10 Settembre

10 settembre 2022

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Mio caro Hans,

ti scrivo questa lettera dalla prigione di Spandau il 10 settembre 1944, tre giorni prima di essere assassinato come i miei amici: Schulenburg, Stauffenberg, Moltke che, come me, hanno preso parte al complotto per uccidere Hitler. Non so se riceverai mai questa lettera. Mi aiuterebbe in un certo qual senso a morire; perché affronterei la morte con la coscienza più leggera, sapendo che essa può aiutarti a perdonarmi e a capire perché ho trattato te, l’unico vero amico che abbia mai avuto e amato, in modo così sleale e vigliacco. Mi ricordo come fosse oggi quando ci siamo conosciuti: poco dopo la mia iscrizione al Ginnasio Karl Alexander, in una pungente giornata invernale del 1932

Fred Uhlman, Un’anima non vile,1965 (1979), tr. it. B. Armando, Guanda 1987, p.11

I due compagni di scuola Hans e Konradin non si vedono da diversi anni, da quando Hans, di famiglia ebrea, ha lasciato la Germania per gli Stati Uniti, appena in tempo per non subire la persecuzione nazista. Sono stati grandissimi amici, malgrado l’epoca in cui si sono conosciuti evidenziasse le differenze fra di loro: nobile e sostenitrice di Hitler la famiglia di Konradin, borghese ed ebrea quella di Hans. È soprattutto la madre di Konradin a spingere il figlio verso la carriera di ufficiale nell’esercito. Ma il giovane non condivide la politica del partito nazionalsocialista e quando viene a conoscenza dello sterminio degli ebrei, si unisce al piano di Stauffenberg per uccidere Hitler. Il complotto fallisce e Konradin è imprigionato a Spandau, in attesa dell’esecuzione. Da lì, il 10 settembre, scrive la sua ultima lettera all’amico più caro – che vive ignaro in America -, sperando che lo raggiungano, prima o poi, le ragioni delle sue scelte e le memorie della loro amicizia.

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9 Settembre

9 settembre 2022

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Quando, all’alba del 9 settembre del 1943, Jack era saltato dalla tolda di un LST sulla riva di Pesto, presso Salerno, s’era visto sorgere davanti agli occhi, meravigliosa apparizione, nella rossa nube di polvere sollevata dai cingoli dei carri armati, dagli scoppi delle granate tedesche, dal tumulto degli uomini e delle macchine accorrenti dal mare, le colonne del tempio di Nettuno, sul labbro di una pianura folta di mirti e cipressi, sullo sfondo dei nudi monti del Cilento simili ai monti del Lazio. Ah, quella era l’Italia, l’Italia di Virgilio, l’Italia di Enea! E aveva pianto di gioia, aveva pianto di religiosa commozione, buttandosi in ginocchio sulla riva sabbiosa, come Enea quando sbarcò dalla trireme troiana sul lido arenoso alla foce del Tevere, davanti ai monti del Lazio sparsi di castelli e di templi bianchi nel verde profondo delle antiche selve latine. Ma il classico scenario delle colonne doriche dei templi di Pesto nascondeva ai suoi occhi un’Italia segreta, misteriosa: nascondeva Napoli, quella prima terribile e meravigliosa immagine di un’Europa ignota, posta al di fuori della regione cartesiana, di quell’altra Europa di cui egli non aveva avuto, fino a quel giorno, se non un vago sospetto, e i cui misteri, i cui segreti, ora che li veniva a poco a poco penetrando, meravigliosamente lo atterrivano

Curzio Malaparte, La pelle, 1949, ed. cons. Mondadori 1984, p.32

9 settembre del 1943: il giorno dopo l’annuncio dell’armistizio, il colonnello americano Jack Hamilton è sbarcato nel golfo di Salerno, “sotto il fuoco delle mitragliatrici tedesche”, da una di quelle navi LST (Landing Ship Tank), che trasportano soldati e mezzi. La sua esperienza diretta dell’Italia comincia da lì, dalla visione di Paestum, che gli ricorda i suoi studi e l’ammirazione per la cultura classica. Guidato da un ufficiale di collegamento italiano – che racconta la storia – Jack avrà modo di conoscere Napoli, nel momento in cui la liberazione e la corruzione s’intrecciano in modo inquietante. Un luogo pericoloso, dove i carri armati statunitensi “rischiano di affondare nella melma nera dell’antichità, come in una sabbia mobile”. Mentre Jack sbarca, in mezzo al tumulto e agli spari, ancora non sa che cosa si nasconde dietro le colonne, le rovine e il paesaggio bellissimo, in quella data destinata a fissarsi nei suoi ricordi e nella storia.

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8 Settembre | September 8

8 settembre 2022

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Perhaps Anne has another week before time stops for her. As for myself, three weeks? It’s curious to think that, say, precisely 3:47 P. M. September 8, time will stop forever. A single microsecond will flash past unnoticed for everyone else, but for me will last an eternity. I’d better decide how I want to spend it!

James G. Ballard, Memories of the Space Age, 1982

Forse Anne ha un’altra settimana prima che per lei il tempo si fermi definitivamente. Quanto a me, tre settimane, forse? È strano pensare che, diciamo alle 15:47 precise dell’8 settembre, il tempo si fermerà per sempre. Un unico microsecondo scorrerà senza che nessun altro lo noti, ma per me durerà un’eternità. Farei meglio a decidere come voglio trascorrerlo!

James G. Ballard, Ricordi dell’era spaziale, 1982, tr. it. L. Briasco, in Tutti i racconti, vol. 3 1969-1992, Fanucci, 2007, p. 446

C’è ancora qualche data nel mondo del dottor Mallory, ex medico della Nasa afflitto – come la moglie Anne – da strani attacchi durante i quali il tempo sembra rallentare. Arrivato da Vancouver a Cape Kennedy in cerca di Hinton – un astronauta che ha ucciso il co-pilota – e di una spiegazione del fenomeno, Mallory si accorge che tutto il centro spaziale e l’intera Florida è coinvolta nella deformazione del passaggio del tempo. Il tempo, “come una pellicola in un proiettore difettoso, si muoveva a ritmo irregolare, rallentando a tratti fino a fermarsi”. Nei grandi alberghi vuoti, fra le rovine del centro spaziale, fra pochi esseri viventi – gli animali di uno zoo, molti uccelli, la figlia del pilota ucciso, l’astronauta Hinton che sta cercando di fuggire dal tempo attraverso la competenza nel volo – Mallory si muove in un tempo “ agglutinato”. Fra la fine di agosto e i primi giorni del mese successivo, registra ancora gli effetti di questa esperienza su di sé e sulla moglie, in attesa del momento in cui il presente si sarebbe fermato su un unico istante, forse nella luce vivida del pomeriggio dell’8 settembre.

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7 Settembre

7 settembre 2022

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La sera del sette settembre, vigilia della festa di Maria, a Cherasco, a Bra, a Roreto, alla Morra, a Novello, a Roddi, a Verduno, su tutte le colline della Langa, si accendono i falò per celebrare la festa della Madonna. È un’usanza che testimonia la fede della gente, eppure quella sera le colline, coi fuochi rossi, con le cascate delle scintille che divampano all’improvviso e i cerchi urlanti e danzanti dei bambini intorno, hanno qualcosa di pagano. È come se la terra ribollisse, con la forza antica e intatta, esplodendo in rosse lingue divoratrici del cielo

Gina Lagorio, I villeggianti, in Il silenzio. Racconti di una vita, Mondadori, 1993, p. 44

Anche se mancano ancora alcuni giorni all’equinozio d’autunno, la data del 7 settembre segna, nella zona delle Langhe, il passaggio dell’estate. Chi è venuto in collina per le vacanze, sta per tornare a Torino o a Milano e la festa dei falò, che si accendono in quella data, e la cui origine risale ai tempi della peste, quando segnalavano – di collina in collina – la presenza di chi era ancora vivo, è l’occasione per i saluti, le dichiarazioni, le promesse fra le persone che si sono conosciute nei mesi estivi.

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6 Settembre | September 6th

6 settembre 2022

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And so the seasons went rolling on into summer, as one rambles into higher and higher grass.
Thus was my first year’s life in the woods completed; and the second year was similar to it. I finally left Walden September 6th, 1847.

Henry D. Thoreau, Walden, 1854

 

E così la stagione evolveva via via nell’estate, come uno che si addentri nell’erba alta. In questo modo finii il mio primo anno di vita nei boschi; e il secondo anno fu simile a questo. Alla fine lasciai il lago di Walden ed era il 6 settembre 1847

Henry D. Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi, 1854, tr. it. P. Sanavio, Rizzoli, Milano, 1994, p. 394

Per due anni e due mesi, il giovane Henry David, americano di Concord, Massachusetts, ha vissuto in una capanna, sulle sponde del lago Walden. Lontano da tutti, circondato da pochi oggetti e da un riparo che ha costruito da solo, ha cercato di vivere con il minimo indispensabile, seguendo i ritmi e le indicazioni della natura. Il 6 settembre del 1847, il suo esperimento di vita nei boschi si conclude ed egli torna nel “consorzio civile”, nel tempo dell’agenda e dell’orologio, dopo essersi orientato – per due anni e due mesi – con la luce, il comportamento degli animali, il rumore del ghiaccio e il colore delle foglie degli aceri, calendari infallibili del tempo naturale.

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5 Settembre

5 settembre 2022

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Il 5 settembre 1395 non ci fu milanese che non cercasse un posto nella piazza di Sant’Ambrogio. Era uno spettacolo di grandezza che rendeva pensosi gli antichi spiriti guelfi e comunali, ma che affascinava tutti. S’erano viste tante incoronazioni imperiali; ma non s’era mai visto incoronato un milanese. Nella dolce mattina appena brumosa, l’uscita della cavalleria dal castello di Porta Giovia è coloratissima, folta di principi di ambasciatori e di vescovi, seguita da una turba di cantanti e di musici che in ordine vivace si dispongono sulla piazza. Un palco ad anfiteatro coperto di tessuti purpurei occupava la parte della cittadella – le mura descritte dal Petrarca – di fronte alla chiesa. Lo riparava un gran baldacchino d’oro. Giangaleazzo e i familiari, il messo imperiale, i condottieri celebri, coloro che avevano una carica nello stato, stavano sotto il cielo d’oro; una squadra di veterani fedelissimi viscontei facevano la guardia. Sventolavano le biscie verdi sulle bandiere

Maria Bellonci, Tu vipera gentile, 1972, Mondadori 1993, p.255

La vita di Giangaleazzo Visconti – potente duca di Milano, durante il cui governo la città prospera – è costellata di date fatali. Quando morì, il 3 settembre del 1402, forse di peste o di malaria, “in cielo era apparsa una cometa”, in cui riconobbe, orgogliosamente, una specie di chiamata divina. Era stato nominato duca di Milano qualche anno prima, nel 1395, dopo lunghe trattative con il Sacro Romano Impero. La cerimonia che lo trasforma in duca si tiene il 5 settembre, una giornata di tempo sereno, appena nebbiosa al mattino, una delle date storiche rievocate – come se fosse ora – nel libro di Maria Bellonci che segue le vicende della famiglia Visconti e della serpe rappresentata nel suo stemma.

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4 Settembre

4 settembre 2022

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Grazie alle informazioni forniteci dalla Piccola Sarta seguimmo quasi ora per ora ciò che avvenne nel villaggio di Quattrocchi nei giorni che precedettero la sua partenza, prevista per il 4 settembre. Per essere al corrente degli eventi le bastava far la tara alle chiacchiere dei clienti, uomini e donne, grandi e bambini, che da tutti i villaggi andavano a servirsi da lei. Niente poteva sfuggirle. Allo scopo di celebrare degnamente la fine della rieducazione, Quattrocchi e la poetessa sua madre annunciarono che il giorno prima della partenza ci sarebbe stata una magnifica festa

Dai Sijie, Balzac e la Piccola Sarta cinese, 2000, tr. it. Ena Marchi, Adelphi, Milano, 2001, p. 91

All’inizio degli anni Settanta, due ragazzi cinesi di città, figli di dissidenti, sono costretti a trascorrere un periodo di rieducazione in un villaggio di montagna. Lavorano duramente nei campi e nella miniera, trasportando secchi di letame e dormono in una povera casa costruita su palafitte. Hanno con loro un violino, portato dalla città, e una piccola sveglia che provoca l’ammirazione degli abitanti del villaggio e a cui – talvolta – spostano le lancette per dormire di più, finendo per “perdere qualunque nozione del tempo reale”. La fatica delle loro giornate è alleviata, di tanto in tanto, da uno spettacolo cinematografico, a cui il capo-villaggio li manda per poter poi ascoltare il racconto del film e dall’incontro con la piccola e vivace figlia del sarto, affascinata dai romanzi occidentali. La scoperta che un altro ragazzo in rieducazione – chiamato Quattrocchi – nasconde gelosamente nella sua abitazione un baule pieno di volumi proibiti convince i due amici a organizzare il furto dei libri, approfittando del rientro di Quattrocchi in città, fissato per la giornata spartiacque del 4 settembre.

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3 Settembre | September 3rd

3 settembre 2022

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The thing that was frightening was the mountain that rose up at the east end, a strange  Burmese like mountain with levels and moody terraces and a strange rice paddy hat on top that I kept staring at with a sinking heart even at first when I was healthy and feeling good (and I would be going mad in this canyon in six weeks on the fullmoon night of September 3rd)

Jack Kerouac, Big Sur, 1962

La cosa spaventosa era la montagna che sorge alla estremità est, una strana montagna come quelle birmane con piani livellati e terrazze imbronciate e sulla cima uno strano cappello da risaia che io seguitavo a fissare sentendomi stringere il cuore anche all’inizio quando godevo di buona salute e stavo bene (e in questo canyon sarei impazzito in sei settimane nella notte del plenilunio del 3 settembre)…

Jack Kerouac, Big Sur, 1962, tr. it. B. Oddera, Mondadori, 1976, p. 20

Emanuele Bevilacqua, autore di Guida alla Beat generation e di Album Beat. La generazione di Kerouac, commenta il 3 settembre richiamato, nel libro Big Sur, dallo scrittore Jack Kerouac e racconta la storia inedita dell’incontro mancato fra lo stesso Kerouac e Henry Miller:

“E in questo canyon sarei impazzito in sei settimane nella notte di plenilunio del 3 settembre”. Jack Kerouac scrive Big Sur, uno dei suoi libri più inquieti, quando è già famoso, On the Road era uscito tre anni prima. E’ il 1960, il Re dei Beat è perseguitato dai fan, dai giornalisti, ma soprattutto dall’alcol, cerca rifugio in quest’angolo di costa della California. Chiede a Lawrence Ferlinghetti, editore e poeta, di prestargli il suo piccolo cottage di Bixby Canyon a Big Sur. 
Kerouac rimarrà turbato da quei luoghi, dove la natura trionfa e ridimensiona il ruolo dell’uomo. Jack arriva a Big Sur di notte, quei canyon a precipizio sul mare, il Pacifico che urla fra le gole e il buio quasi totale lo schiacciano. Resisterà pochi giorni, non le sei settimane programmate. Nella sua fuga proverà l’umiliazione di non essere caricato in auto da quelle famigliole che transitano sulla Highway 101. Lo scrittore famoso per la sua avventura sulla strada, è costretto a percorrere a piedi un lungo tratto di strada, ignorato forse da alcuni dei suoi stessi lettori.

Jack Kerouac scrive Big Sur in omaggio a Henry Miller, considerato un po’ il padre della Beat generation. In quegli anni Miller viveva proprio a Big Sur, lo scrittore di Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno aveva scelto quei luoghi impervi per isolarsi e scrivere, lontano dalla leggerezza di Los Angeles. Fra l’altro qui scrive anche Big Sur e le arance di Hieronymous Bosch. È curioso che, nonostante la stima reciproca, i due non si siano mai incontrati e che, anzi, Kerouac sia stato protagonista di un appuntamento mancato clamorosamente a Big Sur. 
Miller lo aveva invitato a trascorrere qualche giorno da lui, ma Jack non si presentò mai.
L’incontro lo aveva organizzato Lawrence Ferlinghetti. Jack è entusiasta dell’idea, finalmente l’allievo potrà conoscere il suo maestro spirituale.
Kerouac parte da San Francisco, esce dalla libreria di Ferlinghetti, la City Lights Books ma non fa che pochi passi, lì accanto c’è (e c’è ancora) il Vesuvio, ritrovo di perditempo e di artisti. Decide di bere qualcosa prima di incamminarsi. Telefona a Miller per avvisare che sta arrivando. Poi beve un altro goccetto, si fa tardi. Jack non riesce proprio a uscire dal locale. Forse sente il peso dell’incontro, forse è solo l’alcol che lo impigrisce. Telefona di nuovo annunciando il ritardo, poi beve ancora e ancora, e ancora telefona, fino a notte tarda, mentre a Big Sur la cena si fredda e anche gli animi. Non lascerà il Vesuvio se non all’alba e il grande incontro non si farà, né allora né mai più. (Emanuele Bevilacqua) 

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2 Settembre

2 settembre 2022

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Nella vita di ognuno esistono momenti – quando la porta sbattuta all’improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco “no” che sembrava irrevocabile si muta in “forse” -, momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci riempiamo di speranza come di nuovo sangue. È stata concessa una proroga a qualcosa di ineluttabile, definitivo; il verdetto del giudice, del dottore, del console, è stato rinviato. Una voce ci avverte che non tutto è perduto. E con gambe tremanti e lacrime di gratitudine passiamo nel locale adiacente, dove ci pregano di “aspettare un poco” prima di spingerci nel baratro. Così accadde anche a me quella sera, quando accanto a Ejnar facevo la fila aspettando l’autobus che avrebbe portato all’aeroporto Le Bourget i passeggeri in partenza per Stoccolma. Lui partiva, io restavo. Tra la folla, nel buio crocevia parigino (era il 2 settembre 1939), alle nove di sera, non c’erano altri accompagnatori oltre me

Nina Berberova, Il giunco mormorante, 1988, tr. it. D. Sant’Elia, Adelphi 1990, pp.11-12

Parigi, 2 settembre del 1939: la notizia dell’inizio della guerra induce molti stranieri a lasciare la città. Un autobus, pieno di cittadini svedesi, percorre i boulevard in direzione dell’aeroporto Le Bourget. Fra di loro c’è una passeggera in più, una ragazza russa emigrata a Parigi, che non partirà per Stoccolma. Ha accompagnato Ejnar, il suo innamorato svedese, alla fermata dell’autobus ed è riuscita a salire, prolungando così i saluti per il tempo del percorso. Seduti in fondo al pullman, lei e Ejnar vedranno scorrere la città – insieme – per l’ultima volta. La guerra li separa, anche se lei non smetterà di conservare il ricordo di quell’uomo e, finito il conflitto, lo andrà a cercare a Stoccolma. Lo ritroverà sposato e distante, mentre il suo pensiero torna a quella giornata fatale: “Era davvero così necessario precipitarsi via dalla Francia allora, il 2 settembre di quel terribile anno?”.

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I Settembre | First of September

1 settembre 2022

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On the morning of the first of September, Scarlett awoke with a suffocating sense of dread upon her, a dread she had taken to her pillow the night before.  She thought, dulled with sleep:  “What was it I was worrying about when I went to bed last night?  Oh,yes, the fighting.  There was a battle, somewhere, yesterday!  Oh, who won?”  She sat up hastily, rubbing her eyes, and her worried heart took up yesterday’s load again.
The air was oppressive even in the early morning hour, hot with the scorching promise of a noon of glaring blue sky and pitiless bronze sun.  The road outside lay silent.

Margaret Mitchell, Gone With the Wind, 1936

La mattina del primo settembre Rossella si svegliò con una soffocante sensazione di terrore, un terrore che la sera prima aveva dimenticato nel sonno. Ancora assonnata pensò: “Di che cosa ero tanto preoccupata ieri sera? Ah sì, della battaglia. Stavano combattendo, ieri. Chi avrà vinto?”. Si drizzò a sedere in fretta, strofinandosi gli occhi; e il suo cuore turbato sentì nuovamente tutto il peso che lo angosciava il giorno prima. L’aria era opprimente anche in quell’ora mattutina, calda della promessa di un meriggio infocato. La strada era silenziosa. 

Margaret Mitchell, Via col vento, 1936, tr. it. A. Salvatore, E. Piceni, ed. cons. Mondadori 1989, pp. 299-300

Dopo un’estate di tempo cupo e di terribili battaglie, il primo settembre 1864 il fronte della guerra fra Nordisti e Confederati ha quasi raggiunto la città di Atlanta, dove Rossella O’Hara è rimasta ad assistere Melania, sorella di suo marito (morto al principio della guerra) e moglie di Ashley, il grande amore della stessa Rossella. Appena alzata, la giovane protagonista sente i colpi di cannone e teme per la sua famiglia rimasta a sud, a Tara. Melania entra nel travaglio del parto mentre la città cade in mano ai Nordisti; Rossella tenta la fuga, aiutata da Rhet Butler, l’uomo che infine sposerà – in terze nozze – per poi separarsene e, di nuovo, desiderare di riconquistarlo. Una giornata cruciale, quella del primo settembre, vissuta da Rossella con la naturale adesione al presente che la caratterizza, per cui ogni giorno è un altro giorno.

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31 Agosto

31 agosto 2022

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Il 31 agosto, sabato, in casa Rostov tutto era sottosopra. Tutte le porte erano spalancate, tutti i mobili portati fuori o spostati, specchi e quadri tolti dalle pareti. Nelle camere c’erano ovunque bauli, mucchi di paglia, carta da imballaggio e corde. I contadini e i domestici che trasportavano la roba camminavano a passi pesanti sul parquet. In cortile si ammassavano i carri dei contadini, alcuni già stracarichi e legati, altri ancora vuoti

Lev Tolstoj, Guerra e pace, 1867-69, tr. it.P. Zveteremich, ed. cons. Garzanti, 1985, vol. III, p. 1283

Dopo la battaglia di Borodino, le truppe di Napoleone stanno avanzando verso Mosca e la città è “in subbuglio e in movimento”. Fra notizie incerte, voci e dicerie, gli abitanti si preparano a lasciare le loro dimore. Anche in casa dei Rostov, una delle famiglie di cui si raccontano le vicende in Guerra e pace, ci si prepara alla partenza, imballando porcellane, cristallerie, vestiti e caricando i carri. È il 31 agosto, secondo il calendario giuliano ancora in uso nella Russia ortodossa, e la battaglia di Borodino– sempre secondo questo computo del tempo – è avvenuta il 26 agosto. Per i paesi cattolici che avevano attuato la riforma del calendario di Papa Gregorio XIII, la battaglia cade il giorno 7 settembre 1812. E l’ultimo giorno che i Rostov trascorrono nella loro casa, è contemporaneamente il 12 settembre e il 31 agosto del 1812.

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30 Agosto

30 agosto 2022

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Una volta all’anno, ma sempre in un bel mese, mi arrivano per posta dieci cartoline illustrate di Napoli. Le ricevo tutte insieme, un pacchetto di immagini, un piccolo film; dietro ogni cartolina leggo semplicemente la data e una firma: Luigi De Manes. È un mio vecchio amico, fu giovane con me; scrive il mio indirizzo e il suo nome sulle cartoline e per il resto si rimette a ciò che esse presumibilmente resusciteranno nel destinatario, solo che costui voglia degnare di una affettuosa occhiata i luoghi riprodotti. Bene. Dieci “illustrate al platino”, ossia lucide e lisce come i medaglioni; dunque, caro Luigi, ecco i facilissimi pensieri che mi sono derivati dalle tue cartoline del 30 agosto, senti”

Giuseppe Marotta, Cartoline, in L’oro di Napoli, 1947, ed. cons. Bompiani, 1961, p. 79

Il 30 agosto, come ogni anno, il narratore – trasferitosi da Napoli a Milano – riceve dieci cartoline della sua città. Senza messaggi, portano solo la firma dell’amico che le invia e la data estiva, del “bel mese” di agosto, quando “l’aria odora di alberi e di carne giovane, non so, come se le foglie crescessero sul capo di un bambino”.
Tutte insieme, costituiscono un “piccolo film”, fatto di diversi episodi accaduti nelle strade, sulle spiagge, in barca. Memoria e nostalgia si condensano nelle dieci immagini che aprono un varco nel tempo e subito lo richiudono: “il passato non serve a niente e l’avvenire sembra o è altrettanto inutile”.

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29 Agosto

29 agosto 2022

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Pietro la tira più dentro nel garage “Io ti sposo, sai” le dichiara (lo farà tra una licenza e l’altra, nel ’42, e per raggiungerlo lei salirà e scenderà da un numero incredibile di treni nelle stazioni più disparate, in Grecia, in Albania, a Sebenico). Le mani le rialzano i capelli e reggono la sua testa come il calice del Santo Graal, Pia lo guarda e nella notte è in realtà bellissima, gli occhi e i capelli sembrano crepitare di luce propria, e mentre gli risponde la sua voce ha l’odore dell’erba e delle prugne, dell’edera lungo il muro. Una notte da ricordare per sempre. Per sempre il garage, l’edera, il giorno: 29 agosto 1939

Rosetta Loy, La ragazza venuta per l’estate, 1984, in All’insaputa della notte, Garzanti 1990, p.126

Mentre la seconda guerra mondiale è sempre più vicina, in una famiglia in vacanza nella campagna di Casale nasce l’amore fra Pia Marcon, la ragazza venuta per l’estate a badare ai ragazzi, e Pietro, il figlio maggiore. Da una parte le notizie della guerra, i treni con i soldati, l’inquietudine, dall’altra i giochi in giardino, le letture di svago, i desideri. La notte del 29 agosto, Pia lascia il fidanzato del suo paese per Pietro che le promette di sposarla, come effettivamente farà, anche se quel “matrimonio di guerra, come si diceva allora”, sarà di breve durata. E la casa, il frutteto, il garage della promessa di matrimonio del 29 agosto verranno distrutte dai tedeschi.

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28 Agosto

28 agosto 2022

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La creatura, in qualche modo, provvide ad aiutarla, con l’anticipare di alcune settimane la propria nascita, che era prevista per l’autunno, ma invece fu alla fine di Agosto, mentre Nino si trovava a un campeggio di avanguardisti. Il 28 di agosto, quando avvertì le prime doglie, Ida era sola in casa; e, presa dal panico, senza nemmeno preannunciasi con una telefonata, si mise su un tram verso l’indirizzo della levatrice

Elsa Morante, La Storia, 1974, Einaudi, p. 94

Concepito nel gennaio del 1941, dalla maestra Ida Ramundo e da un soldato tedesco di passaggio, il 28 agosto nasce – in anticipo – il figlio di quell’unione consumata nel quartiere romano di san Lorenzo. Ida è preoccupata di come dire del suo stato al figlio grande Nino, ed è sollevata dal fatto che il parto avvenga in anticipo, mentre il ragazzo è fuori. Quando il bambino nasce, “piccirillo”, “caruccio” e “con l’intenzione di sopravvivere”, malgrado le difficoltà del momento in cui è venuto al mondo, Ida deve superare lo scoglio di dichiararlo figlio di padre ignoto. Così, scrive su un foglio a lettere stampatello “Giuseppe Felice Angiolino nato a Roma il 28 agosto 1941 da Ida Ramundo vedova Mancuso e da N. N.”

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27 Agosto | 27. August

27 agosto 2022

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Es war am 27. August 1926, um vier Uhr nachmittags, die Läden waren voll, in den Warenhäusern drängten sich die Frauen, in den Modesalons drehten sich die Mannequins, in den Konditoreien plauderten die Nichtstuer, in den Fabriken sausten die Räder, an den Ufern der Seine lausten sich die Bettler, im Bois de Boulogne küßten sich die Liebespaare, in den Gärten fuhren die Kinder Karussell. Es war um diese Stunde, da stand mein Freund Tunda, zweiunddreißig Jahre alt, gesund und frisch, ein junger starker Mann von allerhand Talenten, auf dem Platz vor der Madeleine, inmitten der Hauptstadt der Welt und wußte nicht, was er machen sollte. Er hatte keinen Beruf, keine Liebe, keine Lust, keine Hoffnung, keinen Ehrgeiz und nicht einmal Egoismus.
So überflüssig wie er war niemand in der Welt.

Joseph Roth, Die Flucht ohne Ende, 1927

Era il 27 agosto 1926, alle quattro del pomeriggio, i negozi erano affollati, nei magazzini le donne facevano ressa, nelle case di moda le mannequins giravano su se stesse, nelle pasticcerie chiacchieravano gli sfaccendati, nelle fabbriche sibilavano gli ingranaggi, lungo le rive della Senna si spidocchiavano i mendicanti, nel Bois de Boulogne le coppie d’innamorati si baciavano, nei giardini i bambini andavano in giostra. A quell’ora il mio amico Franz Tunda, trentadue anni, sano e vivace, un uomo giovane, forte, dai molti talenti, era nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui al mondo non c’era nessuno

Joseph Roth, Fuga senza fine, 1927, tr. it. M. G. Paci Manucci, ed. cons. Adelphi 2010, p. 151

Il 27 agosto del 1926 si chiude il racconto di dieci anni di vita del tenente austriaco Franz Tunda. Le vicende narrate hanno inizio nell’agosto del 1916, quando Tunda è fatto prigioniero dai russi, riesce a fuggire dal campo con l’aiuto di un polacco, vive dimenticato nella taiga, cerca di tornare a Vienna, è catturato, liberato, coinvolto nella rivoluzione bolscevica. Senza dimenticare la sua fidanzata viennese, conosce diverse donne, si sposa anche, nella città di Baku. Ma ogni sosta – com’è stato detto – “è solo un momento di sospensione nel turbine di una fuga senza fine”, che si ferma a Parigi, dove – “gli pareva, era il suo posto e la sua fine” e dove il narratore della sua storia lo incontra il 27 agosto.

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26 Agosto

26 agosto 2022

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– Niente è accaduto, i fatti sono sempre quelli. I fatti sono lì; – era tornato alla tavola e premeva con le palme aperte sullo scartafaccio del Diario – quel che importa, che mi sconvolge, non sono i fatti, tutti li sanno; sono i rapporti, le concorrenze, la interpretazione; è qui – e con l’indice, lungo e secco che pareva un bastone, picchiava sui margini coperti di note minutissime in inchiostro rosso.
Maurizio ricordò i vaneggiamenti sul ventisei di agosto, che a suo tempo Carmela gli aveva raccontati, e respirò. Carmela uscì in un riso ebete, ma l’abate la fulminò. Narcisa rimaneva fredda e attenta. Poiché ora lo sguardo febbrile dell’abate era arrivato su lei, ella disse rigidamente:
– Per conto mio, le prometto il più rigoroso segreto.
– Ecco; lo confesso, io m’ero ingannato allora, quando ho trovato quella coincidenza di date

Massimo Bontempelli, Gente nel tempo, 1937, ed. cons. Mondadori 1942, pp. 114-115

“È a forza di anniversari che il tempo se ne va tanto presto, invece gli uomini ci hanno una vera passione”. Nella storia della famiglia Medici, le date hanno una fatale importanza, scandendo la successione della scomparsa dei componenti, a partire dalla nonna delle due protagoniste (le sorelle Nora e Dirce), la “Gran Vecchia”, morta il 26 agosto del 1900. È una suggestione collettiva che coinvolge, oltre alla famiglia, l’intero paese e soprattutto l’abate Clementi, che registra su un Diario il ritmo “astrale” delle date di famiglia, a partire da quel 26 agosto di inizio secolo, per poi ammettere che “non importa morire, importa non sapere quando”. “Se uno quando c’è ci pensasse forte, ma ben forte, mi pare che il tempo non dovrebbe andarsene a questo modo”.

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25 Agosto | 25 de agosto

25 agosto 2022

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― Qué raro – decía – somos dos y somos el mismo. Pero nada es raro en los sueños.
Pregunté asustado:
― Entonces, todo esto es un sueño? ― Es, estoy seguro, mi último sueño. Con la mano mostró el frasco vacío sobre el mármol de la mesa de luz.
― Vos tendrás mucho que sonar, sin embargo, antes de llegar a esta noche. En qué fecha estás?
― No sé muy bien – le dije aturdido –. Pero ayer cumplí sesenta y un años.
― Cuando tu vigilia llegue a esta noche, habrás cumplido, ayer, ochenta y quatro. Hoy estamos a 25 de agosto de 1983.
― Tantos años habrá que esperar – murmuré.

Jorge Luis Borges, Veinticinco de agosto 1983, 1977

“Che strano” diceva, “siamo due e siamo la stessa persona. Ma nulla è strano nei sogni. “
Chiesi sgomento: “Allora, tutto questo è un sogno?”
Con la mano mostrò il flacone vuoto sul marmo del comodino.
“Tu avrai molto da sognare, però, prima di giungere a questa notte. In che data sei?”
“Non saprei con precisione” gli dissi confuso, “Ma ieri ho compiuto sessantun anni.”
“Quando la tua veglia arriverà a questa notte, ne avrai compiuti ieri ottantaquattro. Oggi è il 25 agosto 1983.”
“Tanti anni bisognerà aspettare” mormorai

Jorge Luis Borges, 25 agosto 1983, 1977, tr. it. G. Guadalupi, Franco Maria Ricci, 1980, ora anche in Tutte le opere, I Meridiani Mondadori, 1985, vol. II, p. 1122

Uno sdoppiamento del tempo (e del sogno) mette accanto due date: il 25 agosto del 1960 che è il presente del viaggiatore sessantunenne che entra nell’Hotel Las Delicias del paese di Adrogué e il 25 agosto del 1983, che è il presente del vecchio che il viaggiatore trova nella stanza 19. Hanno lo stesso nome e si somigliano, sono la stessa persona – lo scrittore Borges – presente contemporaneamente in due tempi diversi, che entrano in contatto. Nel dialogo fra i due personaggi, lo scrittore fa riferimento al suo giorno effettivo di nascita, il 24 agosto: “ieri”, rispetto alla data del 25, in cui il racconto si svolge.

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24 Agosto | 24 août

24 agosto 2022

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Mais à quelle époque de la vie de Pompéi était-il transporté? Une inscription d’édilité, gravée sur une muraille, lui apprit, par le nom des personnages publics, qu’on était au commencement du règne de Titus, – soit en l’an 79 de notre ère. – Une idée subite traversa l’âme d’Octavien ; la femme dont il avait admiré l’empreinte au musée de Naples devait être vivante, puisque l’éruption du Vésuve dans laquelle elle avait péri eut lieu le 24 août de cette même année ; il pouvait donc la retrouver, la voir, lui parler… Le désir fou qu’il avait ressenti à l’aspect de cette cendre moulée sur des contours divins allait peut-être se satisfaire, car rien ne devait être impossible à un amour qui avait eu la force de faire reculer le temps et passer deux fois la même heure dans le sablier de l’éternité.

 Théophile Gautier, Arria Marcella. Souvenir de Pompéi, 1852

Ma in quale epoca della vita di Pompei era stato trasportato? Un’iscrizione edile scolpita su un muro gli fece capire, dal nome dei personaggi pubblici, che si era all’inizio del regno di Tito, cioè nell’anno 79 della nostra era. Un pensiero improvviso attraversò la mente di Octavien: la donna di cui aveva ammirato l’impronta al museo di Napoli doveva essere viva perché l’eruzione del Vesuvio nella quale era morta era avvenuta il 24 agosto di quell’anno. Poteva dunque ritrovarla, vederla, parlarle… Il desiderio folle che aveva provato vedendo quella cenere modellata su forme divine poteva essere soddisfatto, perché nulla doveva essere impossibile a un amore che aveva avuto la forza di far tornare indietro il tempo e di far passare due volte la stessa ora nella clessidra dell’eternità

Théophile Gautier, Arria Marcella, 1852, in Il vello d’oro e altri racconti, tr. it. L. Binni, Giunti 1993, p.155

In un anno dell’Ottocento, Octavien, un giovane francese in viaggio a Napoli con due amici, visita il Museo e s’incanta di fronte alla vetrina, dove è conservato un pezzo di lava nera che reca l’impronta di un seno e di un fianco femminili. Arrivato a Pompei e trovata la casa da cui proviene l’impronta, Octavien vive – o immagina di vivere – un’esperienza prodigiosa. Mentre i suoi amici dormono fra i fumi del vino Falerno, Octavien visita di nuovo, da solo, le rovine. Per lui “la ruota del tempo era uscita dalla sua carreggiata” , riportandolo a un giorno che precede di poco il 24 agosto del 79 dopo Cristo, data (peraltro contestata da rilevamenti recenti) dell’eruzione del Vesuvio che seppellì la città. Un’ondulazione del tempo, un ritorno del passato – o una sincope, come apparirà agli amici che lo ritrovano svenuto – gli permette di trovarsi di fronte ad Arria Marcella, in un punto nodale della storia antica.

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23 Agosto

23 agosto 2022

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Il ventitré agosto del 1964 fu l’ultima giornata felice che il farmacista Manno ebbe su questa terra. Secondo il medico legale, la visse fino al tramonto; e del resto, a suffragare la constatazione della scienza, c’erano i pezzi di caccia che dal suo carniere e da quello del dottor Roscio traboccavano: undici conigli, sei pernici, tre lepri. Secondo i competenti, quella era messe di tutta una giornata di caccia, e considerando che la località non era di riserva, e non proprio ricca di selvaggina. Il farmacista e il dottore la caccia amavano farla con fatica, mettendo a prova la virtù dei cani e la propria: perciò andavano d’accordo e sempre uscivano insieme, senza cercare altri compagni. E insieme chiusero quella felice giornata di caccia, a dieci metri di distanza

Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo, 1966, ed. cons. Adelphi, 1994, p. 18

Domenica 23 agosto 1964 (mentre nella realtà – a Roma – si preparano i funerali di Togliatti), nella campagna siciliana vengono uccisi due amici, il dottor Roscio e il farmacista Manno. Quest’ultimo, uomo senza nemici, lontano dalle discussioni politiche, pochi giorni prima aveva ricevuto in farmacia una lettera anonima con una minaccia di morte. Il messaggio non lo aveva spaventato più di tanto e il 23 agosto è andato a caccia con l’amico e i cani, che torneranno in paese da soli, verso le nove di sera, “misteriosamente ululando”. Del caso si occuperà – oltre che il maresciallo dei carabinieri – anche il professor Laurana, l’unico ad accorgersi che la lettera anonima – guardata dal rovescio – rivela una parola latina (unicuique, dal motto unicuique suum che compare sulla testata dell’Osservatore romano, e che, tradotto come “a ciascuno il suo”, dà il titolo al romanzo). Un indizio, questo, che porterà Laurana fatalmente vicino alla spiegazione degli omicidi e alla catena di fatti che li ha determinati, diversa da come poteva apparire – collegando la lettera con il farmacista – in quel giorno di agosto.

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22 Agosto

22 agosto 2022

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Così arrivò il ventidue di agosto e così vennero le tre Notti di Ferro.
La prima Notte di Ferro. Alle nove il sole tramonta. Sopra la terra si stende un’ombra opaca, si vedono alcune stelle e, due ore dopo, appare un barlume di luna. Col fucile e col cane me ne vado nel bosco, accendo un focherello e il bagliore della fiamma si insinua fra i tronchi dei pini. Non c’è brina.
La prima Notte di Ferro! dico fra me. E una gioia violenta per il tempo e il luogo mi confonde e mi scuote stranamente

Knut Hamsun, Pan, 1894, tr. it. E. Pocar, in Pan. L’estrema gioia, Mondadori, 1941, p. 88-89

Il tenente Glahn ricorda l’estate del 1855 , quando “il tempo passava molto veloce, senza confronto più veloce di adesso”. Nella foresta norvegese di betulle, popolata di animali ma anche carica di silenzi, Glahn ha trascorso un tempo speciale, in ascolto della natura e di sé stesso. Più adatto alla vita solitaria che alle relazioni umane e amorose, Glahn è sensibile a ogni manifestazione della natura, alle lievi variazioni di luce e calore che accompagnano il cambiamento della stagione. La notte del ventidue agosto – la prima delle notti di agosto in cui comincia ad apparire il primo ghiaccio – il sole tramonta alle nove e Glahn si prepara a passarla all’aperto, mentre un aurora boreale “passa sopra il cielo del Nord”. Lo scrittore norvegese Knut Hamsun – premio Nobel nel 1920 – era nato nel 1859, il 4 agosto.

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