17 Settembre

17 settembre 2024

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17 settembre. – Stamani è partito Manuel. Siamo stati ad accompagnarlo fino alla stazione di Rovigliano. Verso il 10 di ottobre egli tornerà a prendermi; e andremo a Siena, da mia madre. Io e Delfina rimarremo a Siena probabilmente fino all’anno nuovo: due o tre mesi. Rivedrò la Loggia del Papa e la Fonte Gaia e il mio bel Duomo bianco e nero, la casa diletta della Beata Vergine Assunta, dove una parte dell’anima mia è ancóra a pregare, accanto alla cappella Chigi

Gabriele d’Annunzio, Il Piacere, 1889

 

Dicono del libro
“Pubblicato nel 1889 è il primo dei tre ‘Romanzi della Rosa’. La rosa allude alla voluttà, tema comune ai tre romanzi. Gli ideali di sensibilità e di raffinatezza e il gusto del tecnicismo formale propri del decadentismo sono qui utilizzati con magistrale abilità dal poeta vate per esprimere una sensualità ostentata nel suo aspetto più morboso”. (dall’edizione elettronica sul sito liberliber).

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2 Agosto

2 agosto 2024

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È il 2 agosto 196… Eccomi da poche ore a New York, in questa città molto intima e geometrica, costruita in stile babilonese e abitata da americani. Ho appena lasciato a Roma il traffico dell’estate nelle vie verso il mare, le piccole auto con le barche di gomma sul tetto o carrozzine per bambini e altri fagotti coperti da veli che salutavano la mia partenza. E la luce sfocata dello scirocco che lega così bene con l’odore acre della nafta, nel piazzale dell’aeroporto, verso i lunghi itinerari. Ho trovato qui il caldo pieno del pomeriggio, ma un cielo terso e ampio; e il silenzio dell’ingresso a Manhattan, nelle vie quasi sgombre, tra i vecchi brown-stones con la scala a ponte levatoio, i recenti palazzoni, i vasti empori, i bar, i negozi in vacanza col cartello Closed nella vetrina spettrale

Ennio Flaiano, Melampus, 1970, Rizzoli 1988, p.19

È il pomeriggio di un 2 agosto – negli anni Sessanta – quando lo sceneggiatore Giorgio Fabro arriva a New York da Roma e inizia il suo diario di lavoro. Gli incontri con registi e scrittori, le feste, le visite ai musei, gli spunti per delle storie, le città e il paesaggio americani sono registrati mese dopo mese, e così anche la fine della sua relazione con Frances Baker, che lo lascia per sposarsi con un altro, e gli affida il suo cane Melampus. È per via del cane, che Fabro incontrerà Liza Baldwin, una ragazza molto più giovane di lui, con cui inizia una relazione via via più singolare, in cui la donna pare subire una metamorfosi canina. Ma al principio di agosto Giorgio Fabro è ancora ignaro di ciò, riflette sull’America, sulla noia e sulla condizione del viaggio che “è come tenere i rubinetti aperti e vedere il tempo che va via, sprecato, liquido, intrattenibile”.

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30 Giugno | 30 Juin

30 giugno 2024

« »Le lendemain, mardi 30 juin, à six heures, la descente fut reprise.
Nous suivions toujours la galerie de lave, véritable rampe naturelle, douce comme ces plans inclinés qui remplacent encore l’escalier dans les vieilles maisons. Ce fut ainsi jusqu’à midi dix- sept minutes, instant précis où nous rejoignîmes Hans, qui venait de s’arrêter.
« Ah ! s’écria mon oncle, nous sommes parvenus à l’extrémité de la cheminée. »
Je regardai autour de moi ; nous étions au centre d’un carrefour, auquel deux routes venaient aboutir, toutes deux sombres et étroites. Laquelle convenait-il de prendre?


Jules Verne, Voyage au centre de la terre, 1864

L’indomani, martedì 30 giugno, alle sei, la discesa riprese. Seguivamo sempre la galleria di lava, vera rampa naturale, dolce come quei piani inclinati che sostituiscono le scale in certi antichi palazzi. Continuammo così fino a mezzogiorno e diciassette minuti, l’istante preciso in cui Hans, che ci precedeva, si fermò.
– Ah, – esclamò mio zio, – siamo arrivati a una biforcazione!
Mi guardai intorno: eravamo al centro di uno slargo da cui partivano due strade, entrambe scure e strette. Quale scegliere?

Jules Verne, Viaggio al centro della Terra, 1864, tr. it. C. Fruttero e f. Lucentini, Einaudi 1989, p. 54

Le date hanno grande importanza nel Viaggio al centro della Terra. In un antico documento ritrovato dallo scienziato tedesco Lidenbrock nel maggio del 1863, si parla di un cratere, in Islanda, che conduce al centro del pianeta. Per identificarlo, bisogna seguire l’ombra proiettata su di esso da un monte, negli ultimi giorni di giugno. Lo scienziato, insieme al nipote Axel che racconta la storia, parte subito alla volta dell’Islanda e lì, identificato il cratere, ha inizio l’esplorazione, lungo strade e gallerie di lava, come questa in cui si trovano a mezzogiorno del 30 giugno, mentre scendono in direzione sud-est.

 

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18 Giugno | June 18

18 giugno 2024

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It was the morning June 18, 1956. I came down and said goodbye to Christine and thanked her for everything and walked down the road. She waved from the grassy yard. “It’s going to be lonely around here with everybody gone and no big huge parties on weekends”. She really enjoyed everything that had gone on. There she was standing in the yard barefooted, with little barefooted Prajna, as I walked along the horse meadow. I had an easy trip north, as though Japhy’s best wishes for me to get to my mountain that could be kept forever, were with me. 

Jack Kerouac, The Dharma Bums, 1958

Era la mattina del 18 giugno 1956. Ero sceso a salutare Christine e l’avevo ringraziata di tutto e m’ero incamminato lungo la strada. Lei mi aveva salutato con la mano dal cortile erboso. “Come sarà triste qui adesso che se ne sono andati tutti e non ci saranno più le grandi feste dei weekend.” Lei si era proprio divertita durante quegli eventi. Stava lì a piedi nudi nel cortile, con la piccola Prajna scalza pure lei, mentre io mi allontanavo costeggiando il pascolo dei cavalli.
Il viaggio verso nord procedette senza intoppi, come se mi accompagnassero gli auspici di Japhy perché potessi arrivare alla mia montagna da preservare in eterno

Jack Kerouac, I vagabondi del Dharma, 1958, tr. it. N. Vallorani, in J. Kerouac, I capolavori, Mondadori 2004, p.619

Il giovane Ray Smith, poeta, vagabondo in grado di vivere con niente, alla costante ricerca di un’illuminazione, grande meditatore sull’illusorietà delle cose, ha trovato per l’estate un lavoro come vedetta del Servizio forestale a Desolation Park, nello stato di Washington. Viaggiando sui treni merci, con pochi dollari e poche esigenze, ha attraversato il “nulla dell’America, che è comunque un’America magica”. Ha trascorso le feste di Natale a casa della madre nel North Carolina e da lì, a marzo, è ripartito per un lungo viaggio in autostop che lo porterà in California, dall’amico Japhy, maestro di buddhismo, di scalate in montagna e di sesso rituale. La primavera passa fra il taglio della legna, grandi feste, meditazioni sul tempo senza principio, finché non arriva il momento di partire per raggiungere il Parco, il 18 giugno, alle soglie dell’estate. 

 

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6 Maggio | May 6th

6 maggio 2024

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His majesty having often pressed me to accept some employment in his court, and finding me absolutely determined to return to my native country, was pleased to give me his license to depart; and honoured me with a letter of recommendation, under his own hand, to the Emperor of Japan.  He likewise presented me with four hundred and forty-four large pieces of gold (this nation delighting in even numbers), and a red diamond, which I sold in England for eleven hundred pounds. 
On the 6th of May, 1709, I took a solemn leave of his majesty, and all my friends. 

Jonathan Swift, Gulliver’s Travels, 1726

Sua Maestà, dopo avermi spesso pungolato ad accettare qualche incarico a Corte, e trovandomi assolutamente risoluto a tornare nel mio paese, si compiacque darmi licenza di partire; e mi onorò con una lettera di raccomandazione per l’Imperatore del Giappone, vergata di suo pugno. Mi fece altresì dono di quattrocentoquarantaquattro grandi pezzi d’oro (in quel paese ci si delizia con i numeri pari) e d’un diamante rosso che vendetti in Inghilterra per la somma di mille e cento sterline.
Il giorno 6 maggio 1709, presi solennemente congedo da Sua Maestà e da tutti i miei amici

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, 1726 tr. it. G. Celati, Feltrinelli, 1997 (2011), pp. 209-210

Lemuel Gulliver, dopo studi di medicina, si è dedicato ai viaggi e ha già conosciuto diversi strani paesi, dove le dimensioni a volte si invertono e le regole sociali rispecchiano abitudini di pensiero arbitrarie e spesso bizzarre. Nell’anno 1709 arriva nel regno di Luggnagg, dove ha modo di conoscere degli esseri Immortali. Dapprima attratto dalla loro condizione, Gulliver – venuto a sapere che sono destinati a una vecchiaia perpetua – valuta gli svantaggi di una vita eterna di quel tipo. Intanto il tempo del calendario trascorre e giunge il 6 maggio, giorno della partenza per il Giappone, da cui Gulliver spera di tornare in patria. 

 

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15 Febbraio | February 15

15 febbraio 2024

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I began this desperate voyage on February 15, 1715, at nine o’clock in the morning.  The wind was very favourable; however, I made use at first only of my paddles; but considering I should soon be weary, and that the wind might chop about, I ventured to set up my little sail; and thus, with the help of the tide, I went at the rate of a league and a half an hour, as near as I could guess.  My master and his friends continued on the shore till I was almost out of sight; and I often heard the sorrel nag (who always loved me) crying out, “Hnuy illa nyha, majah Yahoo;” “Take care of thyself, gentle Yahoo.”

Jonathan Swift, Gulliver’s Travels, 1726

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Iniziai quel disperato viaggio il 15 febbraio 1715 alle  ore nove del mattino. Il vento era assai favorevole; da principio feci uso soltanto delle mie pagaie, ma poi considerando che mi sarei presto stancato e che il vento avrebbe potuto cadere, m’attentai a issare la mia vela; e così, con l’aiuto della marea, me ne venni innanzi alla velocità di una lega e mezzo all’ora, per quello che potei calcolare. Il mio padrone e i suoi amici rimasero sulla spiaggia fino a quando non m’ebbero perduto di vista; e più volte udii il ronzino sauro (che mi aveva sempre voluto bene) gridar da lontano: Hnuy illa nyha maiah Yahoo, Fai buon viaggio gentile Yahoo

Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, 1726, tr. it. G. Celati, Feltrinelli  1997, p. 282

Lemuel Gulliver, dopo studi di medicina, si è dedicato ai viaggi e ha  già conosciuto gli strani regni di Lilliput, Laputa, Brobdingnag, valutandone le forme di governo e di convivenza. Dopo un periodo trascorso a casa, nel settembre del 1710  si è  imbarcato come capitano sulla nave mercantile Avventura, da cui  è stato fatto sbarcare dai marinai  ammutinati. È approdato così nel paese degli Houyhnhnm, cavalli dai modi civili,  che si distinguono per saggezza e razionalità da certe bestie, chiamate Yahoo, usate per i lavori pesanti e assai simili – nella conformazione fisica – agli uomini. È rimasto in questo paese per diversi anni, nella casa di un cavallo sauro che lo tratta con simpatia, ma ora una decisione dell’Assemblea Generale ha deliberato la sua espulsione. Gulliver lascia con dispiacere la terra degli Houyhnhn, dove aveva potuto vivere in modo naturale, e torna  nella società inglese, con le sue regole, la sua scansione del tempo e la sua scrittura.

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11 Febbraio

11 febbraio 2024

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Genova, 11 Febbraro
Ecco il Sole più bello! Tutte le mie fibre sono in un tremito soave perché risentono la giocondità di questo Cielo raggiante e salubre. Sono pure contento di essere partito! Proseguirò fra poche ore; non so ancora dirti dove mi fermerò, né quando terminerà il mio viaggio: ma per il 16 sarò in Tolone

Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, 1802, Rizzoli, 1992, p. 150

Una delle tante lettere che il giovane studente Jacopo Ortis invia all’amico Lorenzo, con i suoi pensieri, le sue sofferenze politiche e amorose, le decisioni repentine. È il febbraio 1799 e Jacopo ha deciso di partire per la Francia, dove però non arriverà. Ha informato l’amico con una lunga lettera da Milano, datata 6 febbraio (Foscolo era nato a Zante il 6 febbraio del 1778). Ora, l’11 dello stesso mese, il ragazzo è a Genova, indeciso sulla meta e sulla durata del suo viaggio. 

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8 Gennaio

8 gennaio 2024

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“Il nostro viaggio è lungo e stancante, ci si ferma dove capita, una volta andrà bene, se il cibo sarà caldo e il futon pulito, una volta andrà male. Santoka, un po’ tripadvisor, fermandosi nelle bettole bordo strada, annoterà sul suo taccuino come si è trovato ripetendo uno schemetto fisso fatto di data, luogo, nome della locanda, prezzo e un brevissimo giudizio finale.
8 gennaio 1932 – Pioggia – Città di Yunoharu – Locanda Komeya – 35 sen – media”

Susanna Tartaro, Haiku e sakè. In viaggio con Santoka, add editore, 2016 , p. 123

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5 Gennaio | January 5

5 gennaio 2024

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On January the Fifth, 1888—that is eleven months and four days after—my uncle, Edward Prendick, a private gentleman, who certainly went aboard the Lady Vain at Callao, and who had been considered drowned, was picked up in latitude 5° 3′ S. and longitude 101° W. in a small open boat of which the name was illegible, but which is supposed to have belonged to the missing schooner Ipecacuanha. He gave such a strange account of himself that he was supposed demented. Subsequently he alleged that his mind was a blank from the moment of his escape from the Lady Vain. His case was discussed among psychologists at the time as a curious instance of the lapse of memory consequent upon physical and mental stress. The following narrative was found among his papers by the undersigned, his nephew and heir, but unaccompanied by any definite request for publication.

Herbert G. Wells, The Island of Doctor Moreau, 1895

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“Il 5  gennaio del 1888 – vale a dire  undici mesi e quattro giorni dopo – mio zio, Edward Prendick, un gentiluomo riservato, che si era certamente imbarcato sulla Lady Vain a Callao e che si supponeva annegato, fu recuperato a 5° e 3’ di latitudine Sud e 101° di longitudine Ovest, in una piccola imbarcazione dal nome illeggibile, ma che si poteva presumere fosse appartenuta alla goletta dispersa Ipecacuanha. Di sé egli fece un resoconto tanto strano da credere che fosse pazzo”

Herbert G, Wells, L’isola del dottor Moreau, 1895

 

 

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29 Dicembre

29 dicembre 2023

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Oki era l’unico viaggiatore in quel vagone. Sprofondato nel sedile, guardava distratto la poltrona sull’altro lato, che continuava a girare su se stessa. Non che girasse sempre nella medesima direzione o con la medesima velocità. Accelerava, rallentava, si arrestava di tanto in tanto e a volte rimaneva completamente  immobile per qualche minuto, poi riprendeva a girare nella direzione opposta. Guardando la poltrona che girava da sola nel vagone deserto Oki sentiva affiorare la solitudine stagnante in fondo al suo cuore, dove continuavano a fluttuare pensieri incerti. Era il ventinove dicembre. L’anno stava per finire. Oki aveva preso il treno perché voleva sentire il suono delle campane a Kyoto, nell’ultima notte dell’anno

Yasunari Kawabata, Bellezza e tristezza, 1965, tr. it. A. Suga, Einaudi 1983, p. 3

A due giorni dalla fine dell’anno, il celebre scrittore Oki sta viaggiando sul treno per Kyoto. Tutti gli anni, per capodanno, la radio trasmette i rintocchi delle campane di Kyoto e Oki vuole sentirli dal vivo. Ma non solo per questo ha intrapreso il viaggio. A Kyoto vive una donna con cui molti anni prima ha avuto una relazione, quando lei era una sedicenne e lui un uomo sposato. La storia era finita male, con un bambino nato morto e un tentativo di suicidio della ragazza. Dopo quella vicenda, Oki aveva pubblicato un libro di grande successo. Ora vuole rivedere la donna, che fa la pittrice e vive nel recinto di un tempio buddista. Per questo è sul treno, il 29 dicembre, mentre viene buio presto e il monte Fuji appare all’orizzonte. 

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19 Dicembre | 19th December

19 dicembre 2023

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“On the 19th of December, 1853, I started from St. Louis on the evening train bound for Chicago. There were only twenty-four passengers, all told. There were no ladies and no children. We were in excellent spirits, and pleasant acquaintanceships were soon formed. The journey bade fair to be a happy one; and no individual in the party, I think, had even the vaguest presentiment of the horrors we were soon to undergo. 

Mark Twain, Cannibalism in the cars, 1867 ca.

Il 19 dicembre 1853 partii da Saint Louis col treno della sera, diretto a Chicago. Non c’erano che ventotto passeggeri in tutto: non c’erano né donne né bambini. Eravamo di ottimo umore e facemmo ben presto buona conoscenza. Il viaggio si iniziò sotto lieti auspici, e credo che non un solo componente della comitiva avesse il benché minimo presentimento degli orrori che avremmo patito di lì a poco.

Mark Twain, Cannibalismo in treno, 1867 ca., tr. it. O. Previtali, in Il ranocchio saltatore e altri racconti, Rizzoli , 1950, p.108

Sul treno per Saint Louis, il narratore della storia incontra un uomo di mezza età, dall’aspetto mite e bonario, che inizia a raccontare un “capitolo segreto” della sua vita. Questa storia-nella-storia ha avuto inizio nella fredda sera del 19 dicembre sul treno diretto da Saint Louis a Chicago. Una tormenta eccezionale blocca il treno nella neve, in mezzo alla campagna deserta. Non c’è speranza di liberare la motrice e per i passeggeri si prospetta una lunga attesa, senza niente da mangiare e da bere. Con l’aumentare della fame, i viaggiatori prendono infine una decisione terribile, quella di sacrificare qualcuno del gruppo per mangiarlo. La decisione però, racconta l’uomo che – si viene a sapere – è stato anche un membro del Congresso, non è attuata con la violenza, ma attraverso le procedure di un paradossale dibattito in parlamento, con proposte, votazioni, obiezioni, dimissioni. Il racconto va avanti con l’elenco di tutti i viaggiatori cucinati, finché l’uomo non arriva alla sua stazione e scende. Sarà infine il controllare a chiarire ciò che è vero e ciò che immaginario, nella storia del viaggio in treno del 19 dicembre. 

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I Dicembre

1 dicembre 2023

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Il primo dicembre 1987, dopo aver osservato a lungo le figure intagliate nel legno del portale della cattedrale di Spalato, tra cui Giovanni, triste, che all’ultima Cena reclina il capo sulla spalla di Gesù, e allo stesso tempo cerca conforto anche con una mano – variante sul tema – nella manica del suo maestro, il viaggiatore scese alla passeggiata della spiaggia, illuminata dal sole, dove vide un decrepito lustrascarpe, che disoccupato ormai da lungo tempo, iniziava a pulire le proprie scarpe. A dire il vero ne avevano anche bisogno. E quell’uomo le lustrava scrupolosamente, come avrebbe fatto per chiunque altro – non era capace altrimenti -, con calma, riflessivamente, un lembo di pelle alla volta. E le sue scarpe, tanto amorevolmente passate, alla fine cominciarono a rilucere, per poi splendere all’ombra della palma sotto cui era seduto

Peter Handke, Il lustrascarpe di Spalato, 1990, in Epopea del baleno, tr. it. L. Salerno, Guanda 1993, p.11

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29 Novembre

29 novembre 2023

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29.11
Una cattiva notte, la mattina quindi un po’ legnoso. Telefonata dalle poste e telegrafi. Brutto tratto di crinale, pieno di traffico, in direzione di Neufra. Per la più breve, traverso i campi, è quasi impossibile. Su a Bitz una bufera spaventosa, tutto sotto la neve. Dopo Bitz, su per un bosco. Si scatena una furibonda tormenta, dentro il bosco i fiocchi vengono dall’alto, mulinando, in un vortice; ma fuori, in campo aperto io non mi azzardo più, là la neve arriva orizzontale. E dire che non è ancora dicembre

Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio, 1978, tr, it. A. M. Carpi, Guanda, 1980, pp. 29-30

È il penultimo giorno di novembre del 1974, il 29 – come oggi – di quarant’anni fa. Herzog è partito da una settimana per raggiungere a piedi Parigi dalla Germania, convinto che il suo pellegrinaggio possa aiutare l’amica Lotte, che abita a Parigi ed è gravemente malata, a restare in vita. Il clima è ostile, mentre l’uomo attraversa boschi e paesi solitari, attento allo stato dei suoi piedi e della scarpe, che devono accompagnarlo nel lungo tragitto.

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17 Settembre

17 settembre 2023

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“Ma bene,” pensò il giovine signore Andrea von Ferschengelder, quando il barcaiolo quel dì 17 settembre 1778 gli ebbe posato la valigia in cima alla scala di pietra e si allontanava, “ma benissimo, costui mi pianta qui e festa signori, carrozze a Venezia non ce ne sono, chi non lo sa, un facchino, e che verrebbe a farci? è un angolo sperduto dove non passa un cane. Come se alle sei del mattino si facesse scendere di posta sulla Rossauerlande o tra i Weissgarber chi non è pratico di Vienna. So la lingua, e con questo? fanno di me quel che vogliono egualmente. E come rivolgersi a gente che non s’è mai vista e se ne sta dormendo placidamente – busso e dico: ehi, di casa?” – Sapeva che non l’avrebbe fatto, – intanto passi si avvicinavano sul lastrico sonoro netti e distinti nel silenzio del mattino, ci volle del tempo perché si facessero vicini, e un uomo in maschera uscì da una piccola calle, si avviluppò stretto nel mantello, lo tenne chiuso con tutte e due le mani, e fece per attraversare la piazza

Hugo von Hofmannsthal, Andrea o I ricongiunti, 1930, 1932 in volume (post.), tr. it. G. Bemporad, Adelphi 1970, pp.11-12

Ha inizio in una mattina di settembre del 1778 il viaggio in Italia del giovane Andrea. Dopo una sosta in Carinzia, dove è caduto vittima di un imbroglio e si è innamorato di una ragazza, Andrea è arrivato a Venezia alle sei del mattino. Non sa a chi rivolgersi, quando vede un uomo in maschera, avvolto in un mantello, sotto il quale indossa solo la camicia, e ai piedi porta scarpe senza fibbie, che ha perso al gioco. Con aria affabile, lo sconosciuto lo conduce nella casa di un conte, dove Andrea prenderà in affitto la stanza di Nina, la figlia maggiore. In poche ore di quella giornata, Andrea entra in un mondo fatto di teatro e lotterie, di donne e personaggi emblematici, di enigmi e avventure, durante cui tutto si trasforma, a cominciare da lui stesso: “non esiste nulla di passato; tutto ciò che esiste è presente”.

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7 Marzo

7 marzo 2023

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Tranne qualche giorno in Egitto, non mi fermai una sola volta, nel corso del viaggio di ritorno; arrivai al piccolo porto di Imbro una sera tranquilla, all’ora del tramonto, il 7 marzo (secondo i miei calcoli); ormeggiai la Speranza accanto al piccolo molo; poi, con l’aiuto del motore centrale ad aria, tirai su dalla stiva la mia malconcia automobile (“malconcia” per via del tifone nell’oceano Pacifico, che aveva rotto i cavi che la sorreggevano e l’aveva sbattuta a babordo, capovolta). Percorsi in macchina la stradina senza finestre del villaggio, tra i platani e i cipressi che conoscevo bene, e le mimose del Nilo, e i gelsi, e le palme di Trebisonda

Matthew P. Shiel, La nube purpurea, 1901, tr. it. R. Wilcock, Adelphi, 1969, p. 232

Il medico inglese Adam Jeffson è l’unico superstite di una spedizione verso il Polo Nord e di una catastrofe planetaria – in forma di nube velenosa e profumata – che ha ucciso tutti (o quasi) gli abitanti della terra, lasciandolo padrone di città, miniere, tesori, territori senza confini. Preso da impeti distruttivi e desideri di ricostruzione, Adam edifica un palazzo regale nell’isola turca di Imbro, prima di scoprire – proprio in Turchia – che un altro essere vivente è sopravvissuto. La fonte delle straordinarie vicende di Adam è in una serie di quaderni scritti da una medium e trasmessi da un amico al narratore. Nelle pagine a volte lacunose, piene di salti temporali e spaziali, le coordinate geografiche e le date – come questa sera del 7 marzo – fanno da suggestive cornici al filo del racconto. 

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5 Gennaio

5 gennaio 2023

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Volle il fato che in una notte fredda e senza luna, e di insistente e fine pioggia d’alto mare, distante parecchie miglia dalla costa sud di Babàkua, il grande pittore Panizo del Valle, che indossava un impermeabile grigio quasi identico al mio, andasse ad appoggiarsi al parapetto dove stavo appoggiato anch’io, su quella nave così fiera del suo passato (nientemeno il Bel Ami con la sua storica chiglia), che ci portava in quel remoto paese dove io ero così rispettato e amato e dove avevo pilotato – che bei giorni quelli in cui si cammina senza sapere che il tempo cammina con noi – una fantastica baleniera.
Era la notte del cinque gennaio del 1917

Enrique Vila-Matas, Mi dicono che dica chi sono (Suicidi esemplari), 1991, tr. it. L. Panunzio Cipriani, Sellerio, 1994 p. 137

Nella notte nebbiosa del 5 gennaio, su una nave che sta per approdare nell’isola di Babàkua, uno strano dialogo ha luogo fra il narratore  – che si presenta come marinaio – e un pittore, che sta andando per la prima volta nel luogo da cui provengono tanti soggetti dei suoi quadri. Via via che sul ponte della nave  la conversazione prosegue, il marinaio-narratore si rivela insidioso e allarmante per il pittore, presentandogli i difetti del paese in cui stanno per approdare, e la malignità dei suoi abitanti, che il pittore ha ritratto in passato. Le insidie, le ambiguità, gli allarmi si riflettono anche nelle frasi alla rovescia che il narratore pronuncia e nel suo nome e cognome “Satam Alive” in cui risuona il termine diavolo. Intanto la nave raggiunge il porto e la vicenda si avvia a compiersi. 

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10 Ottobre

10 ottobre 2014

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Il 10 ottobre seguente ci imbarcavamo sull’Impossibile. Eravamo in otto, se ve ne ricordate: Arthur Beaver, proprietario dello yacht; Pierre Sogol, capo della spedizione, Ivan Lapse, il linguista; i fratelli Hans e Karl; Judith Pancake, la pittrice d’alta montagna; mia moglie e io. Era inteso che non avremmo reso noto fra gli amici lo scopo esatto della spedizione, perché ci avrebbero presi per pazzi o, cosa più probabile, avrebbero creduto che raccontassimo delle storie per dissimulare il vero scopo della nostra impresa, sul quale si sarebbero fatte ogni sorta di supposizioni. Avevamo dichiarato che andavamo a esplorare alcune isole dell’Oceania, le montagne del Borneo e le Alpi australiane. Ciascuno di noi aveva predisposto le cose in vista di una lunga assenza dall’Europa

René Daumal, Il Monte Analogo, 1944 (1952, postumo), tr. it. C. Rugafiori, Adelphi 1991, p.67

La data centrale di questo racconto incompiuto di René Daumal (il cui titolo è Il Monte Analogo. Romanzo d’avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche)  è quella del 10 ottobre. È il giorno in cui il gruppo di esploratori – fra cui il narratore – si imbarca su uno yacht a due alberi dal nome l’Impossibile. La spedizione è diretta verso il Monte Analogo, una montagna – sfuggita finora all’osservazione –  la cui cima è inarrivabile “con i mezzi finora conosciuti”, mentre la base è accessibile agli esseri umani. Misteriosamente situato in una zona rinchiusa “in un guscio di spazio curvo”, il Monte Analogo segna l’accesso all’invisibile e alla conoscenza di sé, raccontato attraverso un viaggio via mare, col suo libro di bordo, iniziato un 10 ottobre. 

 

Dicono del libro
“Sotto le parvenze di un romanzo d’avventura, Il Monte Analogo ci offre una «metafisica dell’alpinismo» che è anche un itinerario minuzioso, lentamente maturato nelle esperienze dell’autore, verso un centro, verso una vetta dove ciascuno possa diventare ciò che è. Il Monte Analogo è stato pubblicato per la prima volta, postumo, nel 1952″
(Dalla scheda del libro nel sito Adelphi)

Leggi Popinga, La scienza nel Monte Analogo

Altre storie che accadono oggi

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“… Ah, oggi è proprio il 10 ottobre, la festa della Repubblica. Qui però non è segnato!..”
Lu Hsün, Fuga sulla luna 

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“… Poi fu il dieci ottobre e il tempo pioveva….”
Elio Vittorini, Il garofano rosso

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“… Ti scriverò per spiegarti tutto. 10 del 10 del 10 (due giorni prima della scoperta dell’America)…”
Antonio Tabucchi, Il gatto dello Cheshire