista. 
Da questa opera-mondo, si dipana  il percorso della mostra, con installazioni che esplorano il legame tra esperienza soggettiva e convenzione sociale, percezione e normalizzazione del tempo. 
L’artista americano David Horvitz è presente con le sue Proposals for Clocks (2016 – ): proposte di orologi basati sul battito cardiaco, sul ritmo del respiro, sulle ombre dei gatti o dei fiumi; ipotesi di orologi che si addormentano, tutti inventati in risposta alla domanda: “su quali criteri misuriamo e facciamo esperienza del tempo?”. E ancora con The Distance of a Day (2013), in cui due telefoni installati uno accanto all’altro mostrano un tramonto e un’alba ripresi  in un giorno di febbraio del 2013 in due punti opposti della terra dall’artista e dalla madre. L’opera riflette sulla contemporaneità e sulla distanza e anche sui termini connessi di giornata, journée, journey, il percorso, il viaggio di un giorno. 
Rafik Greiss (Egitto 1997) presenta The Longest Sleep (2024), un video che riprende i festeggiamenti della ricorrenza islamica di Mawlid in vari luoghi, dal tramonto all’alba. Il cuore del rituale è fatto di musica, danza e pratiche di immersione spirituale che tendono a generare uno stato di trance. Nella visione della mostra, l’opera testimonia l’esistenza di un momento di “presente espanso”, da cui sia il passato che il futuro sono esclusi: un periodo di “pura percezione”.
Dell’artista concettuale tedesco Hans-Peter Feldmann  (1941-2023) si può vedere 100 Jahre (1998-2000); l’opera consiste di 101 fotografie in bianco e nero che ritraggono altrettante persone (amici, parenti, conoscenti) a un’età diversa, dalla prima infanzia al centesimo anno. Da un bimbo di pochi mesi a una donna centenaria, le foto ricostruiscono il  flusso continuo e discreto della metamorfosi delle persone nel tempo, suscitando in chi guarda memorie, risonanze, flashback.
Alicja Kwade, artista polacca attiva a Berlino, con Durchbruch durch Schwäke (2009/2016) immerge i visitatori in un “fragile labirinto” fatto di 96 pesi per orologio, alcuni antichi, alcuni moderni, sospesi nello spazio grazie a catene. Di bronzo, di ottone, variamente foggiati e decorati,  questi pesi – un tempo funzionali al meccanismo di misura del tempo a cui erano collegati – oscillano, influendo sull’andatura di chi attraversa la sala. Arduo e sfidante, tradurre il titolo “Una svolta grazie alla debolezza”.
L’ultima artista presente è la statunitense Jill Baroff (1954) con  Tide Drawings: Hurricane Ida, Hurricane Zeta, Hurricane Isaac, Hurricane Ian, Hurricane Xaver ( 2022–2023), un ‘opera ispirata ai cambiamenti del livello del mare. I disegni esposti, a inchiostro su carta giapponese, seguono gli andamenti delle maree nonché il passaggio di cinque uragani sulle coste della Louisiana, della Florida, del Baltico, restituendo  i dati in cerchi concentrici, le cui distanze ed intensità si collegano all’intensità dei fenomeni riportati. In questo modo, i Tide Drawings rendono leggibili le maree, le loro regolarità e le loro anomalie nel tempo.
Bello infine, e utile ad avvicinarsi alle opere esposte, il pensiero, della  storica della cultura Rebecca Solnit “the natural world is not a static visual splendor that can be captured in a picture, but time itself as patterns, recurrences, the rhythmic passage of days and seasons and years’”.
Il mondo naturale non è una visione da catturare, ma tempo in forma di pattern, ricorrenze, ritmici passaggi di giorni, stagioni e anni.

It’s All About Time, Kunstmuseum Ravensburg, Burgstr. 9 
11 aprile – 19 luglio 2026
Le citazioni sono tratte dal booklet della mostra.

(a.s.)

 

 

 

Un sedici aprile di @luxorg_

Su Instagram più di 60.000 persone seguono la pagina di @luxorg_, disegnatrice/narratrice che affida  a una figurina scapigliata incursioni nel “bosco fatato” della sua testa.

Osservazioni al confine tra sguardo interiore ed aforisma come per esempio: “Mi sento in colpa ogni volta che non mi sento in colpa abbastanza”; e poi tante domande come “Nella tua testa piena dei pensieri che gli altri hanno di te / quanto spazio resta per essere chi sei?” sono scritte a stampatello intorno alla sagoma della voce narrante, così che parole e disegno formano un insieme consistente, dallo stile ben delineato. L’incipit del pensiero espresso nella scritta prosegue nel post accanto alla vignetta, in tre o quattro capoversi che svolgono i molteplici temi intrecciati: la fragilità, il sentirsi diversi,  le relazioni con il mondo e con la propria testa, la permanenza e le metamorfosi infinite dell’infanzia; e poi l’attenzione a piccole cose, particolari, erbacce, animaletti, frammenti di ricordi. 
Mentre si legge la frase, seguendo le parole sparpagliate nello spazio bianco, il percorso dello sguardo (e della lettura) si appoggia sui tratti del disegno, come se l’autrice ci mettesse in mano una matita immaginaria, il dispositivo verbo-visivo che l’ha portata a sintetizzare il pensiero e il segno in una piccola – e molto consistente – storia.

La figura che pensa e parla mi ha fatto pensare a una Mafalda che è uscita dalle stanze di una casa transitabile e si muove in un vuoto pieno di tracce del mondo esterno e interno.
Seguendo tutte le puntate di questo racconto, si intravede anche un dialogo col tempo del calendario, per esempio: “Per Natale vorrei una testa che sta zitta” e ci si imbatte in una memorabile istorietta sul sedici di aprile: 

Un sedici aprile
di un po’ di anni fa
ero alle poste con mia mamma

ero bambina e non fu nulla di speciale
faceva caldo e in coda con me c’era una signora con il raffreddore
avevo paura che sarebbe venuto anche a me

non so perché la mia testa abbia scelto di ricordare
la data di una giornata senza significato
però io quasi ogni anno il sedici aprile
ci penso, alle poste e al raffreddore

sono strani i ricordi
perché anche quelli che sembrano inutili
ti danno la mano e ti portano in un posto
in cui non tornerai più per davvero

forse i ricordi inutili
sono le uniche porte che hai
per tornare davvero indietro

e io a volte ci vorrei tornare alle poste
ma solo in quel momento e a quell’età
guardarmi nel riflesso dello sportello
e scoprirmi con gli occhi di quel giorno
chissà cosa troverei
dentro di me

ogni sedici aprile vorrei andare alle poste di oggi
e respirare l’aria di quel momento di ieri
come fosse la prima volta e non la seconda

in realtà quell’aria la respirerei davvero per la prima volta
il sedici aprile di tanti anni fa avevo trattenuto il respiro
per non prendere il raffreddore della signora
non ricordo se abbia funzionato

@luxorg_ su Instagram si presenta anche col suo nome anagrafico di @lucillaghedi e, come lei stessa elenca usando il diminuivo come una categoria di approccio al mondo, è autrice di “magliettine”, “cose carine”, “tatuaggini” e poi del libro Cespo“Una graphic novel atipica, fatta da piccoli momenti, da cornici che aprono mente e cuore ai buoni sentimenti, alle intenzioni positive, alle piccole riflessioni quotidiane” (a cura di Diego Gabriele).

(a.s.)

Timeless tales: una raccolta giornaliera di racconti da comodino

“Can’t Sleep Reads è più di un sito di letture – è un angolo pacifico di Internet, dove si possono apprezzare parole calme prima di andare a dormire”, un sito dove tornare ogni volta che si abbia desiderio di un momento di quiete, di una nuova storia, di una voce narrante. Così si presenta una iniziativa che unisce la lettura e la dimensione del giorno che passa. 
Si trovano racconti brevi fuori diritti, aneddoti storici e biografici, collegamenti al mondo dell’arte, nel segno del sogno e del colore.  Diconodioggi non può non segnalare questa risorsa web, invitando sempre a giocare con la “storia di oggi”.
Ecco il link Can’t Sleep Reads di Reviver Studio LLC, California

20 Gennaio

20 gennaio 2026

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 “Non ti ricordi? Noi eravamo insieme in questo castello: ma sono memorie terribili! Non le evochiamo.”
“Sarebbe impossibile; io le ho dimenticate.”
“Le ricorderai dopo la tua morte”.
“Quando?”
“Fra venti anni, al venti di gennaio; i nostri destini, come le nostre vite, non potranno ricongiungersi prima di quel giorno.”

Igino Ugo Tarchetti, Le leggende del castello nero, 1869, in Racconti fantastici, Bompiani, 1993, p. 62

 Ambientato fra il 1830 e il 1850, questo breve racconto tocca  le corde del fantastico: la memoria di vite precedenti, oggetti che vengono dal passato, apparizioni, sogni, presagi, meditazioni sul tempo (“E d’altra parte come sentiamo noi di vivere nell’istante?”). Proprio in sogno, il protagonista viene a conoscere fatti che lo hanno riguardato trecento anni prima e, insieme, la data della sua morte. La cifra 20, ripetuta in più occasioni, chiuderà anche il racconto. 

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19 Gennaio | January 19th

19 gennaio 2026

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And so it was settled. I left school at Christmas and on January 19th, my birthday, almost exactly a year after Konradin had come into my life, I left for America. Two days before my departure I got two letters. The firsi one was in verse, the joint effort of Bollacher and Schulz:


Little Yid – we bid you farewell / May you join Moses and Isaac in hell. / Little Yid – where will you be? / Joining the Jews in Australie? / Little Yid – never come back/ or we’ll break your bloody neck.

The second ran:
My dear Hans,
this is a difficult letter. First let me tell you how very sad I am that you are leaving for America. It can’t be easy for you, who love Germany, to start a new life in America – a country with which you and I have nothing in common and I can imagine how bitter and unhappy you must feel. On the other hand, it’s probably the wisest thing you can do”

Fred Uhlman, Reunion, 1971 (Vintage Book, London, 2006, p. 74)

*

E così fu deciso. Lasciai la scuola a Natale e il 19 gennaio, giorno del mio compleanno, circa un anno dopo che Konradin era entrato nella mia vita, partii per l’America. Prima della partenza ricevetti due lettere. La prima, in versi, era il prodotto degli sforzi congiunti di Bollacher e di Schulz: 
Piccolo Yid – vogliamo dirti addio / che tu raggiunga all’inferno i senzadio / Piccolo Yid – ma dove te ne andrai? / Nel paese da cui non si torna giammai? / Piccolo Yid – non farti più vedere / se vuoi crepare con le ossa intere.
La seconda invece, diceva:

Mio caro Hans, questa è una lettera difficile. Prima di tutto voglio dirti quanto mi dispiaccia che tu stia per partire per l’America. Non dev’essere facile per te, che ami tanto la Germania, ricominciare una nuova vita in un paese con cui né io né te abbiamo niente in comune e mi immagino l’amarezza e l’infelicità che devi provare. Tuttavia, questa è la soluzione più saggia, date le circostanze

Fred Uhlman, L’amico ritrovato, 1971, tr. it. M. Castagnone, Feltrinelli 1986, p. 83

La data del 19 gennaio segna la fine di una fase felice della vita di Hans, giovane studente ebreo, mandato dalla famiglia negli Stati Uniti per salvarsi dalle persecuzioni naziste incombenti. E’ la data della partenza, che lo allontana dall’amico Konradin (l’amico che “ritroverà”, in un modo inaspettato e toccante alla fine del racconto); è la data del suo compleanno ed  è anche la data di nascita dello scrittore Fred Uhlman, nato a Stoccarda il 19 gennaio del 1901. 

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18 Gennaio | Januar 18

18 gennaio 2026

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Am achtzehnten Januar siebenunddreißig, auf knirschendem hartgetretenem Schnee, in einer Nacht, die nach mehr Schnee roch, nach soviel Schnee roch, wie sich jemand nur wünschen kann, der alles dem Schnee überlassen möchte, sah ich Jan Bronski rechts oberhalb meines Standortes die Straße überqueren, am Juwelierladen, ohne aufzublicken, vorbeigehen, dann zaudern oder eher wie auf Anruf still stehn; er drehte sich, oder drehte es ihn — und da stand Jan vor dem Schaufenster zwischen weißbeladenen, leisen Ahornbäumen.
Günter Grass, Die Blechtrommel, 1959

*

Era il diciotto gennaio del trentasette. A tarda sera, su una neve scrocchiante indurita dai passi, mentre il cielo sembrava promettere ancora neve, tanta neve quanta ne può desiderare solo chi sa come essa gli sia propizia, vidi Jan Bronski attraversare la strada e, a monte del mio appostamento, passare senza levare lo sguardo davanti alla gioielleria, poi, dopo un attimo di esitazione, fermarsi come obbedendo a un richiamo; si voltò – o meglio fu voltato – ed ecco Jan fermo davanti alla vetrina, sotto i silenti aceri dai rami carichi di neve

Günter Grass, Il tamburo di latta, 1959, tr. it. L. Secci, V. Ruberl, ed. cons. Feltrinelli 1974, p. 126

Decenni di storia europea sono ripercorsi in questo romanzo, dalla fine dell’Ottocento al secondo dopoguerra, osservati dalla città di Danzica (la città dello scrittore Grass) e narrati dal personaggio di Oskar Matzerath. Nato, nella narrazione, i primi di settembre del 1924, forse frutto della relazione adulterina della madre con il cugino Jan Bronski, Oskar ha deciso di fermare la sua crescita all’età (e all’altezza) dei tre anni, coltivando un antagonismo nei confronti del mondo, che si esprime nell’ossessione verso un tamburo di latta, da cui non si separa mai, e nella capacità di spaccare i vetri con la voce. Nell’anno 1937, in pieno regime nazionalsocialista, Oskar si dedica a far cadere in tentazione concittadini e parenti, aprendo – con la sua voce potente – delle fessure nei vetri delle gioiellerie, attraverso cui le persone, inevitabilmente, sottraggono preziosi e si trasformano in ladri. La sera del 18 gennaio, in un paesaggio innevato, Oskar sta per tentare il suo presunto padre Jan, che ruberà una collana di rubini per la mamma.
La data del 18 gennaio richiama, nella storia germanica, la proclamazione di Guglielmo I imperatore, nel 1871. 

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17 Gennaio

17 gennaio 2026

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Il giorno diciassette gennaio dello stesso anno, qualche ora prima di iniziare la celebrazione solenne per San’Antonio Abate, ovvero il santo patrono del paese, il parroco aveva ricevuto una lettera consegnata a mano dal fattore delle tenute Palla. Nella lettera si rendeva noto al signor parroco che, da un numero di anni superiore a quelli con cui si misurano le cose umane, nella parrocchia di Sant’Antonio Abate le celebrazioni solenni avevano inizio solo quando la persona più importante del paese, e cioè il marchese Palla, aveva potuto prendere posto a sedere con comodo sulla panca a lui riservata.
Don Icilio, ricevuta la lettera, attese fino alle undici in punto, con la chiesa gremita

Marco Malvaldi, Milioni di milioni, 2012, Sellerio, pp. 56-57

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16 Gennaio

16 gennaio 2026

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Il 16 gennaio, alle sei e trenta, il Marchica uccise, in ogni particolare seguendo il piano preparato dal Pizzuco, Salvatore Colasberna. Ma ci fu un intoppo nell’incontro, a metà della via Cavour, mentre il Marchica fuggiva, col suo concittadino Paolo Nicolosi, il quale nettamente lo riconobbe, e anzi lo chiamò per nome. Ne ebbe inquietudine: e questa sua inquietudine comunicò al Pizzuco quando, subito dopo, venne a raggiungerlo nella casa di campagna. Il Pizzuco si agitò, bestemmiò; poi, calmatosi, disse: “Non ti preoccupare, ci pensiamo noi”. A bordo di un camioncino di sua proprietà, il Pizzuco lo accompagnò fino alla contrada Granci, a poco meno di un chilometro da B.: ma prima gli consegnò, a saldo, altre centocinquantamila lire, che con quelle dell’anticipo facevano le trecentomila pattuite

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, 1961, ed. cons. Einaudi 1972, p. 73

Il giorno della civetta inizia, in un paese indicato solo con l’iniziale S., con l’omicidio di un uomo alla fermata dell’autobus per Palermo, alle sei e trenta, “nel grigio dell’alba”. Alla stessa ora un altro uomo, che si è imbattuto per caso nel sicario in fuga, scompare e verrà ritrovato morto anch’egli.  Solo verso la metà della narrazione, viene indicata la data del delitto, il 16 gennaio. Nei giorni successivi, si svolgono le indagini, guidate dal capitano Bellodi, originario di Parma. Malgrado reticenze e depistaggi, l’inchiesta arriva a individuare assassini e mandanti degli omicidi, ma protezioni politiche, che dalla Sicilia giungono a Roma, ne “sfasciano”, con falsi alibi, i risultati. 

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15 Gennaio | January 15

15 gennaio 2026

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On the fifteenth of January the Fortuna had, together with the privateer Three Friends, captured six of the enemy’s ships, and with these was bearing in with Drogden, to have them realized in Copenhagen, when one of the prizes ran ashore on the Middelgrund.
Karen Blixen, The supper at Elsinore (Seven Gothic Tales), 1934, Vintage Books, New York, 1991, p. 225

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Il 15 gennaio la Fortuna II, insieme alla corsara Three Friends, aveva catturato sei legni nemici, e con essi faceva rotta verso Drogden, per metterli in vendita a Copenaghen, quando una delle navi andò a incagliarsi sul Middelgrund. Era un grosso brigantino carico di tela da vele, valutato sui centomila risdalleri; al mattino di quel giorno i corsari lo avevano tagliato fuori da un convoglio inglese

Karen Blixen, La cena a Elsinore, 1934, tr. it. A. Scalero, A. Motti, in Sette storie gotiche, ed. cons. Bompiani, 1985, p. 218, (altra ed.: Adelphi)

Nella quinta delle sue Sette storie gotiche, Karen Blixen racconta le vicende dei tre figli della famiglia De Coninck: le gemelle Fanny ed Eliza, invecchiate senza sposarsi, e l’avventuroso Morten, che ha perso la vita lontano dalla Danimarca, e torna come fantasma nella casa di Elsinore. Da ragazzo, come altri marinai della sua nazione, ha armato un battello corsaro, la Fortuna II, che ha ingaggiato diverse battaglie contro le navi inglesi. “Grandi tempi erano quelli, per chi aveva coraggio” e le date delle sue gesta sono memorabili. Fra queste, il 15 gennaio di un anno al principio dell’Ottocento, il cui ricordo permane mentre la pendola prosegue con il suo ticchettio “come per andare avanti, tanto per far qualcosa, per tutta l’eternità”.

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14 Gennaio | 14 Enero

14 gennaio 2026

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El catorce de enero de 1922, Emma Zunz, al volver de la fábrica de tejidos Tarbuch y Loewenthal, halló en el fondo del zaguánuna carta, fechada en el Brasil, por la que supo que su padre había muerto. La engañaron, a primera vista, el sello y el sobre; luego, la inquietó la letra desconocida. Nueve diez líneas borroneadas querían colmar la hoja; Emma leyó que el señor Maier había ingerido por error una fuerte dosis de veronal y había fallecido el tres del corriente en el hospital de Bagé. Un compañero de pensión de su padre firmaba la noticia, un tal Feino Fain, de Río Grande, que no podía saber que se dirigía a la hija del muerto.
         
Emma dejó caer el papel. Su primera impresión fue de malestar en el vientre y en las rodillas; luego de ciega culpa, de irrealidad, de frío, de temor; luego, quiso ya estar en el día siguiente. Acto contínuo comprendió que esa voluntad era inútil porque la muerte de su padre era lo único que había sucedido en el mundo, y seguiría sucediendo sin fin

Jorge Luis Borges, Emma Zunz, 1949

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Il quattordici gennaio del 1922, Emma Zunz, di ritorno dalla fabbrica di tessuti Tarbuch e Loewenthal, trovò in fondo all’ingresso una lettera, col timbro del Brasile, dalla quale seppe che suo padre era morto. La ingannarono, a prima vista, il francobollo e la busta; poi, la inquietò la calligrafia sconosciuta. Nove o dieci righe scarabocchiate cercavano di riempire il foglio

Jorge Luis Borges, Emma Zunz, 1949, tr. it. F. Tentori Montalto, I Meridiani, Mondadori 1985, I, p. 813

Uno dei racconti della raccolta L’AlephEmma Zunz  narra l’elaborata e dolorosa vendetta di una figlia che vuole rendere giustizia al padre ingiustamente accusato di un furto. Lo “splendido argomento” – così lo definisce lo stesso Borges – del racconto si intreccia con il tema del tempo e del trovarsi nei giorni.  Quando il 14 gennaio la giovane Emma viene a sapere che il padre è morto il 3 dello stesso mese, la notizia le fa desiderare di “trovarsi già al giorno dopo”, desiderio inutile “perché la morte di suo padre era la sola cosa che fosse accaduta al mondo e che sarebbe continuata ad accadere, senza fine”.  E ancora “i fatti gravi stanno fuori del tempo, sia perché in essi il passato rimane come scisso dal futuro, sia perché le parti che li formano non paiono consecutive”.
Il 14 gennaio compare anche nel racconto 
L’anziana signora (Il manoscritto di Brodie)

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13 Gennaio | 13 января

13 gennaio 2026

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Сего тринадцатого января текущего шестьдесят пятого года, в половине первого пополудни, Елена Ивановна, супруга Ивана Матвеича, образованного друга моего, сослуживца и отчасти отдаленного родственника, пожелала посмотреть крокодила, показываемого за известную плату в Пассаже. Имея уже в кармане свой билет для выезда (не столько по болезни, сколько из любознательности) за границу, — а следственно, уже считаясь по службе в отпуску и, стало быть, будучи совершенно в то утро свободен, Иван Матвеич не только не воспрепятствовал непреодолимому желанию своей супруги, но даже сам возгорелся любопытством. “Прекрасная идея, — сказал он вседовольно, — осмотрим крокодила! 

Федор Михайлович Достоевский, Крокодил, 1865

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Il tredici gennaio del milleottocentosessantacinque, a mezzogiorno e mezzo, a Elena Ivanovna, la consorte di Ivan Matveič, mio colto amico e collega e in parte anche lontano parente, venne il desiderio di vedere il coccodrillo che veniva mostrato, dietro pagamento di una certa somma, nel Passage. Avendo già in tasca il biglietto per un viaggio all’estero (che voleva intraprendere non tanto per motivi di salute, quanto per curiosità) e avendo di conseguenza già ottenuto un congedo dal servizio ed essendo dunque quel mattino assolutamente libero, Ivan Matveič non solo non si oppose alla realizzazione del desiderio della sua consorte, ma anzi fu anch’egli infiammato da quella curiosità. “Splendida idea” disse tutto contento “andiamo a vedere il coccodrillo! 

Fëdor Dostoevskij, Il coccodrillo, 1865, tr. it. C. Moroni, in RaccontiMondadori, 1991, p. 667

Molti racconti cominciano con una data e Dostoevskij  esordisce con una data precisa, radicata  nel tempo-spazio dell’inverno russo; introduce così il lettore nel patto di finzione, presentando uno dopo l’altro l’ora, la città di San Pietroburgo, la galleria detta Passage, gli antefatti dell’avvenimento. Poi la storia prende una piega singolare e lo straordinario si introduce nella trama. 

Dicono del libro
“Un avvenimento insolito, o un passaggio nel Passage, racconto veritiero di come un signore, di una certa età e di un certo aspetto, fu inghiottito vivo e tutto intero dal coccodrillo del Passage, e di ciò che ne seguì”
(Dostoevskij)

 

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12 Gennaio

12 gennaio 2026

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Il vecchio vestito con pelliccia interna di castoro e una lobbia nera lo prese per mano ed entrarono dal cartolaio: era il giorno 12 di gennaio del 1944, in una calle oscura e fumosa di Venezia, accanto a una friggitoria. Qualcosa scendeva dal cielo, non si sa se pioggia o fumo, o microscopica fuliggine di tubi di stufe o la prima nebbia del pomeriggio. Piero non capiva ancora quel che stava per succedere. Era quello che si dice un momento di massima epoché, di sospensione. 

Goffredo Parise, Sogno (Sillabari), 2004, Adelphi, Milano 2009, p. 349

Dicono del libro
Un giorno, sul finire degli anni Sessanta, Parise vede nella piazza sotto casa un bambino con in mano un sillabario. Gli si avvicina e legge: «L’erba è verde». Sono tempi politicizzati, in cui si fa spesso ricorso a parole «difficili», e quella pagina limpida e colorata acquista il significato di un monito, un richiamo all’essenzialità della vita e della poesia: «Gli uomini d’oggi secondo me hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie». Nasce così l’idea di una serie di brevi racconti (o romanzi in miniatura o poesie in prosa, difficile dirlo), dedicati a sentimenti umani essenziali, che disposti in ordine alfabetico compongano una sorta di dizionario”.
(dalla bandella dell’ed. Adelphi cit.)

 

 

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11 Gennaio

11 gennaio 2026

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Così, fra le buste e i foglietti ingialliti degli autorevoli autografi gelosamente conservati nei cassetti del salottino Impero, si trovano anche i piccoli, laceri programmi dell’epoca: Elsa, che già nel 1891 ha cantato in pubblico alla Filarmonica di Trieste nel Tramonto del Coronaro, una favola pastoral-musicale, e si è esibita in altri concerti cantando romanze di cui spesso è autore il padre, ha debuttato al Teatro Verdi l’11 gennaio 1894 nella Carmen, dove ha la parte di Micaela (abbonamento per dieci rappresentazioni, lire sette e cinquanta); sfortunatamente la rappresentazione si risolve in un fiasco solenne per tutti quanti, e la sola che si salva dal disastro – lo proclama ad alta voce la critica del tempo – è proprio la gentile e graziosa Micaela, per la qualità del suo canto e la sua perfetta scuola; bionda com’è non ha avuto nemmeno bisogno di una parrucca

Fausta Cialente, Le quattro ragazze Wieselberger, 1976, Mondadori, Milano, 1976, pp. 57-58

 

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10 Gennaio

10 gennaio 2026

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Né adagio né presto altri tre mesi erano passati. Natale si era già dissolto nella lontananza, anche il nuovo anno era venuto portando per qualche minuto agli uomini strane speranze. Giovanni Drogo già si preparava a partire. Occorreva ancora la formalità della visita medica, come gli aveva promesso il maggiore Matti, e poi sarebbe potuto andare. Egli continuava a ripetersi che questo era un avvenimento lieto, che in città lo aspettava una vita facile, divertente e forse felice, eppure non era contento. Il mattino del 10 gennaio entrò nell’ufficio del dottore, all’ultimo piano della Fortezza

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, 1940, Mondadori, 1984, pp. 84-85

Finita l’Accademia militare, il tenente Giovanni Drogo è arrivato alla Fortezza Bastiani in settembre, con la sensazione che la sua vera vita avesse inizio allora. Trascorsi tre mesi e le feste, Drogo decide di chiedere un permesso per tornare nella sua città. Per questo si presenta alla visita medica il mattino del 10 gennaio. Ma qualcosa, alla fine, gli fa cambiare idea e resta alla Fortezza, dove il tempo si consuma “con il suo immobile ritmo”, fra abitudini, attese di azioni eroiche di cui non si crea l’occasione, ripetizioni di situazioni simili. Uno dei temi di questo racconto è la scansione irregolare del tempo, che appare continuamente come una risorsa inesauribile e come qualcosa che è sfuggito per sempre. 

Dicono del libro

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9 Gennaio | January 9

9 gennaio 2026

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On the ninth of January, now four days ago, I received by the evening delivery a registered envelope, addressed in the hand of my colleague and old school-companion, Henry Jekyll. I was a good deal surprised by this; for we were by no means in the habit of correspondence; I had seen the man, dined with him, indeed, the night before; and I could imagine nothing in our intercourse that should justify formality of registration. The contents increased my wonder; for this is how the letter ran:
(…)
“I want you to postpone all other engagements for to-night—ay, even if you were summoned to the bedside of an emperor; to take a cab, unless your carriage should be actually at the door; and with this letter in your hand for consultation, to drive straight to my house. Poole, my butler, has his orders; you will find, him waiting your arrival with a locksmith. The door of my cabinet is then to be forced: and you are to go in alone

Robert Louis Stevenson, The Strange Case Of Dr. Jekyll And Mr. Hyde, 1886

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Quattro giorni or sono, il nove gennaio, ricevetti con la posta del pomeriggio una lettera raccomandata il cui indirizzo rivelava la calligrafia del mio collega, e vecchio compagno di scuola, Henry Jekyll. Ne fui sorpreso non poco poiché non avevamo mai avuto l’abitudine di ricorrere a scambi epistolari. Oltretutto l’avevo incontrato la sera prima trattenendomi con lui a cena, e, per quanto potessi immaginare, non c’era nulla nei nostri rapporti che richiedesse una simile procedura formale. Il contenuto della missiva aumentò il mio stupore

Robert L. Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, 1886, tr. it. A. Brilli, Mondadori, 1993, p. 52

Verso le tre di un mattino d’inverno”, “in una tipica notte di marzo gelida e ventosa”, in giornate buie, senza paesaggio, si svolge lo strano caso del medico Henry Jekyll che, sperimentando droghe che alterano la personalità, si trasforma nel pericoloso criminale Edward Hyde. La reversibilità di questa trasformazione diventa via via più difficile e Hyde, verso le undici di una sera d’ottobre, uccide un uomo. Mentre Jekyll è sopraffatto dal suo rovescio, cercano di portargli aiuto l’amico avvocato Utterson e  il collega Lanyon. La data del 9 gennaio è riportata proprio nel memoriale del dottor Lanyon, che sarà testimone in diretta della metamorfosi Jekyll-Hyde e avrà fra le mani il taccuino del dottore, fitto di centinaia di date che riportano i suoi inquietanti esperimenti.

Dicono del libro

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8 Gennaio

8 gennaio 2026

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“Il nostro viaggio è lungo e stancante, ci si ferma dove capita, una volta andrà bene, se il cibo sarà caldo e il futon pulito, una volta andrà male. Santoka, un po’ tripadvisor, fermandosi nelle bettole bordo strada, annoterà sul suo taccuino come si è trovato ripetendo uno schemetto fisso fatto di data, luogo, nome della locanda, prezzo e un brevissimo giudizio finale.
8 gennaio 1932 – Pioggia – Città di Yunoharu – Locanda Komeya – 35 sen – media”

Susanna Tartaro, Haiku e sakè. In viaggio con Santoka, add editore, 2016 , p. 123

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7 Gennaio

7 gennaio 2026

 

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Per le anatre avevo inventato una specie di amo, fatto con spille e con acini di granturco, che mettevo a galleggiare nell’acqua sopra delle foglie che tenevo fissate con una bacchetta infilzata nel fango della riva; ma erano poche le anatre che abboccavano e se una rimaneva prigioniera, le altre andavano via con i loro voli che disegnavano una lettera altissima nel cielo.
Queste lettere delle anatre erano altri segnali del mutare dell’invernata, finché mi trovai al 7 gennaio, giorno del mio compleanno

Paolo Volponi, La macchina mondiale, 1965, Garzanti 1973, p. 206

Dal suo angolo di campagna marchigiana, Anteo Crocioni – scienziato e filosofo autodidatta, fine osservatore della natura – riflette sul sistema dell’esistente, sulle generazioni di individui che, come macchine autopoietiche, producono altri individui, ripetendo autonomamente l’opera dei progettisti dell’universo. Lavora a un trattato sulla “genesi e sulla palingenesi”, per la costituzione di una “nuova Accademia dell’Amicizia”, corredato di schemi e disegni, e ragiona sulla costruzione di macchine esperte in grado di migliorare l’evoluzione dell’uomo stesso. Emarginato e avversato dalla famiglia di origine e da quella della moglie Massimina, che scappa a Roma, Anteo pellegrina fra le Marche e la capitale, sempre inseguendo le sue ricerche e la donna amata, finché viene rimandato a casa con un foglio di via. Il giorno del compleanno, 7 gennaio, è una data immersa nella natura, nella neve, nelle tracce degli animali. Una data naturale, tanto diversa dalle date burocratiche dei verbali dei tribunali, con cui il romanzo si apre, e da quelle di cronaca nera, che si affollano verso la fine della storia. 

Dicono del libro

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6 Gennaio | 6 Janvier

6 gennaio 2026

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“Ce n’est cependant pas un jour dont l’histoire ait gardé souvenir que le 6 janvier 1482. Rien de notable dans l’événement qui mettait ainsi en branle, dès le matin, les cloches et les bourgeois de Paris. (…)
Le 6 janvier, ce qui mettoit en émotion tout le populaire de Paris, comme dit Jehan de Troyes, c’était la double solennité, réunie depuis un temps immémorial, du jour des Rois et de la Fête des Fous. Ce jour-là, il devait y avoir feu de joie à la Grève, plantation de mai à la chapelle de Braque et mystère au Palais de Justice”

Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, 1831
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“Il 6 gennaio 1482 non è però un giorno che la storia ricordi. Nulla di rimarchevole nell’evento che così scuoteva fin dal mattino, le campane e i borghesi di Parigi (…)
Il 6 gennaio, quello che metteva in agitazione il popolo di Parigi, come dice Jehan de Troyes, era la doppia solennità, unificata da tempo immemorabile, del giorno dei Magi e della festa dei Matti. In quel giorno dovevano esserci fuoco di gioia alla Grève, piantagione del maggio alla cappella di Braque e mistero al Palazzo di Giustizia”

Victor Hugo, Nostra Signora di Parigi, 1831

 

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