Il codice delle date: Marcello De Angelis

Time Frame è una tipologia di opere di Marcello De Angelis (Villafranca VR, 1977), un artista la cui ricerca è rivolta – come dichiara egli stesso in apertura del suo sito – ad “imbrigliare la materia pittorica entro un ordine razionale”, utilizzando schemi, griglie, procedure, regole, codici. 
Le opere del ciclo Time Frame, per esempio, si presentano come tele di 15×20 cm, su cui sono raffigurate, su righe sovrapposte, due sequenze di segni di colore diverso, stanghette verticali in leggero rilievo, il cui ritmo sottende un mistero da risolvere. E infatti si tratta  della traduzione in codice binario di due date: il giorno di nascita del committente dell’opera, e il giorno in cui l’opera viene commissionata. I colori variano, a seconda del gusto e del caso (oro e verde su fondo azzurro nell’esemplare qui riprodotto). 

Dietro questa configurazione tattile, visiva e matematica, c’è un certosino lavoro sul rapporto fra il codice e le date (e dunque il tempo), a cui De Angelis si dedica dal 2016, quando introduce l’uso del codice binario per la serie di opere CODEX (CDX), dapprima per codificare i colori e poi – via via che la serie procede –  per rappresentare pittoricamente in codice binario l’anno, il mese, la settimana e il giorno in cui l’opera è stata dipinta, con i suoi colori. 
Memore delle sequenze ipnotiche di tele nere con date bianche di On Kawara, De Angelis si applica a studiare la disposizione per esporre la sua serie: “in alto a sinistra una tela isolata con la codifica del primo e dell’ultimo giorno dell’anno. Accanto, dodici righe di tele a rappresentare i 12 mesi dell’anno. Per ogni riga 4 o 5 tele a rappresentare le settimane  di ogni singolo mese… e gli spazi vuoti quando non ho dipinto”.

A sua volta, dietro la serie CODEX, c’è una ricerca procedurale che risale alla formazione di De Angelis, laureato in Industrial Design al Politecnico di Milano. 
“Punto di partenza dei miei lavori è un disegno, un bozzetto che viene successivamente rielaborato al computer mediante un programma di modellazione grafica. Nascono così delle griglie vettoriali costituite da linee e curve tangenti, forme geometriche che vengono successivamente trasferite sulla tela. Da questa struttura ordinata creo una fitta trama di tratti di colore allineati”. 
Su questa base, si inserisce una tecnica particolare, che De Angelis affina con gli anni e che consiste nell’iniettare il colore acrilico sulla superficie della tela utilizzando l’ago di una siringa (strumento di cura, ma anche di morte, allusione alle polarità, agli ossimori, ai paradossi dell’esistenza e del linguaggio).
Da un punto di vista tecnico, l’injection painting produce effetti cangianti che variano con la luce, arricchendo le superfici di spessore e dinamismo. 
È con questa procedura che De Angelis realizza una serie di ritratti non fisiognomici, ma digitali, nel senso che raffigurano l’impronta del dito pollice del committente.
Ognuno di questi ritratti è una sorta di sineddoche, come spiega lo stesso artista, poiché l’impronta digitale è una piccola zona che identifica l’intera persona.
“Attraverso l’impronta – così altamente personalizzante e al contempo apparentemente priva di personalità – pongo l’attenzione sia sul singolo individuo che sulla collettività, senza distinzione di sesso, età, colore della pelle o tratti somatici.

Da questi ritratti deriva una sorta di paradosso analogico-digitale, se si considera il significato originario dei termini digitale e analogico e la loro contrapposizione: digitale poiché  attiene alle dita e alla loro rappresentazione attraverso il segno dell’impronta; analogico in quanto testimonianza della reale presenza dell’individuo nel momento in cui ha lasciato la sua impronta, la sua orma, traccia del suo passaggio nella vita, costante nel tempo, senza cambiare col passare degli anni, sempre uguale dalla nascita alla morte”.

Il tempo con le sue scansioni collettive e private, il tempo del lavoro in atelier, lento e laborioso, sono le cornici concettuali e procedurali delle opere di questo artista, che ha dedicato riflessioni creative al tema dello scarto, della stratificazione, della durata, del diario. 
Ex libris è il nome che raccoglie – in una sorta di libro d’artista – le tracce quotidiane lasciate a margine del suo lavoro, schizzi, piccoli disegni, semplici macchie di colore. 
“Queste tavole, raccolte ogni mese in un cofanetto in plexiglass, rappresentano un diario intimo e personale, la storia evolutiva dei miei quadri, lo scorrere lento del tempo mescolato alle vibrazioni dei colori che di giorno in giorno ho usato per dipingere”. 
Nel percorso di De Angelis, ogni serie di opere risponde a un nucleo di regole, che in parte variano e in parte permangono, appoggiate sulla griglia dei giorni e sulla filigrana dei segni. 

Antonella Sbrilli (@asbrilli)

Immagini: courtesy Marcello De Angelis

 

Il principio del tempo: Qinggang Xiang

Il principio del tempo: potrebbe essere un saggio di fisica o di filosofia – in dialogo con le recenti riflessioni di Carlo Rovelli – il titolo della mostra aperta alla galleria La Nuova Pesa di Roma intorno alle opere di Qinggang Xiang, artista e storico dell’arte cinese.
Nato nel 1983 a Mu Danjian e attivo da anni in Italia, Qinggang Xiang ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia dell’arte alla Sapienza di Roma e ha già esposto in diverse rassegne, una proprio alla Nuova Pesa nel 2015, dove si sono potuti esplorare i suoi paesaggi fatti di micro montagne in ceramica disposte ai lati di pannelli di seta dipinti. 

Il pensiero taoista sulla natura e la cultura del paesaggio si incontrano – come ha spiegato Veronica Di Geronimo – in composizioni di questo tipo, lucide e policrome metonimie del cosmo e dei suoi orienti e occidenti.

Ora la mostra Il principio del tempo, curata da Vittoria Biasi, propone nuove opere ceramiche dell’artista, emancipate “dalle proprietà puramente ornamentali e decorative” della millenaria tradizione cinese e diventate il tramite di riflessioni e pensieri, di cui il tempo è uno dei fulcri.
“La percezione del tempo, e la possibilità di una lettura ermeneutica della storia individuale e collettiva, è il tema che attraversa tutta quanta l’esposizione del giovane artista cinese”, scrive Enrica Petrarulo. 
Come nei paesaggi del 2015, anche in queste opere l’impossibilità di trattenere il tempo è compensata – per l’artista – dall’attività della memoria, dalla cura degli oggetti  inanimati (il fazzoletto rosso del giovane alunno maoista) e soprattutto dei frammenti naturali (tronchi, foglie), arricchiti letteralmente di pensieri e citazioni. 

(a. s.)

Mostra “Il principio del tempo”
Opere di Qinggang Xiang
Roma, Galleria La Nuova Pesa, via del Corso 530
Dal 21 maggio al 31 luglio 2018
dal lunedì al venerdì ore 10.30- 13.30 e 16.00-19.30

Red, Red Future: conquistare Marte e il suo tempo, di Elisa Albanesi

Sedici albe e sedici tramonti, sedici volte il giro del pianeta in ventiquattro ore. Ogni novanta minuti, la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) completa la sua orbita attorno alla Terra e la osserva dall’alto, consapevole di essere la prima succursale extraterrestre dell’umanità. 300 km al di sopra della linea di Kármán, il convenzionale confine che segna il passaggio dall’atmosfera terrestre allo spazio aperto, gli abitanti/astronauti tentano di replicare le abitudini quotidiane seguendo una routine rigida e artificiale. Perdute le normali coordinate spaziali e temporali, si è costretti a vivere l’esperienza distopica di ricercare altrove il ritmo della propria esistenza. Esattamente quanto ha provato nella sua performance l’artista australiana Sara Morawetz, la quale ha vissuto per più di un mese avendo come riferimento il giorno marziano.


Sognata dai sovietici fin dagli inizi del Novecento, la costruzione della Stazione Spaziale Internazionale fu avviata nel 1998 dopo l’unione dei diversi programmi spaziali nazionali, tra i quali i russi Saljut e Mir, e l’americano Freedom. La sua realizzazione, resa possibile solo a seguito della caduta dell’URSS e al conseguente superamento delle tensioni della guerra fredda, ha inaugurato una nuova fase della Space Race destinata a concludersi proprio in questi anni con l’intervento di finanziatori privati e la nascita del turismo spaziale. Su questo fenomeno si è soffermato anche Alberto Boatto nella premessa della nuova edizione (2013) de Lo sguardo dal di fuori:
“Fino a ieri, i voli extraterrestri rispondevano meno a un interesse di conoscenza e d’esplorazione scientifica dell’universo e assai più alla volontà d’affermare le rispettive superiorità imperiali. […] Il potere privato ha surclassato, anche nel settore dei voli extraterrestri, il potere economico e oggi è la Silicon Valley a riprendere il lancio dei satelliti nello spazio. Senza alcun riserbo, lo scopo apertamente dichiarato è d’impossessarsi delle immense ricchezze che si trovano a portata di mano già nella nostra vicina galassia.”

Lo sbarco ufficiale del mercato oltre l’atmosfera terrestre con gli accordi commerciali stipulati dalla NASA nel 2012 con la Space Exploration Technologies Corporation (SpaceX) – l’azienda aerospaziale che ha sviluppato Dragon la capsula orbitale capace di trasportare sia merci sia persone – porta con sé una serie di problemi legati alla futura gestione dello spazio aperto, finora regolamentata dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967. In passato, infatti, lo spazio era considerato solo un mezzo e mai il fine per affermare la propria supremazia, ma la sua trasformazione in terreno di conquista, di oggetto colonizzabile, modifica gli equilibri e apre scenari imprevedibili.
È su queste tematiche che sta riflettendo da circa tre anni l’artista californiana MPA, la quale ha inaugurato negli ultimi dodici mesi ben due mostre aventi come fulcro le possibili conseguenze di una eventuale conquista di Marte. La prima, THE INTERVIEW: Red, Red Future, tenutasi al Contemporary Arts Museum Houston (27 febbraio-5 giugno 2016), prende in esame le questioni etiche sollevate da progetti di colonizzazione come il discusso Mars One, una missione di sola andata su Marte.
La più recente, RED IN VIEW (11 novembre – 27 febbraio 2017) ospitata dal Whitney Museum of American Art, aveva invece il suo apice in Orbit una performance condotta da MPA insieme alle artiste Amapola Prada ed Elizabeth Marcus-Sonenberg. In un’angusta teca di vetro, illuminata per dieci giorni da una luce rossa, le artiste hanno simulato i programmi di addestramento degli astronauti, mostrando al pubblico la povertà esperienziale di una vita al di fuori del nostro pianeta. L’atto finale della performance, infatti, si è risolto in un rituale di liberazione, carico di erotismo, passione e violenza, in reazione ai gesti controllati, misurati, dei giorni precedenti.

Al centro della mostra del CAMH, invece, vi era un’installazione costituita dall’assemblaggio di due diverse opere, fatto che spiega la presenza di un doppio nome: CODEX (2015) si riferisce all’elemento orizzontale, minimalista, in cui è possibile rintracciare richiami formali ai Metalplates di Carl Andre, ed è costituito da una serie di trentasei lastre di vetro con pigmenti fotocromatici in cui si riproduce un’immagine dei geoglifi di Nazca; mentre il secondo elemento, ISS Clock, si compone di due luci dotate di lampade UV in grado di provocare, grazie alla reazione con i pigmenti, i mutamenti di colore delle lastre sottostanti,seguendo il ciclo delle sedici albe e dei sedici tramonti vissuti dalla Stazione Spaziale Internazionale nell’arco di ventiquattro ore.
Le due parti, distinte seppure interagenti, simboleggiano la coesistenza di aspetti lontani eppure necessari per arrivare ad abitare lo spazio. Da una parte, il carattere mitico dell’impresa, sogno primordiale accresciutosi grazie alle sempre più complesse speculazioni dell’immaginazione, dall’altra l’avanzamento tecnologico rappresentato nella sua parte migliore, quello di un laboratorio di ricerca in cui si sperimenta, prima di ogni altra cosa,
l’altrove.

Elisa Albanesi

Didascalie immagini: 
– MPA con le artiste Amapola Prada ed Elizabeth Marcus-Sonenberg durante la performance Orbit, 13 febbraio 2017, Whitney Museum of American Art, New York. Foto: Paula Court
– MPA, Codex e ISS Clock, 2015, esposti al Contemporary Arts Museum Houston, 2016. Foto: Max Fields