23 Aprile: libri nel tempo

Il 23 aprile si celebra la giornata mondiale del libro e questa data è stata scelta dalla rivista “Alfabeta2” per pubblicare l’intervista all’artista Katie Paterson, l’autrice del progetto Future Library. Un progetto partito nel 2014 e destinato a compiersi a cento anni da allora, nel 2114. L’avvio è la piantagione di una foresta di 1.000 abeti norvegesi nelle vicinanze di Oslo, il compimento sarà il taglio di quegli alberi e la loro trasformazione nella carta che servirà a stampare un’antologia di testi che vengono scritti – un anno dopo l’altro – dalle autrici e dagli autori invitati.

Ogni anno, nel pieno della primavera, il testo viene consegnato (su carta e in digitale), durante una cerimonia nella foresta, senza rivelare nulla della sua natura, del contenuto, dello stile, della lunghezza.
Un’opera sulla fiducia: nelle tante persone e istituzioni coinvolte al proseguimento dell’impresa; nella continuità dell’esperienza della lettura; nella presenza futura dei libri.
Sandra Muzzolini, nel post 100 libri futuri, aveva parlato su diconodioggi.it di questo progetto al suo avvio, nel 2014.
Qui il sito di Future Library
Qui il pezzo di Laura Leuzzi e Antonella Sbrilli su “Alfabeta2”, La biblioteca del futuro. Una conversazione con Katie Paterson

Un giorno su Marte, di Roberta Aureli

Ispirata da un passo delle Cronache Marziane (1950) di Ray Bradbury, l’artista australiana Sara Morawetz ha vissuto per trentasette giorni consecutivi adattando il suo orologio, la sua routine quotidiana e i suoi ritmi biologici al Tempo di Marte. Una sorta di Life on Mars, per citare il titolo di una canzone di David Bowie, l’artista da poco scomparso che ha anche lui attinto all’immaginario marziano.
I ventotto racconti fantascientifici di Bradbury sono ambientati in uno scenario futuro compreso tra il gennaio 1999 e l’ottobre 2026; Morawetz ha tratto spunto in particolare dall’episodio dell’agosto 2002 intitolato “Night Meeting”, dove si legge la frase “Where is the clock to show us how the stars stand?”.
E How the stars stand è appunto il nome della performance che ha eseguito nell’estate 2015 vivendo per l’intera durata presso la Open Source Gallery di Brooklyn: lungi dal restare reclusa nello spazio espositivo a lei destinato, Morawetz si è impegnata a uscire, a fare la spesa, a vedere i suoi amici, a compiere insomma le normali occupazioni quotidiane ma con un occhio sempre puntato sulle lancette dell’orologio di Marte.

aureli morawetz
La genesi dell’opera è legata a una riflessione sulla durata del giorno marziano: chiamato sol, dura 24 ore, 39 minuti e 35,24 secondi, circa il 2,7% in più rispetto a quello terrestre. Una differenza apparentemente minima che non è più tale sul lungo periodo: se il primo giorno lo scarto è di soli quaranta minuti, già al terzo sarà di due ore e così via fino a confondere irrimediabilmente il giorno e la notte. Un anno su Marte dura 668,5991 sol, cioè 686,98 giorni terrestri.
Sul suo ‘diario di bordo’ online Morawetz ha documentato le difficoltà riscontrate nel portare a termine il lavoro, dai disturbi del sonno a quelli, di ordine pratico, nella sua routine. Qualora avesse avuto un appuntamento con i suoi amici ma le lancette marziane avessero segnato le otto del mattino, per esempio, avrebbe dovuto portarli a colazione e non a cena; assai suggestive ed esplicite in tal senso sono le fotografie del cielo azzurro accompagnate dal titolo “My Night Sky”. In questo modo l’opera arriva a mettere in discussione la nozione stessa di Tempo, le nostre convenzioni e le consuetudini nel rapportarci ad esso, pertanto l’artista ammette che “l’idea di vivere secondo un altro tipo di tempo mi sembrava un esperimento che valesse la pena di essere compiuto al fine di comprendere meglio non soltanto il tempo di Marte ma anche il nostro”.
Mentre è impegnata a completare la tesi di dottorato presso il Sydney College of the Arts, Morawetz ha scelto di spostare l’indagine sulle interrelazioni tra l’arte e la scienza dal piano teorico a quello pratico. Già il 30 giugno dello stesso anno, in seguito alla decisione dell’International Earth Rotation and Reference Systems Service di aggiungere un ‘secondo intercalare’ (leap second) per permettere agli orologi atomici di sincronizzarsi con l’effettiva rotazione della Terra sul suo asse, l’artista aveva preparato 61/60, una performance di un solo secondo da compiere alle 19:59:60 in Times Square a New York. How the Stars Stand ha dato a Morawetz la possibilità di avviare una più stretta collaborazione con il dottor Michael Allison del Goddard Institute of Space Studies della NASA.

aureli morawetz 2
Il lavoro è iniziato il 15 luglio alle 9 del mattino per far coincidere l’ora della posizione occupata dall’artista sulla Terra (a Brooklyn) con l’ora di quella che avrebbe idealmente occupato su Marte (alle coordinate 189.400°E 40.670°N). Il tempo del pianeta rosso è stato misurato grazie all’applicazione Mars24 fornita dall’agenzia spaziale americana (http://www.giss.nasa.gov/tools/mars24/) mentre due orologi da polso e due da parete sono serviti a Morawetz per orientarsi giorno dopo giorno tra i differenti orari.
Quest’ultimo dettaglio ricorda l’installazione Timepieces (Solar System) della scozzese Katie Paterson, sviluppata nel 2014 con l’aiuto di Ian Robson del Royal Observatory di Edimburgo e di Stephen Fossey della University of London Observatory: una sequenza di nove orologi da parete permette di leggere l’ora dei pianeti del sistema solare e della Luna e di metterla in relazione con quella terrestre, oltre che di conoscere la diversa durata del giorno su ciascuno di essi (dalle 9 ore e 56 minuti di Giove alle 4223 di Mercurio).
How the Stars Stand è terminata alle 18 del 21 agosto, quando l’ora terrestre e l’ora marziana sono tornate a coincidere. In un appunto sul blog Morawetz ha lasciato una traccia suggestiva della propria esperienza: “I have been in another time – another place – somewhere in between Earth and Mars // awake and asleep… transitioning through thoughts – ideas – feelings in a real time that is entirely of my own creation…”.
Roberta Aureli (PlaychesswithMarcel)

100 libri futuri

100 libri futuri

di Sandra Muzzolini

Future Library è un progetto dell’artista scozzese Katie Paterson avviato la scorsa estate in Norvegia: appena fuori Oslo è stata piantata una foresta di 1000 alberi che saranno tagliati nel 2114 e forniranno la carta per stampare un’antologia di 100 libri, uno per ogni anno a partire da ora.

100libri

http://katiepaterson.org/futurelibrary/

La prima scrittrice a cui è stato chiesto di aderire al progetto è Margaret Atwood, che consegnerà il suo lavoro in una cerimonia prevista per giugno 2015. Il testo sarà conservato in una biblioteca di Oslo e nessuno potrà leggerlo fino al 2114, quando sarà pubblicato insieme agli altri 99. La scrittrice canadese, parlando dell’iniziativa nel corso del suo recente intervento a Pordenonelegge, l’ha definita un progetto ottimista per quattro ragioni: innanzitutto presuppone che fra 100 anni ci saranno ancora persone sulla terra, poi che ci sarà una biblioteca ad Oslo, che la gente saprà leggere e che avrà voglia di leggere. Ogni libro – osserva la scrittrice – è come un messaggio in bottiglia, si proietta nel futuro, rivolgendosi a lettori che l’autore non conosce e che lo leggeranno in tempi e luoghi diversi. Il progetto dunque è una sorta di versione estesa dell’avventura di ciascun libro.
Se da una parte dispiace l’idea che noi non potremo leggere questi libri è bello però pensare – sottolinea Katie Paterson – che molti degli autori di quest’antologia non sono ancora nati.
(s. m.)