13 Ottobre

13 ottobre 2017

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Maniero di Baskerville, 13 ottobre 

Mio caro Holmes,

le mie lettere e i telegrammi precedenti l’hanno tenuta abbastanza al corrente su quanto è sinora accaduto in questo angolo di terra abbandonato da Dio. Più si rimane qui e più lo spirito della brughiera, la sua vastità, diciamo pure il suo lugubre fascino, prende l’anima. Una volta chiusi nella sua stretta ci si lascia alle spalle ogni traccia della moderna Inghilterra, mentre si avverte sempre più intensamente la presenza delle dimore e delle opere delle genti preistoriche. Ci si trova circondati da ogni lato dalle abitazioni di questa gente dimenticata, dalle loro tombe e dai monoliti enormi che si suppone siano le vestigia dei loro templi. Quando si guardano le grigie capanne di pietra che si stagliano contro i tormentati versanti di queste colline, ci si dimentica del nostro tempo, e se ci dovessimo imbattere in un uomo villoso, ricoperto di pelli d’animale, e lo vedessimo strisciare fuori da una bassa porta, in atto di aggiustare alla corda del proprio arco una freccia dalla punta di selce, avremmo la sensazione che la sua presenza fosse più naturale della nostra

Arthur Conan Doyle, Il mastino dei Baskerville, 1901-1902, tr. it. M. Gallone, Mondadori 1992, p.84

Il caso della morte di Sir Charles Baskerville e della leggenda che aleggia sul Maniero della famiglia  – situato nel Devonshire – è raccontato dal dottor Watson, sula base delle annotazione nel diario, dei resoconti e delle lettere spedite a Sherlock Holmes. Watson si trova infatti nella residenza dei Baskerville insieme con Henry, l’erede del defunto Charles, con il compito di riferire dettagliatamente tutto quel che accade a Holmes, il quale, a sua volta, finge di essere a Londra, ma in realtà è anch’egli sul campo. È ottobre e la brughiera è avvolta dalla nebbia; il clima rende più inquietanti i racconti sul mastino diabolico e vendicatore legato alla famiglia. Il primo resoconto di Watson è datato 13 ottobre e di lì a pochi giorni il caso verrà risolto. Holmes e Watson ne discuteranno i particolari in una “sera rigida e nebbiosa” di novembre, nel salotto di Baker Street.

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5 Ottobre

5 ottobre 2017

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Interrompo questo diario, come lo interruppi allora, con stupore, il 5 ottobre, alle dodici di notte, accorgendomi che tutto ciò che Porfiria aveva scritto nel suo diario quasi un anno prima stava verificandosi. Roberto Cárdenas era venuto a mangiare quella sera per la prima volta. E lì avevo, davanti ai miei occhi, la data incredibile, 5 ottobre, scritta sulla pagina del diario, come una testimonianza magica, infernale. Il quaderno era stato in mio potere per tutto quel tempo

Silvina Ocampo, Il diario di Porfiria Bernal, 1961, tr. it. L. Bacchi Wilcock, in Porfiria, Einaudi, 1973, p. 275

Il 5 ottobre è la data in cui il racconto di Antonia Fielding – istitutrice inglese al servizio della famiglia Bernal a Buenos Aires – e il diario della sua piccola allieva Porfiria, si incontrano per un istante nel tempo “reale”, rivelando le doti premonitrici della bambina. Come se vedesse dentro le persone che passano per la sua casa, intuendone i segreti, la piccola Porfiria annota giorno dopo giorno gli accadimenti, le immaginazioni, le visioni, finché la sua voce copre quella del racconto di Antonia, che si è accorta con stupore del potere di quel diario.

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23 Giugno

23 giugno 2017

Una pagina speciale per un giorno – il 23 giugno – che compare sia nel romanzo di Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, sia ne Il pendolo di Foucault di Umberto Eco.  Stefano Bartezzaghi ha scritto per Diconodioggi un commento speciale, che segue questa data nelle due storie, in tempi diversi, nella stessa città di Parigi. 

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È il 23 giugno millenovecentosettantacinque, e stanno per scoccare le otto. Seduto davanti al suo puzzle, Bartlebooth è morto.
Sul panno del tavolo, chissà dove nel cielo crepuscolare del quattrocentonovantesimo puzzle, lo spazio nero dell’unico pezzo non ancora posato disegna la sagoma quasi perfetta di una X

Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, 1978, tr. it. D. Selvatico Estense, ed. cons. Rizzoli 1989, pp. 501-502

 

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È il 23 giugno, ed è Parigi. Siamo nel XVII arrondissement, due isolati a nord del Parc Monceau. La casa è un palazzo di sette piani, compreso il rez-de-chaussée, più due piani di chambres de bonne, più il piano interrato delle cantine. Siamo nell’ora fra il lusco e il brusco, alla fine di un pomeriggio estivo: nel palazzo si svolgono ancora attività, la portinaia ha cambiato delle valvole, un tecnico si occupa della caldaia, in un appartamento si stanno ultimando i preparativi di un party, qualcuno cena già; è una delle giornate più lunghe dell’anno e a Parigi ci sarà ancora luce fino a oltre le ventidue.
«Manca poco alle otto di sera… Presto saranno le otto di sera… Fra poco saranno le otto di sera… Sono quasi le otto di sera … Fra un attimo saranno le otto di sera… Stanno per scoccare le otto di sera»: è nell’incipit appena variato degli ultimi sei paragrafi che Georges Perec fa in modo che il lettore che sta per voltare l’ultima pagina del suo romanzo La Vita istruzioni per l’uso (così il titolo, senza virgole punti o trattini; edizione originale 1978) si accorga che il romanzo si espande verso il passato a partire da un solo, luminescente punto temporale: appunto le otto meno pochi minuti o istanti del 23 giugno 1975. È in quel momento che l’occhio del narratore ha fatto a meno della facciata del palazzo sito all’11 di rue Simon-Crubélier (una via immaginaria che taglia in diagonale un quadrilatero di vie realmente esistenti) e ha esplorato gli ambienti che danno verso la strada: dieci per ognuno dei dieci piani, per un totale di novantanove capitoli, perché in Perec c’è sempre un elemento che sparisce. Le vite delle persone che occupano o occuparono quegli ambienti hanno lasciato tracce nella griglia del caseggiato, griglia che ricorda una cassetta da tipografi, o anche uno dei cruciverba di cui Perec era autore e che spesso erano proprio del formato 10 x 10. Un altro legame tra questo libro e il cruciverba è il fatto che proprio grazie a un contratto per fornire un cruciverba settimanale al giornale Le Point Perec ha potuto abbandonare il suo lavoro da documentalista in un istituto scientifico e scrivere così il romanzo che aveva in mente da tempo. Persone al posto delle lettere, incroci di storie anziché di parole; un istante, prima delle otto di sera, contiene la memoria e il racconto di centosette vicende umane (se non ho sbagliato a contare) che in media non demeritano l’aggettivo «rocambolesco», e si riavvolgono da quel 1975 al 1833. (Stefano Bartezzaghi)

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In quel momento, alle quattro del pomeriggio del 23 giugno, il Pendolo smorzava la propria velocità a un’estremità del piano d’oscillazione, per ricadere indolente verso il centro, acquistar velocità a metà del suo percorso, sciabolare confidente nell’occulto quadrato delle forze che ne segnava il destino

Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, 1988, Bompiani 1988, p.10

Ora teniamo ferma la data del 23 giugno ma spostiamoci di nove anni e tre arrondissement (a Sud-Est) più in là. Ora siamo nel III°, 292 rue Saint-Martin, ed è il 1984 (l’anno, peraltro, in cui il romanzo di Perec uscì in traduzione italiana). «Pim» Casaubon (Pim è un nomignolo, il primo nome del personaggio non è noto) è chiuso dalle cinque del pomeriggio nella garitta di un periscopio del Conservatoire des Arts et Métiers, dopo l’orario di chiusura, a qualche sala di distanza dal Pendolo di Foucault che da titolo al romanzo di Umberto Eco che stiamo leggendo ora. Mentre il tempo scorre lentamente Casaubon ci racconta una storia che aveva avuto inizio nel 1972: l’invenzione giocosa e l’incredibile avveramento di un piano esoterico che a partire dai Templari avrebbe coinvolto tutte le sette, i cabalismi, le alchimie, gli ermetismi, i complotti, il «Pensiero Pirla» (così lo stesso Eco, nei corsi universitari che teneva all’epoca della stesura del romanzo) dell’Occidente e non solo di quello. All’ora in cui nove anni prima Perec aveva scattato la sua istantanea, Casaubon è ancora chiuso vicino al periscopio, a ricapitolare la sua vicenda: ne uscirà verso le dieci di sera, e il romanzo che ha appena rievocato entrerà in presa diretta nella cronaca dei terribili eventi che lo concludono.

Per due volte, a Parigi, in due sere del 23 giugno, il tempo della narrazione ha concentrato in un punto le storie che attraversano i piani edilizi immaginati da Perec, i piani ermetici immaginati da Eco: sincronia di diacronie, giorno che contiene decenni e secoli, tempo nel tempo. (Stefano Bartezzaghi)

24 Marzo

24 marzo 2017

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 24 marzo 1958

In determinate condizioni di atmosfera, di ora e di luce possiamo vedere anche a occhio nudo i tre piccoli satelliti artificiali che l’uomo lanciò dalla Terra verso gli spazi interplanetari dal 1955 al 1958; e ivi sono rimasti appesi, presumibilmente per sempre, girando girando intorno a noi. In certi crepuscoli d’inverno quando l’aria è come cristallo, tre minuscoli punti brillano, di un fisso e corrucciato splendore; due vicini che quasi si toccano, uno più in là, solitario

Dino Buzzati, 24 marzo 1958, in Sessanta racconti, 1958, Mondadori, p. 293

Il 24 marzo 1958 è la data della messa in orbita dell’ultimo di una serie di tre satelliti che – da allora al presente immaginato nel racconto, il 1975 – continuano a girare intorno alla Terra. È una data più importante della scoperta dell’America o della rivoluzione francese, dopo la quale l’umanità è cambiata. Gli ultimi messaggi trasmessi dall’equipaggio alludono infatti a una strana musica e all’arrivo in un luogo che forse è il paradiso. Gli astronauti non sono tornati dai viaggi e i tre satelliti continuano a girare, lasciando il dubbio che il regno dei cieli – con la sua musica sovrumana – sia pericolosamente vicino, proprio alle porte del pianeta Terra, di questa “pulce delle pulci disseminate nell’Universo”.

 

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23 Marzo

23 marzo 2017

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Era il 23 marzo. La primavera era ufficialmente iniziata da due giorni e – cosa che non sempre si verifica – la si sentiva già nell’aria, tanto che Maigret decise di uscire senza soprabito. In boulevard Richard-Lenoir prese un taxi. Non c’erano autobus diretti, e il tempo non invitata certo a rinchiudersi nel metrò. Come aveva previsto, arrivò alla chiusa dei Récollets prima di Lapointe e trovò l’ispettore Judel chino sull’acqua nera del canale

Georges Simenon, Maigret e il corpo senza testa, 1955, tr. it. M. Belardetti, Adelphi, 2005, p. 19

La primavera parigina compensa con la sua luce la cupezza della vicenda: il ritrovamento del cadavere di un uomo in un canale e la strana storia di un’eredità non voluta. Il commissario Maigret passa dal luogo del ritrovamento all’istituto di medicina legale, e poi al quartier generale della polizia, al Quai des Orfèvres: “quel giorno, persino quel corridoio – il più bigio, il più tetro del mondo – era inondato di sole, o, per lo meno, di una specie di pulviscolo luminoso”.

 

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22 Marzo

22 marzo 2017

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L’anno scorso, la sera del ventidue marzo, mi capitò una stranissima avventura. Tutto il giorno ero andato in giro per la città in cerca di un alloggio. Quello in cui stavo era molto umido e già allora cominciavo ad avere una brutta tosse. Già in autunno avrei dovuto traslocare, ma l’avevo tirata in lungo fino alla primavera. In tutto quel giorno non ero riuscito a trovare nulla di conveniente. In primo luogo volevo un quartierino mio, non in subaffitto, e in secondo luogo mi sarei accontentato anche di una stanza sola, purché fosse grande e, beninteso, costasse il meno possibile. Avevo notato che in un alloggio troppo piccolo anche i pensieri si striminzivano

Fëdor Dostoevskij, Umiliati e offesi, 1862, tr.it. C. Coïsson, Einaudi, 1965, p. 5

La storia di Umiliati e offesi è narrata da Vanja, un giovane scrittore che la sera del 22 marzo, a Pietroburgo, entra nella pasticceria Miller e lì si imbatte in un vecchio e nel suo cane. Entrambi moriranno quella sera stessa; Vanja andrà ad abitare nella casa del vecchio; conoscerà la nipotina Nelly, in realtà figlia del principe Valkonskij, del cui figlio è innamorata Nataša, a sua volta amata dallo stesso Vanja. Fra le vicende accadute prima e quelle che accadranno dopo, il 22 marzo è una giornata di sole che al tramonto fa sfavillare per qualche istante le strade di Pietroburgo.

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20 Dicembre

20 dicembre 2016

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La notte del 20 dicembre 1849 un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem, isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo. Nel cielo, spinte da un vento fortissimo, correvano mescolandosi confusamente, nere masse di vapori, che di quando in quando lasciavano cadere sulle cupe foreste dell’isola furiosi acquazzoni; sul mare s’urtavano disordinatamente e s’infrangevano furiosamente enormi ondate, confondendo i loro muggiti con gli scoppi ora brevi e secchi e ora interminabili delle folgori. Né dalle capanne allineate in fondo alla baia dell’isola, né sulle fortificazioni che le difendevano, né sulle numerose navi ancorate al di là delle scogliere si scorgeva alcun lume; chi però, venendo da oriente, avesse guardato in alto, avrebbe scorto sulla cima di un’altissima rupe tagliata a picco sul mare due punti luminosi, due finestre illuminate. Chi mai vegliava a quell’ora nell’isola dei sanguinari pirati?

Emilio Salgari, Le Tigri di Mompracem, 1900 (pubbl. in volume), ed. cons. Newton Compton, 1976, p. 35

La sera del 20 dicembre Sandokan, giovane principe del Borneo spodestato, in lotta contro i soldati inglesi stanziati nell’isola di Labuan, attende il ritorno del suo amico, l’avventuriero portoghese Yanez de Gomera. È una data decisiva, che segna l’inizio di una lunga serie di avventure. È in quella sera che Sandokan decide di sfidare i suoi nemici nel loro stesso territorio, attirato dalla leggenda della Perla di Labuan, la bellissima Marianna Guillonk, per metà inglese e per metà italiana, e nipote di un capitano della Marina britannica. La pagina con la data è l’inizio della storia e si ritrova anche nel romanzo di Umberto Eco, La misteriosa fiamma della regina Loana. Il protagonista, dopo un incidente che gli fatto dimenticare la sua vita – ma non i libri che ha letto -, torna nella casa dell’infanzia, in cerca di memorie. Fra albi di fumetti, volumi di Dumas, storie di Sherlock Holmes, ritrova una copia del romanzo di Salgari, col suo indimenticabile inizio:”La notte del 20 dicembre 1849, un uragano violentissimo imperversava sopra Mompracem…” (a.s.)

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2 Dicembre

2 dicembre 2016

 

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Nell’anno 1918, e precisamente nei giorni intorno al 15 giugno, si svolgeranno in Germania feste solenni per il trentesimo anno di regno dell’imperatore Guglielmo II, feste che dovranno  attestare al mondo intero la grandezza e la potenza germaniche. Quantunque manchino ancora parecchi anni a tale data, si sa da fonti degne di fede che si stanno già facendo preparativi, per ora naturalmente non ufficiali. Ora tu ben sai che nello stesso anno il nostro augusto Imperatore celebrerà il settantesimo giubileo della sua ascesa al trono e che l’anniversario cade il 2 dicembre. La troppa modestia che distingue sempre noi austriaci nelle questioni riguardanti la nostra Patria m’ispira il timore che si prepari per noi, diciamolo pure, una nuova Königgrätz, vale a dire che i tedeschi con il loro metodo mirante all’effetto, ci prevengano, così come allora adottarono il fucile ad ago prima che noi pensassimo a una sorpresa da parte loro. […] Poiché il 2 dicembre non si può naturalmente far cadere prima del 15 giugno, si è avuta la felice idea di estendere i festeggiamenti a tutta l’annata 1918, facendone l’anno giubilare del nostro Imperatore della Pace

Robert Musil, L’uomo senza qualità, 1930-1933, tr. it. A. Rho, ed. cons. Einaudi 1972, vo. I, p. 73

Siamo nel 1913, a qualche anno di distanza dalla “magica data della svolta del secolo”, quel passaggio fra l’Ottocento e il Novecento, che aveva seminato illusioni di grandi novità, come se il tempo tornasse giovane. Nell’Austria imperial-regia, con i suoi vasti territori, le tante popolazioni, la struttura burocratica, le aperture  liberali,  vive Ulrich Anders, un uomo di trentadue anni, la cui “intelligenza affascinata dall’esattezza scientifica e dall’infinita indeterminatezza della realtà, dissolve ogni decisione in lucida ironia”. Su iniziativa del padre, Ulrich viene nominato segretario di un comitato che deve organizzare – con largo anticipo – i festeggiamenti del settantesimo anno di regno del vecchio imperatore Francesco Giuseppe, salito al trono il 2 dicembre del 1848. L’anniversario cade dunque nel 1918, lo stesso anno in cui in Germania si celebra l’imperatore Guglielmo II. In vista di questa competizione fra le due scadenze, si mette in moto a Vienna una azione parallela, un meccanismo complesso quanto vago di decisioni che non giungeranno mai allo scopo, segnando quella data, il 1918, la dissoluzione dell’impero austro-ungarico.

 

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