15 Agosto

15 agosto 2017

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Io sono nato nella città di Bombay… tanto tempo fa. No, non va bene, impossibile sfuggire alla data: sono nato nella casa di cura del dottor Narlikar il 15 agosto 1947. E l’ora? Anche l’ora è importante. Bè, diciamo di notte. No, bisogna essere più precisi… Allo scoccare della mezzanotte, in effetti. Quando io arrivai le lancette dell’orologio congiunsero i palmi in un saluto rispettoso. Oh, diciamolo chiaro, diciamolo chiaro; nell’istante preciso in cui l’India pervenne all’indipendenza, io fui scaraventato nel mondo. Ci fu chi boccheggiò. E, fuori della finestra, folle e fuochi d’artificio. Pochi secondi dopo, mio padre si ruppe un alluce; ma questo incidente era una bazzecola se paragonato a quel che era accaduto a me in quel tenebroso momento: grazie infatti alle tirannie occulte di quelle lancette dolcemente ossequianti, io ero stato misteriosamente ammanettato alla storia, e il mio destino indissolubilmente legato a quello del mio paese. Nei tre decenni successivi non avrei avuto scampo

Salman Rushdie, I figli della mezzanotte, 1980, tr. it. E. Capriolo, Garzanti 1987, p.11

Fra mezzanotte e l’una del 15 agosto 1947, mentre l’India, dopo il lungo dominio inglese, diventa indipendente, entro le frontiere del nuovo stato nascono mille e uno bambini, dotati di poteri e potenzialità straordinarie. Uno di loro – il narratore di questa storia mitica e allegorica – è Saleem Sinai, nato a Bombay in una famiglia benestante. La sua dote è vedere nei pensieri delle persone e collegare telepaticamente le menti degli altri bambini della mezzanotte. Scoprirà questo suo potere verso i dieci anni, così come scoprirà di non essere esattamente il figlio dei suoi genitori. Intanto, la storia dell’India procede, fra partizioni, conflitti di religione, ascesa di nuovi leader; una storia che non si può riassumere (come la vita di Saleem) e che ha inizio alla metà del sacro mese di agosto, mese di ricorrenze nazionali e feste religiose.

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28 Aprile

28 aprile 2017

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Quel mare che egli scorse dai pendii del monte Velebit, il ventotto aprile del 1935, per la prima volta nella vita, a venticinque anni, rimarrà per lui come una rivelazione, come un sogno che egli recherà in sé per circa quaranta anni con la medesima intensità, come un segreto, come una visione di cui non si parla con nessuno. Dopo tanti anni, non era più nemmeno sicuro se quel giorno avesse visto davvero l’alto mare o se si fosse trattato solo dell’orizzonte celeste, e l’unico mare reale sarebbe sempre rimasto per lui l’acquamarina delle carte geografiche, dove le profondità sono in azzurro scuro e i bassi fondali in azzurro chiaro

Danilo Kiš, Enciclopedia dei morti, 1983, tr. it. L. Costantini, Adelphi, 1988, p. 56

Nell’immaginario catalogo delle persone che hanno vissuto sulla terra e che non sono riportate in nessuna enciclopedia, la protagonista del racconto trova la scheda relativa a suo padre, morto da poco. È conservata nella Biblioteca di Stoccolma, nella stanza della lettera M. In quella scheda, la vita del padre Marko è registrata nei più minuti dettagli, poiché “ogni uomo è un mondo a sé, tutto accade sempre e mai, tutto si ripete all’infinito e irripetibilmente”. Dai ricordi d’infanzia ai tanti giorni trascorsi a Belgrado, ogni avvenimento di quella esistenza è riportato con precisione e una data risalta in particolare: “il ventotto aprile del trentacinque, quando, per la prima volta nella sua vita, aveva scorto, da lontano, alle prime luci dell’alba, la distesa azzurra dell’Adriatico”.

 

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23 Marzo

23 marzo 2017

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Era il 23 marzo. La primavera era ufficialmente iniziata da due giorni e – cosa che non sempre si verifica – la si sentiva già nell’aria, tanto che Maigret decise di uscire senza soprabito. In boulevard Richard-Lenoir prese un taxi. Non c’erano autobus diretti, e il tempo non invitata certo a rinchiudersi nel metrò. Come aveva previsto, arrivò alla chiusa dei Récollets prima di Lapointe e trovò l’ispettore Judel chino sull’acqua nera del canale

Georges Simenon, Maigret e il corpo senza testa, 1955, tr. it. M. Belardetti, Adelphi, 2005, p. 19

La primavera parigina compensa con la sua luce la cupezza della vicenda: il ritrovamento del cadavere di un uomo in un canale e la strana storia di un’eredità non voluta. Il commissario Maigret passa dal luogo del ritrovamento all’istituto di medicina legale, e poi al quartier generale della polizia, al Quai des Orfèvres: “quel giorno, persino quel corridoio – il più bigio, il più tetro del mondo – era inondato di sole, o, per lo meno, di una specie di pulviscolo luminoso”.

 

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21 Marzo

21 marzo 2017

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Vento d’ovest.
Era il primo giorno di primavera. Giovanna e Michele se ne avvidero subito perché udirono il signor Bank cantare in bagno, e questo accadeva solo una volta all’anno. Essi ricordavano sempre quella particolare mattina. (…) Giù, proprio davanti alla porta d’ingresso, stava Mary Poppins in cappotto e cappello, colla sua valigia di tappeto in una mano e l’ombrello nell’altra. Il vento le soffiava intorno selvaggiamente, impigliandosi nelle sottane, mandandole fuor di posto il cappello. Ma sembrò a Giovanna e Michele che ella non ci badasse, perché sorrideva come se il vento e lei se la intendessero

Pamela L. Travers, Mary Poppins, 1934, tr. it. Bompiani, 1965, p. 175, p.179

La storia della governante magica dei bambini della famiglia Bank inizia in viale dei Ciliegi n. 17, in una giornata fredda “come il Polo Nord”, mentre soffia il vento dell’est e termina il primo giorno di primavera. Quel giorno, il vento viene dall’ovest ed è il segno per Mary Poppins che è arrivato il tempo di lasciare la casa e i bambini, prendendo il volo nel cielo di Londra.  I punti cardinali, le stagioni, le fasi lunari sono i riferimenti ciclici e naturali di queste avventure, immaginate dalla scrittrice Pamela Lyndon Travers negli anni Trenta del Novecento. 

  

 

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18 Marzo

18 marzo 2017

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Il Balducci fu interrogato a sua volta: nel pomeriggio di quel giorno stesso, 18 marzo, a Santo Stefano del Cacco: per più ore: dal commissario capo: il giudice istruttore intervenne pro forma, “la questura teneva ancora in mano l’iniziativa delle indagini”. Ingravallo, stavolta, non se la sentì davvero. Un amico. Che, che! Non volle nemmeno presenziare. E poi, era chiaro, si sarebbe andati nel difficile: lo scabroso interrogatorio avrebbe finito con lo sminuzzolarsi nelle sofisticherie d’un particolare genere d’inquisizione, o col rompere a disgustose crudezze, d’un’indagine delle più crude

Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1957, ed. Garzanti 2007, Romanzi e racconti II, pp. 94-95

La vicenda del Pasticciaccio si svolge fra febbraio e marzo del 1927. La prima data che s’incontra è domenica 20 febbraio, Sant’Eleuterio, giorno in cui il commissario Ciccio Ingravallo va a pranzo – nel palazzo romano di via Merulana – da Remo Eleuterio Balducci e dalla moglie Liliana, che verrà assassinata il 17 marzo, pochi giorni dopo che nello stesso palazzo c’è stato un furto di gioielli. Il 18 è il giorno dell’interrogatorio del marito della signora Liliana, tornato a Roma col treno quella mattina stessa. Un giorno del mese di marzo, di cui Gadda richiama il clima ancora “riggido”, le nuvole, il vento che ghiribizza i capelli, gli spifferi e gli odori, i Santi, senza tralasciare un accenno alle Idi, cioè il 15, data in cui a Roma si spegnevano i termosifoni. L’indistricabile grumo degli accadimenti, insinuati su tanti piani della realtà e della memoria (“il sentiero del tempo si smarriva”), si puntella anche sul tempo del calendario. E c’è un calendario a fogli singoli, “omaggio di fin d’anno der pastarellaro dirimpetto”, appeso in casa d’Ingravallo. Nell’ultimo capitolo, segna il 21 marzo, ma in realtà è indietro di due giorni, poiché la “sora Margherita”, la padrona di casa, s’era scordata di togliere i foglietti dei giorni trascorsi. 

 

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16 Marzo

16 marzo 2017

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“Era il sedici di questo mese.”
“Il sedici”.  “Alle sette, trentasette minuti e venti secondi.” Venti secondi: ho controllato l’orologio.” (…) Comunque, il 16 marzo, quando il cielo s’era schiarito, che cosa avevano visto 
 o creduto di vedere i due astronomi di Whaston?… Nientemeno che un bolide di forma sferica, che si spostava con straordinaria rapidità da nord a sud, e così luminoso da lottare vittoriosamente contro la luce diffusa del sole. Nonostante la rapidità con cui si spostava, siccome doveva distare dalla terra un certo numero di chilometri sarebbe stato possibile seguirlo per qualche tempo, se una nebbia intempestiva non fosse sopravvenuta a impedire ogni osservazione

Jules Verne, La caccia al meteorite, 1908 (post.), tr. it. tr. it. A cura di G. Ferrata, M. Spagnol, Mondadori 1970, pp.25-26

La vicenda fantastica di un meteorite d’oro – di cui uno scienziato cerca di indirizzare la caduta in Groenlandia – ha inizio nel mese di marzo, in Virginia, quando due  astronomi dilettanti scorgono un corpo celeste passare nel cielo. Da quel 16 marzo ha inizio, prima negli Stati Uniti e poi in tutto il mondo, la caccia al meteorite che dà il titolo a questo romanzo, in cui le date, le ore, le coordinate geografiche, le distanze dal suolo terrestre, le condizioni atmosferiche, sono parte integrante della storia. 

 

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