Istantanea: nel tempo denso con Nuvola Project

Il tempo denso è quello che si riempie a ogni istante di eventi, di segni, di fatti, trasformati immediatamente in dati immateriali e trasportati nei canali di condivisione, i social network, le piattaforme editoriali, gli archivi digitali di ogni tipo. Il qui e ora della realtà percepita si somma continuamente, in ogni porzione dello spazio e in ogni istante, al qui e ora della nube intangibile a cui siamo connessi. Ci voleva il duo di artisti Nuvola Project – Gaia Riposati e Massimo Di Leo -, per inventare un dispositivo fotografico che consente di allegare allo scatto in presenza una traccia casuale di informazioni catturate dalla rete.
Nasce così, sul finire del 2025 e l’inizio del 2026, Istantanea, una “on life camera”  che nel momento dello scatto “rileva una serie di cambiamenti, azioni, informazioni, storie e, scegliendone a caso una, la aggiunge alla fotografia”. Come spiegano i suoi creatori, i dati provengono da social come Reddit, da fonti come Github o Mastodon, dalla tracce editoriali pubbliche di Wikidata commons e da altre tipologie di archivi condivisi. 
Il progetto Istantanea prevede un dispositivo fisico, che al momento esiste nella versione di prototipo, ma il meccanismo può essere sperimentato in forma di app gratuita. E  i risultati dell’interazione con questo rilevatore di immagini arricchite di dati possono essere salvati e condivisi.

Una porta d’accesso, un’esca creativa, un gioco che una volta iniziato è difficile sospendere, per la curiosità di esplorare le variazioni delle risposte nel tempo piccolo del proprio presente.  Un esempio: la foto del foglietto del calendario del primo gennaio 2026, scattata attraverso l’app di Istantanea, sembra sbiadire, si tinge di giallo finché non appare in alto una didascalia bianca su fondo nero, che cambia ogni volta che viene scattata una nuova foto: indicazioni sul valore dei bitcoin, flussi di rete,  informazioni su aggiornamenti di voci di Wikipedia, dati meteorologici. Tra le diverse foto scattate al calendario a muro e restituite elaborate da Istantanea, c’è anche questa che riporta – come un oracolo del capodanno –  Meteo spaziale, vento solare, in questo istante, quiete magnetica.

Per provare la versione di Istantanea come app gratuita: https://lnkd.in/ducwUnb3 – Info sugli account Instagram di @gaia riposati e @ nuvola project e sul loro sito https://www.nuvolaproject.cloud/

(a.s.)

A memoria di rosa: Giulia Parlato

Le fotografie di Giulia Parlato esposte in una sala della diciottesima Quadriennale (Roma, Palazzo delle Esposizioni) colpiscono per un effetto di inversione che rende misteriose le cose vicine e familiari quelle lontane, finché le due distanze  – quella minuscola delle foglie, dei fiori, di un paralume, di un vetro di finestra e quella enorme della luna, dell’orizzonte, della massa terrestre – , si incontrano e si uniscono, provocando in chi osserva uno stato di accettazione visiva: tutto è familiare, tutto è inspiegabile. Misure e durate diverse e incomparabili, stati di permanenza e di instabilità convivono nella trama di queste fotografie e dell’immagine vibrante tratta da un video che pure è esposta.
Il titolo che le unisce è The Vanished Rose Grower ed è la stessa autrice a raccontarne l’origine  nella storia di un parente, Francesco, “coltivatore di rose, pittore e poeta autodidatta” scomparso nel 1964 in Nuova Zelanda. Questa vicenda legata al suo “album di famiglia” e i tratti della persona scomparsa, solitario, colto, distaccato dalla realtà, l’hanno indotta a intraprendere una ricerca nella regione di Waitakere. Una ricerca fatta di lunghe camminate randomiche tra le foreste rigogliose e le spiagge scure della natura neozelandese, con la macchina fotografica come bussola e rilevatore di “tensioni sottili e zone opache”.
L’esercizio di Giulia Parlato per l’esplorazione delle tracce vegetali, minerali, animali, storiche e per le zone infrasottili e medianiche, insieme con la potenza ambivalente della regione australe, hanno contribuito alla creazione di questo nucleo di immagini in cui evocazione e visione sono un tutt’uno. 


La forza del titolo poi non è  da sottovalutare. Il “giardiniere delle rose scomparso” ricorda, forse di proposito, una frase che viene dalla cultura illuminista del Settecento: “A memoria di rosa, non s’è mai visto morire un giardiniere”.
È un aforisma dello scrittore francese Fontanelle, riportato da Denis Diderot nel suo trattato in forma di dialogo Il sogno di D’Alembert, che la casa editrice Sellerio ha pubblicato con una postilla di Eugenio Scalfari dal titolo Il sogno di una rosa.

La frase – si legge nella sinossi della casa editrice palermitana – aleggia per tutto il dialogo “ad ammonire che il limite, negativo, della possibilità di conoscere non può essere scambiato, positivamente, con il limite della possibilità di essere della realtà” e contiene, in spunti e anticipazioni, “le domande discusse oggi dalla filosofia della mente”.
Francesco, scomparendo alle sue rose, e Giulia Parlato, che è andata in cerca delle sue tracce, proseguono il dialogo, leggero e profondo, sui limiti dell’esserci, sulla percezione delle reciproche durate e sulla bellezza effimera di rose, conversazioni e fotografie.

The Vanished Rose Grower di Giulia Parlato (Palermo, 1993), in esposizione alla 18ª Quadriennale d’arte – Fantastica, nella sezione curata da Emanuela Mazzonis di Pralafera (“Il tempo delle immagini. Immagini fuori controllo?”), Roma, Palazzo delle Esposizioni, fino al 18 gennaio 2026

(Antonella Sbrilli)

 

Appuntamenti nel passato

“E non potremmo immaginare, proseguì Austerlitz, di avere appuntamenti anche nel passato, in ciò che è già avvenuto e in gran parte è scomparso, e di dover cercare proprio nel passato luoghi e persone che, quasi al di là del tempo, hanno con noi un rapporto?”
Questa frase viene dalle ultime pagine del romanzo Austerlitz dello scrittore tedesco W. G. Sebald (1944-2001). In cerca delle vicende della sua vita trascorsa, il protagonista professor Austerlitz ne trova via via le tracce dolorose, che “sente di aver sempre ospitato in sé come una sequenza di negativi non ancora sviluppati”. 
Incontrarsi nel passato: un paradosso temporale, un sogno a occhi aperti, uno stato di alterazione del proprio presente, e anche un esercizio dell’immaginazione e del linguaggio. Quello che le parole dello scrittore evocano, si ritrova visualizzato anche in alcune immagini, risultato di ricerche e intuizioni d’artista.

Il disegnatore Saul Steinberg si incontra con sé stesso bambino: l’uomo anziano dà la mano a una sagoma con una foto di lui da piccolo ed Evelyn Hofer fotografa l’incontro delicato nello scatto Saul Steinberg with Himself as a Little Boy (1978, Museum of Fine Arts, Houston).
In questo caso, l’entità da incontrare – sé stesso nell’infanzia – è richiamata dal passato al presente dell’artista adulto. 
Moira Ricci (Orbetello, 1977) compie il viaggio nella direzione inversa: è lei che va nel passato e non per incontrare sé stessa, ma per avvicinare virtualmente la madre scomparsa. 
Nella serie intitolata  20.12.53-10.08.04 l’artista manipola digitalmente una serie di fotografie che ritraggono la madre Loriana, una per ogni suo anno di vita, inserendosi all’interno di ciascuna di loro, come testimone anacronistica, presenza anticipata, viaggiatrice lungo la linea del tempo.
Il lavoro, premiato dal Piano per l’Arte Contemporanea 2021, è stato realizzato fra il 2004 e il 2014. 
Raccolte in un volume d’artista che allude a un album di famiglia (Corraini 2023), le fotografie, come scrive Roberta Valtorta, attivano “un processo di impossessamento di tutta la vita di Loriana, dalla nascita alla morte, come il titolo del lavoro dichiara. E perché questa operazione sia vera fino in fondo, Moira si vestirà, si pettinerà, si truccherà, si atteggerà con attenzione nel modo richiesto dalle mode delle varie epoche della vita della madre”. 
Nel sito del Museo di Fotografia Contemporanea (MuFoCo, Cinisello Balsamo), è possibile vedere un nucleo di queste potenti inserzioni, in cui l’artista affianca i suoi autoritratti alla madre, la osserva dentro casa, all’aperto, con amici e parenti, da sola, sporgendosi a volte, sempre voltandosi verso la sua figura.

A sinistra: Moira Ricci, Mamma nel giardino di nonna; a dx Ramón Salazar, La enfermedad del domingo, film, 2018, fotogramma

Un altro appuntamento col passato si incontra in un film del 2018 del regista spagnolo Ramón Salazar (Malaga, 1973). La enfermedad del domingo (tradotto in italiano come Eterna domenica) racconta le vicende di una giovane donna, Chiara, che è stata abbandonata dalla madre da piccola. Trovandosi a una svolta della sua vita, convince la madre a trascorrere con lei dieci giorni da sole, non tanto per recuperare un tempo oramai perduto, quanto per scuotersi dallo stato di “memoria immobile” in cui l’abbandono l’ha lasciata, per smettere di vivere in attesa di un ritorno, in un costante pomeriggio domenicale.
Durante la loro aspra convivenza, una sera Chiara proietta delle vecchie fotografie di famiglia: fra queste c’è un montaggio fatto da lei, in cui la madre, giovane e incinta, è affiancata da Chiara ragazza. Colpita da questa immagine che raddoppia la presenza della figlia e condensa tempi e corpi, la madre loda la perizia di Chiara nell’aver dato vita a un tale paradosso temporale (“paradoja temporal”). La figlia si schermisce, dicendo che è solo un esperimento, un semplice lavoro di taglia e incolla.
Dislocare la propria immagine in documenti del passato: un procedimento tecnico, una formula di memoria, un’iconografia che insinua la “prospettiva invisibile” del tempo nei rettangoli delle rappresentazioni. 

(a.s.)

Ruggine e tempo nelle foto di Paolo Gotti

“Rùggine s. f. Sostanza incoerente di colore bruno rossastro che si forma sulle superfici di oggetti e materiali di ferro esposti all’aria umida o a contatto con l’acqua, corrodendoli: un vecchio catenaccio, o un paletto, un chiodo, coperto di r.; un’ancora antica corrosa dalla ruggine”. Questo l’incipit della definizione che il dizionario Treccani dà della ruggine: sostanza, fenomeno, concetto che – anche nelle frasi fatte della vita quotidiana – è fatalmente legata al passaggio del tempo, tanto che (volendo dargli un colore, al tempo) quel bruno rossastro granuloso e striato potrebbe essere una buona approssimazione.


Ruggine è il titolo della mostra di fotografie dell’artista bolognese Paolo Gotti, aperta dal 15 dicembre 2017 a Bologna, nella temporary gallery di via Santo Stefano 91/a.
Sono foto scattate nel corso degli anni durante viaggi che hanno portato Gotti in giro per i due emisferi, in zone desertiche e sui lungomari, in campagna e nei centri abitati, in teatri di guerra e in parentesi di pace. Un campionario ricco di diversità architettoniche e naturali, tutte collegate fra loro dal fil-rouge della ruggine, che accosta visivamente “una carriola arrugginita abbandonata in un Brasile non lontano dall’Oceano Atlantico” e ” la carcassa di un’automobile nel deserto del Sahara, “le propaggini di una miniera d’oro che sprofonda duemila metri sotto la terra del Ghana e “una finestra rotta di una vecchia fabbrica da qualche parte in Lettonia”,  fino ai “resti della nave da crociera Tropical Dreams naufragata su una spiaggia delle Filippine”.

Tanti i mezzi di locomozione che popolano queste foto, pulmini, vecchi autobus, automobili e navi, ma anche un carrarmato in Yemen, simboli cangianti dello  “spettro cromatico dell’abbandono”, come si legge nella presentazione della mostra.

Le immagini sono accompagnate da racconti “minimi” della scrittrice e giornalista Natascia Ronchetti, composizioni in bilico fra haiku e #scritturebrevi, mentre tredici immagini, scelte fra quelle in mostra, andranno a scandire i mesi di un calendario dedicato alla ruggine, grande trasformatrice del ferro, traccia materica del tempo (cronologico e atmosferico) che passa sulle cose. (a.s.)

RUGGINE. Una mostra fotografica di Paolo Gotti
16 dicembre 2017 – 6 febbraio 2018
opening 15 dicembre 2017 ore 18.00
Temporary gallery – via Santo Stefano 91/a, Bologna
da martedì a domenica ore 10-12; 16-19
Testi di Natascia Ronchetti