“2 agosto. Bologna. […] Io sopravvivo”

Il titolo di questo post riporta l’inizio e la fine di una delle 366 voci di un’opera in forma di diario, in cui l’intero Novecento è condensato in un anno di eventi: la sequenza delle date non segue l’ordine cronologico degli avvenimenti, ma si dipana su un calendario annuale, un giorno dopo l’altro.
Alla data del 2 agosto troviamo scritto: 

“2 agosto. Bologna. Attentato alla stazione ferroviaria centrale. Alle dieci e trentacinque esplode una bomba nascosta dentro una valigia nella sala d’aspetto di seconda classe. La miscela di tritolo e T4 distrugge parte dell’edificio e uccide ottantacinque persone, mentre più di duecento vengono ferite. Io sopravvivo”.
L’opera, monumentale e al tempo stesso impalpabile, da cui la frase è tratta,  si intitola Ich war’s. Tagebuch 1900-1999 (Sono stata io. Diario 1900-1999) ed è dell’artista Daniela Comani,
Nata a Bologna nel 1965 e diplomata presso l’Accademia di Belle Arti della sua città, Daniela Comani si è trasferita a Berlino nel 1989, l’anno della caduta del Muro. Nella Berlino degli anni Novanta, fra riunificazione e ricostruzione, smottamenti politici ed esperimenti sociali, ha proseguito la sua formazione, dando inizio a un’attività artistica orientata verso i temi degli stereotipi di genere, delle abitudini culturali, della memoria, ed espressa attraverso fotografie, disegni, video, performance, installazioni, assemblage, produzioni editoriali.
Ich war’s. Tagebuch 1900-1999 (Sono stata io. Diario 1900-1999) racconta – come detto sopra – l’intero secolo XX concentrando una selezione di fatti epocali in un anno virtuale di 366 giorni. L’opera ha tre versioni: si può ascoltare come una radiocronaca, in diverse lingue europee, fra cui il tedesco, lingua in cui l’opera è stata in origine concepita; si può leggere sfogliando un libro, diverso per impaginazione da lingua a lingua; si può guardare, stampata su tela e montata su un grande pannello, come un muro di date e parole, di dimensioni variabili a seconda della collocazione. Poiché le date riportano solo il giorno e il mese, l’opera è accompagnata da una cronologia che consente di ricostruire l’anno in cui ciascun evento è accaduto.


Realizzata dunque in diversi formati e lingue a partire dal 2002, presentata nel 2011 alla LIV Biennale di Venezia per il Padiglione di San Marino, esposta nel 2016 alla mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea (Macro, Roma), è conservata in una versione di 3 metri x 6 nelle collezioni del Mambo di Bologna.
L’immagine che apre questo post è un dettaglio del manifesto scelto nel 2012 per l’anniversario della strage impunita. 
Come Daniela Comani ha raccontato, è nel gennaio del 1999 che il progetto di Ich war’s comincia a prendere concretamente forma.
Negli anni precedenti, l’artista ha lavorato alla raccolta di ritagli di giornale, foto, appunti e testi, che le sono servite per diversi progetti, legati al tema del singolo individuo di fronte alla storia. Nel 1999, mentre anche il millennio – nella convenzione occidentale – si avvia alla conclusione, il progetto si incanala nella direzione di raccontare il ‘900 dalla parte di un soggetto immaginario, vittima, responsabile, correo, testimone di tutto quello che il secolo ha prodotto. 
Come struttura d’appoggio di questo progetto vertiginoso, l’artista individua il sistema di partizione del tempo basato sulle date (dal latino datum: dato, redatto il): il calendario, un sistema in grado di offrire una griglia alla dispersività e alla compresenza dei fatti accaduti, dotato di una natura insieme pubblica e privata, amministrativa e identitaria. Nominando il calendario,  il pensiero corre all’artista tedesca Hanne Darboven, che fin dagli anni Sessanta aveva lavorato sulle strutture del tempo in opere calendariali  e, più avanti, aveva stilato elenchi di avvenimenti, allestendo opere al tempo stesso concettuali e dal forte impatto visivo. E in relazione alle date, un richiamo va fatto al giapponese On Kawara con la sua Today series (con On Kawara, nel 1996, Comani ha partecipato alla collettiva Lesen, presso la Kunsthalle di Sankt Gallen in Svizzera); o ancora Roman Opalka, l’artista polacco che ha contato il passare del tempo (una mostra del 2013 a Milano, Accoppiamenti giudiziosi, ha visto dialogare le immagini di Daniela Comani e le opere dell’artista polacco). 
Scelta l’ossatura, in questo caso una griglia di 366 caselle, bisognava riempirla tutta, selezionando un fatto ogni giorno, per un totale di 366 accadimenti che rappresentassero, in modo significativo, tutti gli anni del secolo. Il racconto dei fatti non avrebbe però seguito la successione degli anni, ma si sarebbe svolto giorno dopo giorno in un unico anno solare, da gennaio a dicembre. Inoltre, poiché la prima versione dell’opera era pensata per un’installazione audio, una sorta di radiocronaca del XX secolo, letta da uno speaker senza interruzioni, il secolo sarebbe risultato condensato in un’ora di ascolto.
Il grande archivio personale raccolto negli anni da Daniela Comani viene sistematizzato, in modo che nessuna data resti vuota e nessun anno scoperto. Fanno la loro comparsa i classificatori, i pratici Ordner dalla copertina nera, e vengono stilate tabelle di corrispondenze fra date e avvenimenti. Comincia una metodica frequentazione delle biblioteche di Berlino (la Nazionale, l’Amerika-Gedenk-Bibliothek), con consultazione di banche dati, visione di microfilm con annate di giornali e riviste d’epoca. Per tutto il 1999, Daniela Comani attende al suo lavoro quotidiano di ricerca e classificazione di quei fatti che hanno portato all’Olocausto, ai conflitti balcanici, all’unità europea, alla globalizzazione tecnologica. Prende dagli archivi le notizie, che deposita nel suo schedario personale e poi riversa nell’ordine del calendario. In questo passaggio, però, quelle notizie subiscono un cambiamento inusitato. Di qualunque cosa si parli: la proclamazione del fascismo, il primo volo nello spazio, l’attentato alla stazione di Bologna, la notizia, con linguaggio asciutto, sintetico, quasi protocollare, è sempre data in prima persona (nella versione italiana, Sono stata io, il soggetto si rivela femminile, collegandosi ad altri progetti dell’artista, in cui i titoli dei capolavori della letteratura o del cinema cambiano genere).
Nei mesi di lavoro, il libro che l’artista aveva sul tavolo era Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, la scrittrice di Archivi del Nord, capace di trasformare le tracce delle memorie private, familiari e storiche in sottile e potente materia narrativa. E nume tutelare, sempre presente dietro le spalle, era Borges, con i suoi magistrali passaggi dal reale all’immaginario. In quello stesso anno 1999, usciva poi la ricerca di Aleida Assmann sulla memoria culturale, Erinnerungensräume, Formen und Wandlungen des kulturellen Gedächtnisses, che rimetteva in gioco i temi della responsabilità e della memoria collettiva.
Scorrendo ancora una volta il calendario di Ich war’s, l’irriverenza nei confronti della cronologia sconcerta e attrae, costringe a un andirivieni nella storia, a uno sforzo di identificazione, a una proficua attività del pensiero. Si cerca di ricordare, senza andare a controllare subito nella cronologia, in che anno, il 10 ottobre, “io”  occupo la segreteria dell’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf; e chi sono “io” (nella fattispecie sono Joseph Beuys e l’anno è il 1972). In questa anamnesi, si sovrappongono memorie personali, ci si ricorda dove veramente si era in alcune date cruciali della storia collettiva, il cui impatto ha fissato la nostra posizione nel tempo. Sono stata io, dice Daniela Comani. C’è sempre io, che compie nefandezze, o prende decisioni umanitarie, o soccombe alle avversità della natura, o sopravvive, come in questo passo del 2 agosto. 

Il sito dell’artista: danielacomani.net 
Ringrazio Daniela Comani per la lunga e generosa collaborazione con diconodioggi
as (@asbrilli)

30 Luglio | 30 juillet

30 luglio 2020

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La jeune fille écrit sur la carte postale.
Sur la carte postale, du côté de l’écriture, il y a maintenant le nom de la jeune fille, la date, 30 juillet 1980, et la date et l’heure à laquelle il devra venir dans dix ans, le 30 juillet 1990, minuit.
Du côté de l’image il y a l’endroit de la plage de la veille, au croisement du chemin des tennis, de la promenade et de la rue de Londre, si belle, elle dit, la plus belle de toutes, sa préférée, belle comme  un tunnel de lumière de soleil devant la mer

Marguerite Duras, Yann Andréa Steiner, 1992

La ragazza scrive la cartolina. Sulla cartolina, dalla parte della corrispondenza ora c’è il nome della ragazza, la data, 30 luglio 1980 e la data e l’ora in cui lui dovrà tornare tra dieci anni, il 30 luglio 1990, a mezzanotte. Dalla parte dell’illustrazione c’è il punto della spiaggia del giorno prima, all’incrocio tra il sentiero per i campi da tennis, la passeggiata e la rue de Londres, così bella dice lei, la più bella di tutte, la sua preferita, bella come un tunnel di luce del sole davanti al mare

Marguerite Duras, Yann Andréa Steiner, 1992, tr. it. L. Prato Caruso, Feltrinelli 1993, p.75

Estate del 1980: la storia della convivenza della narratrice con un giovane, Yann, che potrebbe essere suo figlio, è intrecciata con altre storie, immaginate o intuite nella stessa estate nella località delle Roches Noires, nel nord della Francia. In una di queste storie, la giornata del 30 luglio, una giornata in cui il cielo sembra “di lacca azzurra”, è richiamata due volte: nel presente del racconto (il 1980) e nel futuro 1990, in uno strano appuntamento nel tempo fissato su una cartolina comprata nel bazar.

 

Dicono del libro

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29 Luglio

29 luglio 2020

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Il giorno 29 luglio dell’anno 2157 la temperatura esterna a Parigi era di meno undici gradi. Nevicava esattamente da un mese e sei giorni, e quasi tutti gli edifici della città vecchia erano sepolti. La vita proseguiva però regolarmente sottoterra nelle metropolitane, nelle vie-condotto, nei giardini botanici e nei forum a temperatura costante di otto gradi. Dall’ultimo piano dell’immensa piramide incastonata nel ghiaccio un uomo infreddolito guardava la distesa gelata e spoglia stendersi per chilometri e chilometri, interrotta solo dalla luce di qualche slitta

Stefano Benni, Terra!, 1983, Feltrinelli 1983, p.14

Dopo una serie di guerre mondiali e una crisi energetica, la terra è immersa in una nuova glaciazione. La popolazione di uomini, robot, cyborg, vive in un inverno perenne, in città verticali e paesaggi simulati, mentre il potere è spartito fra grandi alleanze e una piccola federazione. Il 29 luglio del 2157 è la data, a Parigi, di una riunione segreta di questa federazione: si decide l’avvio di una missione verso un pianeta simile alla terra – Terra due – scoperto proprio all’inizio di quel mese. In una gelida giornata di fine luglio, inizia la ricerca, che dai confini dello spazio s’intreccia con i segreti degli Inca, passando per i nodi del tempo: “Una è la vita / dal futuro / torna il passato / dal passato / torna il futuro”.

 

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28 Luglio | 28 de julio

28 luglio 2020

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De las funestas consecuencias que puede traer la creencia de que el 28 de julio llega el 28 de julio.¡ Isaac había convencido a su hermano Julio que el 28 de julio debía celebrarse el 28 de julio! Julio Carbajal dudaba.
– Estamos en diciembre de 2192, Isaac. Huarautambo se prepara para la Navidad. El mismo padre Chasàn arma un nacimiento en la iglesia de Yanahuanca.
Isaac consultò un calendario de la antigüedad.
– Estamos en julio de 1962. Dentro de quince días se celebrará la independencia. ¡Tú festeja en 28 el 28!

Manuel Scorza, Cantar de Agapito Robles (cantar quatro), 1977

Delle funeste conseguenze che può comportare il convincimento che il 28 luglio cada il 28 luglio.
Isaac aveva convinto suo fratello Julio che il 28 luglio doveva essere festeggiato il 28 luglio! Julio Carbajal esitava. 
“Siamo nel dicembre 2192, Isaac. Huarautambo si prepara per il Natale. Lo stesso padre Chasán sta organizzando un presepio nella chiesa di Yanahuanca.”
Isaac consultò un calendario dell’antichità.
“Siamo nel luglio 1962. Fra quindici giorni si celebra l’indipendenza. Tu festeggia il 28 il 28!”

Manuel Scorza, Cantare di Agapito Robles, 1977, tr. it. A. Morino, ed. cons. Feltrinelli, 1983, p. 98

Durante la tirannia del giudice Montenegro, nella regione peruviana di Huanuco, anche il tempo è stato modificato. I mesi hanno durata variabile, i giorni vanno avanti e indietro secondo l’arbitrio del tiranno, per cui l’anno della vicenda, il 1962, è diventato il 2192. E il mese di luglio, nel quale ricorre l’indipendenza del Perù – 28 luglio 1821 – è diventato periodo natalizio. Mentre l’indio leggendario Agapito Robles prepara la rivolta, i due fratelli Carbajal – uno dei quali è maestro di scuola – consultano un calendario gregoriano, precedente quello imposto dalla dittatura, e con coraggio decidono di festeggiare l’anniversario dell’indipendenza nel giorno in cui cade, il 28 di luglio. Ci vorranno molte lotte per spodestare il tiranno Montenegro e riportare anche il tempo nei suoi binari, ridando a mesi e giorni i nomi consueti e alle date la loro storia.

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About Time: una mostra raccontata da Elena Lago

Lockdown: una parola che ormai è entrata a far parte del nostro vocabolario quotidiano. L’isolamento, la chiusura, la distanza hanno dilatato il tempo trascorso nelle nostre case e forse lo hanno reso più penetrabile. La White Cube Gallery di Londra ha organizzato una mostra on line negli spazi del suo sito web, per raggruppare una serie di artisti che hanno da sempre lavorato sul concetto di tempo.
About time è un incantevole percorso virtuale curato da Susan May, Global Artistic Director della White Cube. A cominciare dalla grafica del titolo, in cui le lettere di ABOUT TIME sono disposte a cerchio, la mostra offre subito una visione fluida e circolare del tempo, le cui molteplici sfaccettature ci vengono narrate da tredici artisti: Darren Almond, Olafur Eliasson, Hanne Darboven, Cerith Wyn Evans, On Kawara, Mona Hatoum, Agnes Martin, Christian Marclay, Josiah McElheny, Roman Opalka, Tatsuo Miyajima, Park Seo-Bo, Haim Steinbach.
 Come frase introduttiva alla mostra, la curatrice ha scelto le parole di George Kubler (1912-1996), autore, nel 1962, del libro La forma del tempo:
 «Le forme del tempo sono la preda che vogliamo catturare. Il tempo della storia è troppo grezzo e breve per costituire una lunghezza uniformemente granulare quale i fisici immaginano per il tempo della natura: esso è piuttosto come un mare pieno di innumerevoli forme di tipi numericamente limitati».
 
Lo spazio virtuale della White Cube ci fa leggere il tempo nella sua forma più liquida e mutevole, senza confini, attingendo dagli artisti che hanno raccontato il tempo dei numeri, delle stagioni, della ciclicità, dell’infinito ripetersi di immagini, il tempo visto come susseguirsi di momenti esatti all’interno di una griglia perfetta o come caos primordiale (e qui la memoria torna alla mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea, tenutasi al Macro di Roma nel 2016, a cura di Antonella Sbrilli e Maria Grazia Tolomeo).
Immersi nella nostra tranquillità dello spazio-tempo domestico, scrollando la pagina della White Cube dedicata ad About Time, tra una presentazione e l’altra delle opere si dipana un universo simulato ed interstiziale, una galassia stellata che ci proietta in un tempo assoluto, silenzioso, dilatato. La mostra è divisa in due sezioni, ognuna dedicata alle due principali maniere di vedere il tempo, attraverso la precisa e calibrata scansione metrica e numerica, o mediante l’esperienza, il flusso e la percezione emozionante e riflessiva o istintiva della durata.
Parole e numeri: iIl primo artista che incontriamo è Darren Almond (1971), che nella mostra del Macro era presente con Tuesday (1440 minutes), del 1996 e su cui –  in diconodioggi – si può leggere questo testo.

Qui, invece, lo ritroviamo con una delle sue tipiche targhe in bronzo su cui è apposta la frase latina Noli Timere, che oggi ci suona più come un consiglio dettato dai tempi che corrono: “Non avere paura”, una versione più ispirata del mantra ripetuto in questi mesi “andrà tutto bene”. Ma l’ambiguità del messaggio sta nel gioco di parole che Almond ha costruito, operando l’obliterazione di alcune lettere per creare il suggestivo e laconico verso No Time: uno spazio della mente in cui il tempo non esiste, non ci trascina nella sua ineluttabilità e di conseguenza non ci fa temere.
Più avanti, Almond ritorna con un’opera veramente iconica della sua produzione, Perfect Time, del 2018. Composta da sei “flip clocks” le cui palette non seguono un andamento coerente tra le due metà, l’installazione non compone orari precisi, ma alfabeti sincopati e sconnessi, piccoli trattini bianchi su sfondo nero. Attraverso questo orologio paradossale, non possiamo controllare il tempo che passa, ma solo cogliere le sue infinite variabili che spesso risultano sfuggenti e impenetrabili, a tratti “interrotte”. Ma è questo il Tempo perfetto secondo l’artista, perché costruito da attimi e flussi che si incrociano, da costanti e variabili, da punti fermi e confini labili.
Roman Opalka (1931-2011), con la sua imperturbabile e costante precisione maniacale, compare poco dopo, lasciandoci, invece, un’idea di tempo che scorre e che ci appare come una progressione continua di numeri scritti a mano a partire dal 1965 fino al momento della sua morte. Ogni piccola tela di questo intero sistema numerico prende il nome di Détail e nella mostra virtuale della White Cube è stato esposto il DÉTAIL 2345774 – 2347926, del primo anno, il 1965. È un inchiostro su carta, non acrilico su tela: questo ci suggerisce che Opalka ha composto questo frammento durante un viaggio, quando ha la consuetudine di continuare il suo ossessivo lavoro non sulle tele, ma sulle più pratiche e maneggevoli Cartes de voyages. Quella di Roman Opalka è una narrazione lineare del tempo, che corrisponde a quell’idea di ripetizione e di riproposizione che contraddistingue anche il messaggio artistico di On Kawara (1933-2014), che incontriamo poco dopo e di cui viene presentata una tela dalle Today Series con la data MAY 26, 1994. Questo progetto quotidiano inizia nel 1966 e si interrompe solo con la morte dell’artista: quello contenuto nella serie dei giorni è un tempo personale e quotidiano, lento nella realizzazione di ogni singola tela, ma anche stringato e ripetitivo proprio per il carattere stesso del progetto: una testimonianza evidente, rigorosa e schematica del tempo che passa. Spesso l’artista ha l’abitudine di aggiungere una scatola con alcuni oggetti legati a quella specifica data scritta sulla tela nera. In questo caso, compare il titolo del “New York Times” che recita «Space Telescope Confirms Theory of Black Holes».
Luci e numeri, display di orologi digitali e piccoli codici fanno parte della poetica dell’artista giapponese Tatsuo Miyajima (1957) che, attraverso i suoi led che variano in continuazione le loro cifre dall’uno al nove, esprime il carattere circolare e fluido del tempo, che sempre cambia. Ciò
stabilisce una costante connessione, derivata dalla sua fede buddhista, tra la nascita, la vita e la rinascita, mentre lo zero, che rappresenta la fine e la morte, non compare mai tra i suoi numeri. Chiudono la serie dedicata alla misurazione e ai numeri Hanne Darboven (1941-2009), con una delle sue griglie di date, calcoli e poetici segni personali, la Dostojewki, Monat, Januar 1990 e Agnes Martin (1912-2004). Dell’artista canadese, la White Cube ci propone tre opere minimaliste, tra cui un Untitled del 1959, in cui ogni elemento viene portato ai minimi termini: un cerchio nero su sfondo bianco di lino, diviso in piccoli spicchi imprecisi, ricorda semplicemente la forma e l’aspetto di un orologio; un modo per appresentare «non ciò che si vede, ma ciò che si conosce per sempre nella mente».
Esperienza, flusso e durata: la seconda sezione della mostra si concentra sugli aspetti più fluidi ed esperienziali del tempo. La sua contingenza, il vissuto quotidiano, il concetto di durata e di flusso che sono stati decodificati dalla filosofia bergsoniana della durée. Il tempo soggettivo dell’esperienza procede come un getto ininterrotto ed indivisibile, intuibile attraverso la coscienza, capace, in questo modo, di ricongiungersi alla sua unità interna.
Christian Marclay (1955), autore del capolavoro The Clock, del 2010, è il primo artista che incontriamo. Con una serie di tre video ci trasmette la sua idea di durata: Look, Cotton buds e Lids and Straws (One minute), tutti realizzati tra il 2016 e il 2019, inquadrano minuscole porzioni delle strade londinesi, fotografate in diversi momenti della giornata e montate per creare un video loop, hanno la stessa funzione della serie delle Cattedrali di Monet. Le piccole variazioni di luce e di atmosfera prodotte sulla strada, così come i minimi dettagli della pavimentazione, forniscono un pattern irregolare e casuale al passare del tempo.
Questa incessante atmosfera di divenire e di cambiamento che viene fornita dal video in loop si riscontra ancora nel lavoro fotografico di Olafur Eliasson (1967) del 2006, The morning small cloud.

Attraverso una sequenza di nove fotografie, prese da una serie più ampia, ci mostra il passare del tempo attraverso l’apparizione mattutina di una piccola nuvola attorno ad una altura dell’Islanda. Ancora una volta, l’artista è capace di consegnarci una specifica idea di tempo atmosferico attraverso un legame indissolubile con il discorso cronologico, che si nota dalla lenta trasformazione ambientale delle foto.

Di questa seconda sezione colpiscono in particolare le opere dell’artista di Boston Josiah McElheny (1966). Le sue installazioni sono quasi sempre incentrate sulla lavorazione del vetro attraverso cui costruisce porzioni fragilissime di piccoli universi. Nel 2005, in collaborazione con il cosmologo David Weinberg, ha ideato il film Island Universe in cui inserisce l’idea dell’eterna inflazione dell’Universo. Questa costruzione fluida, frattale ed in continuo divenire del cosmo, data dalla creazione perpetua di nuova materia, ha portato al concetto di “multiverso”.

 

McElheny, da questo modello, ha tratto alcune sculture in alluminio, vetro e luce elettrica che, oltre ad essere meravigliosi oggetti di design, suggeriscono l’idea di un’energia temporale che si irradia mutevolmente. Frozen Structure, il pezzo di universo inserito nel percorso virtuale, incarna un mondo che ha avuto inizio con un’energia oscura che ha congelato la crescita e il raggruppamento delle galassie in strutture ghiacciate e cristallizzate in una sospensione atemporale.
Verso la fine del percorso espositivo della pagina della White Cube, compaiono le opere al neon dell’artista gallese Cerith Wyn Evans (1958). Prima il neon drawing ispirato al simbolo dell’infinito che si dipana nello spazio attraverso il semplice e lineare disegno del neon appeso al soffitto, poi il testo specchiato dell’installazione del Leadenhall Market di Londra: “Time here becomes space/Space here becomes time” un gioco semantico e visivo: il testo specchiato, costruito con il neon, delimita uno spazio sospeso e incantato del mercato londinese, creando una sorta di doppia entrata in cui, attraverso questa sorta di formula magica, da una parte il tempo si trasforma in spazio e dall’altra lo spazio diventa tempo.
Chiudono poeticamente la mostra virtuale le parole Going going gone formulate da Haim Steinbach (1944), in un’installazione del 1999. Lo stesso verbo coniugato in due tempi diversi, trasferiti sul muro nero su bianco, in verticale, quasi a testimoniare la fuggevolezza del tempo e l’assurda vanitas del presente: un attimo prima siamo immersi nella temporalità vibrante e attiva del gerundio, nel pieno dell’andare, e un attimo dopo ci ritroviamo nella dimensione chiusa e passata del participio, dell’andato. In altre parole, un moderno memento mori, che vede al posto del teschio e della clessidra un semplice e conciso sciorinamento di tre tempi verbali.
Elena Lago, giugno 2020

About Time, fino al 16 luglio 2020 > qui un video tour della mostra 

I 21 giugno del conte Rostov: una nota di Sandra Muzzolini

Su Twitter negli ultimi mesi molti lettori, scrittori e blogger hanno fatto notare la rilevanza – in tempi di lockdown –  della vicenda narrata dallo scrittore statunitense Amor Towles nel libro A Gentleman in Moscow (2016). Il Washington Post a fine marzo 2020 ha incluso il romanzo di Towles in una lista di dieci letture raccomandate per i giorni di quarantena.
Il libro racconta la storia del Conte Rostov: condannato nel 1922 da un tribunale bolscevico per essersi “arreso alle corruzioni della sua classe sociale”, Rostov viene scortato attraverso i cancelli del Cremlino che danno sulla Piazza Rossa fino all’Hotel Metropol, dove dovrà trascorrere il resto dei suoi giorni agli arresti domiciliari.
Gentiluomo colto, appassionato di libri e di musica, arguto e brillante nella conversazione e perfetto anfitrione, Rostov non si scoraggia, convinto che un uomo deve saper governare le circostanze, non essere governato da esse. Costretto a rinunciare alla suite 317 che aveva occupato negli ultimi quattro anni, si ritrova confinato in una angusta stanza dell’ultimo piano dove non riesce nemmeno a collocare tutte le sue cose. Qui vivrà per una trentina d’anni, fedele ai riti e allo stile di un mondo aristocratico che vede dissolversi stando al riparo di questa prigione dorata che è l’hotel Metropol, un mondo a sé che solo a tratti viene raggiunto dagli echi della storia.
La data del 21 giugno, giorno della condanna di Rostov e dell’inizio del suo soggiorno forzato al Metropol, ricorre altre volte nella storia. Il 21 giugno 1923 il conte si sta preparando ad incontrare Mishka, l’amico poeta che rappresenta il suo contatto con il mondo esterno, e si chiede se sia opportuno celebrare l’anniversario del suo primo anno agli arresti, se abbia senso tenere il conto del tempo che passa, come fanno i naufraghi su isole deserte.

Il narratore ci offre poi il 21 giugno del 1946 un altro sguardo sulla Piazza Rossa, sul Cremlino e la cattedrale di San Basilio, e sulle ragazze vestite a fiori nell’ultimo giorno di primavera. Il quarto libro si apre il 21 giugno del 1950 ed all’inizio del quinto libro veniamo a conoscenza di un evento che si svolgerà a Parigi il 21 giugno 1954, un concerto a cui dovrebbe partecipare una persona cara al conte, uno degli incontri felici della sua vita al Metropol. Agli accadimenti di questa giornata sono dedicate le ultime pagine del romanzo.

Ed ecco un brano significativo:
At half past six on the twenty-first of June 1922, when Count Alexander Ilych Rostov was escorted through the gates of the Kremlin onto Red Square, it was glorious and cool. Drawing his shoulders back without breaking stride, the Count inhaled the air like one fresh from a swim. The sky was the very blue that the cupolas of St. Basil’s had been painted for. Their pinks, greens, and golds shimmered as if it were the sole purpose of a religion to cheer its Divinity. Even the Bolshevik girls conversing before the windows of the State Department Store seemed dressed to celebrate the last days of spring.
“Hello, my good man,” the Count called to Fyodor, at the edge of the square. “I see the blackberries have come in early this year.”
Giving the startled fruit seller no time to reply, the Count walked briskly on, his waxed moustaches spread like the wings of a gull. Passing through Resurrection Gate, he turned his back on the lilacs of the Alexander Gardens and proceeded toward Theatre Square, where the Hotel Metropol stood in all its glory. When he reached the threshold, the Count gave a wink to Pavel, the afternoon doorman, and turned with a hand outstretched to the two soldiers trailing behind him.
“Thank you, gentlemen, for delivering me safely. I shall no longer be in need of your assistance.”

Qui il link al sito dell’autore; l’edizione italiana Neri Pozza tradotta da Serena Prina e poi una curiosità: c’è anche chi ha suggerito di accompagnare la lettura con dello stufato cucinato secondo una tradizionale ricetta lettone, uno dei piatti preferiti del Conte, e prontamente il Book Club Cookbook ha pubblicato una foto del piatto e il link alla ricetta.

Sandra Muzzolini (@sandra_mzz)

5 Giugno | June 5

5 giugno 2020

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At three-thirty A.M. on the night of June 5, 1992, the top telepath in the Sol System fell off the map in the offices of Runciter Associates in New York City. That started videophones ringing. The Runciter organization had lost track of too many of Hollis’ psis during the last two months; this added disappearance wouldn’t do.
“Mr. Runciter? Sorry to bother you.” The technician in charge of the night shift at the map room coughed nervously as that massive, sloppy head of Glen Runciter swam up to fill the vidscreen

Philip K. Dick, Ubik, 1969

Alle tre e trenta della notte del 5 giugno 1992, il miglior telepate del Sistema Solare scomparve dalla mappa situata negli uffici della Runciter Associates a New York City. Ciò diede inizio agli squilli dei videofoni. L’organizzazione di Runciter aveva perso le tracce di troppo psi appartenenti al gruppo di Hollis negli ultimi due mesi; quell’ultima sparizione era la goccia finale.
“Signor Runciter? Dolente di disturbarla.”
Il tecnico incaricato del turno notturno alla sala delle mappe tossicchiò nervosamente, mentre la massiccia testa scompigliata di Glen Runciter si sollevava a riempire il videoschermo

Philip K. Dick, Ubik, 1969, tr. it. G. Montanari, Fanucci Editore, 1998, p. 245

Ha inizio con una videochiamata a Glen Runciter, il 5 giugno del 1992, la vicenda narrata in Ubik. In quello che nel 1969 – quando il libro è stato pubblicato – sembra un anno ancora lontano, fra la vita e la morte c’è uno stadio intermedio in cui vivi e semivivi possono comunicare; gli individui hanno sviluppato talenti telepatici e anti-telepatici, capacità di leggere nel pensiero e di contrastare la lettura, mentre lo spray Ubik (dal latino ubique, ovunque) inverte il deterioramento della materia. Regressioni nel tempo lineare che s’innestano una nell’altra e scambi di stato fra chi è vivo e chi è morto mettono continuamente in dubbio la consistenza della realtà; la fine torna all’inizio. E tutto comincia con una chiamata a Glen Runciteralle tre e mezza del mattino del 5 giugno.  

Dicono del libro

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10 Maggio | May 10

10 maggio 2020

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He had reached the end of the house. A washing machine, mop hanging from a rack, package of Dash soap, a stack of magazine and newspapers. Reaching into the stack he dragged out a handful, dropping them, opening them at random. The date on a newspaper made him stop searching: he stood holding it. May 10, 1997. Almost forty years in the future. His eyes took in the headlines.Meaningless jumbo of isolated trivia: a murder, bond issue to raise funds for parking lots, death of famous scientist, revolt in Argentina. And, near the bottom, the headline: Venusian ore deposits object of dispute

Philip K. Dick, Time is out of Joint, 1959

Era arrivato al termine della casa. Una lavatrice, uno spazzolone appeso a un gancio, un fustino di Dash, una pila di riviste e giornali.
Pescando nel mucchio, ne tirò su qualcuna e l’aprì a caso.
La data di un giornale gli fece interrompere la ricerca; restò lì a fissarla.
10 maggio 1997.
Quasi quarant’anni nel futuro. Scorse i titoli. Un miscuglio insignificante di banalità senza relazione tra loro: un assassinio, un’emissione di buoni del tesoro finalizzata alla raccolta di fondi per la costruzione di aree di parcheggio, la morte di un famoso scienziato, una rivolta in Argentina. E, in taglio basso, un altro titolo: Contesi i giacimenti minerari di Venere.

Philip K. Dick, Tempo fuori luogo, 1959, tr. it. G. Pannofino, Sellerio, Palermo, 1999, pp. 194-95

In una cittadina americana, in un periodo che somiglia alla fine degli anni Cinquanta, le giornate di Ragle Gumm trascorrono in una routine stressante: entro la fine di ogni pomeriggio deve inviare la soluzione di un gioco a premi indetto da un giornale, per rimanere così in cima alla classifica dei solutori. Grazie al suo intuito e a un complesso sistema di calcolo, Ragle riesce a indovinare, con minimi errori, in quale zona di una mappa quadrettata apparirà l’omino verde del gioco. È un gioco. O almeno così sembra, fino a quando alcuni indizi fanno dubitare Ragle e la sua famiglia che la normalità della loro vita quotidiana (compreso il concorso a premi) sia autentica. Dettagli fuori posto, brevi allucinazioni, elenchi telefonici anacronistici. Quando Ragle si imbatte nella copia del giornale datato 10 maggio 1997, comincia ad avvicinarsi a una spiegazione di quello che sta accadendo (sulla terra e non solo) e in cui lui – con il suo talento per la decrittazione – ha un ruolo centrale.

 

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7 Maggio

7 maggio 2020

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Una luminosità gialloambrata era tutto ciò che appariva all’orizzonte, mentre, a destra, ancora s’intravedeva la costa bassa e nuda del Portogallo, finché non sparve, come un’ombra, definitivamente. Allora, a quella luce rosata si mescolò un certo verde-livido, e le onde, pur senza agitarsi, divennero più grosse. Era l’una del 7 maggio, e durante la notte e la mattinata erano passate altre miglia, senza che perciò lo scenario mutasse, allorché al Daddo che se ne stava sul ponte, un po’ pensieroso, al suo sguardo fanciullesco, si presentò lontanissimo, in quella luminosità, un punto verde-bruno, a forma di corno, o ciambella spezzata, che non risultava sulla carta. Chiese al marinaio di che potesse trattarsi (aveva pensato, in un primo momento, a un branco di cetàcei, dato che quel punto, per quanto piccolo, presentava delle gibbosità), e Salvato gli rispose che poteva sbagliarsi, ma sembrava proprio l’isola di Ocaña…

Anna Maria Ortese, L’iguana, 1965, Rizzoli 1978, p.20, altra ed. Adelphi, 1986

La storia è cominciata a Milano in aprile, quando Aleardo, chiamato anche Daddo, ha deciso di avventurarsi in barca in cerca di un lembo di terra da acquistare. Da Genova è arrivato a Lisbona e poi, dopo due giorni di navigazione, il 7 di maggio, è giunto in vista della piccola isola di Ocaña, non segnata sulle carte nautiche. Lì lo attende l’incontro con una strana famiglia di nobili portoghesi e con la bestiola, l’iguana, che dà il titolo al libro. Fra i misteri che avvolgono l’isoletta e i suoi abitanti, il tempo ha una presenza tutta sua: “ il tempo, o Senhora, non è che una distanza e il passato e il futuro  regnano insieme all’appassionato e fulmineo attimo”. 

 

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30 Aprile | 30 Abril

30 aprile 2020

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Beatriz Viterbo murió en 1929; desde entonces, no dejé pasar un treinta de abril sin volver a su casa. Yo solía llegar a las siete y cuarto y quedarme unos veinticinco minutos; cada año aparecía un poco más tarde y me quedaba un rato más; en 1933, una lluvia torrencial me favoreció: tuvieron que invitarme a comer. No desperdicié, como es natural, ese buen precedente; en 1934, aparecí, ya dadas las ocho, con un alfajor santafecino; con toda naturalidad me quedé a comer. Así, en aniversarios melancólicos y vanamente eróticos, recibí las graduales confidencias de Carlos Argentino Daneri. […]
El treinta de abril de 1941 me permití agregar al alfajor una botella de coñac del país.

Jorge Luis Borges, El Aleph, 1949

Beatriz Viterbo morì nel 1929; da allora non lasciai passare un trenta d’aprile senza tornare alla sua casa. Solevo arrivare alle sette e un quarto e fermarmi un venticinque minuti; ogni anno comparivo un po’ più tardi e restavo un po’ di più; nel 1933, una pioggia torrenziale mi favorì: dovettero invitarmi a cena. Profittai, naturalmente, di quel buon precedente; nel 1934 comparvi alle otto suonate, con un torrone di Santa Fé; con tutta naturalezza rimasi a cena. Così, in anniversari melanconici e vanamente amorosi, ricevetti le graduali confidenze di Carlos Argentino Daneri. (…)
Il trenta aprile del 1941 mi permisi di aggiungere al torrone due bottiglie di cognac locale

Jorge Luis Borges, L’Aleph, 1949, tr. it. F. Tentori Montalto, I Meridiani, Mondadori, 1985, vol. I, p.887, p. 888

La casa di calle Garay a Buenos Aires, dove ha abitato Beatriz Viterbo e dove continuano ad abitare dopo la sua morte il padre e il cugino Carlos Argentino Daneri, custodisce in cantina – sotto la stanza da pranzo – l’Aleph: un oggetto indefinibile che contiente tutti i punti dello spazio, mostrandoli senza sovrapposizioni in un unico gigantesco istante. L’Aleph è stato scoperto da Carlos Argentino Daneri, scrittore di noiosi poemi, che lo mostra a Borges, amico di famiglia, legato alla bella e fragile Beatriz. Beatriz, che è morta in un giorno di febbraio dell’estate australe, era nata il trenta di aprile e il Borges del racconto, per anni, continua a onorare questa data, come fa anche il Borges scrittore, che la sceglie in (almeno) altre due storie: Funes, o della memoria e La notte dei doni. 

 

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@drtime_ un aggregatore di tempo

Uno dei tanti effetti collaterali del Covid-19 è quello di aver aumentato la frequenza della parola tempo nelle conversazioni. Non (solo) il tempo atmosferico, ma la dimensione del tempo che – interrotte le scansioni quotidiane a causa del lockdown – si presenta in blocchi compatti, si sfilaccia, si arrotola su sé stesso, sembra non passare mai o sparire in un batter d’occhio. Metafore, immagini, visualizzazioni, grafici, citazioni, gif animate scorrono nelle timeline dei social e per chi il tempo lo osserva e lo studia diventano una consistente fonte di dati e riflessioni.
Una selezione di risorse e testimonianze sul tempo si trova nell’account Twitter di Dr Time.

Il nome è scritto di seguito, con un underscore alla fine e due emoji che rappresentano il passaggio del tempo; nella presentazione, chi gestisce l’account si definisce un “chronosopher”, che usa Twitter (e anche Instagram) per una ricerca partecipata sul grande tema del “mystery of time”.
E di fatti Dr Time rilancia notizie e mirabilia, lavori di gruppi di ricerca (come il Timing Research Forum) e video in time-lapse di fenomeni naturali, affacci sul tema da diverse prospettive interconnesse, scienze, spiritualità, relazioni, linguaggio, creatività.
Dietro l’alias Dr Time c’è il ricercatore australiano Edward (Eddie) Harran, che si definisce Temporal Designer, Futurist and Researcher of Chronosophy.
Harran fa parte – come chi gestisce diconodioggi – dell’International Society for the Study of Time (ISST) e lavora sul tema in modo profondamente interdisciplinare e progettuale, con l’obiettivo di usare le esperienze presenti per immaginare forme future e potenziali di relazioni con il tempo.  
In questo periodo, il suo account aggrega evidenze sul mal di tempo in cui ci troviamo a vivere, registrando segnali della distorsione collettiva e aperture di pensiero. 

È grazie alle scelte di Dr Time, per esempio, che si incontra l’eloquente e bellissimo calendario di Chaz Hutton, dove il mese di aprile 2020 sgretola giorno dopo giorno la griglia regolare delle settimane e le linee di confine fra le giornate. 
Qui un link a un intervento di Harran sul tema del Future of Time.

 

3 Aprile

3 aprile 2020

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Il 3 aprile verso le cinque. In macchina da piazza della Scala vuol prendere via Verdi ma il semaforo è rosso; stipate intorno le auto, i pedoni che passano, il sole ancora alto, una giornata bellissima, in quel mentre immaginò la Laide sul bordo della pista di Modena dove diceva di andare a posare per le fotografie di moda, è là felice di essere stata ammessa in quel mondo eccezionale di cui i giornali parlano tanto in termini quasi di favola, è là che scherza con due giovani 

Dino Buzzati, Un amore, 1963, Mondadori 1979, pp. 79-80

L’architetto milanese Antonio Dorigo, in febbraio, in una casa d’appuntamenti, ha conosciuto Adelaide, una ragazza col fisico da ballerina, da cui rimane irretito. Durante i mesi invernali Dorigo si è legato sempre più alla ragazza, che non ricambia il suo sentimento e ha una vita sua, in locali notturni e con altri uomini. Nel pomeriggio del 3 aprile, in mezzo al traffico di Milano, “all’altezza del palazzo di Brera lo prese lo sgomento perché in questo preciso istante ha capito di essere completamente infelice senza nessuna possibilità di rimedio” e perché  il pensiero di lei “lo perseguita in ogni istante millimetrico della giornata”. 

 

Dicono del libro

Dicono del libro
“Nella cornice di una Milano grigia, caliginosa e triste, fra salotti di case d’appuntamento e strade impregnate degli odori dei «camini, sfiatatoi delle caldaie a nafta, ciminiere delle raffinerie Coloradi, camion ruggenti e fogne», si sviluppa la vicenda dell’architetto Antonio Dorigo, 49 anni, che nell’inverno del 1960 incontra una giovanissima squillo, sedicente ballerina del teatro alla Scala di Milano”
(dalla recensione del libro in Italialibri.net)

 


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28 Marzo

28 marzo 2020

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“Look at the date of the magazine issue”.
He pointed to the top heading, just to the left of the page number. It read March 28, 1932. Harlan said, “That scarcely needs translation. The numbers are about those of Standard Intertemporal and you see it’s the 19.32nd Century. Don’t you know that at that time no human being who had ever lived had seen the atomic mushroom cloud. No one could possibly reproduce it so accurately, except…”
“Now, wait. It’s just a line pattern,” said Twissel trying to retain his equilibrium. “It might resemble the mushroom cloud only coincidentally. “Might it? Will you look at the wording again?” Harlan’s fingers punched out the short lines: “All the— Talk— Of the— Market. The initials spell out ATOM, which is English for atom. Is that coincidence, too? Not a chance”

Isaac Asimov, The End of Eternity, 1955

“Leggi la data in cima alla pagina”. Indicò la scritta che diceva: 28 marzo 1932. “Non c’è bisogno di traduzione, vero? I numeri sono quasi uguali a quelli dell’Intertemporale Standard. Non sai che a quell’epoca nessuno aveva mai visto un fungo atomico? Nessuno avrebbe potuto riprodurlo con tanta accuratezza, tranne…” “Aspetta un momento, è solo uno schizzo” disse il Calcolatore, cercando di ritrovare il suo equilibrio. “Può darsi che la somiglianza col fungo atomico sia casuale.” “Ah, sì? Guarda di nuovo le parole, allora.” Harlan indicò la scritta in maiuscolo, All the Talk Of  the Market. “Le iniziali formano la parola Atom, che in inglese vuol dire atomo. Me la chiami coincidenza? Direi proprio di no”

 Isaac Asimov, La fine dell’Eternità, 1955, tr.it. G. Lippi, Mondadori, 1987, p. 202

L’Eternità gode di un equilibrio estremamente delicato, nel mondo immaginato da Asimov in questo romanzo, dove si può viaggiare attraverso i secoli e la storia muta a ogni cambiamento della Realtà effettuato da tecnici del Tempo. Dove si rischia, tornando a un momento già attraversato, di incontrare se stessi. E dove diverse Realtà alternative possono esistere.
Ma c’è stata un’epoca in cui il passato era irreversibile, “la Realtà fluiva ciecamente lungo la linea della massima probabilità”, per esempio il Ventesimo secolo. Lì è finito uno dei personaggi di questo complicato racconto e da lì, dal 1932, sta mandando un messaggio in codice per essere rintracciato. Un messaggio affidato a un anacronismo: il disegno di un fungo atomico su una rivista del 28 marzo 1932.  

 

Dicono del libro

Dicono del libro
“In un futuro ancora molto lontano l’uomo ha imparato a viaggiare nel tempo, spostandosi con disinvoltura da un secolo all’altro e organizzando traffici commerciali tra ere diverse. Il viaggio nel tempo permette anche di tenere l’umanità sotto rigido controllo, modificando tutti quegli elementi che potrebbero provocare gravi turbamenti nella storia. A effettuare i cambiamenti sono delegati gli analisti e i tecnici della rigida casta degli Eterni, gli unici in grado di manipolare passato e futuro”
(dalla quarta di copertina dell’ed. Mondadori, op. cit.)

 

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24 Marzo

24 marzo 2020

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 24 marzo 1958

In determinate condizioni di atmosfera, di ora e di luce possiamo vedere anche a occhio nudo i tre piccoli satelliti artificiali che l’uomo lanciò dalla Terra verso gli spazi interplanetari dal 1955 al 1958; e ivi sono rimasti appesi, presumibilmente per sempre, girando girando intorno a noi. In certi crepuscoli d’inverno quando l’aria è come cristallo, tre minuscoli punti brillano, di un fisso e corrucciato splendore; due vicini che quasi si toccano, uno più in là, solitario

Dino Buzzati, 24 marzo 1958, in Sessanta racconti, 1958, Mondadori, p. 293

Il 24 marzo 1958 è la data della messa in orbita dell’ultimo di una serie di tre satelliti che – da allora al presente immaginato nel racconto, il 1975 – continuano a girare intorno alla Terra. È una data più importante della scoperta dell’America o della rivoluzione francese, dopo la quale l’umanità è cambiata. Gli ultimi messaggi trasmessi dall’equipaggio alludono infatti a una strana musica e all’arrivo in un luogo che forse è il paradiso. Gli astronauti non sono tornati dai viaggi e i tre satelliti continuano a girare, lasciando il dubbio che il regno dei cieli – con la sua musica sovrumana – sia pericolosamente vicino, proprio alle porte del pianeta Terra, di questa “pulce delle pulci disseminate nell’Universo”.

 

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14 Marzo | March 14

14 marzo 2020

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The first witness was the Hatter. He came in with a teacup in one hand and a piece of bread-and-butter in the other. ‘I beg pardon, your Majesty,’ he began, ‘for bringing these in: but I hadn’t quite finished my tea when I was sent for.’
‘You ought to have finished,’ said the King. ‘When did you begin?’
The Hatter looked at the March Hare, who had followed him into the court, arm-in-arm with the Dormouse.
‘Fourteenth of March, I think it was,’ he said.
‘Fifteenth,’ said the March Hare.
‘Sixteenth,’ added the Dormouse.
‘Write that down,’ the King said to the jury, and the jury eagerly wrote down all three dates on their slates, and then added them up, and reduced the answer to shillings and pence

Lewis Carroll, Alice in Wonderland, 1865

Il primo testimone era il Cappellaio. Si presentò con una tazza di tè in mano e un pezzo di pane imburrato nell’altra. – Chiedo perdono, vostra Maestà, – cominciò, – se sono qui con queste cose; ma non avevo ancora finito il mio tè quando sono stato convocato.
– Dovresti aver finito, – disse il Re. – Quando iniziasti?
Il Cappellaio guardò la Lepre Marzola, che l’aveva seguito in tribunale a braccetto del Ghiro. – Il quattordici marzo, mi pare, – disse.
– Il quindici, – disse la Lepre Marzola.
– Il sedici, – disse il Ghiro.
– Prendetene nota, – disse il Re alla giuria; e la giuria diligentemente annotò sulle lavagnette tutte e tre le date, poi fece la somma e convertì il totale in scellini e penny

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, 1865, tr. it. A. Ceni, Einaudi, 2003, p. 107

La porta principale attraverso cui si entra nel Paese delle Meraviglie è quella del Tempo, avverte Stefano Bartezzaghi nell’introduzione all’edizione Einaudi delle Avventure di Alice. Il tempo – già di per sé una meraviglia, un indovinello senza soluzione – è il protagonista di situazioni e dialoghi paradossali. Le avventure di Alice si svolgono in maggio: lo dice la bambina, dopo aver incontrato la Lepre Marzola (“forse, poiché siamo di maggio, non matta da legare”). Più avanti, nel capitolo Un tè da matti, viene fuori la data del 4, insieme con un mirabile orologio che, invece dell’ora, segna il giorno del mese. Poiché il Paese delle Meraviglie è un luogo di discussioni, anche la data è oggetto di negoziazione, come in questo capitolo XI (Chi rubò le crostate?), in cui il testimone è contraddetto dalla Lepre Marzola e dal Ghiro e le cifre delle date sono commutate in denaro. Poiché il Paese delle Meraviglie è un luogo di non-certezze, anche la data pare il 14 marzo, ma anche il 15 o il 16. Dipende dall’unità di misura o di cambio del Tempo.

 

Dicono del libro

Dicono del libro
“Le avventure straordinarie della piccola Alice in un bizzarro mondo alla rovescia sono molto piú di un classico per l’infanzia. Se da un lato vi si può leggere una parabola che svela le assurdità e le incoerenze della vita adulta, dall’altro vi si coglie, immediata, una raffinatissima abilità linguistica, dove il gusto per il paradosso e il calembour, il nonsenso e la parodia si esprimono con impareggiabile inventiva. Un classico, quindi, cui hanno guardato molti protagonisti della letteratura del Novecento da Queneau a Nabokov”
(dalla quarta di copertina dell’ed. Einaudi, op. ci.t)

 

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1 Marzo | Mars 1

1 marzo 2020

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Depuis longtemps déjà le mauvais temps avait cessé; la saison s’avançait; et brusquement les amandiers fleurirent. C’etait le premiers mars. Je descends au matin sur la place d’Espagne. Les paysans ont dépouillé de ses rameaux blancs la campagne et les fleurs d’amandiers charges les paniers des vendeurs. Mon ravissement est tel que j’en achète tout un bosquet. Trois hommes me l’apportent. Je rentre avec tout ce printemps. Les branches s’accrochent au portes, des pétales neigent sur le tapis

André Gide, L’Immoraliste, 1902

*

Già da parecchio il tempo cattivo era finito; ci inoltravamo nella bella stagione e d’un tratto fiorirono i mandorli. Era il primo di marzo. Di mattina scendo in Piazza di Spagna. I contadini hanno spogliato la campagna di tutti i suoi rami bianchi e i fiori di mandorlo riempiono le ceste dei venditori. L’incanto che provo è tale che ne compro tanti da riempire un giardino. Tre uomini me li portano a casa. Rientro con tutta questa primavera. I rami si impigliano nelle porte; alcuni petali cadono come neve sul tappeto

 André Gide, L’immoralista, 1902, tr. it. E. Scarpellini, Garzanti, ed. cons. 1982, p. 237

La data del primo marzo compare verso la fine del racconto che il protagonista, Michel, fa ad alcuni amici per spiegare gli ultimi decisivi avvenimenti della sua vita. Il matrimonio con Marceline, il soggiorno in Africa, fatto di lunghi “giorni senza ore”, la malattia ai polmoni da cui si è ripreso, la scoperta dell’omosessualità. E poi, in una specie di simmetria, la malattia della moglie che, incinta, perde il bambino, e di nuovo i viaggi, il lago di Como, Firenze, Roma, dove arrivano alle soglie della primavera, per proseguire ancora verso sud. 

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13 Febbraio | February 13

13 febbraio 2020

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I, Billy Pilgrim, the tape begins, will die, have died and always will die on February thirteenth, 1976.
At the time of his death, he says, he is in Chicago to address a large crowd on the subject of flying saucers and the true nature of time

Kurt Vonnegut, Slaughterhouse Five or The Children’s Crusade, 1969

*

Io, Billy Pilgrim, comincia il nastro, morirò, sono morto e sempre morirò il tredici febbraio 1976.
Nell’ora della sua morte, dice, è a Chicago per parlare a una gran folla sul tema dei dischi volanti e della vera natura del tempo

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5, 1969,  tr. it. L. Brioschi, Feltrinelli, 2003, pp. 133

Billy Pilgrim, sopravvissuto al bombardamento di Dresda del 13 febbraio del 1945 e tornato negli Stati Uniti, racconta la storia della sua vita, come se le diverse fasi fossero reversibili, continuamente attraversabili e interferenti. In questi viaggi nel tempo, si sposta dall’adolescenza all’età matura; dalla traumatica esperienza della II guerra mondiale al lavoro di ottico; da un incidente aereo a un rapimento degli alieni. L’insensatezza delle guerre e dei massacri è curiosamente commentata, qua e là nel testo, dagli uccelli, con un cinguettio onomatopeico: Poo tee weet. Il tempo, soprattutto, è al centro di riflessioni venate di scienza fantastica: “Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia”; “Eccoci qua incastonati nell’ambra di questo momento”.
Il giorno 13 febbraio ricorre nella narrazione sia come data storica della distruzione di Dresda, sia come termine (ricorsivo) della vita del protagonista. 

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28 Gennaio | 28 Enero

28 gennaio 2020

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28 de enero

Pensé una cosa curiosa. Llegaba a la terrible ciudad y era de tarde, tarde verdosa y ácuea como no son nunca las tardes si no se las ayuda pensándolas. Por el lado de la Dobrina Stana, en la perspectiva Skorda, caballos erizados de estalagmitas y polizontes rígidos, hogazas humeantes y flecos de viento ensoberbeciendo las ventanas Andar por la Dobrina con paso de turista, el mapa en el bolsillo de mi sastre azul (con ese frío y dejarme el abrigo en el Burglos), hasta una plaza contra el río, casi en encima del río tronante de hielos rotos y barcazas y algún martín pescador que allá se llamará sbunáia tjéno o algo peor.
Después de la plaza supuse que venía el puente. Lo pensé y no quise seguir.

Julio Cortázar, Lejana, 1951

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28 gennaio 

Ho pensato una cosa strana. Arrivavo nella terribile città ed era sera, sera verdastra ed acquea come mai sono le sere se non le si aiuta pensandole. Dalla parte della Dobrina Stana, nella prospettiva Skorda, cavalli irti di stalagmiti e poliziotti rigidi,  focacce fumose e frange di vento insuperbiscono le finestre. Camminare per la Dobrina con passo da turista, carta geografica nella tasca del mio tailleur turchino (con questo freddo aver lasciato il cappotto al Burglos, fino a una piazza lungo il fiume rimbombante di ghiacci spezzati e di barconi e qualche martin pescatore che la forse si chiama sbunáia tjéno o peggio. Supposi che dopo la piazza venisse il ponte. Lo pensai e non volli proseguire.

Julio Cortázar, Lontana in Bestiario, 1951, tr. it. F. Rossini Nicoletti, Einaudi, 1965, p. 28

Terzo racconto della raccolta BestiarioLontana riporta il diario di una giovane di Buenos Aires, Alina Reyes, abile nei giochi di parole, come i palindromi (“salta Lenin el Atlas”) e gli anagrammi, fra cui risalta quello del suo stesso nome “Alina Reyes”: “es la reina y”, attraente perché la frase non si conclude. Il diario racconta l’inquietante sensazione che un’altra se stessa esista, a Budapest, e che sia una vecchia mendicante. La notte del 28 gennaio, i soggetti, i tempi dei verbi, i luoghi, le distanze, si confondono, preludendo all’incontro inquietante che accadrà di lì a pochi mesi. 

Dicono del libro

Dicono del libro
“Il misterioso, l’irrazionale, il tragico germogliano dalla più corporea descrizione del quotidiano. Sugli scenari reali si stacca il ‘bestiario’ metafisico: animali invisibili, come la tigre del racconto che dà il titolo al libro, o immaginari, o creati dal nulla come i coniglietti della Lettera a una signorina a Parigi, oppure descritti con tanta dolorosa precisione da finire per immedesimarsi in essi. Bestiario è il libro che nel 1951 ha rivelato Cortázar, ed è forse la migliore ‘introduzione’ all’arte di questo scrittore capace di pagine folgoranti”
(dalla quarta di copertina dell.ed. Einaudi, op. cit.)

 


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The Library of Encoded Time di Michele Ciacciofera

Quando l’artista Michele Ciacciofera espose alla Biennale del 2017, sulla rubrica Alfagiochi della rivista “alfabeta2” giocammo con le lettere del suo nome e uno degli anagrammi che ne risultarono fu “E lì faccio ceramiche”, trovato da Viola Fiore. Si tratta di un anagramma felice, poiché fa emergere dal nome dell’artista la materia a cui egli si dedica da tempo con una passione da conoscitore, da collezionista e anche da studioso. 
In una interessante conversazione con Irene Biolchini, Ciacciofera – che è nato in Sardegna e vive fra la Sicilia e Parigi – racconta infatti l’importanza della ceramica nel suo percorso artistico, che è tutt’uno con la sua visione della cultura: un viaggio nella lunga durata, dalla natura alla storia, attraverso fossili e reperti, materie prime e tecniche di lavorazione arcaiche, segni, decorazioni e grafie. 
Una sintesi formidabile di questi caratteri della sua ricerca si trova  nella mostra aperta fino a marzo 2020 al Museo Marino Marini di Firenze, a cura di Angelo Crespi, dal titolo  The Library of Encoded Time.
I concetti di biblioteca, di codici e di tempo sono riuniti in una installazione fatta di mattoni che presentano – come tavolette antiche – tracce di scrittura, glifi, linee. Questi “libri che interrogano il tempo” sono il risultato di un lavoro effettuato sui mattoni rinvenuti durante la ristrutturazione del chiostro adiacente alla ex chiesa di San Pancrazio, dove il museo Marino Marini ha sede.
Come si legge nella presentazione della mostra, la procedura che porta alla realizzazione passa per diverse fasi: una prima cottura dei mattoni che, come in “rituale di purificazione”, elimina la calce; la scrittura “quasi automatica” sulla superficie, su cui linee e segni si intersecano e si stratificano in un magma temporale; infine la seconda cottura che fissa indelebilmente smalti e colori sulla superficie “così da far presagire il riutilizzo del mattone per una futura costruzione, una biblioteca, basata sui segni che rappresentano la memoria”.

La mostra The Library of Encoded Time è aperta fino al 2 marzo 2020 al Museo Marino Marini di Firenze.

24 Gennaio | January 24

24 gennaio 2020

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What Cornell did on January 24, 1947.
Shaved and dressed and waved good-bye to Robert on porch (Mother shopping). Waved to Robert from train. So far uneventful but rest of day picked up that kind of richness in which a revealing in detail becomes such a feast of experience – went all the way in to Penn Station. Just before going under tunnel looked up at freight cars – the word Jane scrawled on a box-car in large letters, red with a touch of pink, then toches of primary colors mingling with a scene of men working on the tracks with a long crane mounted on a car – all over in a flash but evoking a strong feeling

Charles Simic, Dime-Store Alchemy. The Art of Joseph Cornell (1992), New York Review Book

*
24 gennaio 1947. Una giornata di Cornell

“Mi sono sbarbato, vestito, ho salutato Robert sulla veranda (la mamma era a far spesa). Un saluto a Robert dal treno. Fin qui niente di particolare, ma il resto della giornata ha accumulato quel genere di ricchezza per cui il godimento dei dettagli si trasforma in un’esperienza grandiosa – sono arrivato fino alla Penn Station. Un attimo prima di infilarmi nel tunnel ho alzato lo sguardo verso i carri merci – la parola Jane scarabocchiata su un vagone a larghe lettere, rosse con una punta di rosa, poi tocchi di colori primari che si fondevano in una scena di uomini al lavoro sui binari accanto a un’alta gru montata su un vagone – tutto come in un flash, ma evocando sensazioni forti

Charles Simic, Il cacciatore di immagini, 1992, tr. it. A. Cattaneo, Adelphi, Milano 2005, p. 29

Joseph Cornell (Nyack, NY 1903 – New York 1972) è un artista statunitense noto soprattutto per la sua produzione di scatole di legno chiuse da un vetro, in cui sono assemblati oggetti d’affezione (pipe d’argilla, piume, conchiglie, quadranti, spirali) che compongono delle partiture plastiche affascinanti e dense di significati. Dai primi esemplari di scatola della metà degli anni Trenta (Untitled. Soap Bubble Set, 1936) realizzati in sintonia con le invenzioni di Max Ernst e con le suggestioni surrealiste conosciute a New York nella galleria di Julien Levy, fino agli ultimi esperimenti con la tecnica del collage, le opere di Cornell si basano tutte sulla costruzione di collegamenti e risonanze tra frammenti trovati. Dalla sua casa in Utopia Parkway, dove viveva con la madre e il fratello Robert, Cornell partiva per il centro della città, dove camminava e osservava, in cerca di quei “quattro o cinque oggetti ancora sconosciuti che vanno insieme” e che, “una volta insieme, faranno un’opera d’arte”. Nel libro Il cacciatore di immagini (in inglese Dime-store Alchemy), il poeta Charles Simic immagina una giornata di gennaio dell’artista, con le sue consuetudini e gli incontri casuali che si trasformano in sorprese e ispirazioni. Una giornata unica, come tante. 

Dicono del libro

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