11 Giugno

11 giugno 2017

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“11 giugno. Oggi è il mio compleanno. Esattamente settanta anni fa precipitai dal ventre del grande Buio nella Luce e nella Vita. Mio Dio! Mio Dio! è più breve della rabbia di un’ora, più veloce di un sonno pomeridiano. Ul-Jabal mi ha fatto auguri calorosi, ne sembrava impaziente da tempo, e mi ha ricordato che settanta è uno dei numeri fatali, perché i suoi fattori sono sette, cinque e due: l’ultimo denota la dualità di nascita e morte, il cinque l’isolamento, il sette l’infinito. Lo ho informato che era anche il compleanno di mio padre, e di suo padre

Matthew Phipps Shiel, Il principe Zaleski (La pietra dei monaci di Edmundsbury) , 1895, tr. it. A. Carapezza, Sellerio 1986, p. 57

Una pietra preziosa che, se rubata o manomessa, porterebbe alla rovina la famiglia inglese che la possiede da secoli. Il seguace di un’antica setta orientale in cerca della stessa pietra, un tempo appartenuta al fondatore della setta. Il diario di Sir Jocelin Saul, ultimo discendente della famiglia, minacciato di morte. Intorno a tali elementi si svolge la storia di questo caso, risolto dal principe Zaleski, un detective di vasta cultura esoterica. E un velo di magia è posato su tutta la storia, anche sulla data che apre il diario, la data di nascita di Jocelin Saul, che si ripete fatalmente di padre e in figlio: l’undici di giugno.

 

Dicono del libro

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27 Dicembre

27 dicembre 2016

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Un 27 dicembre mi sposai. Un quadro di Paul Klee dedicato al  numero 27 sintetizza mirabilmente le luci e le ombre della società segreta: può essere visto in casa della contessa di Vansept, che vive al numero 27 di una via di Parigi e ha 27 nipoti, ecc…

Enrique Vila-Matas, Storia abbreviata della letteratura portatile, 1985, tr. it. L. Panunzio Cipriani, Sellerio, 1989, p. 62 

Dicono del libro
“Confondendo come sempre realtà e finzione, compilando note e bibliografie fasulle, Vila-Matas ci getta nel solco dell’esplosione creativa che fece seguito al dadaismo, narrando l’improbabile storia di Duchamp, Savinio, De La Mare, Larbaud, Littbarski e molti altri membri di una fantomatica ‘società portatile’. Unica regola: l’opera d’arte dev’essere minuscola e stare in valigia. Il mondo è una miniatura, la guerra un gioco di soldatini, l’amore una macchina celibe. Per questo tutti gli affiliati a questa sconclusionata società segreta si chiamano shandys, ‘scervellati’ – secondo il dialetto parlato da Sterne – seguaci di Toby Shandy, primo artista “portatile” della storia, inerme soldato che sul suo cavalluccio attraversa con ostinata semplicità la strada della vita, riducendo a un gioco da giardino la guerra che, con la sua terribile realtà, l’ha reso impotente. Nuovi shandys, testimoni e protagonisti malinconici delle scorribande intellettuali degli anni venti, sono due colossi del pensiero e della poesia del Novecento: Walter Benjamin e Andreij Belij. I lori volti, che arrivano a confondersi nella scena finale, portano i segni di ‘coloro che rischiarono parecchio, se non la vita per lo meno la follia’, creando opere forse oscure ma sempre “portatili”, nemiche dell’ingombro e del pensiero tetragono. Si rilegga dunque questa breve storia, utile a smascherare quelli che non sono cattivi scrittori ma, diceva Broch, soltanto delinquenti”.
Stefano Moretti (dalla pagina del libro nel sito ibs)

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4 Dicembre

4 dicembre 2016

 

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Il signor Ruche rimase ancora un istante sulla terrazza. Ormai era calata la notte. Dimenticando l’indagine, Grosrouvre e la Biblioteca della Foresta, ripensò a Khayyām, al quale si era sentito subito così vicino. Gli tornarono alla mente due date. “Nato il 18 giugno 1048, morto il 4 dicembre 1131.” Khayyām era morto a quasi ottantaquattro anni. La stessa età di Grosrouvre. E… Si raddrizzò sulla sedia, aggrappandosi alla balaustra. Nel freddo e nella notte di Parigi, esclamò al vento del nord: “La mia stessa età!”
Il signor Ruche era nell’ottantaquattresimo anno di età. In quell’istante seppe con certezza che per quell’anno non gli sarebbe accaduto nulla. Si sentì eterno, almeno per qualche anno ancora

Denis Guedj, Il teorema del pappagallo, 1998, tr. it. L. Perria, Longanesi, 2000 p. 281

Il signor Ruche, un vecchio libraio parigino che si muove su una sedia a rotelle, ha avuto da giovane un amico – poi espatriato in Brasile – che  gli ha affidato decine di casse di libri sulla matematica, da rimettere in ordine. Nella sua libreria Mille e una pagina, Ruche ripercorre i testi, scoprendovi non solo nozioni che non conosceva e nuovi punti di vista, ma anche una rete di coincidenze e di corrispondenze fra la sua vita, quella dell’amico Grosrouvre e le esistenze di grandi scienziati del passato. In una fredda giornata invernale, Ruche è alle prese con il matematico e poeta persiano al-Khayyām, il cui nome significa il figlio del venditore di tende. Fu esperto di polinomi e di astronomia, tanto che partecipò anche all’elaborazione di un nuovo calendario, e fu anche astrologo. È per questo che si conoscono – “cosa assai rara all’epoca” –  le date precise della sua nascita e della sua morte, avvenuta nel 1131, un 4 dicembre, data che rivela al libraio un’altra, sorprendente coincidenza. 

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13 Settembre

13 settembre 2016

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Paul si massaggiò le tempie alzando gli occhi dai fogli che aveva riempito di calcoli per dimostrare la sua tesi. Era l’alba: mezzanotte era passata e lui era vivo. Chiuse il testo di Kummer, piegò i fogli, ripose la pistola, strappò il testamento e dimenticò la fanciulla. Gli avvenimenti avevano trovato la soluzione: la resurrezione grazie alla dimostrazione. Aveva un debito con Fermat e il suo ultimo teorema, e decise d’istituire un premio per compensare chi fosse riuscito a risolvere quel problema che gli aveva salvato la vita. La data che Paul Wolfskehl aveva scelto per suicidarsi era il 13 settembre

Denis Guedj, Il Teorema del Pappagallo, 1998, tr. it. L. Perria, Longanesi, 2000, pp. 459, 461

Un uomo, che ha deciso di suicidarsi a causa di un amore infelice, mette in ordine le carte sullo scrittoio e si trova ad aprire un libro, che parla di un difficile problema matematico, noto come l’ultimo teorema di Fermat. Mentre legge, gli sembra di trovare un errore nel testo che sta leggendo e si mette alacremente al lavoro per verificarlo. L’errore non c’è, ma intanto il tempo è trascorso, l’idea del suicidio si è allontanata ed è passata la mezzanotte della data che aveva scelto per compierlo, il 13 settembre, 13-9, 256° giorno dell’anno.

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Il tempo al dettaglio: Roman Opalka

 

opalka

Cover catalogo “Roman Opalka. Il tempo della pittura” Marsilio 2011

La parola dettaglio, in italiano e in francese (détail), indica, insieme al particolare, anche l’unità, il singolo pezzo, come nell’espressione vendita al dettaglio, che si può dire anche vendita al minuto.
Dettaglio, unità, singolo elemento: la serie più impressionante fra le opere di Roman Opalka (1931-2011), artista di origine polacca vissuto in Germania e in Francia, s’intitola Détail e rappresenta sequenze di numeri progressivi, a partire dall’1 dipinto in bianco su fondo scuro nel 1965.
Da allora, le cifre sono cresciute fino a superare i 5.000.000, tela dopo tela (tutte della stessa misura), mentre il fondo si schiariva progressivamente avvicinandosi al bianco con cui è tracciato il numero. L’irreversibile e ordinato accumulo del tempo su queste tele è accompagnato dalla foto quotidiana dell’autore e dalla registrazione audio della sua voce che pronuncia i numeri dipinti in polacco, perché – come ha affermato Opalka – si conta sempre nella lingua materna. “Il tempo non può che essere fatto di elementi successivi di tempo” scrive Bruno Corà nel catalogo della mostra tenuta a Venezia nel 2011 (catalogo Marsilio), anno della morte dell’artista. Prima che alla serie dei Détail, Opalka, che è stato pittore e incisore, aveva lavorato ai Chronomes (1961- 63) e ai Phonemats (1963-64), esercitandosi con perizia nella creazione di superfici fatte di punti, segni, talvolta lettere di alfabeti, e numeri.
Un crocevia fra cultura polacca, tedesca e francese, Opalka riflette le correnti artistiche concettuali, minimaliste, antiallegoriche, tendenti al monocromo e all’essenziale e il pensiero sul tempo dei decenni post-bellici, con le ricerche matematico-filosofiche sugli infiniti.
Antonella Sbrilli (@asbrilli)

 

2013: l’anno del biliardo. Un calendario di Paolo Bernacca

Da venticinque anni, il grafico e illustratore romano Paolo Bernacca (autore, fra l’altro, di giochi, agende e di dipinti sui fari), dedica un calendario all’anno nuovo, scegliendo un’immagine che rappresenti graficamente (con analogia benaugurante) le ultime cifre della data.
Paolo Bernacca 2013 Gli ori del sette di denari, due bicchieri sovrapposti, due punti e una virgola, una faccia del dado, una coppia di ciliegie, e così via per venticinque varianti, che sono altrettanti esercizi di poesia visiva sui numeri, sulla forma delle date e sull’andamento dei mesi. Il 2013 pesca la sua immagine dal gioco del biliardo: la palla con la cifra rappresenta anche lo zero e i dodici mesi si dispongono in una carambola che allude al tempo e al gioco.
Da venticinque anni, il grafico e illustratore romano Paolo Bernacca (autore, fra l’altro, di giochi, agende e di dipinti sui fari), dedica un calendario all’anno nuovo, scegliendo un’immagine che rappresenti graficamente (con analogia benaugurante) le ultime cifre della data. Gli ori del sette di denari, due bicchieri sovrapposti, due punti e una virgola, una faccia del dado, una coppia di ciliegie, e così via per venticinque varianti, che sono altrettanti esercizi di poesia visiva sui numeri, sulla forma delle date e sull’andamento dei mesi. Il 2013 pesca la sua immagine dal gioco del biliardo: la palla con la cifra rappresenta anche lo zero e i dodici mesi si dispongono in una carambola che allude al tempo e al gioco.