10 Aprile | 10 Avril

10 aprile 2020

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Le 10 avril 1934, en plein occultation de Venus par la lune (ce phénomène ne devait produire qu’une sule  pois dans l’annue , je déjeunais dans un petit restaurant situé assez désagréablement à côté d’un cimitière. Il faut, pour s’y rendre, passer sans enthousiasme devant plusieurs étalages de fleurs. (…) La servant est assez jolie; poétique plutôt. Le 10 avril 1934, elle portait, sur un col blanc à pois espacés rouge fort en harmonie avec sa robe noire une très fine chaîne retenant trois gouttes claires, gouttes rondes sur lesquelles se détachait à la base un croissant de même substance pareillement serti. J’apprécia une fois de plus, infiniment, la coïncidence de ce bijou et de cette éclipse.

 

André Breton, L’Amour fou, 1937


Il 10 aprile 1934, in piena “occultazione” di Venere ad opera della luna (il fenomeno doveva verificarsi soltanto una volta all’anno), pranzavo in un piccolo ristorante situato spiacevolmente vicino all’ingresso di un cimitero. Per andarci, bisogna passare senza entusiasmo davanti a diversi chioschi di fiori. Quel giorno, per di più, un orologio murale privato del suo quadrante costituiva ai miei occhi uno spettacolo non proprio di buona lega. Ma osservavo, non avendo di meglio da fare, la vita suggestiva di quel luogo (…) La cameriera è graziosa; poetica, direi. Il mattino del 10 aprile portava, su di un colletto bianco a palline rosse, diradate, molto intonate al suo vestito nero, una sottilissima catenella cui erano fissate tre gocce chiare come di pietra lunare, gocce rotonde sulle quali si staccava alla base una mezzaluna della stessa sostanza, similmente incastonata. Apprezzai una volta di più, infinitamente, la coincidenza tra il gioiello e quella eclissi

André Breton, L’amour fou, 1937, tr. it. F. Albertazzi, Einaudi, 1974, p. 17, p. 20

In questo testo di Breton – che è un po’ diario, un po’ racconto, un po’ trattato sull’amore, l’arte, la bellezza –  le date segnate dall’autore risaltano come dei personaggi. Il ristorante, il cimitero, l’orologio, la cameriera, il gioiello, la posizione della luna nel cielo, le parole ascoltate per caso il 10 aprile del 1934: tutto è messo in relazione secondo codici personali, magici e poetici, che fanno di quel giorno un tutt’uno con la vita che vi è accaduta e ne lasciano un ritratto a più dimensioni. 

 

Dicono del libro

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Il tempo in bilico di Licini nell’Amalassunta di Brandimarte

Come gli orologi di Alighiero Boetti che in un giro di quadrante, oltre al giorno effettivo, percorrono virtualmente un anno, le pagine dell’Amalassunta di Pier Franco Brandimarte (Giunti, 2015) condensano due fasi del tempo: il tempo in cui il narratore Antonio Accurti racconta il suo avvicinamento al pittore marchigiano Osvaldo Licini e gli anni della vita dell’artista, evocati dai documenti (carte e fotografie), captati dalle immagini dei suoi dipinti, intravisti come in realtà aumentata fra le strade e le case di Montevidone.
giunti

Nel paese di Montevidone (Monte Vidon Corrado, ora in provincia di Fermo), Licini era nato il 22 marzo 1894 e lì sarebbe morto – dopo intervalli trascorsi a Bologna e in Francia, oltre che al fronte – l’undici ottobre del 1958.
22 marzo e 11 ottobre. 22 e 11: due numeri, uno il doppio dell’altro, fatti ciascuno dalla ripetizione di una stessa cifra. Un caso che non vuol dire niente, se non quello che si vede, un gioco di segni che si somigliano, una danza di numeri, come quelli – enigmatici – che Licini ha disseminato nei suoi dipinti, sulla linea dell’orizzonte, fra le colline e sulla faccia degli astri (come nel dettaglio riprodotto in copertina del libro, dove si vedono il 5, il 6 e il 2).

Attirato dalla qualità misteriosa dei dipinti di Licini (i paesaggi, le composizioni astratte, la serie degli Olandesi volanti, degli Angeli, delle Amalassunte), lo scrittore Pier Franco Brandimarte (vincitore con questo testo del Premio Calvino 2014), raddoppiatosi nel personaggio Antonio Accurti, ne offre una lettura intensa e morfologica, che si riverbera anche nell’andamento della narrazione.

Un paragrafo nel passato dell’artista, uno nel presente, uno nel passato più o meno recente del narratore, un altro in un tempo incerto: la linea che si disegna leggendo ricalca la linea degli orizzonti di Licini, spezzata e fluida, o gli innesti instabili di forme che alludono a uno schema, ma non vi restano chiusi.
Fra paragrafi di ricostruzione storica, descrizioni di avvenimenti e di memorie (di Licini, del narratore, dello scrittore), ecco si aprono le vedute sul paesaggio delle Marche e sui suoi abitanti, che aiutano a sciogliere i calligrammi dei dipinti del pittore.

Dietro quei segni – ci fa vedere Brandimarte – ci sono le macchine da pesca simili a palafitte (i trabocchi), ci sono le crepe frastagliate del terreno esplorato dai rabdomanti, ci sono i camminatori eccentrici, ci sono le costellazioni di “piccoli centri disposti come l’Orsa Maggiore”.
Se il riferimento a Leopardi (per le stelle dell’Orsa e per la luna, che è una delle interpretazioni dell’Amalassunta) è d’obbligo, s’intravedono dietro queste pagine anche le Cartoline dalle Marche di Tullio Pericoli, acquerelli di colline vicine e a perdita d’occhio.

tullio

Tullio Pericoli, Cartolina dalle Marche, coll. privata

Scrive Brandimarte: “Da sempre, se penso alle Marche, rivedo questo scorcio preciso, il panorama che spazia dal mare alla sagoma tagliente del monte Ascensione che sta sopra la città di Ascoli e che ricorda un profilo umano dalle labbra protese, in cui alcuni vedono una donna che bacia e altri, chissà come, il Duce che scandisce la enne di noi…”.

Ancora una catena di somiglianze, un palinsesto del paesaggio, su cui si appoggiano storie, simboli e segni: altri indizi convenuti a sciogliere le crittografie a colori di Licini.
La “enne”, per esempio, che chiude la citazione appena trascritta, è richiamata nelle prime pagine del libro, proprio per descrivere il paesaggio marchigiano, lo spazio fra collina e collina, simile a una culla, in dialetto cùnnela, suono (e forma) che “trattiene un istante su in cima e poi ripete enne volte lo scivolo”.

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Lorenzo Lotto, dettaglio del Ritratto di Lucina Brembate, Bergamo, Accademia Carrara

Se la N dunque riguarda le colline (e anche  il Narratore, detto Ninì, la sua fidanzata Nina e Nanny la moglie di Licini), la P è la lettera che rappresenta il paese, la M le montagne. E la C è la luna, un semicerchio su cui Licini appoggia altre lettere, come fece nel ‘500 un altro pittore attivo nelle Marche, il veneziano Lorenzo Lotto, che vi nascose il nome di Lucina, tratteggiando le lettere CI dentro il falcetto calante.

Amalassunta è una parola che gioca con le parole, con Amalasunta figlia di Teodorico, con l’Assunzione, con l’avverbio lassù, con la luna e la matassa: dei numerosi dipinti che Licini dedica a questo magnete verbo-visivo, Brandimarte si sofferma su una versione tarda degli anni Cinquanta. Mentre interroga il quadro, che fa tutt’uno con la figura e col suo nome, lo scrittore vi riassume, con notevole sintesi, una vita, un luogo e un universo. E aggiunge un lungo elenco di associazioni che cercano di descriverla (“una meteora / un mostro-sirena in abito da sera / borotalco”) in un esercizio di ecfrasi che non esaurisce mai l’energia della visione che le ha dato origine (ma che ognuno può, volendo, proseguire). (Antonella Sbrilli @asbrilli)

Qui il link al Centro Studi Osvaldo Licini a Monte Vidon Corrado.