19 Luglio

19 luglio 2018

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Poi, le quattro pareti attorno erano coperte di stampe anch’esse guerresche: la battaglia di Calatafimi, la spedizione di Sapri, San Fermo, Aspromonte, la partenza da Quarto, la morte d’Anita; e di ritratti: quello di Mazzini e di Garibaldi, non c’è bisogno di dirlo, di Nino Bixio e di Stefano Canzio e di Menotti, di Felice Orsini e di Guglielmo Oberdan. Per giunta, nella parete di fronte, a mo’ di panoplia o di trofeo, ricordo della campagna del Trentino, Marco Leccio aveva appeso il suo vecchio schioppettone d’ordinanza incrociato con lo sciabolone d’ufficiale di Defendente Leccio suo padre. Sopra il motto di Garibaldi in grosse lettere: Fate le aquile; in mezzo il suo berretto di garibaldino e una fascetta di velluto – rosso s’intende – ov’erano affisse le medaglie. Più sotto, in cornice, una lettera scritta da lui il 19 luglio 1866 dal forte d’Ampola a un amico di Roma, con un ritaglio della bandiera austriaca presa in quel forte

Luigi Pirandello, Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea, 1919, Appendice a Novelle per un anno, Giunti, 1994, III, p. 2716

Marco Leccio è un ex garibaldino che ha combattuto nella battaglia di Bezzecca e ha dato ai suoi figli i nomi di Giuseppe, Anita, Nino, Canzio, in onore degli eroi del Risorgimento. La seconda figlia l’ha chiamata proprio Bezzecca, in ricordo della battaglia, ma la sorte ha voluto che si sposasse con un orologiaio svizzero, dal cognome tedesco. Avvenimento tanto più sgradevole ora che – nel momento della narrazione – sta cominciando la prima guerra mondiale e Marco Leccio, all’età di 67 anni, vorrebbe arruolarsi volontario, insieme a figli e nipoti. Non verrà preso e seguirà le vicende belliche – come dice il lungo titolo del racconto – su delle carte geografiche e su “una plastica in rilievo di cartapesta colorata”, nel suo studio, piccolo santuario di ricordi della battaglia combattuta il 21 luglio del 1866 e di cui fanno parte la bandiera e la lettera del 19 luglio.

 

Dicono del libro

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16 Luglio | 16th of July

16 luglio 2018

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The next day, the sixteenth, I went up the same way again; and after going something further than I had gone the day before, I found the brook and the savannahs cease, and the country become more woody than before.  In this part I found different fruits, and particularly I found melons upon the ground, in great abundance, and grapes upon the trees.  The vines had spread, indeed, over the trees, and the clusters of grapes were just now in their prime, very ripe and rich.  This was a surprising discovery, and I was exceeding glad of them; but I was warned by my experience to eat sparingly of them; remembering that when I was ashore in Barbary, the eating of grapes killed several of our Englishmen, who were slaves there, by throwing them into fluxes and fevers.  But I found an excellent use for these grapes; and that was, to cure or dry them in the sun, and keep them as dried grapes or raisins are kept, which I thought would be, as indeed they were, wholesome and agreeable to eat when no grapes could be had. I spent all that evening there, and went not back to my habitation; which, by the way, was the first night, as I might say, I had lain from home. 


Daniel Defoe, Robinson Crusoe

 

Il giorno dopo, 16 luglio, rifeci il medesimo percorso, spingendomi un poco oltre. Notai pertanto che il torrente e i prati a poco a poco scomparivano e subentrava una zona più boscosa; qui trovai frutti di varie specie, e in particolare un gran numero di meloni sul terreno, e uva che cresceva sugli alberi; infatti la vite si era abbarbicata ai rami degli alberi, e i grappoli, in piena maturazione, pendevano turgidi e succosi. Questa scoperta inaspettata mi allietò moltissimo; ma ne mangiai con parsimonia, memore della precedente esperienza vissuta in Barberia, ove molti prigionieri inglesi erano morti di febbre e dissenteria, causate appunto dall’ingestione dell’uva. Ma io ebbi un’eccellente idea: pensai di farla essiccare al sole per conservarla come si conserva l’uva passa, convinto che sarebbe stata, come infatti fu, tanto sana quanto gradevole al gusto, nella stagione in cui non avessi potuto disporre di frutta fresca. Trascorsi in quel luogo tutta la sera, senza far ritorno alla mia abitazione, e fu questa – lo dirò per inciso – la prima notte che dormii fuori casa

Daniel Defoe, Robinson Crusoe, 1719, tr. it. R. Mainardi, ed. cons. Garzanti, 2003, p. 106

Naufragato alla fine di settembre su un’isola “malaugurata e derelitta”, Robinson Crusoe, dopo un periodo di disperazione, ha iniziato la sua lotta per sopravvivere. Ha allestito una tenda e scavato un rifugio, mentre il tempo passa fra piogge torrenziali, vampate di caldo e anche un terremoto. In luglio – così racconta nel suo diario – è appena guarito da una febbre terzana, e ha cominciato a esplorare l’isola, risalendo un corso d’acqua. Il 16 luglio non solo trova meloni e uva utili per le sue provviste, ma ha anche la prima occasione di dormire lontano dal suo rifugio, passando la notte su un albero. Da quel 16 luglio, trascorreranno molti anni prima dell’incontro con Venerdì, dell’arrivo di una nave inglese e del ritorno a casa, anni durante i quali Robinson elabora una sua personale scansione del tempo, dove spiccano l’anniversario del naufragio e l’alternarsi delle stagioni secche e piovose.

Dicono del libro

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19 Luglio

19 luglio 2017

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Poi, le quattro pareti attorno erano coperte di stampe anch’esse guerresche: la battaglia di Calatafimi, la spedizione di Sapri, San Fermo, Aspromonte, la partenza da Quarto, la morte d’Anita; e di ritratti: quello di Mazzini e di Garibaldi, non c’è bisogno di dirlo, di Nino Bixio e di Stefano Canzio e di Menotti, di Felice Orsini e di Guglielmo Oberdan. Per giunta, nella parete di fronte, a mo’ di panoplia o di trofeo, ricordo della campagna del Trentino, Marco Leccio aveva appeso il suo vecchio schioppettone d’ordinanza incrociato con lo sciabolone d’ufficiale di Defendente Leccio suo padre. Sopra il motto di Garibaldi in grosse lettere: Fate le aquile; in mezzo il suo berretto di garibaldino e una fascetta di velluto – rosso s’intende – ov’erano affisse le medaglie. Più sotto, in cornice, una lettera scritta da lui il 19 luglio 1866 dal forte d’Ampola a un amico di Roma, con un ritaglio della bandiera austriaca presa in quel forte

Luigi Pirandello, Frammento di cronaca di Marco Leccio e della sua guerra sulla carta nel tempo della grande guerra europea, 1919, Appendice a Novelle per un anno, Giunti, 1994, III, p. 2716

 

Marco Leccio è un ex garibaldino che ha combattuto nella battaglia di Bezzecca e ha dato ai suoi figli i nomi di Giuseppe, Anita, Nino, Canzio, in onore degli eroi del Risorgimento. La seconda figlia l’ha chiamata proprio Bezzecca, in ricordo della battaglia, ma la sorte ha voluto che si sposasse con un orologiaio svizzero, dal cognome tedesco. Avvenimento tanto più sgradevole ora che – nel momento della narrazione – sta cominciando la prima guerra mondiale e Marco Leccio, all’età di 67 anni, vorrebbe arruolarsi volontario, insieme a figli e nipoti. Non verrà preso e seguirà le vicende belliche – come dice il lungo titolo del racconto – su delle carte geografiche e su “una plastica in rilievo di cartapesta colorata”, nel suo studio, piccolo santuario di ricordi della battaglia combattuta il 21 luglio del 1866 e di cui fanno parte la bandiera e la lettera del 19 luglio.

 

Dicono del libro

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