11 Settembre | September 11

11 settembre 2019

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I’d walk around looking for him. I put up a few signs when I realized what had happened: “To the man who bought the vase at the estate sale on Seventy-fifth Street this weekend, please contact…”. But this was the week after September 11. There were posters everywhere.”
“My mom put posters of him”.
“What do you mean?”
“He died in September 11. That’s how he died.”

Jonathan Safran Foer, Extremely Loud and Incredibly Close: A Novel, 2005

“Camminavo sperando di incontrarlo. Ho persino attaccato dei volantini ‘All’uomo che ha comprato il tale vaso nella vendita della Settantacinquesima del tale weekend, si prega contattare…’ Ma era la settimana dopo l’11 settembre. C’erano manifesti dappertutto.”
“La mia mamma aveva attaccato la sua foto.”
“Non capisco.”
“Lui è morto l’11 settembre. È così che è morto”

Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino, 2005, tr. it. M. Bocchiola, Guanda, p. 323

Oskar ha nove anni, una domanda buona per ogni argomento, moltissime convinzioni e un padre morto nel crollo delle Torri Gemelle. Un giorno, per caso, trova una busta con una chiave e il nome “Black”: inizia una ricerca nei cinque distretti di New York, un viaggio di crescita attraverso paure e sensi di colpa e la scoperta di una storia familiare già toccata dal dolore. Ritroverà il proprietario della chiave, il rapporto con la madre e scoprirà la figura, molto poetica, del nonno.
Il tempo si snoda su diversi registri e epoche: per Oskar è una gara di velocità contro un ricordo che può svanire, per il nonno è il momento della confessione, del racconto e della riconciliazione. Il riferimento a una data storica così riconoscibile proprio per la natura dell’evento, è quasi mai esplicita, nonostante la giornata sia spesso ripercorsa nelle ore, nei minuti e nei secondi che hanno cambiato la vita di molti.
Jonathan Safran Foer non scrive un libro sull’attacco al World Trade Center, quanto piuttosto, in soggettiva dagli occhi del bambino, un romanzo intenso sul rimpianto, sul tempo perduto e sul coraggio della memoria. (Commento di Daniela Collu)

Dicono del libro

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Prima del selfie: gli autoscatti di Karl Baden

Lucrezia Sinigaglia ha chiesto a Karl Baden perché da 28 anni scatta una foto al giorno del suo viso, nel progetto dal titolo Every Day: “ho iniziato Every Day perché volevo semplicemente vedere cosa sarebbe successo…”

Karl Baden, newyorkese, classe ‘51, formatosi dapprima presso la Syracuse University, poi presso l’University of Illinois in cui ha ultimato i suoi studi in campo artistico specializzandosi in fotografia. Attualmente è professore di fotografia presso il Boston College. Dal 23 febbraio 1987, dunque da 28 anni – per il suo progetto Every Day  – si impegna a scattare una foto al giorno del proprio volto.

Baden 02

L’idea gli era balenata in testa già nel 1975, ma dopo aver ricevuto delle critiche da parte di un’amica, l’aveva accantonata. Soltanto dodici anni più tardi, sentendo che quel pensiero era rimasto come un chiodo fisso nella sua mente, decise di mettersi all’opera. A chi gli chieda come mai abbia scelto proprio il 23 febbraio del 1987 come data d’inizio, Baden risponde che la scelta fu condizionata dalla morte di un grande pilastro dell’arte contemporanea, Andy Warhol, avvenuta il giorno prima.
Gli autoscatti sono in bianco e nero e vengono scattati di mattina: Baden non cerca angoli insoliti, né usa filtri o fonti di illuminazione artificiali, utilizza sempre la stessa messa a fuoco e tenta di ottenere immagini il più possibile identiche tra loro. Il suo progetto, afferma l’artista, durerà per tutta la vita e terminerà solo quando non ci sarà più per proseguirlo. Raramente confronta gli scatti del passato con quelli del presente; non lo preoccupano gli effetti che il tempo lascia sul suo volto, piuttosto è interessato alla registrazione visiva di cosa accada, di cosa stia cambiando.
Le singole immagini della serie sono state esposte in diverse occasioni nel corso degli anni in musei e gallerie.
La maggior parte di esse è visibile nel sito dell’artista e raccolta qui  in un brevi time-lapse .

Every Day è un documento visivo “in corso” che coinvolge un autoritratto eseguito all’interno di una serie di linee guida. Baden afferma che l’impulso per questo lavoro si basa sulla curiosità e sull’angoscia legata a quattro fattori che hanno influenzato la sua vita:

– mortalità

– cambiamento incrementale

– ossessione (in relazione alla psiche e al fare arte)

 – differenza tra il tentativo di essere perfetto e l’essere umano                                         Baden2

Per quanto egli cerchi di fare ogni giorno una copia dell’immagine del giorno precedente, c’è sempre una differenza, a volte sottile, a volte molto marcata. Il fallimento, perciò, è una conclusione scontata perchè la vita e il tempo sono due elementi imprescindibili che lasciano inevitabilmnete i segni del loro passaggio. Attraverso questo lavoro Baden tenta di esaminare il ruolo che l’idea della morte svolge nella vita delle persone, come l’età cambi il proprio aspetto, e come sia presente in ognuno di noi il tema dell’ossessione e del fare qualcosa ripetutamente, proprio come fa lui.

Questa operazione artistica rievoca il lavoro del polacco Roman Opalka, Détails Photo,una serie di autoscatti in cui il passare del tempo si manifesta solo attraverso l’incanutirsi dei capelli e il comparire di nuove rughe. Every Day, come già anticipato, è un work in progress, altra caratteristica che ci permette di affiancarlo non solo allo stesso Opalka, ma ad esempio anche a Douglas Huebler, la cui opera principale Variable Pieces #70 (in process)/ Everyone Alive (1971-1997) trovò fine solo con la sua scomparsa. Come Huebler, anche Baden è spinto dalla volontà di commentare la relazione tra la mutevolezza dell’esistenza umana e la registrazione meccanica, le sue fotografie rappresentano l’affermazione dell’essere vivente in un mondo in continua evoluzione, dove il tempo regna sovrano su tutto e su tutti.

Baden 3

Tornando ad Every Daye al tema dell’autoscatto, Baden afferma che non avrebbe mai pensato che un giorno il “selfie” sarebbe diventato un termine familiare e presente nella vita di tutti i giorni ai più di noi. Tuttavia lo definisce un argomento distante dalla sua opera: non sta facendo questo progetto per essere conosciuto come il re dei “selfie”, nemmeno per entrare nel Guinness dei primati e precisa che quando iniziò non esistevano né gli smartphone, né tanto meno internet. Per lui l’arte è l’esplorazione della condizione umana e ciò avviene anche semplicemente attraverso uno scatto quotidiano di se stessi per tutta la vita. Un modo come un altro (pensiamo alle Today series di On Kawara) per fermare e immortalare il Tempo, il tempo che scorre, che muta cose e persone. Sembra quasi un “memento mori”, un ammonimento per ricordarsi che il tempo passa per tutti, che non torna indietro e che nessuno di noi sa con certezza quanto ce ne resta su questa terra.

Lucrezia Sinigaglia

foto e intervista: courtesy Karl Baden (qui link all’intervista in inglese)

24 ore di fotografie: Erik Kessels

L’installazione di Erik Kessels, 24 Hours in Photos, materializza la porzione di un giorno della quantità di immagini presenti sui social. Inserita nella grande mostra itinerante Big Bang Data (partita da Barcellona nel 2014) è attualmente visibile a Buenos Aires. Ne parla in questo post Camilla Federica Ferrario:

Una giornata: 24 ore, 1440 minuti, 86400 secondi. Ma quante fotografie? A porsi questa domanda, nel 2011, è stato l’olandese Erik Kessels. Per dare una risposta – anziché limitarsi a un semplice calcolo astratto – ha deciso di scaricare e poi stampare in formato 10×15 tutte le foto condivise su Flickr durante l’arco di 24 ore. Ha poi riversato fisicamente queste immagini nelle sale del Foam di Amsterdam e successivamente in varie altre sedi espositive in tutto il mondo, in una mostra intitolata 24 Hours in Photos.
kessels 24h
Lo scenario che i visitatori si trovano davanti è sorprendente: montagne di fotografie alte fino al soffitto. La geniale intuizione dell’autore, infatti, consiste nel rendere tangibile ciò di cui normalmente possiamo avere solo un’idea vaga e astratta: l’enorme flusso di immagini prodotte quotidianamente da tutti in noi in un flusso ininterrotto.
Se abitualmente il problema dell’incessante proliferazione delle immagini (e degli effetti che ne derivano) può essere trascurato, questo non è più possibile dal momento in cui, grazie alla mostra ideata da Kessels, le immagini smaterializzate acquistano invece corpo, presentandosi in tutta la loro minacciosa (dirompente, inarrestabile) presenza fisica.
Come ha osservato Michele Smargiassi, l’evidente esaurimento dello spazio fisico necessario a contenere tutte queste immagini rende manifesto il più grave problema dell’esaurimento dello spazio mentale in grado di registrarle.
Sembra inoltre che la funzione primaria della fotografia, trattenere ciò che inevitabilmente sfugge, salvare un momento dall’inesorabile azione dissolvente del tempo, stia venendo meno, dal momento che la nostra memoria è sepolta da cumuli d’immagini che non abbiamo neanche più il tempo di guardare.
Questo accade perché nella società contemporanea il momento della registrazione e successiva condivisione delle esperienze vissute sta diventando via via più importante delle esperienze stesse. Se l’artista giapponese On Kawara, intorno agli anni Settanta, per affermare di essere ancora vivo non poteva che inviare dei telegrammi ai suoi amici, oggi, in un mondo in cui tutto è più rapido, e il tempo stesso sembra scorrere più velocemente, per affermare la propria presenza nel mondo è sufficiente condividere una propria foto su internet, recepita all’istante da ttutti i propri amici contemporaneamente, senza neanche più dover considerare l’intervallo tra invio e ricezione. Tutti i tempi si sono annullati. Tutto è immediato, e il processo è talmente semplice che il risultato non può non essere un eccesso di immagini. Siamo ormai sepolti, consapevolmente o no, sotto una valanga di fotografie: Erik Kessels lo ha saputo mostrare in maniera geniale con 24 Hours in Photos.
Quasi rispondendo alla sua stessa opera, in altre occasioni Kessels si è presentato come figura eroica in grado di sfidare questa valanga, di farsi carico dell’arduo compito di selezionare da essa solo alcune fotografie allo scopo di evitare che, come nella sua installazione, esse ci sommergano.
Da tempo, infatti, si dedica a raccogliere fotografie “usate” nei mercatini delle pulci e su internet, riproponendole poi in mostre e pubblicazioni, caratterizzate sempre da un approccio ironico e provocatorio. Le fotografie che sceglie sono fotografie anonime, spesso prodotte in ambito familiare e colme dei classici errori fotografici. In tutte le sue opere Kessels ricerca volontariamente il banale, l’imperfetto, il dissonante, come reazione alla perfezione che domina non solo nelle immagini pubblicitarie (di cui egli si occupa quotidianamente come direttore creativo di un’agenzia di comunicazione), ma anche nelle fotografie che ogni giorno vengono condivise in rete.
Queste, infatti, sembrano ormai voler essere più un mezzo di auto-propaganda che un ricordo personale. Gli errori e le imperfezioni, invece, mostrano come un tempo le foto fossero dei ricordi da custodire gelosamente, piuttosto che semplici momenti da condividere e poi subito dimenticare. In un certo senso, quindi, quello che rende affascinanti queste fotografie è la traccia del trascorrere del tempo, che conservano, ad esempio, nelle macchie, nella muffa, nei vuoti lasciati dal ritaglio di persone non più gradite. Le vecchie foto da album di famiglia non sono però le uniche ad essere raccolte da Kessels, che spesso si concentra anche su bizzarre immagini trovate in internet, capaci di sortire effetti di grande ironia.
Se in 24 Hours in Photos l’artista aveva scelto di non selezionare le immagini, limitandosi semplicemente a coglierne l’enorme e monotono flusso, nel resto della sua attività ha invece saputo mostrare come qualcosa di buono possa ancora nascondersi anche dove meno ci si aspetterebbe, quasi a voler intendere che, nonostante siamo ormai sommersi dalle immagini, non è detto che, in fondo, naufragar non possa esserci dolce in questo mare.

Camilla Federica Ferrario