3 Novembre

3 novembre 2017

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E quando abbiamo finito di caricare le casse sul camion, uno di quegli ufficiali viene da me forse perché ero il più vecchio e mi dà la mano da stringere, ma vigliacco se io gliel’ho stretta. È stata una scena, chiedete alla gente di Alba che stava a vedere dalle finestre e non respirava nemmeno più per la paura che succedesse qualcosa da un momento all’altro. E questo è capitato il 3 di novembre ed è stata una cosa speciale perché se non è speciale che un vivo giochi la sua pelle per portare a casa dei morti, allora di speciale non c’è più niente

Beppe Fenoglio, Vecchio Blister, 1952, in I ventitré giorni della città di Alba, Mondadori 1974, p.66

Il racconto del vecchio Blister, un partigiano che si è macchiato di un furto e attende la sentenza dei compagni, rievoca un episodio della storia di Alba. Conquistata il 10 ottobre del 1944 dalle forze partigiane, la città piemontese cade di nuovo in mano all’esercito della Repubblica Sociale “alle ore due pomeridiane del giorno 2 novembre 1944”. E il 3 novembre, il vecchio Blister recupera i cadaveri dei partigiani morti nella battaglia del giorno prima.

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30 Agosto

30 agosto 2017

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Una volta all’anno, ma sempre in un bel mese, mi arrivano per posta dieci cartoline illustrate di Napoli. Le ricevo tutte insieme, un pacchetto di immagini, un piccolo film; dietro ogni cartolina leggo semplicemente la data e una firma: Luigi De Manes. È un mio vecchio amico, fu giovane con me; scrive il mio indirizzo e il suo nome sulle cartoline e per il resto si rimette a ciò che esse presumibilmente resusciteranno nel destinatario, solo che costui voglia degnare di una affettuosa occhiata i luoghi riprodotti. Bene. Dieci “illustrate al platino”, ossia lucide e lisce come i medaglioni; dunque, caro Luigi, ecco i facilissimi pensieri che mi sono derivati dalle tue cartoline del 30 agosto, senti”

Giuseppe Marotta, Cartoline, in L’oro di Napoli, 1947, ed. cons. Bompiani, 1961, p. 79

Il 30 agosto, come ogni anno, il narratore – trasferitosi da Napoli a Milano – riceve dieci cartoline della sua città. Senza messaggi, portano solo la firma dell’amico che le invia e la data estiva, del “bel mese” di agosto, quando “l’aria odora di alberi e di carne giovane, non so, come se le foglie crescessero sul capo di un bambino”.
Tutte insieme, costituiscono un “piccolo film”, fatto di diversi episodi accaduti nelle strade, sulle spiagge, in barca. Memoria e nostalgia si condensano nelle dieci immagini che aprono un varco nel tempo e subito lo richiudono: “il passato non serve a niente e l’avvenire sembra o è altrettanto inutile”.

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26 Agosto

26 agosto 2017

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– Niente è accaduto, i fatti sono sempre quelli. I fatti sono lì; – era tornato alla tavola e premeva con le palme aperte sullo scartafaccio del Diario – quel che importa, che mi sconvolge, non sono i fatti, tutti li sanno; sono i rapporti, le concorrenze, la interpretazione; è qui – e con l’indice, lungo e secco che pareva un bastone, picchiava sui margini coperti di note minutissime in inchiostro rosso.
Maurizio ricordò i vaneggiamenti sul ventisei di agosto, che a suo tempo Carmela gli aveva raccontati, e respirò. Carmela uscì in un riso ebete, ma l’abate la fulminò. Narcisa rimaneva fredda e attenta. Poiché ora lo sguardo febbrile dell’abate era arrivato su lei, ella disse rigidamente:
– Per conto mio, le prometto il più rigoroso segreto.
– Ecco; lo confesso, io m’ero ingannato allora, quando ho trovato quella coincidenza di date

Massimo Bontempelli, Gente nel tempo, 1937, ed. cons. Mondadori 1942, pp. 114-115

“È a forza di anniversari che il tempo se ne va tanto presto, invece gli uomini ci hanno una vera passione”. Nella storia della famiglia Medici, le date hanno una fatale importanza, scandendo la successione della scomparsa dei componenti, a partire dalla nonna delle due protagoniste (le sorelle Nora e Dirce), la “Gran Vecchia”, morta il 26 agosto del 1900. È una suggestione collettiva che coinvolge, oltre alla famiglia, l’intero paese e soprattutto l’abate Clementi, che registra su un Diario il ritmo “astrale” delle date di famiglia, a partire da quel 26 agosto di inizio secolo, per poi ammettere che “non importa morire, importa non sapere quando”. “Se uno quando c’è ci pensasse forte, ma ben forte, mi pare che il tempo non dovrebbe andarsene a questo modo”.

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Daybook: il calendario di “Documenta 14”

Il tempo della terra e il tempo delle comunità, il tempo storico e il tempo personale si incontrano fatalmente nelle griglie dei calendari. Lo sanno gli artisti, che hanno regalato innumerevoli varianti creative alla forma calendariale, e lo sanno – da alcuni decenni – i curatori di mostre e cataloghi, che scelgono la successione regolare delle date per alloggiare opere e autori. L’esempio più recente lo troviamo nella rassegna Documenta 14, in corso nella città tedesca di Kassel. La mostra quinquennale, dedicata a ricerche artistiche di taglio politico, sociale, ecologico, partecipativo, e svoltasi quest’anno, oltre che nella sede consueta di Kassel, anche ad Atene, offre – accanto al catalogo, ai booklet e alle mappe – un Daybook. Si tratta di un diario-agenda, in cui i giorni e le date (quelle della durata della mostra e quelle scelte dagli artisti, come vedremo) si presentano come formato organizzativo dei contenuti e come spunto per attraversamenti personali da parte dei lettori.

Al posto dei numeri delle pagine, il Daybook riporta, in alto al centro di ciascuna doppia pagina, le date in cui la rassegna si svolge: dall’8 aprile (stampigliato sulla copertina) al 17 settembre 2017. Le prime pagine (e dunque i primi giorni) ospitano l’indice e l’introduzione; le ultime un’appendice con l’esergo, il colophon, l’elenco degli sponsor e dei collaboratori, i ringraziamenti, lo spazio per le annotazioni. Il nucleo centrale – le doppie pagine che vanno dal 15 aprile al 3 settembre – è dedicato a 143 artisti fra quelli presenti alla rassegna. 
Sfogliando il Daybook, la prima azione che viene da fare è cercare l’artista che corrisponde alla data in corso, o a date che abbiano una risonanza per chi legge. E mentre emerge la curiosità di sapere quale criterio abbia determinato l’associazione fra artisti e date, ci si accorge che nella pagina di sinistra è presente un riquadro nero che riporta un’altra data. Dunque, oltre al calendario progressivo che va dall’aprile al settembre 2017, un’altra time-line si dipana sfogliando questo catalogo temporale. Una time-line fatta di date discontinue, che vanno da un futuro indistinto al passato preistorico, attraversando i secoli a ritroso e con salti enormi. Queste date sono state scelte dagli artisti su invito dei curatori: sono giorni e tempi che hanno, per ciascuno dei partecipanti, un significato particolare, sul piano intimo o pubblico, storico o fantastico. Sono queste date, messe in ordine dal futuro al passato, a determinare l’ordine di apparizione degli artisti nella sequenza dell’impaginato. 
Un doppio criterio cronologico governa così il Daybook di Documenta 14: la griglia del calendario convenzionale condiviso e i giorni vaganti nella memoria degli artisti interpellati. Insieme, invitano a esplorare la varietà geografica e concettuale delle presenze tenendosi attaccati a un foglio di diario con la familiare sequenza giorno-mese. Un accorgimento che coinvolge chi legge, facendo appello al bagaglio personale di giorni accumulati nella memoria e nell’immaginazione. 
Tre riferimenti puntellano l’introduzione al Daybook: il film di Guy Debord del 1959 Sul passaggio di alcune persone attraverso un’unità di tempo piuttosto breve;  l’incipit di Sotto il vulcano di Malcolm Lowry e la poesia Itaca di Kavafis: passaggi di tempo, lunga durata e condizione effimera, viaggi, distanze. E anche, tempo-reale: queste date – si legge sempre nell’introduzione – in sé “non significano niente di speciale, ma ciascuna di loro può diventare significativa, per via di eventi personali e politici che avranno luogo nel corso dello svolgimento di Documenta 14”. 
Ma si può sfogliare il Daybook anche leggendo – in sequenza o casualmente – i riquadri neri con le date scelte da ciascun artista e le motivazioni: ne viene fuori uno spaccato vivido della storia di ognuno, che rivela di più di quanto possa fare il testo critico che accompagna la scheda dell’artista, o l’immagine riprodotta. La scelta di un punto nel tempo svela i contesti, le aspettative, gli obiettivi, talvolta la fisionomia profonda di ciascuno. 

Il cinese Wang Bing (allocato al 9 giugno) sceglie il 29 gennaio 1987 “un giorno qualunque nella storia, ma un giorno molto importante per me” – scrive nel suo riquadro nero – poiché quel giorno ha visto per la prima volta l’oceano, ha preso in mano una videocamera e le immagini hanno iniziato a riempire la sua vita.
Giorni qualunque che diventano eccezionali, anniversari di eventi storici, tragedie collettive, gioie personali, compleanni, nascite, morti, inizi di rivolte, proclamazioni di indipendenze, censure. C’è chi immagina un futuro senza data, chi un “giorno qualunque”, chi sceglie l’avverbio deittico per eccellenza “oggi” (“this current day matters the most”, afferma il lituano Algirdas Šeškus), chi lascia il riquadro nero e spoglio (il polacco Artur Żmijewski) e chi sprofonda nel neolitico, o nell’inizio (“In the beginning was the Word”, dicono Marie Cool e Fabio Balducci), o nella negazione del tempo calcolabile (la nigeriana Otobong Nkanga).
Una variegata “cronologia discontinua di tipo storico, personale, speculativo emerge da questi contributi”, scrivono i curatori. E questo è un altro modo di visitare la mostra Documenta 14, anche dopo la chiusura, perché l’artificio del calendario permette di ritornare ciclicamente in punti del tempo dispersi nelle linee del passato.

Fra i precedenti dell’uso della griglia calendariale in cataloghi: la mostra di Seth Siegelaub; il catalogo Effemeridi su e intorno Marcel Duchamp (Venezia 1993), il catalogo di Hanne Darboven alla Diaart.org (ora rimosso); l’opera Sono stata io. Diario 1900-1999 di Daniela Comani. Altri riferimenti nella mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea (Macro, Roma, 2016). 

Antonella Sbrilli @asbrilli

28 Luglio

28 luglio 2017
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Delle funeste conseguenze che può comportare il convincimento che il 28 luglio cada il 28 luglio.
Isaac aveva convinto suo fratello Julio che il 28 luglio doveva essere festeggiato il 28 luglio! Julio Carbajal esitava. 
“Siamo nel dicembre 2192, Isaac. Huarautambo si prepara per il Natale. Lo stesso padre Chasán sta organizzando un presepio nella chiesa di Yanahuanca.”
Isaac consultò un calendario dell’antichità.
“Siamo nel luglio 1962. Fra quindici giorni si celebra l’indipendenza. Tu festeggia il 28 il 28!”

Manuel Scorza, Cantare di Agapito Robles, 1977, tr. it. A. Morino, ed. cons. Feltrinelli, 1983, p. 98

Durante la tirannia del giudice Montenegro, nella regione peruviana di Huanuco, anche il tempo è stato modificato. I mesi hanno durata variabile, i giorni vanno avanti e indietro secondo l’arbitrio del tiranno, per cui l’anno della vicenda, il 1962, è diventato il 2192. E il mese di luglio, nel quale ricorre l’indipendenza del Perù – 28 luglio 1821 – è diventato periodo natalizio. Mentre l’indio leggendario Agapito Robles prepara la rivolta, i due fratelli Carbajal – uno dei quali è maestro di scuola – consultano un calendario gregoriano, precedente quello imposto dalla dittatura, e con coraggio decidono di festeggiare l’anniversario dell’indipendenza nel giorno in cui cade, il 28 di luglio. Ci vorranno molte lotte per spodestare il tiranno Montenegro e riportare anche il tempo nei suoi binari, ridando a mesi e giorni i nomi consueti e alle date la loro storia.

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3 Luglio

3 luglio 2017

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Era il tre luglio. C’erano un’afa e una calura insopportabili. A Velciàninov era capitata una giornata fastidiosissima; tutta la mattina aveva dovuto girare a piedi o in vettura, e in prospettiva c’era la necessità imprescindibile di far visita quella sera stessa a un signore di cui aveva bisogno, uomo d’affari e consigliere di stato, nella sua villa, da qualche parte sul Fiumicello Nero, e coglierlo in casa di sorpresa. Dopo le cinque Velciàninov entrò finalmente in un ristorante (molto dubbio, ma francese), sul Nevskij prospékt presso il ponte della Polizia, sedette nel suo solito angolo al suo tavolino e chiese il suo pranzo quotidiano

Fiodor Dostoevskij, L’eterno marito, 1870, tr. it. A. Polledro, Mondadori 1989, p. 10

È il 3 luglio di un anno dell’Ottocento, quando ha inizio la vicenda di Velciàninov, che invece di partire per la villeggiatura, decide di restare a Pietroburgo per stare dietro a una causa. È un uomo sui quarant’anni, soffre d’insonnia e da qualche tempo ha l’impressione di essere seguito. Lo aspetta in effetti l’incontro con il marito di una sua ex amante e con una bambina di otto anni, Liza, forse la figlia avuta da quella relazione. Preso da questa rivelazione e dalle sue conseguenze, Velciàninov dimentica “perfino il tempo”, in quel luglio afoso trascorso in città.

 

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29 Giugno

29 giugno 2017

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Sebbene, specie da principio, lo sforzo fosse durissimo, mi feci una sorta di punto d’onore di sottostare scupolosamente ai divieti di Micòl. Basti dire che essendomi laureato il 29 di giugno, ed avendo immediatamente ricevuto dal professor Ermanno un caldo bigliettino di felicitazioni nel quale era contenuto, tra l’altro, un invito a cena, credetti opportuno rispondere di no, che mi dispiaceva ma non potevo. Scrissi che avevo mal di gola, e che il papà mi proibiva di uscire la sera. La ragione vera del mio rifiuto, tuttavia, era che dei venti giorni di esilio impostimi da Micòl, ne erano trascorsi soltanto sedici

Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini, Einaudi, 1962, p. 241

Nella storia dell’amicizia del narratore con la famiglia Finzi-Contini – soprattutto con la giovane Micòl – nella Ferrara degli anni Venti e Trenta del Novecento, si incontrano poche date. Alcune richiamano avvenimenti storici, come le infauste leggi razziali contro gli Ebrei, emanate nel 1938. La data del 29 giugno appare verso la fine della vicenda, è il giorno della laurea del protagonista, la cui felicità è incrinata dalla promessa fatta a Micòl di non vedersi per un po’. Il 29 giugno richiama, come un chiasmo, il primo incontro fra i due giovani, nel giugno del ’29 quando il narratore, rimandato agli esami di licenza ginnasiale, era capitato sotto il muro di cinta della dimora dei Finzi-Contini. E Micòl, allora tredicenne, l’aveva invitato a scavalcare il muro per entrare nel giardino. Quando la vicenda viene raccontata, la famiglia Finzi-Contini è stata decimata dalla guerra e dall’Olocausto e il narratore si chiede: “Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno?”

Il 29 giugno 2015 a Fahrenheit – Radio 3 Rai conversazione di Tommaso Giartosio con Alberto Bertoni, Roberto Pazzi e Antonella Sbrilli su Giorgio Bassani e i suoi 29 giugno (leggi razziali del 29 giugno 1939 e nascita del figlio dello scrittore).

 

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27 Dicembre

27 dicembre 2016

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Un 27 dicembre mi sposai. Un quadro di Paul Klee dedicato al  numero 27 sintetizza mirabilmente le luci e le ombre della società segreta: può essere visto in casa della contessa di Vansept, che vive al numero 27 di una via di Parigi e ha 27 nipoti, ecc…

Enrique Vila-Matas, Storia abbreviata della letteratura portatile, 1985, tr. it. L. Panunzio Cipriani, Sellerio, 1989, p. 62 

Dicono del libro
“Confondendo come sempre realtà e finzione, compilando note e bibliografie fasulle, Vila-Matas ci getta nel solco dell’esplosione creativa che fece seguito al dadaismo, narrando l’improbabile storia di Duchamp, Savinio, De La Mare, Larbaud, Littbarski e molti altri membri di una fantomatica ‘società portatile’. Unica regola: l’opera d’arte dev’essere minuscola e stare in valigia. Il mondo è una miniatura, la guerra un gioco di soldatini, l’amore una macchina celibe. Per questo tutti gli affiliati a questa sconclusionata società segreta si chiamano shandys, ‘scervellati’ – secondo il dialetto parlato da Sterne – seguaci di Toby Shandy, primo artista “portatile” della storia, inerme soldato che sul suo cavalluccio attraversa con ostinata semplicità la strada della vita, riducendo a un gioco da giardino la guerra che, con la sua terribile realtà, l’ha reso impotente. Nuovi shandys, testimoni e protagonisti malinconici delle scorribande intellettuali degli anni venti, sono due colossi del pensiero e della poesia del Novecento: Walter Benjamin e Andreij Belij. I lori volti, che arrivano a confondersi nella scena finale, portano i segni di ‘coloro che rischiarono parecchio, se non la vita per lo meno la follia’, creando opere forse oscure ma sempre “portatili”, nemiche dell’ingombro e del pensiero tetragono. Si rilegga dunque questa breve storia, utile a smascherare quelli che non sono cattivi scrittori ma, diceva Broch, soltanto delinquenti”.
Stefano Moretti (dalla pagina del libro nel sito ibs)

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L’horror vacui cronologico di Federico Galeotti

Tra ossessione per il tempo, elenchi di date, calcoli sul tempo e la creazione di un vasto “database d’artista”, si svolge la ricerca di Federico Galeotti, dall’eloquente titolo “Encase Time Project”. Lucia Signore lo racconta in questo post:
Federico Galeotti, giovanissimo artista formatosi presso l’Accademia delle Belle Arti di Carrara, ha sin dal periodo di formazione improntato la propria ricerca sul tempo, il suo «peggior nemico» con cui ogni giorno si misura artisticamente nel tentativo di arrestarne l’incessante fluire. Egli è infatti autore dell’Encase Time Project (a lato un dettaglio), un programma artistico con il quale letteralmente racchiude, imprigiona e fissa il tempo mediante la registrazione quotidiana di una cifra nera su tela bianca, secondo una ritualità ben precisa.

Galeotti Encase Time 1

Questa operazione artistica rievoca immediatamente il lavoro del polacco Roman Opalka che, infatti, è il suo principale ispiratore. Però Galeotti è molto vicino anche ad On Kawara per il gesto artistico di fissare un’unica data al giorno, con la differenza che il giovane carrarese non ripropone la data per esteso indicando giorno mese e anno, ma la condensa in un’unica cifra riportata su una tela che, come quelle realizzate da Opalka, si riempie giorno dopo giorno. La vicinanza ad On Kawara è anche data dall’uso di quotidiani con cui Galeotti crea dei collages, appartenenti alla serie Days, che rientrano nel più vasto progetto volto ad inscatolare il tempo.
È bene sottolineare che, parallelamente alla realizzazione di questi lavori, Galeotti aggiorni quotidianamente un database in cui sono registrate tutte le date dipinte, a partire da quella a cui risale l’inizio del progetto, il 20 maggio 2011: si tratta di un’operazione artistica che rievoca la compilazione di registri o libri d’artista, come One Million Years di On Kawara, in cui viene annotato il succedersi degli anni. Dunque, la compilazione informatica effettuata da Galeotti si esplica in un ”database d’artista”, corrispettivo virtuale dell’ormai quasi desueto libro: in maniera complementare all’attività pittorica svolta manualmente, la rappresentazione del tempo viene resa anche in modo razionale, riproponendo in maniera codificata l’arithmetical enigma alla base dell’irreversible time teorizzato da Roman Opalka e riproposto con atteggiamento cronofobico dal giovane artista. Allora diviene ridondante la presenza delle cifre numeriche, le quali vengono combinate in tre modalità differenti per rappresentare allo stesso tempo la medesima data: una singola cifra sulla tela, tra le sei e le otto cifre nel database, una stringa di numeri che traduce nel linguaggio informatico quel dato/data inserito nel sistema. Ciò testimonia il proliferare dell’uso del codice numerico non solo per misurare il tempo mediante calendari, diari, agende, o quadranti e schermi di radiosveglie, cellulari e altri supporti tecnologici, ma anche e soprattutto per rappresentarlo, senza ricorrere alla tradizionale personificazione del mitico Kronos. La serie Numbers – costituita da scatti fotografici in cui si può notare la presenza di una delle tavole dell’Encase Time affiancata ad un oggetto, di qualsiasi natura, recante uno dei numeri presenti sulla tela ove viene mascherato con materiale coprente – testimonia ulteriormente tale profusione numerica.

galeotti 1 2 3

Federico Galeotti, Encase Time part I-II-III (unfinished)

Possiamo tentare una ricostruzione dell’arco temporale racchiuso nell’Encase Time Part I, e precisamente stabilire gli estremi cronologici di un’esperienza molto significativa memorizzata in questa tavola e contrassegnata con il colore azzurro: si tratta del fatidico viaggio effettuato a Parigi alla scoperta (non a caso!) di Roman Opalka. Ciò permette di constatare quanto sia determinante per il giovane Galeotti l’insegnamento dell’artista polacco, la cui morte lo ha spinto, seppur silenziosamente, a presentare il suo progetto ad un pubblico più vasto, pur nell’incertezza metaforicamente rappresentata dall’opera Confidence. A questo viaggio ne hanno fatto seguito altri, come si può evincere dalle tele successive ove alcune cifre sono contraddistinte cromaticamente dalle altre che riempiono questo horror vacui cronologico. Mediante un atteggiamento ludico di boettiana memoria, è possibile risalire ai giorni trascorsi a Parigi e racchiusi nella prima tavola: considerando che il numero 1 corrisponde al 20 maggio 2011, egli ha pertanto soggiornato nella capitale francese dal 17 giugno 2011 al 23 giugno 2011. Ma stabilire gli estremi cronologici del soggiorno effettuato a Madrid e rievocato nella seconda tela con il colore rosso, risulta più complesso, poiché la nostra mente fatica ad effettuare il calcolo creando un parallelismo tra singola cifra e data corrispondente. In aggiunta si pone anche il problema della geo-localizzazione: è grazie ad un’intervista che mi ha gentilmente rilasciato che posso indicarvi con esattezza dove egli si è
recato in quei giorni cromaticamente contraddistinti da quelli racchiusi in cifre nere che rappresentano la quotidianità. Opalka dipingeva sempre nel suo studio e On Kawara in giro per il mondo, rendendo però comprensibile ove si trovasse, non solo grazie ai suoi “database” che aggiornava quotidianamente con svariate informazioni, ma anche grazie alla modalità di scrittura della data che rispettava la convenzione del paese in cui realizzava l’opera. Galeotti dipinge nel suo studio e in giro per il mondo, dato che porta con sé la tavola durante i soggiorni all’estero, ma lascia avvolto nel mistero luogo e data, esplicitati solo nel suo personale e misterioso database, un diario precluso ad ogni accesso esterno.
Lucia Signore
Foto courtesy Federico Galeotti

Date a colori: in ricordo di Oliver Sacks

Scomparso il 30 agosto del 2015, il grande neurologo e scrittore Oliver Sacks – nella sua lunga e prolifica carriera (era nato a Londra nel 1933 e aveva insegnato alla Columbia University di New York) – ha avuto modo di occuparsi anche delle date.
Con il suo inconfondibile stile narrativo, che rende accostevoli i labirinti del cervello e delle emozioni, della memoria e dei comportamenti, attraverso il racconto di casi clinici e di esperienze personali, Sacks lascia delle pagine anche sul tema dei giorni. Si trovano negli studi raccolti col titolo Musicofilia. Racconti sulla musica e il cervello (2007, ed. it. Adelphi 2010), dove lo scienziato riporta l’esperienza del compositore Michael Torke che, sin da piccolo, associa la musica ai colori. Si tratta di una forma di sinestesia, per cui i brani musicali sono percepiti simultaneamente con sfumature cromatiche.

sacks
Nel ripercorrere l’esperienza di Michael Torke, Sacks rivela che questa “istantanea congiunzione di sensazioni” riguardava anche esperienze non musicali: “per lui le lettere dell’alfabeto, i numeri e i giorni della settimana hanno tutti il loro particolare colore e anche una topografia o un paesaggio peculiari”.
E prosegue, in nota, con l’elenco delle associazioni (dal verde lunedì alla domenica nera) e con l’esempio eloquente: “Non appena si fa riferimento a una data, immediatamente nella mente di Michael appare il suo correlato cromatico e topografico. Domenica 9 luglio 1933 (la data di nascita di Sacks! n.d.r.),  per esempio, genererà  all’istante l’equivalente cromatico della domenica, e poi quello del giorno, del mese e dell’anno, spazialmente coordinati”.
Tale capacità è messa in relazione, infine, con la mnemotecnica: “questo tipo di sinestesia ha una certa utilità come aiuto per la memoria”.
Più avanti nel capitolo, Sacks racconta anche il caso dello psicologo e musicista Patrick Ehlen, dotato di una “sinestesia molto estesa” che riguardava – oltre ai suoni e ai rumori – le lettere, i numeri e ancora una volta i giorni della settimana. Una caratteristica che si riscontra sin dall’infanzia quando –  alla maestra che gli chiedeva che cosa stesse fissando – rispose di stare “contando i colori fino a venerdì'”.
www.oliversacks.com
Antonella Sbrilli @asbrilli

Diteci di oggi, 5 date

Gioco Diteci di oggi – Pagina99 we: settimana 29 marzo – 5 aprile 2014 (si partecipa fino a lunedì 31 marzo)

Diconodioggi  collabora all’edizione del weekend del giornale Pagina99con Diteci di oggi: una rubrica di giochi che hanno a che fare con la scrittura e con il tempo raccontato, in particolare con le date.

L'artista finlandese Marita Liulia

L’artista finlandese Marita Liulia

Per sabato 5 aprile 2014, Diteci di oggi propone un gioco sulla memoria delle date.
Ecco le istruzioni:

In una pagina di Una stanza tutta per sé, Virginia Woolf immagina di chiedere a una donna anziana cosa ricorda della sua vita: avvenimenti storici e date pubbliche tornano subito alla mente, mentre una giornata qualunque, per esempio un “5 di aprile”, sembra scomparsa dalla memoria.

L’invito di questa settimana è a scrivere le prime 5 date (pubbliche, private, immaginarie) che vengono in mente, con il ricordo a cui sono collegate. Si partecipa fino a lunedì 31 marzo 2014, inviando il proprio elenco all’indirizzo giochi@pagina99.it o seguendo su Twitter l’hashtag #5date5aprile (massimo 5 tweet).
Sabato 5 aprile, poi, sul giornale in edicola sarà pubblicata una selezione dei contributi arrivati e un commento.
Qui il tweetbook #5date5aprile Giochi di memorie

E il tweetbook di Antonio Prenna,  #5date5aprile. Quasi un alfabeto privatoImmagine 2

Le date dell’artista Federico Pietrella

Federico Pietrella: il trionfo del Dataismo
di Franco Chirico

L’artista italiano Federico Pietrella crea opere datate ma la cosa non scandalizza nessuno. Anzi, da tempo sta lasciando un’impronta precisa nel panorama artistico europeo e la sorpresa non è concettuale ma figurativa. Apparentemente chi guarda le sue opere, ha la sensazione di vedere immagini iperrealistiche, soggetti fotografici tradizionali come monumenti, scorci di vita cittadina, paesaggi, nature morte, e tutte perfettamente realizzate. Solo in una susseguente e più attenta visione ravvicinata ci si accorge che la vera novità è la tecnica e che la particolare frammentazione costruttiva ricorda il puntinismo: audace, impeccabile, pedissequa e ripetitiva.
F_PietrellaRipetitiva perché l’artista romano, classe ’75, che da anni vive a Berlino, spesso per realizzare ogni suo pezzo impiega settimane, anche mesi. Ognuna delle sue opere è il resoconto di un calendario preciso dei giorni impiegati nella lavorazione, giorni scanditi da migliaia di impronte inchiostrate più o meno intensamente su un cuscinetto per timbri. Timbrate che con il suo datario in gomma imprime ogni giorno uguali e ogni giorno diverse, formando linee, campiture, nuance e aree scure, tutte piene di date. Una temporalità timbro-grafica che colloca l’opera in un’epoca precisa, in un momento storico inconfondibile, in un giorno certo, in una contemporaneità circoscritta, in un calendario ben datato, ben espresso ma del tutto diverso nel timbro artistico e concettuale da altri artisti, uno su tutti, On Kawara. (f. c.)

 

Boetti: “le date … più passa il tempo e più divengono belle”

Boetti

“… un giorno disposto segretamente e invisibile tra tutti gli altri giorni dell’anno, che non segnalava la propria presenza quando di anno in anno passava sopra di lei, ma non per questo era meno reale”. Nel romanzo di Thomas Hardy, Tess dei d’Urberville (1891), Tess, la straordinaria protagonista che “annotava filosoficamente le date”, riflette sul “giorno destinato a essere la sua fine nel tempo attraverso i secoli”. Di questa fine non immagina però  l’anno, il mese e il giorno, come avrebbe fatto invece l’artista Alighiero Boetti, che – al principio degli anni ’70 –  colloca la propria nell’11 luglio del 2023.
Tess riflette su un giorno che tornerà annualmente nella ciclicità di un tempo stagionale. Per Boetti, il tempo è una potenza che lavora in tutte le direzioni e il pensiero di un giorno nel futuro ne mette in moto l’energia. “Le date? Sai perché sono molto importanti? Perché se tu scrivi ad esempio su un muro ‘1970’ sembra niente, ma tra trenta anni… Ogni giorno che passa questa data diventa più bella, è il tempo che lavora. Le date hanno proprio questa bellezza, più passa il tempo e più divengono belle” (intervista con Mirella Bandini, 1972, in catalogo Boetti 1965-1994, Mazzotta 1996, p. 200).
Alla data dell’11 luglio 2023, Boetti accosta un altro giorno, più lontano ancora nel futuro, il suo centesimo compleanno, il 16 dicembre 2040.  Le due date si leggono su due lastre di ottone quadrate, incise in nero in uno stile commemorativo, e su due stoffe anch’esse quadrate, fatte ricamare a Kabul, dove le parole e i numeri sono disposti e intessuti fra fiori e foglie (1971, Boetti. Catalogo generale, Electa,vol. I, nn. 356, 357).
Annemarie Sauzeau – in Shaman showman Alighiero e Boetti – spiega come “l’11, con le due aste che sembrano il raddoppio speculare dell’uno e perciò un altro aspetto del 2, è stato la cifra di tutte le scommesse esistenziali di Alighiero, del suo moltiplicarsi: data delle partenze o degli incontri”. E il 16, giorno della sua nascita, è la cifra dei suoi quadrati magici, in cui dispone in righe verticali frasi di sedici lettere, in uno schema grafico e visivo che è anche ritmo sonoro e cadenza numerica. Coincidenza: se si scrivono in cifre, le due date – sommando i singoli numeri di cui ciascuna è composta: 1172023; 16122040 – danno come somma ancora il 16.
Sempre Annemarie Sauzeau coglie la commovente coerenza concettuale di un artista che ha due date di morte, quella reale e precoce nel 1994, e quella lanciata in un futuro che non è ancora arrivato, “lui che oscillava tra ‘dare tempo al tempo’ e ‘ammazzare il tempo’”. (Antonella Sbrilli @asbrilli)