Today: Emily & Joseph

peninsula

Joseph Cornell, Toward the Blue Peninsula (1953 ca.)

La poetessa Emily Dickinson e l’artista Joseph Cornell non tralasciano di riflettere sul tempo e sulle sue scansioni, stagioni, giorni e parti del giorno.

È stato il poeta Charles Simic ad accostare la figura di Emily Dickinson (1830-1886) a quella dell’artista americano Joseph Cornell (1903-1972), autore di singolari scatole-assemblage di oggetti trovati, collegati da corrispondenze e risonanze poetiche.
Intorno al 1953, Cornell dedicò alla Dickinson una delle sue enigmatiche opere, la scatola Toward the Blue Peninsula, che riprende nel titolo un componimento della grande poetessa statunitense (“It might be easier / To fail with land in sight, / Than gain my blue peninsula / To perish of delight”). La purezza della scansione spaziale, gli accenni a un interno spoglio e monacale, le allusioni a barriere che insieme chiudono e aprono verso l’esterno, la sensazione quasi tattile di un’assenza, sono elementi in grado di tradurre visivamente e plasticamente il linguaggio altissimo dell’americana. “Se le poesie della Dickinson sono come le scatole di Cornell, un luogo dove si custodiscono i segreti, le sue scatole sono come le sue poesie, un luogo dove le cose improbabili si incontrano”.

Nel suo impagabile libro Dime-Store Alchemy. The Art of Joseph Cornell (1992), tradotto in italiano per Adelphi da Arturo Cattaneo col titolo Il cacciatore di immagini (2005), Simic dedica un cameo ai due autori, cogliendo la loro affinità insondabile: “Viaggiatori ed esploratori delle loro personali solitudini, sanno renderle vaste, cosmiche”; entrambi a loro modo “artisti religiosi in un mondo in cui la vecchia metafisica e l’estetica sono state cancellate”, Cornell e la Dickinson non tralasciano di riflettere sul tempo e sulle sue scansioni, stagioni, giorni e parti del giorno.

Ora, nell’antologia di poesie della Dickinson edita dalle Edizioni Università di Macerata, dal titolo Emily in me (a cura di Francesca Chiusaroli) le parole che indicano il tempo (giorno, mattino, notte, oggi) ricorrono in numerosi componimenti, in minuscolo e maiuscolo, così come ricorre l’Eternità, Eternity. Insieme familiari e stranianti,  gli avverbi e i sostantivi di tempo che costellano le poesie della Dickinson uniscono in un corto-cicruito la dimensione quotidiana e ciclica del passaggio del tempo con quella trascendente e assoluta. Ogni termine temporale ha un peso specifico, nell’originale inglese, che permane nella intensa traduzione italiana: “And the Day that I despaired / E il Giorno che io disperai”, per esempio, dove Giorno unisce richiami alla creazione, alla confessione, al diario, alla memoria, alla luce.
Joseph Cornell, nella sua originale ricerca di corrispondenze e di epifanie, non poteva non sentire l’attrazione per la Dickinson. Se si sfogliano i suoi diari, in cui l’artista appunta per trent’anni cose viste, sogni, letture, suoni, sapori, impressioni, esperienze legate alla sua adesione alla Christian Science (la setta religiosa fondata da Mary Baker Eddy), risalta la concezione dell’Eterniday: “eterna quotidianità”, “fusion of timeless and the daily”, unione di attimo presente e dimensione atemporale, di vivi e trapassati, di attualità e storia, di quotidiano e oltre tempo. Anche per questa capacità di sondare il tempo, “leggere le poesie della Dickinson, guardare le scatole di Cornell significa pensare in modo nuovo alla letteratura e all’arte americana” (Simic, p. 115).
(Antonella Sbrilli @asbrilli)

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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