10 Maggio

10 maggio 2017

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Era arrivato al termine della casa. Una lavatrice, uno spazzolone appeso a un gancio, un fustino di Dash, una pila di riviste e giornali.
Pescando nel mucchio, ne tirò su qualcuna e l’aprì a caso.
La data di un giornale gli fece interrompere la ricerca; restò lì a fissarla.
10 maggio 1997.
Quasi quarant’anni nel futuro. Scorse i titoli. Un miscuglio insignificante di banalità senza relazione tra loro: un assassinio, un’emissione di buoni del tesoro finalizzata alla raccolta di fondi per la costruzione di aree di parcheggio, la morte di un famoso scienziato, una rivolta in Argentina. E, in taglio basso, un altro titolo: Contesi i giacimenti minerari di Venere.

Philip K. Dick, Tempo fuori luogo, 1959, tr. it. G. Pannofino, Sellerio, Palermo, 1999, pp. 194-95

In una cittadina americana, in un periodo che somiglia alla fine degli anni Cinquanta, le giornate di Ragle Gumm trascorrono in una routine stressante: entro la fine di ogni pomeriggio deve inviare la soluzione di un gioco a premi indetto da un giornale, per rimanere così in cima alla classifica dei solutori. Grazie al suo intuito e a un complesso sistema di calcolo, Ragle riesce a indovinare, con minimi errori, in quale zona di una mappa quadrettata apparirà l’omino verde del gioco. È un gioco. O almeno così sembra, fino a quando alcuni indizi fanno dubitare Ragle e la sua famiglia che la normalità della loro vita quotidiana (compreso il concorso a premi) sia autentica. Dettagli fuori posto, brevi allucinazioni, elenchi telefonici anacronistici. Quando Ragle si imbatte nella copia del giornale datato 10 maggio 1997, comincia ad avvicinarsi a una spiegazione di quello che sta accadendo (sulla terra e non solo) e in cui lui – con il suo talento per la decrittazione – ha un ruolo centrale.

 

Dicono del libro

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Prima del selfie: gli autoscatti di Karl Baden

Lucrezia Sinigaglia ha chiesto a Karl Baden perché da 28 anni scatta una foto al giorno del suo viso, nel progetto dal titolo Every Day: “ho iniziato Every Day perché volevo semplicemente vedere cosa sarebbe successo…”

Karl Baden, newyorkese, classe ‘51, formatosi dapprima presso la Syracuse University, poi presso l’University of Illinois in cui ha ultimato i suoi studi in campo artistico specializzandosi in fotografia. Attualmente è professore di fotografia presso il Boston College. Dal 23 febbraio 1987, dunque da 28 anni – per il suo progetto Every Day  – si impegna a scattare una foto al giorno del proprio volto.

Baden 02

L’idea gli era balenata in testa già nel 1975, ma dopo aver ricevuto delle critiche da parte di un’amica, l’aveva accantonata. Soltanto dodici anni più tardi, sentendo che quel pensiero era rimasto come un chiodo fisso nella sua mente, decise di mettersi all’opera. A chi gli chieda come mai abbia scelto proprio il 23 febbraio del 1987 come data d’inizio, Baden risponde che la scelta fu condizionata dalla morte di un grande pilastro dell’arte contemporanea, Andy Warhol, avvenuta il giorno prima.
Gli autoscatti sono in bianco e nero e vengono scattati di mattina: Baden non cerca angoli insoliti, né usa filtri o fonti di illuminazione artificiali, utilizza sempre la stessa messa a fuoco e tenta di ottenere immagini il più possibile identiche tra loro. Il suo progetto, afferma l’artista, durerà per tutta la vita e terminerà solo quando non ci sarà più per proseguirlo. Raramente confronta gli scatti del passato con quelli del presente; non lo preoccupano gli effetti che il tempo lascia sul suo volto, piuttosto è interessato alla registrazione visiva di cosa accada, di cosa stia cambiando.
Le singole immagini della serie sono state esposte in diverse occasioni nel corso degli anni in musei e gallerie.
La maggior parte di esse è visibile nel sito dell’artista e raccolta qui  in un brevi time-lapse .

Every Day è un documento visivo “in corso” che coinvolge un autoritratto eseguito all’interno di una serie di linee guida. Baden afferma che l’impulso per questo lavoro si basa sulla curiosità e sull’angoscia legata a quattro fattori che hanno influenzato la sua vita:

– mortalità

– cambiamento incrementale

– ossessione (in relazione alla psiche e al fare arte)

 – differenza tra il tentativo di essere perfetto e l’essere umano                                         Baden2

Per quanto egli cerchi di fare ogni giorno una copia dell’immagine del giorno precedente, c’è sempre una differenza, a volte sottile, a volte molto marcata. Il fallimento, perciò, è una conclusione scontata perchè la vita e il tempo sono due elementi imprescindibili che lasciano inevitabilmnete i segni del loro passaggio. Attraverso questo lavoro Baden tenta di esaminare il ruolo che l’idea della morte svolge nella vita delle persone, come l’età cambi il proprio aspetto, e come sia presente in ognuno di noi il tema dell’ossessione e del fare qualcosa ripetutamente, proprio come fa lui.

Questa operazione artistica rievoca il lavoro del polacco Roman Opalka, Détails Photo,una serie di autoscatti in cui il passare del tempo si manifesta solo attraverso l’incanutirsi dei capelli e il comparire di nuove rughe. Every Day, come già anticipato, è un work in progress, altra caratteristica che ci permette di affiancarlo non solo allo stesso Opalka, ma ad esempio anche a Douglas Huebler, la cui opera principale Variable Pieces #70 (in process)/ Everyone Alive (1971-1997) trovò fine solo con la sua scomparsa. Come Huebler, anche Baden è spinto dalla volontà di commentare la relazione tra la mutevolezza dell’esistenza umana e la registrazione meccanica, le sue fotografie rappresentano l’affermazione dell’essere vivente in un mondo in continua evoluzione, dove il tempo regna sovrano su tutto e su tutti.

Baden 3

Tornando ad Every Daye al tema dell’autoscatto, Baden afferma che non avrebbe mai pensato che un giorno il “selfie” sarebbe diventato un termine familiare e presente nella vita di tutti i giorni ai più di noi. Tuttavia lo definisce un argomento distante dalla sua opera: non sta facendo questo progetto per essere conosciuto come il re dei “selfie”, nemmeno per entrare nel Guinness dei primati e precisa che quando iniziò non esistevano né gli smartphone, né tanto meno internet. Per lui l’arte è l’esplorazione della condizione umana e ciò avviene anche semplicemente attraverso uno scatto quotidiano di se stessi per tutta la vita. Un modo come un altro (pensiamo alle Today series di On Kawara) per fermare e immortalare il Tempo, il tempo che scorre, che muta cose e persone. Sembra quasi un “memento mori”, un ammonimento per ricordarsi che il tempo passa per tutti, che non torna indietro e che nessuno di noi sa con certezza quanto ce ne resta su questa terra.

Lucrezia Sinigaglia

foto e intervista: courtesy Karl Baden (qui link all’intervista in inglese)

1971 Diary di Ian Breakwell

Presso la sede istituzionale del British Council di Roma, si conserva un’opera dell’artista inglese Ian Breakwell (Derby, 1943 – Londra, 2005).
Si tratta di 1971 Diary, parte del Continuous Diary iniziato nel 1965, manifesto della produzione del video-artista, scrittore e fotografo britannico, tutta incentrata sulla registrazione dello scorrere del tempo e, di riflesso, sul diario.
La particolarità della ricerca artistica portata avanti da Breakwell sta nel fatto che le sue pagine di diario non costituiscono una registrazione del suo vissuto personale. Al contrario, l’artista osserva, giorno per giorno, ciò che accade attorno a lui da un punto di vista privilegiato: una finestra del suo studio, collocato al terzo piano di uno stabile che si affaccia sullo Smithfiled Market di Londra, il più antico e grande mercato all’ingrosso della carne del Regno Unito.

breakwell
Pertanto le cose che Breakwell sceglie di annotare non sono eventi importanti, ma stranezze, bizzarrie, accadimenti fuori dall’ordinario: tutti episodi prelevati da quell’hortus conclusus che è lo Smithfiled Market, vero e proprio palcoscenico sul quale commercianti, venditori, clienti diventano attori inconsapevoli. Lo stesso Breakwell una volta ha dichiarato che i suoi diari sono una forma di finzione letteraria perché delle venti cose che succedono attorno a lui, egli ogni volta decide di registrarne due o, al massimo, tre.
Ciò che unisce tutte le sue annotazioni è il fatto che egli non descrive il contesto nel quale nascono gli eventi registrati, tralasciando i dettagli che potrebbero spiegare cosa, in realtà, egli ha osservato di preciso. Così facendo, Breakwell evidenzia l’elemento straniante ed assurdo dei brandelli di conversazioni annotate nelle agende, tutte riportate adoperando inchiostri dai colori sgargianti, così da conferire al testo una vivace visualizzazione spaziale che contrasti violentemente con il foglio standardizzato del diario.
Profilo biografico e selezione di  opere di Ian Breakwell sul sito del British Council
Michele Brescia

Che combinazione, oggi: Diego Zuelli – Contemporary locus

“The Simple Combinations” è il titolo di un intervento artistico di Diego Zuelli per il progetto Contemporary Locus, curato da Paola Tognon e Elisa Bernardoni.
“Ogni giorno un disegno per te”, recita un sottotitolo che accompagna l’opera, insieme a due date, 2015 – 9999: questo ampio intervallo temporale – dall’anno in corso all’ultimo anno identificabile da quattro cifre, dal ventunesimo al centesimo secolo – corrisponde alla sua durata potenziale. Infatti l’autore Diego Zuelli, docente di Tecniche dell’animazione digitale all’Accademia di Brera, esperto di video, computergrafica, animazione vettoriale, ha ideato un’opera proiettata sulla lunga distanza, che si aggiorna in automatico, al cambio del giorno, proponendo quotidianamente un disegno. Ogni giorno, dunque, sull’homepage del sito Contemporary Locus, compare un piccolo riquadro grafico, una finestrina aperta su un paesaggio immaginario, con elementi ricorrenti che possono ricordare un albero, una costruzione, una nube, un orizzonte, un pianeta, o che si prestano – “in una stralunata metafisica di particolari” – a un gioco di decifrazione personale.

zuelli
Due cose colpiscono: il fatto che ogni giorno sulla home page si compone un nuovo disegno grazie a un algoritmo che pesca i segni che lo costituiscono da un data-base di segni preconfezionati e archiviati ordinatamente; la scelta è effettuata utilizzando le cifre della data (per esempio le cifre 12 07 2015, per la giornata del 12 luglio di quest’anno) come indicatore di un certo tipo di segno archiviato nel data-base. La seconda cosa è il fatto che ogni segno non è fisso, immobile, definitivo, ma è costituito da una gif animata e quindi, come spiega Zuelli, porta con sé un effetto vibrazione, che è un “espediente di un certo tipo di animazione indipendente, per evitare la fissità di un frame fisso e dare vita e respiro alle forme, anche se, nell’inquadratura, nulla effettivamente si muove”.
In questo modo, ogni ventiquattro ore si genera un nuovo disegno animato, e i visitatori possano tornare quotidianamente al sito con la curiosità di vedere la nuova combinazione.

L’antico motto attribuito da Plinio al pittore Apelle: Nulla dies sine linea, nessun giorno senza una linea, senza esercizio quotidiano, senza un nuovo segno, diventa – nell’epoca delle reti e dei social – una specie di format condiviso.
Si pensi a Dailyhaiku di Susanna Tartaro, che commenta la notizia del giorno con un haiku classico, a #zero15 di Giulia Valdi (@anno_zero15) che sta raccogliendo su twitter messaggi e immagini taggati col numero progressivo del giorno in corso,  a Una cosa al giorno di Claudia Vago, Rocco Rossitto e Alessandro Pancosta, che spedisce via mail, ogni mattina, “una cosa, per stupirti e farti scoprire qualcosa di nuovo”.
Anche le Combinazioni semplici di Diego Zuelli partecipano di questa pratica, collegata alla ripetizione e alla lieve sorpresa: ogni disegno ricombina forme ricorrenti in configurazioni inedite, nuove e tuttavia somiglianti a quelle passate, così come ogni giorno è nuovo e simile agli altri, in una incessante dialettica di ripetizione e novità. Da qui all’ultimo dell’anno 9999…
Nato a Reggio Emilia nel 1979, Diego Zuelli ha affrontato il tema del tempo in diverse opere di computergrafica precedenti alle Combinazioni semplici, indagando le “Meccaniche terrestri” (2012), il “Complesso dei pianeti” (2013), così come ha sperimentato la combinatoria nell’opera “Tappezzeria” del 2011, in cui tre forme, tre texture e tre tracce sonore sono combinate in una serie di permutazioni.
“La componente generativa – racconta l’autore – è qualcosa che uso dal 2004-2005. Nel primo caso fu un video ‘montato’ casualmente, in tempo reale da un software, che attingeva da 11 sequenza in computergrafica e le riproponeva in un ordine sempre differente”.
Per la loro natura, le Combinazioni semplici sono molte cose: una traccia diaristica dell’opera del loro autore, che ha riversato nei segni-base molti dei suoi temi; espressioni aggiornate (è il caso di dirlo) degli ex-libris e degli emblemi, grafiche che compendiano una serie di simboli in un piccolo riquadro; infine un kit visivo e  narrativo affidato a chi le incontra, e accetta di entrare nell’enigma per il tempo circoscritto della loro animazione, un giorno via l’altro.

Il sito di Diego Zuelli con alcune delle Combinazioni semplici in home page.
Per visualizzare i disegni animati: Contemporary Locus

Antonella Sbrilli @asbrilli