3 Aprile

3 aprile 2017

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Il 3 aprile verso le cinque. In macchina da piazza della Scala vuol prendere via Verdi ma il semaforo è rosso; stipate intorno le auto, i pedoni che passano, il sole ancora alto, una giornata bellissima, in quel mentre immaginò la Laide sul bordo della pista di Modena dove diceva di andare a posare per le fotografie di moda, è là felice di essere stata ammessa in quel mondo eccezionale di cui i giornali parlano tanto in termini quasi di favola, è là che scherza con due giovani 

Dino Buzzati, Un amore, 1963, Mondadori 1979, pp. 79-80

L’architetto milanese Antonio Dorigo, in febbraio, in una casa d’appuntamenti, ha conosciuto Adelaide, una ragazza col fisico da ballerina, da cui rimane irretito. Durante i mesi invernali Dorigo si è legato sempre più alla ragazza, che non ricambia il suo sentimento e ha una vita sua, in locali notturni e con altri uomini. Nel pomeriggio del 3 aprile, in mezzo al traffico di Milano, “all’altezza del palazzo di Brera lo prese lo sgomento perché in questo preciso istante ha capito di essere completamente infelice senza nessuna possibilità di rimedio” e perché  il pensiero di lei “lo perseguita in ogni istante millimetrico della giornata”. 

 

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Una tesi su Diconodioggi

Dal Gioco dei giorni narrati (Giunti, 1994) alla versione in Realtà Virtuale Oculus Rift della mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea (Museo Macro di Roma, 2016), passando – nell’arco di venti anni – per il database della raccolta di citazioni sui giorni, per questo blog e per la rete dei social: è questo il tema di una lusinghiera – per Diconodioggi – tesi di laurea discussa in quest’anno accademico presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone.

tesi Accademia Frosinone

L’autrice è Martina Frattarelli e la sua relatrice Loredana Finicelli, docente presso il Corso di laurea in Conservazione e restauro dei materiali dell’arte contemporanea.

Titolo della tesi: “Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea. Caratteri di innovazione nella comunicazione multimediale dell’esposizione.

La tesi ripercorre con chiarezza l’origine e l’evoluzione del progetto e il suo riversamento su canali editoriali, mezzi e situazioni diverse: un libro antologico, un database relazionale, una mostra animata da eventi e interazioni, una ricostruzione VR, un blog collaborativo. Ecco l’indice:

Capitolo 1: I progetti editoriali
1.1 Il Gioco dei giorni narrati
1.2 La Bustina di Minerva
1.3 Il Database
1.4 Dicono di oggi: “Era una notte buia e tempestosa. Va bene, ma in quale data?”
1.5 Da Toni A. Brizi ad Antonella Sbrilli

Capitolo 2: La Mostra.Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea
2.1 Le nuove concezioni temporali nel ‘900
2.2. Il tempo nell’arte del ‘900. La performance, l’happening. Fluxus
2.3 L’arte di Alighiero Boetti
2.4 Alighiero Boetti e il tempo
2.5 La mostra: sviluppo e caratteri innovativi
2.5.1 Lo sponsor Bulgari
2.5.2 I percorsi tematici. Un rapido sguardo alla mostra
2.5.3. La comunicazione. La didattica e l’interazione con il pubblico

Capitolo 3: L’applicazione multimediale
3.1 La premessa: “Nel Cerchio dell’arte”
3.2. Realizzazione del progetto virtuale
3.3. Arte e tecnologie

Bibliografia e sitografia chiudono questo lavoro, che – speriamo – trovi diffusione e seguito.
(a.s.)

 

28 Marzo

28 marzo 2017

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“Leggi la data in cima alla pagina”. Indicò la scritta che diceva: 28 marzo 1932. “Non c’è bisogno di traduzione, vero? I numeri sono quasi uguali a quelli dell’Intertemporale Standard. Non sai che a quell’epoca nessuno aveva mai visto un fungo atomico? Nessuno avrebbe potuto riprodurlo con tanta accuratezza, tranne…” “Aspetta un momento, è solo uno schizzo” disse il Calcolatore, cercando di ritrovare il suo equilibrio. “Può darsi che la somiglianza col fungo atomico sia casuale.” “Ah, sì? Guarda di nuovo le parole, allora.” Harlan indicò la scritta in maiuscolo, All the Talk Of  the Market. “Le iniziali formano la parola Atom, che in inglese vuol dire atomo. Me la chiami coincidenza? Direi proprio di no”

 Isaac Asimov, La fine dell’Eternità, 1955, tr.it. G. Lippi, Mondadori, 1987, p. 202

L’Eternità gode di un equilibrio estremamente delicato, nel mondo immaginato da Asimov in questo romanzo, dove si può viaggiare attraverso i secoli e la storia muta a ogni cambiamento della Realtà effettuato da tecnici del Tempo. Dove si rischia, tornando a un momento già attraversato, di incontrare se stessi. E dove diverse Realtà alternative possono esistere.
Ma c’è stata un’epoca in cui il passato era irreversibile, “la Realtà fluiva ciecamente lungo la linea della massima probabilità”, per esempio il Ventesimo secolo. Lì è finito uno dei personaggi di questo complicato racconto e da lì, dal 1932, sta mandando un messaggio in codice per essere rintracciato. Un messaggio affidato a un anacronismo: il disegno di un fungo atomico su una rivista del 28 marzo 1932.  

 

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Ore di luce, ora

Una delle più belle opere che trattano il tema dei fusi orari è il capolavoro di Olafur Eliasson dal titolo Daylight map, del 2005.
L’opera consiste di 24 tubi al neon sagomati come le linee verticali che suddividono la Terra in zone col medesimo orario. Tali linee, lungi dall’essere diritte, si presentano spezzettate, zigzaganti, con rientri e scarti verso est od ovest, poiché seguono confini e situazioni collegate alla mappa politica del pianeta. L’opera dell’artista danese-islandese è un dispositivo che – grazie a timer e sequenziatori – funziona in tempo reale: i tubi  infatti si accendono in corrispondenza delle zone illuminate in quel momento nel pianeta e si spengono di conseguenza nel momento in cui su quella zona oraria cala la notte.

Eliasson Daylight mao 2005

Olafur Eliasson, Daylight map, 2005 (dal sito olafureliasson.net)

Due aspetti sorprendono e affascinano in questa installazione. Uno riguarda lo spazio e la sua rappresentazione: visualizzate al di fuori dal contesto familiare dell’atlante, queste linee non danno nessun indizio dei paesi che attraversano, rendendo irriconoscibile la mappa dal punto di vista geo-politico. L’altro aspetto concerne il tempo e la (sempre) sorprendente constatazione che il presente è insieme universale e locale, condiviso e circoscritto.
Il genio di Olafur Eliasson sintetizza così il tema per lui dominante della luce diurna nel suo intreccio con il tempo e l’intreccio di entrambi (luce e tempo) con l’esistenza biologica delle specie viventi e con la convenzione politica e sociale delle comunità. E ne ricava una partitura ritmica, che sincronizza il flusso continuo della luce con la struttura spaziale della griglia.
Nella notte fra il 25 e il 26 marzo 2017, nei paesi che la adottano, va in vigore l’ora legale: in Italia sono 101 anni – salvo qualche lunga interruzione – che l’espediente per allungare le giornate estive è attivo.
Gli effetti di questo jet-lag, ridotto ma concreto, si risentono nei ritmi circadiani e nelle abitudini, generando piccole confusioni sul prima e sul dopo (che ore sono? che ore sarebbero?).
La mappa luminosa dell’artista Eliasson – con la forza e la poesia della sua evidenza – fa riflettere su tutto questo, movimenti della terra, convenzioni di misurazione, passaggi di tempo, di cui i grandi e sconosciuti artigiani sono i compilatori degli orari dei voli aerei intercontinentali.

Antonella Sbrilli (@asbrilli)

24 Marzo

24 marzo 2017

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 24 marzo 1958

In determinate condizioni di atmosfera, di ora e di luce possiamo vedere anche a occhio nudo i tre piccoli satelliti artificiali che l’uomo lanciò dalla Terra verso gli spazi interplanetari dal 1955 al 1958; e ivi sono rimasti appesi, presumibilmente per sempre, girando girando intorno a noi. In certi crepuscoli d’inverno quando l’aria è come cristallo, tre minuscoli punti brillano, di un fisso e corrucciato splendore; due vicini che quasi si toccano, uno più in là, solitario

Dino Buzzati, 24 marzo 1958, in Sessanta racconti, 1958, Mondadori, p. 293

Il 24 marzo 1958 è la data della messa in orbita dell’ultimo di una serie di tre satelliti che – da allora al presente immaginato nel racconto, il 1975 – continuano a girare intorno alla Terra. È una data più importante della scoperta dell’America o della rivoluzione francese, dopo la quale l’umanità è cambiata. Gli ultimi messaggi trasmessi dall’equipaggio alludono infatti a una strana musica e all’arrivo in un luogo che forse è il paradiso. Gli astronauti non sono tornati dai viaggi e i tre satelliti continuano a girare, lasciando il dubbio che il regno dei cieli – con la sua musica sovrumana – sia pericolosamente vicino, proprio alle porte del pianeta Terra, di questa “pulce delle pulci disseminate nell’Universo”.

 

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14 Marzo

14 marzo 2017

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Il primo testimone era il Cappellaio. Si presentò con una tazza di tè in mano e un pezzo di pane imburrato nell’altra. – Chiedo perdono, vostra Maestà, – cominciò, – se sono qui con queste cose; ma non avevo ancora finito il mio tè quando sono stato convocato.
– Dovresti aver finito, – disse il Re. – Quando iniziasti?
Il Cappellaio guardò la Lepre Marzola, che l’aveva seguito in tribunale a braccetto del Ghiro. – Il quattordici marzo, mi pare, – disse.
– Il quindici, – disse la Lepre Marzola.
– Il sedici, – disse il Ghiro.
– Prendetene nota, – disse il Re alla giuria; e la giuria diligentemente annotò sulle lavagnette tutte e tre le date, poi fece la somma e convertì il totale in scellini e penny

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, 1865, tr. it. A. Ceni, Einaudi, 2003, p. 107

La porta principale attraverso cui si entra nel Paese delle Meraviglie è quella del Tempo, avverte Stefano Bartezzaghi nell’introduzione all’edizione Einaudi delle Avventure di Alice. Il tempo – già di per sé una meraviglia, un indovinello senza soluzione – è il protagonista di situazioni e dialoghi paradossali. Le avventure di Alice si svolgono in maggio: lo dice la bambina, dopo aver incontrato la Lepre Marzola (“forse, poiché siamo di maggio, non matta da legare”). Più avanti, nel capitolo Un tè da matti, viene fuori la data del 4, insieme con un mirabile orologio che, invece dell’ora, segna il giorno del mese. Poiché il Paese delle Meraviglie è un luogo di discussioni, anche la data è oggetto di negoziazione, come in questo capitolo XI (Chi rubò le crostate?), in cui il testimone è contraddetto dalla Lepre Marzola e dal Ghiro e le cifre delle date sono commutate in denaro. Poiché il Paese delle Meraviglie è un luogo di non-certezze, anche la data pare il 14 marzo, ma anche il 15 o il 16. Dipende dall’unità di misura o di cambio del Tempo.

 

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I Marzo

1 marzo 2017

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Già da parecchio il tempo cattivo era finito; ci inoltravamo nella bella stagione e d’un tratto fiorirono i mandorli. Era il primo di marzo. Di mattina scendo in Piazza di Spagna. I contadini hanno spogliato la campagna di tutti i suoi rami bianchi e i fiori di mandorlo riempiono le ceste dei venditori. L’incanto che provo è tale che ne compro tanti da riempire un giardino. Tre uomini me li portano a casa. Rientro con tutta questa primavera. I rami si impigliano nelle porte; alcuni petali cadono come neve sul tappeto

 André Gide, L’immoralista, 1902, tr. it. E. Scarpellini, Garzanti, ed. cons. 1982, p. 237

La data del primo marzo compare verso la fine del racconto che il protagonista, Michel, fa ad alcuni amici per spiegare gli ultimi decisivi avvenimenti della sua vita. Il matrimonio con Marceline, il soggiorno in Africa, fatto di lunghi “giorni senza ore”, la malattia ai polmoni da cui si è ripreso, la scoperta dell’omosessualità. E poi, in una specie di simmetria, la malattia della moglie che, incinta, perde il bambino, e di nuovo i viaggi, il lago di Como, Firenze, Roma, dove arrivano alle soglie della primavera, per proseguire ancora verso sud. 

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Il Tempo sotto vetro in un libro di Roberta Aureli (Bulzoni editore)

Fra i diversi motivi per i quali leggere il libro di Roberta Aureli, La campana di vetro. Trasformazione della “camera di compensazione per sogni e visioni” nelle pratiche artistiche contemporanee (Bulzoni editore, Roma 2017), c’è un capitolo sul Tempo.
Dopo aver ripercorso la storia della campana di vetro – ambivalente oggetto d’arredo, cupola da salotto che racchiude ogni sorta di memorabilia privati o naturali – risalendo dalle case vittoriane fino alle visioni dei Surrealisti; dopo aver trattato nei dettagli le scatole-vetrina di Joseph Cornell e il loro riverbero che da New York arriva anche in Italia, in certe opere di Munari, Dangelo, Del Pezzo; dopo aver rintracciato il retaggio della campana di vetro nelle poetiche della miniatura, della meraviglia, del frammento, della mutilazione, della reliquia, variamente declinate a cavallo della grande guerra, Roberta Aureli si rivolge all’epoca contemporanea, allestendo una mostra ideale di “campane di vetro” reinterpretate da una rosa di artisti ed artiste internazionali. Qui troviamo le messe in scena di David LaChapelle, gli “accostamenti impervi” di Pablo Mesa Capella, i giocattoli di Lucas Mongiello, l’estetica bonsai di Aiba Takanori. E molte altre significative esperienze, che riconducono una parte consistente della ricerca attuale alla fascinazione per la Wunderkammer, agli sconfinamenti nell’immaginario scientifico e fantascientifico, alle simulazioni di habitat e di universi sotto vetro.
Aureli Campana di vetroÈ nel sesto capitolo, dall’eloquente titolo Custodire il tempo, che la dimensione temporale – evocata dalla funzione conservatrice della campana di vetro  – si rivela come contenuto stesso delle opere. Il capitolo si apre con una citazione dal trattato che Ernst Jünger dedicò nel 1954 alle clessidre, Il libro dell’orologio a polvere:  “Il tempo dilegua ma non svanisce”. L’artista al centro del capitolo è Chiara Camoni (Piacenza, 1974), presentata con alcune imprese emblematiche: l’esposizione del 2006 dal titolo (Di)segnare il tempo, in cui erano raccolti centinaia di disegni realizzati e firmati dalla nonna dell’artista, che per mezzo di una fitta trama di stelle e asterischi, ” aveva segnato sulla carta il tempo”, scandendo “come un metronomo il passare dei giorni”.
Nei lavori di Camoni “c’è il tempo dei ritmi e delle scansioni, il tempo della lotta contro la materia, il tempo lungo e paziente della creazione artigianale; c’è il tempo dei calendari e, soprattutto, il tempo condiviso con coloro ai quali l’artista delega il lavoro” – scrive Roberta Aureli – soffermandosi poi sull’opera Clessidra, presentata in una mostra del 2004. Si tratta di una clessidra sistemata – per l’occasione della mostra –  dentro una campana di vetro di misura molto maggiore rispetto a quella necessaria per contenere il piccolo oggetto, che appare simile ai segnatempo che corredano tanti giochi da tavolo. La sproporzione fra lo scorrere del tempo e la possibilità di controllarlo e misurarlo si lega così ai passatempi, ai giochi e ai ritmi con cui lo si riempie.
La trattazione di Roberta Aureli prosegue – dopo il capitolo sul Tempo – con una serie sorprendente di rivisitazioni della campana di vetro, che spaziano dall’Europa agli Stati Uniti, all’Australia, alla Cina, al Brasile (The Eight Day di Eduardo Kac), con un forte nucleo britannico (Damien Hirst, Kate McGwire, Janie Graham e Georgia Russell, Justine Smith, Jake e Dinos Chapman); per l’Italia spiccano David Casini, con le sue miniature di ecomostri e utopie politiche allestite sotto vetro e Sebastiano Mauri, con i suoi arrangiamenti di mondi in cui convivono creature aliene e terrestri, divine e umane. Il libro si chiude con riferimenti a campane di vetro metaforiche e futuribili, invisibili cupole colossali capaci di racchiudere intere comunità, bolle di cristallo esplorabili nello spazio-tempo.
Antonella Sbrilli (@asbrilli)

Il blog di Roberta Aureli, PlaychesswithMarcel.tumblr.com

26 Febbraio

26 febbraio 2017

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“Siamo già nel golfo”, mi disse uno dei miei compagni quando mi alzai per far colazione, il 26 febbraio.Il giorno prima avevo avuto un po’ di paura per le condizioni del tempo nel golfo del Messico. Ma il cacciatorpediniere, anche se si muoveva un poco, scivolava via dolcemente. Pensai tutto contento che i miei timori erano infondati e salii in coperta. Il profilo della costa era svanito. Solo il mare verde e il cielo azzurro si stendevano intorno a noi

Gabriel García Márquez, Racconto di un naufrago, 195 (1970), tr. it. C. Acutis, Mondadori 1987, p.29

“Racconto di un naufrago che andò per dieci giorni alla deriva in una zattera senza mangiare né bere, che fu proclamato eroe dalla patria, baciato dalle reginette di bellezza e reso ricco dalla pubblicità, e poi aborrito dal governo e dimenticato per sempre”: il lungo sottotitolo di questo libro percorre tutte le fasi della vicenda del marinaio Velasco, imbarcato sul cacciatorpediniere Caldas alla volta di Cartagena. Il 26 febbraio 1955 è nel golfo del Messico, e tutto deve ancora succedere. 

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Il Tempo senza date di Ghirri (a Narni, febbraio 2017)

“In febbraio leggo e studio molto” annotava Beppe Sebaste nel Calendario, il testo che apre la raccolta di scritti dal titolo Cafè Suisse e altri luoghi di sosta (Feltrinelli, 1992), dove lo scrittore – parmense di nascita – capta atmosfere e risonanze, cieli e stati d’animo, memorie di posti e città disparate. Quella raccolta era dedicata al fotografo Luigi Ghirri, un maestro di luoghi e di cieli: nel 1974 ne fotografò 365, uno al giorno, e ne scelse 28 per allestire il calendario celeste di un febbraio non bisestile (è stato esposto alla mostra Dall’oggi al domani, Macro 2016).
Ghirri Cieli febbraio 1974
Ghirri ritorna in una nuova iniziativa di Beppe Sebaste: l’artista ora è il fulcro della mostra dal titolo La Casa e le Stagioni – Casa Ghirri, che si apre sabato 18 febbraio 2017 (25 anni e 4 giorni dopo la scomparsa del maestro, avvenuta il 14 febbraio 1992). La mostra ha luogo a Narni, ne La Stanza, lo spazio espositivo aperto da Sebaste in via del Campanile 13. “Uno spazio laboratorio di pratiche e linguaggi. Un luogo di creazione, ma anche di ricerca e di raccoglimento, di felicità, di pellegrinaggio”, in cui ha già trovato forma, nel 2016, il progetto Ci sono cieli dappertutto.
Ghirri è la presenza numinosa di questo spazio, chNarni via del campanilee ora presenta  le immagini di un reportage compiuto da Sebaste con tre amici fotografi – Daniele De Lonti, Vittore Fossati e Gianni Leone – intorno all’ultima  casa di Ghirri a Roncocesi, nei pressi di Reggio Emilia, reportage avvenuto alla morte della moglie e collaboratrice di Ghirri, Paola, che per vent’anni aveva tenuto viva la memoria e l’archivio del marito. Il titolo La Casa e le Stagioni fa riferimento all’ultimo irrealizzato progetto del grande fotografo: la destinazione di un casolare nei pressi della casa di Roncocesi a luogo di raccolta ed esposizione di opere collegate al ritmo ciclico delle stagioni, un tempo senza date e senza griglie. A questo progetto, nel 2009, Elisabetta Sgarbi ha dedicato il film Deserto rosa. 
Nel corso del vernissage della mostra di Narni verranno letti testi e dediche di amici scrittori per Casa Ghirri.
Il blog di Beppe Sebaste “mantenere la parola”.
Antonella Sbrilli (@asbrilli)

13 Febbraio

13 febbraio 2017

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Io, Billy Pilgrim, comincia il nastro, morirò, sono morto e sempre morirò il tredici febbraio 1976.
Nell’ora della sua morte, dice, è a Chicago per parlare a una gran folla sul tema dei dischi volanti e della vera natura del tempo

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, 1969,  tr. it. L. Brioschi, Feltrinelli, 2003, pp. 133

Billy Pilgrim, sopravvissuto al bombardamento di Dresda del 13 febbraio del 1945 e tornato negli Stati Uniti, racconta la storia della sua vita, come se le diverse fasi fossero reversibili, continuamente attraversabili e interferenti. In questi viaggi nel tempo, si sposta dall’adolescenza all’età matura; dalla traumatica esperienza della II guerra mondiale al lavoro di ottico; da un incidente aereo a un rapimento degli alieni. L’insensatezza delle guerre e dei massacri è curiosamente commentata, qua e là nel testo, dagli uccelli, con un cinguettio onomatopeico: Poo tee weet. Il tempo, soprattutto, è al centro di riflessioni venate di scienza fantastica: “Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia”; “Eccoci qua incastonati nell’ambra di questo momento”.
Il giorno 13 febbraio ricorre nella narrazione sia come data storica della distruzione di Dresda, sia come termine (ricorsivo) della vita del protagonista. 

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6 Febbraio

6 febbraio 2017

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Tra il momento in cui ho smesso di scrivere, nel maggio scorso, e ora, 6 febbraio ’91, il previsto conflitto tra l’Irak e la coalizione occidentale è scoppiato. Una guerra “pulita” secondo la propaganda, benché siano già cadute sull’Irak “più bombe che sulla Germania durante tutta la durata della seconda guerra mondiale” (Le Monde di stasera) e testimoni dicano di aver veduto a Bagdad dei bambini, resi sordi dalle deflagrazioni, camminare per le vie come ubriachi. Non si fa altro che aspettare avvenimenti annunciati che non arrivano, l’offensiva terrestre degli “alleati”, un attacco chimico da parte di Saddam Hussein, un attentato alle Galeries Lafayette. E’ la stessa angoscia del tempo della passione, lo stesso desiderio – e impossibilità – di sapere la verità. L’affinità si ferma qui. Non v’è sogno né immaginazione

Annie Ernaux, Passione semplice,  1991, tr. it. I. Landolfi, Rizzoli 1992, p.68

La storia di una passione fra uno straniero sposato e una donna, che scrive queste annotazioni, si rivela una riflessione sul tempo e sulla sua percezione. Poiché la relazione è fatta di attese, di incontri a termine e di lontananze, la donna si interroga continuamente sulla natura del presente, sulla fuga degli istanti. Alcune date emergono nella narrazione, date private e date pubbliche come questo 6 febbraio del 1991. E ogni data è motivo per riandare a date analoghe nel tempo trascorso, con il desiderio di ritornare indietro, di “forzare il presente a ridiventare passato”.
[…] mi domandavo perché non è possibile passare in quel giorno, in quel momento, allo stesso modo in cui si passa da una stanza all’altra”. 

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Nuove notizie dal Tempo

Il tempo non si ferma e l’arte cerca sempre nuovi modi di volgere in creatività il vincolo del suo passare. Terminata la mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea (Roma, Macro 2016), Diconodioggi continua a raccogliere opere che hanno a che fare con la dimensione temporale. Ecco una lista di alcune realizzate nel 2016 e al principio del 2017.

Olafur Eliasson, The Shape of Disappearing Time, 2016

Marilyn Arsem, 100 Ways to consider Time (November 2015 – February 2016)

Christian Marclay, Lids and Straws (One Minute), 2016

Thomson & Craighead, Temporary Index, 2016

Fili di tempo dario De Stefano

Fili di tempo, assemblage di Dario Di Stefano, 2017

Ignasi Aballi, Intento de recnostruccion (sin gafas), 2016

Claude Closky, ‘2017 Calendar,’ 2016

Manfredi Beninati, Domenica 10 dicembre 2039 (Sunday December 10th 2039), Firenze, 2016

Pamela Diamante, 20152016

Lu Pingyuan, On Kawara, Today Series, 1JAN.2016, 2016

Douglas Gordon, I Had Nowhere to Go, 2016

Federico Pietrella, 18, 19, 20, 21 January 2017, 2017

28 Gennaio

28 gennaio 2017

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28 gennaio 

Fra la fine del concerto e il primo bis trovai il suo nome e la strada. Piazza Vladas, ponte dei Mercati. Attraversando piazza Vladas proseguii fino all’inizio del ponte, un po’ camminando svelta, un po’ col desiderio di fermarmi davanti a case e vetrine, bambini ben coperti e fontane con alti eroi dagli imbiancati mantelli, Tadeo Alanko e Vladislav Néroy, bevitori di tokay e suonatori di cembalo. […]
(È più comodo parlare al presente. Questo succedeva alle otto, quando Elsa Piaggio suonava il terzo bis, credo Julián Aguirre o Carlos Guastavino, una cosa con prati e uccellini). Ma sono diventata un’imbrogliona con il tempo, non lo rispetto più 

Julio Cortázar, Lontana in Bestiario, 1951, tr. it. F. Rossini Nicoletti, Einaudi, 1965, pp. 28, 29

Terzo racconto della raccolta BestiarioLontana riporta il diario di una giovane di Buenos Aires, Alina Reyes, abile nei giochi di parole, come i palindromi (“salta Lenin el Atlas”) e gli anagrammi, fra cui risalta quello del suo stesso nome “Alina Reyes”: “es la reina y”, attraente perché la frase non si conclude. Il diario racconta l’inquietante sensazione che un’altra se stessa esista, a Budapest, e che sia una vecchia mendicante. La notte del 28 gennaio, i soggetti, i tempi dei verbi, i luoghi, le distanze, si confondono, preludendo all’incontro inquietante che accadrà di lì a pochi mesi. 

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26 Gennaio

26 gennaio 2017

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Il 26 gennaio dell’anno seguente la Società Sole acquistò un edificio nella Ginza, e in quell’occasione venne trasformata in società per azioni. Il danaro avuto in deposito superava già i dieci milioni di yen, quello prestato i cinque milioni. Gli annunci pubblicitari venivano pubblicati in neretto, entro un riquadro, nella colonna degli annunci di tre righe: il prezzo era alto, ma anche gli affari aumentavano in progressione geometrica. (…) L’immenso credito di cui godeva Makoto era una conseguenza delle pericolosissime operazioni finanziarie a cui era costretto per pagare falsi dividendi come interessi, basandosi su un principio psicologico applicabile anche alle relazioni umane: nello stesso modo in cui ci fidiamo maggiormente degli amici con cui abbiamo rapporti giornalieri che dei fratelli frequentati di rado, ugualmente i creditori cadono nel panico se vedono tardare, anche di un solo mese, il pagamento degli interessi, mentre tendono a dimenticare il capitale dato in prestito se vengono pagati puntualmente

Yukio Mishima, L’età verde, 1950, tr. it. L. Origlia, Mondadori, 1994, p. 113

Nel Giappone del dopoguerra, in cui tutti  “avevano perduto, a causa della guerra, il sentimento utopico di una durata nel tempo”, il giovane protagonista Makoto compie la sua formazione. Ispirato a uno studente di legge morto suicida per il fallimento della sua finanziaria, anche il personaggio Makoto, più che dagli studi, è attratto dai movimenti del denaro, che analizza razionalmente, così come fa con le sue giornate, scandite da un “diario ad orologio”. Inflazione, usura, passaggio sono termini intercambiabili per i soldi e il tempo. 

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24 Gennaio

24 gennaio 2017

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24 gennaio 1947. Una giornata di Cornell

“Mi sono sbarbato, vestito, ho salutato Robert sulla veranda (la mamma era a far spesa). Un saluto a Robert dal treno. Fin qui niente di particolare, ma il resto della giornata ha accumulato quel genere di ricchezza per cui il godimento dei dettagli si trasforma in un’esperienza grandiosa – sono arrivato fino alla Penn Station. Un attimo prima di infilarmi nel tunnel ho alzato lo sguardo verso i carri merci – la parola Jane scarabocchiata su un vagone a larghe lettere, rosse con una punta di rosa, poi tocchi di colori primari che si fondevano in una scena di uomini al lavoro sui binari accanto a un’alta gru montata su un vagone – tutto come in un flash, ma evocando sensazioni forti

Charles Simic, Il cacciatore di immagini, 1992, tr. it. A. Cattaneo, Adelphi, Milano 2005, p. 29

Joseph Cornell (Nyack, NY 1903 – New York 1972) è un artista statunitense noto soprattutto per la sua produzione di scatole di legno chiuse da un vetro, in cui sono assemblati oggetti d’affezione (pipe d’argilla, piume, conchiglie, quadranti, spirali) che compongono delle partiture plastiche affascinanti e dense di significati. Dai primi esemplari di scatola della metà degli anni Trenta (Untitled. Soap Bubble Set, 1936) realizzati in sintonia con le invenzioni di Max Ernst e con le suggestioni surrealiste conosciute a New York nella galleria di Julien Levy, fino agli ultimi esperimenti con la tecnica del collage, le opere di Cornell si basano tutte sulla costruzione di collegamenti e risonanze tra frammenti trovati. Dalla sua casa in Utopia Parkway, dove viveva con la madre e il fratello Robert, Cornell partiva per il centro della città, dove camminava e osservava, in cerca di quei “quattro o cinque oggetti ancora sconosciuti che vanno insieme” e che, “una volta insieme, faranno un’opera d’arte”. Nel libro Il cacciatore di immagini (in inglese Dime-store Alchemy), il poeta Charles Simic immagina una giornata di gennaio dell’artista, con le sue consuetudini e gli incontri casuali che si trasformano in sorprese e ispirazioni. Una giornata unica, come tante. 

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15 Gennaio

15 gennaio 2017

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Il 15 gennaio la Fortuna II, insieme alla corsara Three Friends, aveva catturato sei legni nemici, e con essi faceva rotta verso Drogden, per metterli in vendita a Copenaghen, quando una delle navi andò a incagliarsi sul Middelgrund. Era un grosso brigantino carico di tela da vele, valutato sui centomila risdalleri; al mattino di quel giorno i corsari lo avevano tagliato fuori da un convoglio inglese. I vascelli inglesi li inseguivano tuttora e di fronte all’incidente inviarono subito in soccorso al brigantino un forte distaccamento composto di sei scialuppe. I corsari, dal canto loro, non erano affatto disposti a cederlo, e attaccarono gli inglesi, i quali furono ricacciati da un fuoco di mitraglia, e dovettero rinunciare al recupero. Ma il brigantino era perduto in tutti i modi. Il capitano d’una delle corsare che l’aveva abbordato, alla vista delle scialuppe nemiche, le cui forze erano in soprannumero, vi aveva appiccato il fuoco affinché non tornasse a ricadere nelle mani degli inglesi. L’incendio divampò così violento che la nave non poté essere salvata, e per tutta la notte quelli di Copenaghen poterono vedere lo smisurato terribile falò, lassù al nord

Karen Blixen, La cena a Elsinore, 1934, tr. it. A. Scalero, A. Motti, in Sette storie gotiche, ed. cons. Bompiani, 1985, p. 218, (altra ed.: Adelphi)

Nella quinta delle sue Sette storie gotiche, Karen Blixen racconta le vicende dei tre figli della famiglia De Coninck: le gemelle Fanny ed Eliza, invecchiate senza sposarsi, e l’avventuroso Morten, che ha perso la vita lontano dalla Danimarca, e torna come fantasma nella casa di Elsinore. Da ragazzo, come altri marinai della sua nazione, ha armato un battello corsaro, la Fortuna II, che ha ingaggiato diverse battaglie contro le navi inglesi. “Grandi tempi erano quelli, per chi aveva coraggio” e le date delle sue gesta sono memorabili. Fra queste, il 15 gennaio di un anno al principio dell’Ottocento, il cui ricordo permane mentre la pendola prosegue con il suo ticchettio “come per andare avanti, tanto per far qualcosa, per tutta l’eternità”.

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14 Gennaio

14 gennaio 2017

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Il quattordici gennaio del 1922, Emma Zunz, di ritorno dalla fabbrica di tessuti Tarbuch e Loewenthal, trovò in fondo all’ingresso una lettera, col timbro del Brasile, dalla quale seppe che suo padre era morto. La ingannarono, a prima vista, il francobollo e la busta; poi, la inquietò la calligrafia sconosciuta. Nove o dieci righe scarabocchiate cercavano di riempire il foglio

Jorge Luis Borges, Emma Zunz, 1949, tr. it. F. Tentori Montalto, I Meridiani, Mondadori 1985, I, p. 813

Uno dei racconti della raccolta L’AlephEmma Zunz  narra l’elaborata e dolorosa vendetta di una figlia che vuole rendere giustizia al padre ingiustamente accusato di un furto. Lo “splendido argomento” – così lo definisce lo stesso Borges – del racconto si intreccia con il tema del tempo e del trovarsi nei giorni.  Quando il 14 gennaio la giovane Emma viene a sapere che il padre è morto il 3 dello stesso mese, la notizia le fa desiderare di “trovarsi già al giorno dopo”, desiderio inutile “perché la morte di suo padre era la sola cosa che fosse accaduta al mondo e che sarebbe continuata ad accadere, senza fine”.  E ancora “i fatti gravi stanno fuori del tempo, sia perché in essi il passato rimane come scisso dal futuro, sia perché le parti che li formano non paiono consecutive”.
Il 14 gennaio compare anche nel racconto 
L’anziana signora (Il manoscritto di Brodie)

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31 Dicembre

31 dicembre 2016

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Oggi è l’ultimo giorno dell’anno. In tutto il mondo retto da questo calendario le persone si intrattengono a dibattere con se stesse le buone azioni che intendono mettere in atto nell’anno che incomincia, giurando che saranno rette, giuste ed equanimi, che dalla loro bocca emendata non uscirà mai più una parola cattiva, una bugia,  un inganno, anche se il nemico se lo meritasse, è chiaro che è degli uomini comuni che stiamo parlando, gli altri, quelli d’eccezione, fuori dell’ordinario, si regolano in base a ragioni proprie per essere e fare il contrario sempre che ne ricavino gusto o interesse, questi sono coloro che non si lasciano illudere, arrivano a ridersela di noi e delle buone intenzioni che mostriamo, ma, alla fin fine, lo impariamo con l’esperienza, già nei primi giorni di gennaio abbiamo dimenticato metà dei nostri propositi e, avendo tanto dimenticato davvero non c’è motivo di tener fede al resto, è come un castello di carte, se sono già caduti i piani alti, è meglio che rovini giù tutto e si mescolino i semi

José Saramago, L’anno della morte di Ricardo Reis, 1984, tr. it. R. Desti, Feltrinelli, 1985, p. 48

È il 31 dicembre del 1935 quando Ricardo Reis, medico portoghese di quarantotto anni, aspetta l’arrivo dell’anno nuovo nell’albergo Bragança di Lisbona. Nelle case di Lisbona si preparano i festeggiamenti e l’uva passa da mangiare a mezzanotte, un chicco per ogni rintocco, per chiamare la fortuna nei dodici mesi che verranno. È una giornata di temporali improvvisi e di schiarite. Ricardo Reis è arrivato a Lisbona da due giorni, dopo sedici anni di lontananza dal suo paese. Ha intenzione di aprire uno studio medico. Ma, prima di tutto, vuole rendere omaggio alla tomba di Fernando Pessoa, il poeta e amico morto un mese prima. È il poeta che l’ha inventato, proprio così, e grazie al quale vive una vita propria, apparentemente reale. Il 31 dicembre, dopo aver passeggiato per il centro, Ricardo Reis è tornato in albergo, dove tutti attendono, con gli occhi sull’orologio, la “riga di luce”, la “frontiera” invisibile che scandisce il passaggio da un anno all’altro. Rientrato in camera Reis trova seduto sul sofà proprio Pessoa: non è un fantasma, ma l’ombra che permane sulla terra per nove mesi dopo la morte e che lo visiterà ancora, da buon amico, per il tempo che gli rimane, pieno di avvenimenti privati e di tragedie pubbliche, la dittatura, e la guerra di Spagna del 1936. 

Dicono del libro

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28 Dicembre

28 dicembre 2016

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Quanti, di qui a molti anni, avranno la ventura di rivedere risorte Reggio e Messina dal terribile disastro del 28 dicembre 1908, non potranno mai figurarsi l’impressione che si aveva, allorché, passando in treno, pochi mesi dopo la catastrofe, cominciava a scoprirsi, tra il verde lussureggiante dei boschi d’aranci e di limoni e il dolce azzurro del mare, la vista atroce dei primi borghi in rovina, gli squarci e lo sconquasso delle case

Luigi Pirandello, Il professor Terremoto, 1910, in Novelle per un anno, Giunti, 1994, vol. I, p. 572

In uno scompartimento di prima classe di un treno che percorre la Sicilia, i viaggiatori rievocano il terremoto che distrusse Messina il 28 dicembre 1908 e alcuni episodi di salvataggi ed eroismi che che accaddero in quella tragica occasione. Il professore protagonista della novella, però, ha un parere tutto suo sul tema dell’eroismo e sulle conseguenze di atti a prima vista sublimi. Più che esaltare l’attimo glorioso il professore considera l’evolversi successivo dei fatti, quando la vita ordinaria – passata l’emergenza – riprende il sopravvento. Come esempio porta se stesso, autore, anni prima, del coraggioso salvataggio di una famiglia di sei persone la cui riconoscenza, col tempo, è diventata una catena e un peso che ha rovinato la sua vita.

Dicono del libro
“Pubblicata nel ‘Corriere della sera’ del 10 aprile 1910; in La trappola, Milano, Treves, 1915; in L’uomo solo, Firenze, Bemporad, 1922″.
(Dalla nota nell’ed. Giunti, op. cit.)

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