12 Ottobre | October 12

12 ottobre 2020

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I have five thousands dollars in government high-denomination bills, he told himself. So I’m not completely helpless. And that thing is gone from my chest, including its feeding tubes. They must have been able to get ai them surgically in the hospital. So at least I’m alive; I can rejoice over that. Has there been a time lapse? he asked himself. Where’s a newspaper?
He found an L. A. Times on a nearby couch, read the date. October 12, 1988. No time lapse. This was the day after his show

Philip K. Dick, Flow My Tears, the Policeman Said, 1976

“Ho cinquemila dollari in banconote del governo di grosso taglio” si disse. “Quindi non sono del tutto inerme. E quella cosa è scomparsa dal mio petto, assieme ai suoi tubi di suzione. All’ospedale devono essere riusciti a rimuoverli chirurgicamente.
Quindi, se non altro, sono vivo; di questo posso rallegrarmi.
C’è stato un salto temporale? Dov’è un giornale?”
Trovò una copia del “Los Angeles Times” su un divano lì vicino, lesse la data: 12 ottobre 1988. Nessun salto temporale. Era il giorno dopo il suo ultimo show

Philip K. Dick, Scorrete lacrime, disse il poliziotto, 1976, tr. it. V. Curtoni, Mondadori, 1998, p. 26

Due “corridoi spaziali” – uno corrispondente alla realtà, l’altro a una “possibilità latente fra le molte”, concretizzata  da una potente droga assunta dalla sorella del generale Buckman – sono accaduti contemporaneamente, confondendo le percezioni, la memoria, le relazioni delle persone coinvolte.  L’11 ottobre il protagonista, il cantante Jason Taverner, è un celebre conduttore televisivo, con uno show seguito da milioni di spettatori. Il giorno dopo, il 12 ottobre si ritrova solo, senza documenti, in un hotel periferico, mentre tutti intorno sembrano non aver mai sentito parlare di lui. Nel corso di quel 12 ottobre entrerà in contatto con il sistema di controllo poliziesco e burocratico della società, con le psicosi e le allucinazioni degli abitanti, mentre la storia (e la lettura) oscillano fra metafore del tempo e della coscienza, ricerca di conferme sull’ora e sulla data. 

 

Dicono del libro

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“Time-taking exercises”

Retreating Horizon of Time in Quarantine (L’orizzonte in ritirata del tempo in quarantena) è il titolo molto eloquente di un articolo di Dan Chiasson apparso il 19 marzo 2020 sul sito del New Yorker. Segnalato da Carol Fischer dell’International Society for the Study of Time, il pezzo raccoglie esempi variegati degli effetti che la quarantena da Covid19 sta producendo nel rapporto con il tempo. In un periodo di forzato isolamento in sé stessi, le persone pongono maggiore attenzione allo “sfruttamento” e al “potenziamento” delle lunghe ore a disposizione, raffinando le scelte, soprattutto quelle che riguardano la lettura e la scrittura. Complici anche i social network, gli esperimenti di lettura collettiva aumentano, offrendo tanti programmi scadenzati a cui partecipare, che possono provocare – insieme alla soddisfazione – anche un misto di ansia e ripetitività. 
In cerca di forme per passare il tempo l’autore richiama una serie di esperienze del passato, oggetto di un suo interesse anche collezionistico. Si tratta di libri e quaderni fatti a mano da persone che si sono trovate alle prese con un tempo estremamente lungo da riempire. Fra questi, Chiasson cita il Cahier de Chansons, un quaderno di canzoni, realizzato alla fine della seconda guerra mondiale da un ufficiale francese prigioniero in uno stalag tedesco. E poi due fascicoli di un misterioso periodico di epoca vittoriana, sempre fatto in casa, che raccoglie racconti, puzzle, indovinelli, poesie, disegni e altri “time-taking exercises”, espedienti fantasiosi ed esercizi disciplinati per occupare il tempo, forse di un’estate ottocentesca. C’è anche un gioco ancora irrisolto su cui l’autore invita a perdere tempo: lo trovate qui.

 

 

10 Gennaio

10 gennaio 2020

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Né adagio né presto altri tre mesi erano passati. Natale si era già dissolto nella lontananza, anche il nuovo anno era venuto portando per qualche minuto agli uomini strane speranze. Giovanni Drogo già si preparava a partire. Occorreva ancora la formalità della visita medica, come gli aveva promesso il maggiore Matti, e poi sarebbe potuto andare. Egli continuava a ripetersi che questo era un avvenimento lieto, che in città lo aspettava una vita facile, divertente e forse felice, eppure non era contento. Il mattino del 10 gennaio entrò nell’ufficio del dottore, all’ultimo piano della Fortezza

Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, 1940, Mondadori, 1984, pp. 84-85

Finita l’Accademia militare, il tenente Giovanni Drogo è arrivato alla Fortezza Bastiani in settembre, con la sensazione che la sua vera vita avesse inizio allora. Trascorsi tre mesi e le feste, Drogo decide di chiedere un permesso per tornare nella sua città. Per questo si presenta alla visita medica il mattino del 10 gennaio. Ma qualcosa, alla fine, gli fa cambiare idea e resta alla Fortezza, dove il tempo si consuma “con il suo immobile ritmo”, fra abitudini, attese di azioni eroiche di cui non si crea l’occasione, ripetizioni di situazioni simili. Uno dei temi di questo racconto è la scansione irregolare del tempo, che appare continuamente come una risorsa inesauribile e come qualcosa che è sfuggito per sempre. 

Dicono del libro

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Il suono dell’8. Giacinto Scelsi, di Luigi De Angelis

Il compositore e poeta Giacinto Scelsi (anagramma: “ascolti segnici”) nasceva in Liguria  l’8 gennaio 1905. “Devoto del numero 8, in cui riconosceva le risonanze dell’infinito, l’appartenenza dei due cerchi a due mondi paralleli, avrebbe perso conoscenza il giorno “in cui tutti gli 8 si metteranno in fila”, l’8/8/88, diventando così anch’esso una nota pulsante, appartenente alle infinite vibrazioni dell’universo…”. Continue reading “Il suono dell’8. Giacinto Scelsi, di Luigi De Angelis” »