16 Dicembre

16 dicembre 2016

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Che per seimila anni, e nessuno sa per quanti milioni di secoli prima, le grandi balene abbiano continuato a sfiatare su tutto il mare e a spruzzare e vaporare i giardini dell’abisso come tanti annaffiatoi e vaporizzatori, e che per qualche secolo passato migliaia di cacciatori siano stati vicinissimi alla fontana della balena a osservarne gli spruzzi e le sfiatate:  che tutto questo sia avvenuto e, intanto, fino a questo benedetto minuto (l’una e quindici primi e un quarto di secondi pomeridiani del 16 dicembre, A. D. 1851) permanga ancora un mistero se queste sfiatate sono, dopo tutto, davvero acqua o nulla più che vapore, è certo una cosa notevole

Herman Melville, Moby Dick o la Balena, 1851, tr. it. C. Pavese, ed. cons. Adelphi, 1994, p. 395

La lotta ingaggiata dal capitano Achab con la balena bianca, che gli ha strappato una gamba, è una resa dei conti fra titani: da una parte il baleniere mutilato, dall’altra un enorme cetaceo, Moby Dick, dalla forza formidabile. Tutto quello che riguarda le balene è epico, nel racconto che di questa lotta fa il marinaio Ismaele, imbarcato sulla baleniera di Achab, il Pequod. Le lance, gli attrezzi, gli uomini, i rituali della caccia, le leggende. Capitolo dopo capitolo, Ismaele illustra le abitudini e il carattere dei branchi e descrive il grande corpo dell’animale in tutti i dettagli. La fontana,  cioè  lo spruzzo che i cetacei emettono dallo “sfiatatoio” in cima alla testa, è l’oggetto di questa pagina. Siamo introdotti nell’apparato respiratorio della balena, nelle credenze dei marinai che temono il contatto con la “sfiatata”, nell’immagine dell’animale che “naviga solenne in un calmo mare tropicale, col capo enorme e dolce sovrastato da un baldacchino di vapori, originati dalle sue contemplazioni inesprimibili”. È un 16 dicembre, mentre Ismaele riflette sulla sfiatata delle balene ed era dicembre anche all’inizio della narrazione, quando lo stesso Ismaele aveva trovato alloggio allo “Spouter-Inn”, la Locanda dello Sfiatatoio.

Dicono del libro

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4 Novembre

4 novembre 2016

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Il fruscio delle carte da gioco, il muoversi delle mani, il murmure monotono del cronofono nel soffitto della Caserma del fuoco “… una e trentacinque, mattino, martedì, 4 novembre.. una e trentasei… una e trentasette, mattino…”. Il lieve battito delle carte sul piano sudicio del tavolo, tutti i rumori raggiungevano Montag dietro i suoi occhi chiusi, dietro la barriera che aveva eretto momentaneamente. Poteva sentire la Caserma del fuoco piena di scintillii, di luminosità e di silenzio, di colori bronzei, i colori delle monete, dell’oro, dell’argento. Gli uomini invisibili dall’altra parte della tavola stavano sospirando sulle loro carte, in attesa di “… una e quarantacinque…” e la voce del cronofono si rattristava sulla fredda ora di un freddo mattino di un ancor più gelido anno

Ray Bradbury, Fahrenheit 451, 1953 (1951), tr. it. G. Monicelli, Mondadori 1989, p.38

La storia di Fahrenheit 451 e del pompiere Guy Montag – impiegato nella squadra che appicca il fuoco alle biblioteche, dichiarate fuorilegge dal regime – ha inizio in autunno. Cadono le foglie e piove, quando Montag incontra Clarisse McClellan, una giovane vicina di casa che si comporta in modo diverso da tutte le persone che Montag conosce, dalla moglie Mildred – presa dalle serie televisive -, così come dai colleghi incendiari. Indipendente e curiosa, Clarisse suscita in Montag un imprevedibile disagio verso la sua vita consueta, che lo porta via via a farsi domande e a dubitare del suo lavoro. Come accade durante una partita a carte con i colleghi nella Caserma del Fuoco, mentre il cronofono segna il tempo nelle prime ore del 4 novembre.

Dicono del libro

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Here: le finestre sul tempo di Richard McGuire

Here: le finestre sul Tempo di Richard McGuire
di Elisa Sorrentino

Il dorso del libro è grigio, con una piccolo ramo di foglie disegnato sopra e con sotto scritto: QUI. Il titolo, semplice e incisivo, mi spinge ad andare oltre. Lo apro e appare l’immagine di una stanza qualsiasi con finestra, camino e pochi mobili accuratamente disposti, volto pagina e compare la stessa stanza, ma immersa in un paesaggio di tanto tempo fa, continuo a sfogliarlo e mi accorgo che l’ambientazione è sempre la stessa ma lo spazio prende vita, di volta in volta, grazie a persone diverse a seconda del tempo in cui lo vivono.
Richard McGuire, l’autore del libro, non solo è un artista – disegnatore di svariate copertine per il New Yorker e illustratore di libri per ragazzi – ma ha anche suonato nel gruppo postpunk dei Liquid liquid come bassista e ha diretto un film di animazione Peur(s) du noir, collaborando con illustratori del calibro di Lorenzo Mattotti, Charles Burns e Blutch. Nel 1989, per il primo numero della seconda serie di “Raw” la celebre rivista storica statunitense dedicata al fumetto curata da Art Spiegelman e Françoise Mouly –  McGuire realizza una breve storia di 36 vignette in bianco e nero intitolata Here.

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La storia propone il tema della rottura della linearità del tempo: la narrazione è incentrata sulla fissità dello spazio, mentre lo sconfinamento temporale è dato dalla sovrapposizione di più finestre. Ed è sulla base di questa storia che, ben venticinque anni dopo, McGuire decide di riprendere la stessa impostazione per crearne una nuova, con le stesse intenzioni ma ampliata nel contenuto e nella mole: un libro di trecento pagine a colori pubblicate nel 2014 da Pantheon Books e in Italia nel 2015 da Rizzoli Lizard.
La stanza che ci si presenta davanti ci riporta alla mente la solitudine severa dei dipinti di Edward Hopper. Salta all’occhio la qualità della fattura delle immagini che mescolano senza timore la tecnica dell’acquerello con quella digitale adoperando programmi come Adobe Photoshop e la grafica vettoriale. L’insistenza sullo spazio fisso e i toni tenui fanno venire in mente le palette scelte da Wes Anderson nei suoi film e, benché la scelta dell’inquadratura non sia simmetrica, far coincidere perfettamente l’asse prospettico della stanza con la piega esatta del libro è un dettaglio che colpisce.
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Il racconto ci trasporta nel salotto di infanzia di Richard McGuire, nato nel 1957 a Perth Amboy nel New Jersey: lo spazio diventa lo spunto per intrecciare le fila del tempo procedendo, avanti e indietro, senza un ordine narrativo-logico  e seguendo in modo “allucinogeno” la schizofrenia del tempo.

McGuire intesse un puzzle visivo in cui l’immagine di una donna in cerca di qualcosa trasporta nell’epoca glaciale dei mammut; un picnic all’aria aperta riconduce a due ragazzi che giocano a twist nel 2015; per poi passare all’immagine della Terra come doveva apparire nel 3.000.000.000 a.c, all’incontro di Benjamin Franklin con il figlio nel 1775, fino all’escursione guidata nel 2213 in cui tutto è cambiato, dal clima agli strumenti tecnologici, per poi ritornare di nuovo al 1957, anno di riferimento all’inizio del testo, quasi a ripiegare il tempo su se stesso e ricondurlo alla sua eterna circolarità.
L’autore utilizza il filo discontinuo del tempo per unire spunti visivi diversi e intreccia storie, immagini e ricordi, come ben visibile dal materiale d’archivio, e dalle fasi di elaborazione del libro.

Colpisce nel testo il modo indifferente e quasi crudele di concepire l’umanità nel suo normale e costante ricambio generazionale, trattandola alla stregua di tutte le altre forme viventi, destinate a nascere, crescere, produrre, consumare e morire. Solo l’interagire delle finestre temporali – dove gesti, frasi e situazioni del passato sembrano trovare una corrispondenza nel futuro e viceversa –  riesce ironicamente a infliggere un momentaneo scacco alla morte.

L’impostazione del testo non è molto distante dalle finestre sovrapposte che utilizziamo sul pc e attraverso cui navighiamo in rete, raggiungendo contestualmente posti distanti da un punto che rimane fisso.

Se ciò che ci consente la tecnologia è di varcare le distanze geografiche alla velocità di un click, Here permette di rimanere nel “qui” della nostra stanza viaggiando in un trip temporale che svela la difficoltà dell’oggi di rimanere concentrati sul tempo presente, continuamente distratti da mille stimoli: le notifiche dei messaggi, il rumore del traffico, la musica dei grandi magazzini, i discorsi sovrapposti delle persone in metro, tutti stimoli che allontanano al suono del silenzio.

Tuttavia il modo migliore per apprezzare Here è scaricare la versione e-book (al momento disponibile solo per i-Pad), realizzata in collaborazione con lo sviluppatore web Stephen Betts. Questa versione sfrutta al massimo le potenzialità multi-screen del testo originale, combinandola e sviluppandola ulteriormente con l’utilizzo degli strumenti digitali  al fine di renderla completamente interattiva e concedendo, inoltre, la possibilità di cambiare la sequenza delle diverse finestre temporali mescolandone l’ordine cronologico, in perfetta sintonia con lo spirito del libro:
Una presentazione è consultabile a questo indirizzo.
Infine Here ha ispirato un cortometraggio sperimentale in cui anche qui, come nel testo, le finestre temporali si attraversano senza un ordine predefinito e talvolta  interagiscono tra di loro.
In Here, il tempo del futuro si immerge nel passato e si rimescola al presente assumendo nuove forme e nuove interpretazioni, come in un gioco dei tarocchi infinito. Il perimetro definito di una stanza diventa il palcoscenico dell’indeterminatezza del tempo, che cambia marce ma ritorna sempre al punto di partenza. Ma dove va a finire il tempo?
Elisa Sorrentino

La storia in 36 vignette da cui ha preso spunto il testo; 
le fasi di elaborazione del libro;
Here come appare oggi.

 

Abele Malpiedi: “è ora”, di Elena Lago

Abele Malpiedi, artista recanatese trapiantato a Milano, classe 1986, ha inventato, brevettato e prodotto un orologio privo dei suoi elementi funzionali: non ha né lancette né batteria. È presente, all’interno, il meccanismo della corona che però, se viene caricata, gira a vuoto.

Presentato al Salone del Mobile del 2014 ed esposto – nella variante a parete – al Museo del Novecento di Milano dal marzo 2016, ha un minimale quadrante a sfondo bianco con una concisa frase in nero al centro: è ora, per ricordarci che è sempre l’ora giusta per agire. Nella versione in inglese, la scritta IT’S TIME, è bianca su sfondo nero e le lettere sono disposte come i numeri, attorno al quadrante. Orologi da polso, a muro o sveglie, tutti contrassegnati da questa sorta di sollecitazione che ci rende protagonisti di un’insolita dimensione temporale. Non più un orologio “spaventoso e impassibile”, ma un “orologio concettuale” a cui è stata tolta la sua principale funzione, quella di misurare e scandire il tempo. Il curioso oggetto di Malpiedi ci permette, infatti, di immergerci in una temporalità diversa, non più regolata da numeri, ticchettii e scadenze, ma solo dal nostro impulso ad agire e a vivere il momento presente, forse regalandoci più tempo e di una qualità migliore. È l’hic et nunc che conta e che ci esorta a non dipendere né dal passato né dal futuro. In fondo, come ricorda l’artista, “la vita è un eterno gerundio”.

Malpiedi da polso
L’orologio, dio sinistro, spaventoso e impassibile  / ci minaccia col dito e dice: «Ricordati!» Così Baudelaire descriveva l’orologio in una poesia del 1860: una inesorabile minaccia che ci ricorda il passare del tempo, “giocatore avido”. Chi non ha mai pensato, almeno una volta nella vita, di rompere tutti gli orologi come il Capitan Uncino di Spielberg, tacitando quel fastidioso ticchettio, fermando, almeno apparentemente, il tempo che passa?

Nella serie di opere lanciata da Malpiedi, il perpetuo movimento circolare delle lancette scompare, lasciando il posto ad un tempo interno, scandito dai nostri umori e dalle nostre esigenze e che spesso ci porta addirittura a perdere il conto dei giorni della settimana. L’artista crede in un tempo costellato di accidentalità, “ad esempio quando finisco un quadro e allo stesso tempo finisce anche l’album musicale che avevo messo su […] non è una semplice coincidenza, ma qualcosa di più elevato […]. È molto importante saper cogliere gli attimi per entrare nel giusto ritmo.”
L’invito è quello ad “ascoltare il nostro tempo” e l’artista ha ideato anche un altro strumento per farlo, oltre al “non-orologio”: gli Occhiali riflessivi, le cui lenti sono oscurate all’esterno, mentre all’interno sono schermate da una superficie riflettente che ci permette di guardare i nostri occhi che si avvicinano sempre di più, mentre inforchiamo gli occhiali. È un oggetto affascinante che produce una sensazione di straniamento e allo stesso tempo di divertimento. Siamo sulla scia dell’opera di Penone Rovesciare i propri occhi, del 1970, un autoritratto fotografico in cui gli occhi sono ricoperti da lenti a contatto specchianti: l’artista è cieco, ha rovesciato i suoi occhi, ma può indagare nella profondità della sua interiorità e permetterci allo stesso tempo di rifletterci nelle sue iridi. Non vede, ma ci fa vedere. Abele Malpiedi dà la possibilità di indossare gli occhiali per rifletterci e riflettere, per “rovesciarci” in noi stessi e nel nostro tempo, quando sentiamo che è ora.
Elena Lago

Immagini: Courtesy Abele Malpiedi
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Darren Almond: tra orologi e pleniluni, di Elena Lago

 

“E sono ormai convinto da molte lune / dell’inutilità irreversibile del tempo” canta Rino Gaetano in una sua canzone del 1974. Seppur reso nella sua “inutile irreversibilità”, il tempo è atteso, osservato, narrato, fotografato da Darren Almond, artista inglese, nato a Wigan nel 1971. Sin all’infanzia è affascinato dagli orari, dallo scorrere del tempo, dalle distanze geografiche. È un pendolare, un trainspotter, guarda i treni come se fosse un modo per fuggire dalla sua piccola città. Ecco la premessa al mondo degli orari e degli orologi. Gli eventi temporali sono “spazializzati” con mezzi cinematografici, si gioca tra la distanza spaziale e la presenza temporale, nell’opera del 1996 A Real Time Piece, un’istallazione video che prevedeva la proiezione dell’immagine dello studio londinese dell’artista sul muro di un negozio abbandonato, in un’altra parte della città. Un tavolo, una sedia e un orologio appeso al muro. Nessuno entra nella stanza, non accade nulla, unica eccezione, ogni sessanta secondi lo scorrere dei numeri del flip-clock che provoca un rumore sorprendente. L’opera dura 24 ore e il rumore sopraggiunge 1440 volte. Intanto, dalla finestra entra la luce che ci fa percepire non soltanto il tempo come durata, ma anche come variazione atmosferica. Gli spettatori prendono parte ad un grande orologio ambientale, un’intensa esperienza in cui il tempo viene trasformato in un evento teatrale immersivo. Questo lavoro conduce poi a Tuesday (1440 Minutes), del 1997, opera costituita da 1440 fotografie che documentano il cambiamento naturale della luce nello studio ogni minuto per ventiquattro ore (di un martedì), disposte in ventiquattro cornici con sessanta foto ciascuna.
tideTutte le opere di Almond, probabilmente, sono dei cronometri in cui diverse temporalità si fanno sentire: il tempo della memoria, il tempo del corpo umano, il tempo cosmico, il tempo misurato dagli orologi. Nel 1997 alla mostra Sensation, alla Royal Academy of Arts di Londra, espone A Bigger Clock, lavoro ispirato dagli orologi digitali nelle stazioni della British Railway. Non appena le palette dei numeri ruotano nell’orologio, il meccanismo produce un rumoroso e amplificato suono che ricorda il passaggio di ogni minuto. Lo stesso meccanismo viene ripreso circa dieci anni dopo con l’opera Tide, del 2008. Questa volta non è un solo orologio ad essere appeso alla parete, ma seicento, sincronizzati alla stessa ora. Il muro, o meglio la marea (Tide) di orologi ci ricorda con più forza che il tempo passa inesorabilmente (o irreversibilmente!), sempre tramite il suono alla fine di ogni minuto, quasi a creare una musica eterna e simultanea, come se il tempo invadesse lo spazio.
Almond non lavora solamente con il tempo numerico e meccanico dell’orologio ma anche con i tempi della natura. Sin dal 1999, si dedica ad un progetto intitolato Fullmoon, una serie di fotografie a colori che mostrano diversi paesaggi con la luna piena. La vera originalità di quest’opera sta nel fatto che Almond ha utilizzato un tempo di esposizione molto lungo, circa di quindici minuti. Un quarto d’ora capace di trasformare scenari notturni in panorami diurni. Il chiaro di luna conferisce alle immagini una qualità spettrale, infondendo nelle foto una versione contemporanea del concetto di sublime. È qui che il tempo, tramite la fotografia, dimostra di essere eterno, immutabile, ma allo stesso tempo infinitamente cangiante. L’artista afferma: “every four weeks there’s another chance to make a photograph” e segue i passi di altri artisti del passato, come Turner, Constable o Friedrich. Come lui, si reca infatti ad ammirare le scogliere dell’isola di Rügen sul Mar Baltico e le fotografa al chiaro di luna, creando un’atmosfera sospesa nel tempo.
Nel 2012, Almond si è dedicato a una serie di lavori su tela, in cui la superficie è divisa in diversi pannelli, distribuiti secondo una griglia, ciascuno dei quali riporta la metà di un numero che non coincide mai con l’altra metà. Queste opere quindi si riferiscono a un tempo che subisce una sorta di interruzione, come se il suo naturale passaggio, tanto presente nelle precedenti opere, sia inciampato in qualcosa che non gli permette di scorrere, ma lo fa tornare indietro o lo fa andare “troppo avanti”, creando una specie di vortice confuso o di diverse Possibilità di incontri (il titolo delle opere è, infatti, Chance Encounter). Questi incontri casuali generano alfabeti diversi e combinazioni variabili, nuovi modi di misurare la realtà, fatta di numeri e parole calati nel tempo.
Elena Lago

L’immagine: Darren Almond, Tide, 2008, 600 digital wall clocks, Perspex, electro-mechanics, steel, vinyl, computerized electronic control system and components, courtesy of White Cube Gallery, London.
I link alle gallerie che rappresentano Darren Almond: http://whitecube.com/ http://www.matthewmarks.com/