20 Luglio

20 luglio 2017

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Il 20 luglio 1936, verso le tre del pomeriggio, l’autocarro ci aveva lasciati tutti e due in prossimità di una piccola spiaggia intorno a Lorient: il Fort-Bloqué. Non avevamo scelto di andare là piuttosto che altrove: avevamo preso la prima corsa. Il tempo era ‘minaccioso’, come sempre dal nostro arrivo in Bretagna, a parte i giorni di pioggia e di tempesta. Meno di una settimana prima ci eravamo già lasciati portare verso quel punto della costa dove pareva che, in tali condizioni, fossimo i soli a volerci avventurare (…)
Era dunque come se, il 20 luglio, quel muro si fosse mostrato, per me, trasparente. Il ruscello giallo era lo stesso. Una targhetta incisa si limitava a evocare l’attività del forte: ‘Forte del Loch 1746-1862’

André Breton, L’amour fou, 1937, tr. it. F. Albertazzi, Einaudi, 1974, p. 120-21, 133

Un pomeriggio estivo su una spiaggia bretone dove, guardando bene, si può trovare un osso di seppia, un legnetto colorato, una scatola di caramelle alla violetta, un piccolo scheletro di granchio, mentre il sole – che non si vede per via del maltempo – è nel segno del Cancro. Il 20 luglio del 1936, l’autore del libro percorre, insieme con una donna, quel tratto di costa; i due sono arrivati lì per caso e senza meta e quello che li attende – via via che si avvicinano a un fortino abbandonato – è una strana avventura, come se fossero attratti in una atmosfera misteriosa e perturbante che diminuisce quando si allontanano dall’edificio. Tornati a casa, vengono a sapere che il luogo è stato teatro – tempo prima – di un fatto di cronaca nera. Questa e altre circostanze si collegano fra loro – come i relitti sulla spiaggia – dando la loro impronta alla data del 20 luglio, una giornata trovata, nel tempo.

Dicono del libro

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23 Giugno

23 giugno 2017

Una pagina speciale per un giorno – il 23 giugno – che compare sia nel romanzo di Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, sia ne Il pendolo di Foucault di Umberto Eco.  Stefano Bartezzaghi ha scritto per Diconodioggi un commento speciale, che segue questa data nelle due storie, in tempi diversi, nella stessa città di Parigi. 

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È il 23 giugno millenovecentosettantacinque, e stanno per scoccare le otto. Seduto davanti al suo puzzle, Bartlebooth è morto.
Sul panno del tavolo, chissà dove nel cielo crepuscolare del quattrocentonovantesimo puzzle, lo spazio nero dell’unico pezzo non ancora posato disegna la sagoma quasi perfetta di una X

Georges Perec, La vita istruzioni per l’uso, 1978, tr. it. D. Selvatico Estense, ed. cons. Rizzoli 1989, pp. 501-502

 

Dicono del libro

È il 23 giugno, ed è Parigi. Siamo nel XVII arrondissement, due isolati a nord del Parc Monceau. La casa è un palazzo di sette piani, compreso il rez-de-chaussée, più due piani di chambres de bonne, più il piano interrato delle cantine. Siamo nell’ora fra il lusco e il brusco, alla fine di un pomeriggio estivo: nel palazzo si svolgono ancora attività, la portinaia ha cambiato delle valvole, un tecnico si occupa della caldaia, in un appartamento si stanno ultimando i preparativi di un party, qualcuno cena già; è una delle giornate più lunghe dell’anno e a Parigi ci sarà ancora luce fino a oltre le ventidue.
«Manca poco alle otto di sera… Presto saranno le otto di sera… Fra poco saranno le otto di sera… Sono quasi le otto di sera … Fra un attimo saranno le otto di sera… Stanno per scoccare le otto di sera»: è nell’incipit appena variato degli ultimi sei paragrafi che Georges Perec fa in modo che il lettore che sta per voltare l’ultima pagina del suo romanzo La Vita istruzioni per l’uso (così il titolo, senza virgole punti o trattini; edizione originale 1978) si accorga che il romanzo si espande verso il passato a partire da un solo, luminescente punto temporale: appunto le otto meno pochi minuti o istanti del 23 giugno 1975. È in quel momento che l’occhio del narratore ha fatto a meno della facciata del palazzo sito all’11 di rue Simon-Crubélier (una via immaginaria che taglia in diagonale un quadrilatero di vie realmente esistenti) e ha esplorato gli ambienti che danno verso la strada: dieci per ognuno dei dieci piani, per un totale di novantanove capitoli, perché in Perec c’è sempre un elemento che sparisce. Le vite delle persone che occupano o occuparono quegli ambienti hanno lasciato tracce nella griglia del caseggiato, griglia che ricorda una cassetta da tipografi, o anche uno dei cruciverba di cui Perec era autore e che spesso erano proprio del formato 10 x 10. Un altro legame tra questo libro e il cruciverba è il fatto che proprio grazie a un contratto per fornire un cruciverba settimanale al giornale Le Point Perec ha potuto abbandonare il suo lavoro da documentalista in un istituto scientifico e scrivere così il romanzo che aveva in mente da tempo. Persone al posto delle lettere, incroci di storie anziché di parole; un istante, prima delle otto di sera, contiene la memoria e il racconto di centosette vicende umane (se non ho sbagliato a contare) che in media non demeritano l’aggettivo «rocambolesco», e si riavvolgono da quel 1975 al 1833. (Stefano Bartezzaghi)

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In quel momento, alle quattro del pomeriggio del 23 giugno, il Pendolo smorzava la propria velocità a un’estremità del piano d’oscillazione, per ricadere indolente verso il centro, acquistar velocità a metà del suo percorso, sciabolare confidente nell’occulto quadrato delle forze che ne segnava il destino

Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, 1988, Bompiani 1988, p.10

Ora teniamo ferma la data del 23 giugno ma spostiamoci di nove anni e tre arrondissement (a Sud-Est) più in là. Ora siamo nel III°, 292 rue Saint-Martin, ed è il 1984 (l’anno, peraltro, in cui il romanzo di Perec uscì in traduzione italiana). «Pim» Casaubon (Pim è un nomignolo, il primo nome del personaggio non è noto) è chiuso dalle cinque del pomeriggio nella garitta di un periscopio del Conservatoire des Arts et Métiers, dopo l’orario di chiusura, a qualche sala di distanza dal Pendolo di Foucault che da titolo al romanzo di Umberto Eco che stiamo leggendo ora. Mentre il tempo scorre lentamente Casaubon ci racconta una storia che aveva avuto inizio nel 1972: l’invenzione giocosa e l’incredibile avveramento di un piano esoterico che a partire dai Templari avrebbe coinvolto tutte le sette, i cabalismi, le alchimie, gli ermetismi, i complotti, il «Pensiero Pirla» (così lo stesso Eco, nei corsi universitari che teneva all’epoca della stesura del romanzo) dell’Occidente e non solo di quello. All’ora in cui nove anni prima Perec aveva scattato la sua istantanea, Casaubon è ancora chiuso vicino al periscopio, a ricapitolare la sua vicenda: ne uscirà verso le dieci di sera, e il romanzo che ha appena rievocato entrerà in presa diretta nella cronaca dei terribili eventi che lo concludono.

Per due volte, a Parigi, in due sere del 23 giugno, il tempo della narrazione ha concentrato in un punto le storie che attraversano i piani edilizi immaginati da Perec, i piani ermetici immaginati da Eco: sincronia di diacronie, giorno che contiene decenni e secoli, tempo nel tempo. (Stefano Bartezzaghi)

Metro di Tempo. “M” di Stefano Bartezzaghi

Come nel paese delle meraviglie di Carroll, l’ingresso attraverso il quale si entra nella metropolitana di Milano di Bartezzaghi è il Tempo.

Il metro non è un’unità di misura del tempo (anche se metri di legno sono usati a scuola per raffigurare la storia: gli anni in millimetri, i secoli in decimetri…), ma la metro, intesa come metropolitana, il tempo a suo modo lo misura, eccome.
“Prossimo treno fra due minuti” si legge nel display, e si fa il conto di che ore saranno fra due minuti; sei minuti fra una stazione e l’altra e si calcola l’ora di arrivo; mezz’ora, quaranta minuti per un intero percorso e si pianifica l’agenda della giornata. La metropolitana è a suo modo un orologio che si muove sotto la città e si muove, nel tempo di ognuno e di tutti, delle persone e della stessa città, nel modo zigzagante, diretto e avviluppato, in cui Stefano Bartezzaghi lo racconta nel libro M Una metronovela (Einaudi 2015).
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Il racconto che Bartezzaghi fa della metropolitana di Milano è intessuto nel tempo (e come potrebbe essere altrimenti?) ma, di più, mette in comunicazione la griglia macroscopica del tempo fisico con la percezione personale, fatta di attualità e memoria, di lampi e di limiti, di quel sapere e non-sapere di cui parla Sant’Agostino nelle Confessioni: “Che cos’è insomma il tempo? Lo so finché nessuno me lo chiede; non lo so più, se volessi spiegarlo a chi me lo chiede”.

San’Agostino è una fermata della linea 2 della metropolitana di Milano, una di quelle che Bartezzaghi conosce meglio e di cui racconta nel capitolo XVII (210); la fermata viene dopo Sant’Ambrogio, “come nella storia” e offre lo spunto all’autore per trattare dei nomi delle piazze, degli spiazzi, degli spazi cittadini con le loro forme. Fra queste forme – guarda un po’ proprio nel capitolo su Sant’Agostino – c’è anche l’orologio: un orologio da polso, col suo cinturino, è la figura evocata da Bartezzaghi per descrivere una piazza-non-piazza e un viale di Lambrate (212).
Come il tempo, la metro va sempre avanti; come il tempo, nella metro “non ci si può stare, è un luogo di passaggio” (220). Come il tempo, il tempo, nella metro di Bartezzaghi, è dappertutto.
C’è il tempo “tatuato” sui biglietti dalle vecchie obliteratrici e ancora più indietro nel tempo dai bigliettai, che li timbravano “a mano con giorno e ora” (26).
Ci sono i giorni della settimana: il lunedì e il giovedì della raccolta differenziata (14); i weekend (21) con i loro riti; la domenica del primo viaggio in metro da bambino (25) e la domenica nei parchi (115); il martedì e il sabato del mercato a Sant’Agostino (211).
Ci sono le stagioni: inverno (57); fine primavera, un pomeriggio torrido (65). I mesi: un luglio di fine secolo (237), quando un blackout interrompe l’erogazione della luce e il ritmo del tempo lavorativo.
Ci sono le parti del giorno, col loro carattere ciclico e l’individualità del lì e allora. Fra la pausa-pranzo (118), le sere prefestive (135), le notti, si contano tante mattine: la mattina presto e la tarda mattinata (42), una fredda mattina d’inverno (120), “un matin d’aprile, sensa l’amore” di una canzone di Jannacci (219); una mattina di giugno, a vent’anni, che diventa le tre del pomeriggio e sfocia in un temporale memorabile (221), unendo così la memoria di uno spazio di tempo con quella di un fenomeno del meteo. Del resto, il meteo è disseminato nel racconto della metro, che non è indipendente dalle condizioni atmosferiche (122) e un intero capitolo, Lo spirito del tempo (220), è dedicato a questo connubio, del tempo esterno e mutevole con il tempo del percorso sotterraneo.
Come in un Libro d’ore medievale, come in un breviario, nel racconto spazio-temporale di Bartezzaghi s’incontrano le ore (le 23, le 18, le 18.10 dell’orario dei treni), la mezzanotte, le tre del pomeriggio di agosto (208), l’ora dell’ultima metro (“Corri, ché questa è l’ultima metro”, 245) e i tempi della vita, infanzia, adolescenza, maturità e morte.
E poi i minuti, i secondi, i momenti, gli istanti (121), che portano al tema delle coincidenze (82, 87), degli incontri, degli incroci, del tempismo, delle occasioni.
Ci sono le date, un 2 novembre, il 18 aprile del 1996, quando il poeta Jacques Jouet tra le 5 e mezzo del mattino e le 9 di sera compie un intero percorso della metro parigina.
Ci sono le date nelle strade (un vecchio gioco di Bartezzaghi su La Stampa): XXIV Maggio, XII Marzo, XX Settembre, Cinque Giornate.
C’è il tempo della passeggiata, che ha un limite orario (10), il ritmo della camminata del pedone: “ha tempo? Non ha tempo?” (21).
Ci sono la puntualità e il ritardo (12), l’attesa e l’ansia, la fretta (81), il rallentamento (65), la pazienza, la durata delle passioni e degli stati d’animo, captati sulla linea dei viaggi (67), la sospensione (8), i soprusi sul tempo (38). Ci sono esperimenti sul tempo, legati all’ascolto e alla musica.
C’è poi il tempo interpolato della metronovela che fa da sottotitolo al libro, la met-com: una storia scandita in puntate di tre, quattro minuti, trasmessa dagli schermi nelle stazioni della metro, che si interrompe all’arrivo del treno, come un orologio narrativo, che riempie di fiction gli intervalli del tempo dei viaggiatori.
Dappertutto, nel racconto di Bartezzaghi, le M di metro, di Milano, di memoria si connettono, nel palinsesto di passaggi e sottopassaggi in cui impressioni, ricordi, imprinting si sono depositati per via di decenni di passi.
Come nel paese delle meraviglie di Carroll, l’ingresso attraverso il quale si entra nella metropolitana di Milano di Bartezzaghi è il Tempo.
(I numeri in parentesi si riferiscono alle pagine del libro di Stefano Bartezzaghi, M Una metronovela, Einaudi 2015)
Antonella Sbrilli @asbrilli

Vie del tempo. Un gioco di Stefano Bartezzaghi

Lisbona rua 1 de dezembroEra il 1997: Stefano Bartezzaghi, nella sua rubrica La posta in gioco su “La Stampa”, proponeva ai suoi lettori l’impresa delle Vie del tempo, una raccolta di “giorni instradati, ovvero vie che, nelle varie città d’Italia e del vasto mondo, ricordano non un nome ma una data”. Uno stradario di date, un calendario di strade in cui possono rientrare anche le strade citate  nelle storie, come, ad esempio, la Rua do Primeiro de Dezembro, nella Lisbona di Saramago.