29 Gennaio

29 gennaio 2017

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“E chi comprerebbe un albergo morto in una città fantasma?” chiese piano il signor Terle. “No. No, ce ne staremo qui seduti e aspetteremo; aspetteremo il grande giorno, il 29 gennaio”.
Lentamente, i tre uomini smisero di dondolare.
29 gennaio.
L’unico giorno in tutto l’anno quando veramente il tempo mollava e si metteva a piovere.
“Non abbiamo molto da aspettare.” Il signor Smith inclinò l’orologio d’oro che sembrava una luna piena nel palmo della mano. “Fra due ore e nove minuti sarà il 29 gennaio. Ma non vedo nemmeno una nuvola in diecimila miglia”.
“Ha piovuto tutti i 29 gennaio dacché sono nato”

Ray Bradbury, Il giorno in cui piovve sempre, 1959, tr. it. L. Grimaldi, in Il grande mondo laggiù, Mondadori, 1984, p. 298

In un albergo nel deserto, fra pagine di calendario che volteggiano nella polvere, e tanta accidia, tre uomini attendono la pioggia il 29 gennaio, il giorno che non ha mai tradito le aspettative. Ma invece dell’acqua, arriverà una sorpresa altrettanto rigenerante, sotto forma della signorina Blanche, insegnante di musica e suonatrice di arpa. 

Dicono del libro
“A partire dalla metà degli anni Cinquanta Bradbury è stato considerato il più ‘letterario’ tra gli autori americani di fantascienza, a riprova della grande fortuna riscossa dalle sue opere e dalla originalità riconosciuta alle sue idee e al suo modo evocativo di raccontare”
(dall’introduzione all’ed. Mondadori, op. cit.)

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Un giorno su Marte, di Roberta Aureli

Ispirata da un passo delle Cronache Marziane (1950) di Ray Bradbury, l’artista australiana Sara Morawetz ha vissuto per trentasette giorni consecutivi adattando il suo orologio, la sua routine quotidiana e i suoi ritmi biologici al Tempo di Marte. Una sorta di Life on Mars, per citare il titolo di una canzone di David Bowie, l’artista da poco scomparso che ha anche lui attinto all’immaginario marziano.
I ventotto racconti fantascientifici di Bradbury sono ambientati in uno scenario futuro compreso tra il gennaio 1999 e l’ottobre 2026; Morawetz ha tratto spunto in particolare dall’episodio dell’agosto 2002 intitolato “Night Meeting”, dove si legge la frase “Where is the clock to show us how the stars stand?”.
E How the stars stand è appunto il nome della performance che ha eseguito nell’estate 2015 vivendo per l’intera durata presso la Open Source Gallery di Brooklyn: lungi dal restare reclusa nello spazio espositivo a lei destinato, Morawetz si è impegnata a uscire, a fare la spesa, a vedere i suoi amici, a compiere insomma le normali occupazioni quotidiane ma con un occhio sempre puntato sulle lancette dell’orologio di Marte.

aureli morawetz
La genesi dell’opera è legata a una riflessione sulla durata del giorno marziano: chiamato sol, dura 24 ore, 39 minuti e 35,24 secondi, circa il 2,7% in più rispetto a quello terrestre. Una differenza apparentemente minima che non è più tale sul lungo periodo: se il primo giorno lo scarto è di soli quaranta minuti, già al terzo sarà di due ore e così via fino a confondere irrimediabilmente il giorno e la notte. Un anno su Marte dura 668,5991 sol, cioè 686,98 giorni terrestri.
Sul suo ‘diario di bordo’ online Morawetz ha documentato le difficoltà riscontrate nel portare a termine il lavoro, dai disturbi del sonno a quelli, di ordine pratico, nella sua routine. Qualora avesse avuto un appuntamento con i suoi amici ma le lancette marziane avessero segnato le otto del mattino, per esempio, avrebbe dovuto portarli a colazione e non a cena; assai suggestive ed esplicite in tal senso sono le fotografie del cielo azzurro accompagnate dal titolo “My Night Sky”. In questo modo l’opera arriva a mettere in discussione la nozione stessa di Tempo, le nostre convenzioni e le consuetudini nel rapportarci ad esso, pertanto l’artista ammette che “l’idea di vivere secondo un altro tipo di tempo mi sembrava un esperimento che valesse la pena di essere compiuto al fine di comprendere meglio non soltanto il tempo di Marte ma anche il nostro”.
Mentre è impegnata a completare la tesi di dottorato presso il Sydney College of the Arts, Morawetz ha scelto di spostare l’indagine sulle interrelazioni tra l’arte e la scienza dal piano teorico a quello pratico. Già il 30 giugno dello stesso anno, in seguito alla decisione dell’International Earth Rotation and Reference Systems Service di aggiungere un ‘secondo intercalare’ (leap second) per permettere agli orologi atomici di sincronizzarsi con l’effettiva rotazione della Terra sul suo asse, l’artista aveva preparato 61/60, una performance di un solo secondo da compiere alle 19:59:60 in Times Square a New York. How the Stars Stand ha dato a Morawetz la possibilità di avviare una più stretta collaborazione con il dottor Michael Allison del Goddard Institute of Space Studies della NASA.

aureli morawetz 2
Il lavoro è iniziato il 15 luglio alle 9 del mattino per far coincidere l’ora della posizione occupata dall’artista sulla Terra (a Brooklyn) con l’ora di quella che avrebbe idealmente occupato su Marte (alle coordinate 189.400°E 40.670°N). Il tempo del pianeta rosso è stato misurato grazie all’applicazione Mars24 fornita dall’agenzia spaziale americana (http://www.giss.nasa.gov/tools/mars24/) mentre due orologi da polso e due da parete sono serviti a Morawetz per orientarsi giorno dopo giorno tra i differenti orari.
Quest’ultimo dettaglio ricorda l’installazione Timepieces (Solar System) della scozzese Katie Paterson, sviluppata nel 2014 con l’aiuto di Ian Robson del Royal Observatory di Edimburgo e di Stephen Fossey della University of London Observatory: una sequenza di nove orologi da parete permette di leggere l’ora dei pianeti del sistema solare e della Luna e di metterla in relazione con quella terrestre, oltre che di conoscere la diversa durata del giorno su ciascuno di essi (dalle 9 ore e 56 minuti di Giove alle 4223 di Mercurio).
How the Stars Stand è terminata alle 18 del 21 agosto, quando l’ora terrestre e l’ora marziana sono tornate a coincidere. In un appunto sul blog Morawetz ha lasciato una traccia suggestiva della propria esperienza: “I have been in another time – another place – somewhere in between Earth and Mars // awake and asleep… transitioning through thoughts – ideas – feelings in a real time that is entirely of my own creation…”.
Roberta Aureli (PlaychesswithMarcel)