“2 agosto. Bologna. […] Io sopravvivo”

Il titolo di questo post riporta l’inizio e la fine di una delle 366 voci di un’opera in forma di diario, in cui l’intero Novecento è condensato in un anno di eventi: la sequenza delle date non segue l’ordine cronologico degli avvenimenti, ma si dipana su un calendario annuale, un giorno dopo l’altro.
Alla data del 2 agosto troviamo scritto: 

“2 agosto. Bologna. Attentato alla stazione ferroviaria centrale. Alle dieci e trentacinque esplode una bomba nascosta dentro una valigia nella sala d’aspetto di seconda classe. La miscela di tritolo e T4 distrugge parte dell’edificio e uccide ottantacinque persone, mentre più di duecento vengono ferite. Io sopravvivo”.
L’opera, monumentale e al tempo stesso impalpabile, da cui la frase è tratta,  si intitola Ich war’s. Tagebuch 1900-1999 (Sono stata io. Diario 1900-1999) ed è dell’artista Daniela Comani,
Nata a Bologna nel 1965 e diplomata presso l’Accademia di Belle Arti della sua città, Daniela Comani si è trasferita a Berlino nel 1989, l’anno della caduta del Muro. Nella Berlino degli anni Novanta, fra riunificazione e ricostruzione, smottamenti politici ed esperimenti sociali, ha proseguito la sua formazione, dando inizio a un’attività artistica orientata verso i temi degli stereotipi di genere, delle abitudini culturali, della memoria, ed espressa attraverso fotografie, disegni, video, performance, installazioni, assemblage, produzioni editoriali.
Ich war’s. Tagebuch 1900-1999 (Sono stata io. Diario 1900-1999) racconta – come detto sopra – l’intero secolo XX concentrando una selezione di fatti epocali in un anno virtuale di 366 giorni. L’opera ha tre versioni: si può ascoltare come una radiocronaca, in diverse lingue europee, fra cui il tedesco, lingua in cui l’opera è stata in origine concepita; si può leggere sfogliando un libro, diverso per impaginazione da lingua a lingua; si può guardare, stampata su tela e montata su un grande pannello, come un muro di date e parole, di dimensioni variabili a seconda della collocazione. Poiché le date riportano solo il giorno e il mese, l’opera è accompagnata da una cronologia che consente di ricostruire l’anno in cui ciascun evento è accaduto.


Realizzata dunque in diversi formati e lingue a partire dal 2002, presentata nel 2011 alla LIV Biennale di Venezia per il Padiglione di San Marino, esposta nel 2016 alla mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea (Macro, Roma), è conservata in una versione di 3 metri x 6 nelle collezioni del Mambo di Bologna.
L’immagine che apre questo post è un dettaglio del manifesto scelto nel 2012 per l’anniversario della strage impunita. 
Come Daniela Comani ha raccontato, è nel gennaio del 1999 che il progetto di Ich war’s comincia a prendere concretamente forma.
Negli anni precedenti, l’artista ha lavorato alla raccolta di ritagli di giornale, foto, appunti e testi, che le sono servite per diversi progetti, legati al tema del singolo individuo di fronte alla storia. Nel 1999, mentre anche il millennio – nella convenzione occidentale – si avvia alla conclusione, il progetto si incanala nella direzione di raccontare il ‘900 dalla parte di un soggetto immaginario, vittima, responsabile, correo, testimone di tutto quello che il secolo ha prodotto. 
Come struttura d’appoggio di questo progetto vertiginoso, l’artista individua il sistema di partizione del tempo basato sulle date (dal latino datum: dato, redatto il): il calendario, un sistema in grado di offrire una griglia alla dispersività e alla compresenza dei fatti accaduti, dotato di una natura insieme pubblica e privata, amministrativa e identitaria. Nominando il calendario,  il pensiero corre all’artista tedesca Hanne Darboven, che fin dagli anni Sessanta aveva lavorato sulle strutture del tempo in opere calendariali  e, più avanti, aveva stilato elenchi di avvenimenti, allestendo opere al tempo stesso concettuali e dal forte impatto visivo. E in relazione alle date, un richiamo va fatto al giapponese On Kawara con la sua Today series (con On Kawara, nel 1996, Comani ha partecipato alla collettiva Lesen, presso la Kunsthalle di Sankt Gallen in Svizzera); o ancora Roman Opalka, l’artista polacco che ha contato il passare del tempo (una mostra del 2013 a Milano, Accoppiamenti giudiziosi, ha visto dialogare le immagini di Daniela Comani e le opere dell’artista polacco). 
Scelta l’ossatura, in questo caso una griglia di 366 caselle, bisognava riempirla tutta, selezionando un fatto ogni giorno, per un totale di 366 accadimenti che rappresentassero, in modo significativo, tutti gli anni del secolo. Il racconto dei fatti non avrebbe però seguito la successione degli anni, ma si sarebbe svolto giorno dopo giorno in un unico anno solare, da gennaio a dicembre. Inoltre, poiché la prima versione dell’opera era pensata per un’installazione audio, una sorta di radiocronaca del XX secolo, letta da uno speaker senza interruzioni, il secolo sarebbe risultato condensato in un’ora di ascolto.
Il grande archivio personale raccolto negli anni da Daniela Comani viene sistematizzato, in modo che nessuna data resti vuota e nessun anno scoperto. Fanno la loro comparsa i classificatori, i pratici Ordner dalla copertina nera, e vengono stilate tabelle di corrispondenze fra date e avvenimenti. Comincia una metodica frequentazione delle biblioteche di Berlino (la Nazionale, l’Amerika-Gedenk-Bibliothek), con consultazione di banche dati, visione di microfilm con annate di giornali e riviste d’epoca. Per tutto il 1999, Daniela Comani attende al suo lavoro quotidiano di ricerca e classificazione di quei fatti che hanno portato all’Olocausto, ai conflitti balcanici, all’unità europea, alla globalizzazione tecnologica. Prende dagli archivi le notizie, che deposita nel suo schedario personale e poi riversa nell’ordine del calendario. In questo passaggio, però, quelle notizie subiscono un cambiamento inusitato. Di qualunque cosa si parli: la proclamazione del fascismo, il primo volo nello spazio, l’attentato alla stazione di Bologna, la notizia, con linguaggio asciutto, sintetico, quasi protocollare, è sempre data in prima persona (nella versione italiana, Sono stata io, il soggetto si rivela femminile, collegandosi ad altri progetti dell’artista, in cui i titoli dei capolavori della letteratura o del cinema cambiano genere).
Nei mesi di lavoro, il libro che l’artista aveva sul tavolo era Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, la scrittrice di Archivi del Nord, capace di trasformare le tracce delle memorie private, familiari e storiche in sottile e potente materia narrativa. E nume tutelare, sempre presente dietro le spalle, era Borges, con i suoi magistrali passaggi dal reale all’immaginario. In quello stesso anno 1999, usciva poi la ricerca di Aleida Assmann sulla memoria culturale, Erinnerungensräume, Formen und Wandlungen des kulturellen Gedächtnisses, che rimetteva in gioco i temi della responsabilità e della memoria collettiva.
Scorrendo ancora una volta il calendario di Ich war’s, l’irriverenza nei confronti della cronologia sconcerta e attrae, costringe a un andirivieni nella storia, a uno sforzo di identificazione, a una proficua attività del pensiero. Si cerca di ricordare, senza andare a controllare subito nella cronologia, in che anno, il 10 ottobre, “io”  occupo la segreteria dell’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf; e chi sono “io” (nella fattispecie sono Joseph Beuys e l’anno è il 1972). In questa anamnesi, si sovrappongono memorie personali, ci si ricorda dove veramente si era in alcune date cruciali della storia collettiva, il cui impatto ha fissato la nostra posizione nel tempo. Sono stata io, dice Daniela Comani. C’è sempre io, che compie nefandezze, o prende decisioni umanitarie, o soccombe alle avversità della natura, o sopravvive, come in questo passo del 2 agosto. 

Il sito dell’artista: danielacomani.net 
Ringrazio Daniela Comani per la lunga e generosa collaborazione con diconodioggi
as (@asbrilli)

About Time: una mostra raccontata da Elena Lago

Lockdown: una parola che ormai è entrata a far parte del nostro vocabolario quotidiano. L’isolamento, la chiusura, la distanza hanno dilatato il tempo trascorso nelle nostre case e forse lo hanno reso più penetrabile. La White Cube Gallery di Londra ha organizzato una mostra on line negli spazi del suo sito web, per raggruppare una serie di artisti che hanno da sempre lavorato sul concetto di tempo.
About time è un incantevole percorso virtuale curato da Susan May, Global Artistic Director della White Cube. A cominciare dalla grafica del titolo, in cui le lettere di ABOUT TIME sono disposte a cerchio, la mostra offre subito una visione fluida e circolare del tempo, le cui molteplici sfaccettature ci vengono narrate da tredici artisti: Darren Almond, Olafur Eliasson, Hanne Darboven, Cerith Wyn Evans, On Kawara, Mona Hatoum, Agnes Martin, Christian Marclay, Josiah McElheny, Roman Opalka, Tatsuo Miyajima, Park Seo-Bo, Haim Steinbach.
 Come frase introduttiva alla mostra, la curatrice ha scelto le parole di George Kubler (1912-1996), autore, nel 1962, del libro La forma del tempo:
 «Le forme del tempo sono la preda che vogliamo catturare. Il tempo della storia è troppo grezzo e breve per costituire una lunghezza uniformemente granulare quale i fisici immaginano per il tempo della natura: esso è piuttosto come un mare pieno di innumerevoli forme di tipi numericamente limitati».
 
Lo spazio virtuale della White Cube ci fa leggere il tempo nella sua forma più liquida e mutevole, senza confini, attingendo dagli artisti che hanno raccontato il tempo dei numeri, delle stagioni, della ciclicità, dell’infinito ripetersi di immagini, il tempo visto come susseguirsi di momenti esatti all’interno di una griglia perfetta o come caos primordiale (e qui la memoria torna alla mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea, tenutasi al Macro di Roma nel 2016, a cura di Antonella Sbrilli e Maria Grazia Tolomeo).
Immersi nella nostra tranquillità dello spazio-tempo domestico, scrollando la pagina della White Cube dedicata ad About Time, tra una presentazione e l’altra delle opere si dipana un universo simulato ed interstiziale, una galassia stellata che ci proietta in un tempo assoluto, silenzioso, dilatato. La mostra è divisa in due sezioni, ognuna dedicata alle due principali maniere di vedere il tempo, attraverso la precisa e calibrata scansione metrica e numerica, o mediante l’esperienza, il flusso e la percezione emozionante e riflessiva o istintiva della durata.
Parole e numeri: iIl primo artista che incontriamo è Darren Almond (1971), che nella mostra del Macro era presente con Tuesday (1440 minutes), del 1996 e su cui –  in diconodioggi – si può leggere questo testo.

Qui, invece, lo ritroviamo con una delle sue tipiche targhe in bronzo su cui è apposta la frase latina Noli Timere, che oggi ci suona più come un consiglio dettato dai tempi che corrono: “Non avere paura”, una versione più ispirata del mantra ripetuto in questi mesi “andrà tutto bene”. Ma l’ambiguità del messaggio sta nel gioco di parole che Almond ha costruito, operando l’obliterazione di alcune lettere per creare il suggestivo e laconico verso No Time: uno spazio della mente in cui il tempo non esiste, non ci trascina nella sua ineluttabilità e di conseguenza non ci fa temere.
Più avanti, Almond ritorna con un’opera veramente iconica della sua produzione, Perfect Time, del 2018. Composta da sei “flip clocks” le cui palette non seguono un andamento coerente tra le due metà, l’installazione non compone orari precisi, ma alfabeti sincopati e sconnessi, piccoli trattini bianchi su sfondo nero. Attraverso questo orologio paradossale, non possiamo controllare il tempo che passa, ma solo cogliere le sue infinite variabili che spesso risultano sfuggenti e impenetrabili, a tratti “interrotte”. Ma è questo il Tempo perfetto secondo l’artista, perché costruito da attimi e flussi che si incrociano, da costanti e variabili, da punti fermi e confini labili.
Roman Opalka (1931-2011), con la sua imperturbabile e costante precisione maniacale, compare poco dopo, lasciandoci, invece, un’idea di tempo che scorre e che ci appare come una progressione continua di numeri scritti a mano a partire dal 1965 fino al momento della sua morte. Ogni piccola tela di questo intero sistema numerico prende il nome di Détail e nella mostra virtuale della White Cube è stato esposto il DÉTAIL 2345774 – 2347926, del primo anno, il 1965. È un inchiostro su carta, non acrilico su tela: questo ci suggerisce che Opalka ha composto questo frammento durante un viaggio, quando ha la consuetudine di continuare il suo ossessivo lavoro non sulle tele, ma sulle più pratiche e maneggevoli Cartes de voyages. Quella di Roman Opalka è una narrazione lineare del tempo, che corrisponde a quell’idea di ripetizione e di riproposizione che contraddistingue anche il messaggio artistico di On Kawara (1933-2014), che incontriamo poco dopo e di cui viene presentata una tela dalle Today Series con la data MAY 26, 1994. Questo progetto quotidiano inizia nel 1966 e si interrompe solo con la morte dell’artista: quello contenuto nella serie dei giorni è un tempo personale e quotidiano, lento nella realizzazione di ogni singola tela, ma anche stringato e ripetitivo proprio per il carattere stesso del progetto: una testimonianza evidente, rigorosa e schematica del tempo che passa. Spesso l’artista ha l’abitudine di aggiungere una scatola con alcuni oggetti legati a quella specifica data scritta sulla tela nera. In questo caso, compare il titolo del “New York Times” che recita «Space Telescope Confirms Theory of Black Holes».
Luci e numeri, display di orologi digitali e piccoli codici fanno parte della poetica dell’artista giapponese Tatsuo Miyajima (1957) che, attraverso i suoi led che variano in continuazione le loro cifre dall’uno al nove, esprime il carattere circolare e fluido del tempo, che sempre cambia. Ciò
stabilisce una costante connessione, derivata dalla sua fede buddhista, tra la nascita, la vita e la rinascita, mentre lo zero, che rappresenta la fine e la morte, non compare mai tra i suoi numeri. Chiudono la serie dedicata alla misurazione e ai numeri Hanne Darboven (1941-2009), con una delle sue griglie di date, calcoli e poetici segni personali, la Dostojewki, Monat, Januar 1990 e Agnes Martin (1912-2004). Dell’artista canadese, la White Cube ci propone tre opere minimaliste, tra cui un Untitled del 1959, in cui ogni elemento viene portato ai minimi termini: un cerchio nero su sfondo bianco di lino, diviso in piccoli spicchi imprecisi, ricorda semplicemente la forma e l’aspetto di un orologio; un modo per appresentare «non ciò che si vede, ma ciò che si conosce per sempre nella mente».
Esperienza, flusso e durata: la seconda sezione della mostra si concentra sugli aspetti più fluidi ed esperienziali del tempo. La sua contingenza, il vissuto quotidiano, il concetto di durata e di flusso che sono stati decodificati dalla filosofia bergsoniana della durée. Il tempo soggettivo dell’esperienza procede come un getto ininterrotto ed indivisibile, intuibile attraverso la coscienza, capace, in questo modo, di ricongiungersi alla sua unità interna.
Christian Marclay (1955), autore del capolavoro The Clock, del 2010, è il primo artista che incontriamo. Con una serie di tre video ci trasmette la sua idea di durata: Look, Cotton buds e Lids and Straws (One minute), tutti realizzati tra il 2016 e il 2019, inquadrano minuscole porzioni delle strade londinesi, fotografate in diversi momenti della giornata e montate per creare un video loop, hanno la stessa funzione della serie delle Cattedrali di Monet. Le piccole variazioni di luce e di atmosfera prodotte sulla strada, così come i minimi dettagli della pavimentazione, forniscono un pattern irregolare e casuale al passare del tempo.
Questa incessante atmosfera di divenire e di cambiamento che viene fornita dal video in loop si riscontra ancora nel lavoro fotografico di Olafur Eliasson (1967) del 2006, The morning small cloud.

Attraverso una sequenza di nove fotografie, prese da una serie più ampia, ci mostra il passare del tempo attraverso l’apparizione mattutina di una piccola nuvola attorno ad una altura dell’Islanda. Ancora una volta, l’artista è capace di consegnarci una specifica idea di tempo atmosferico attraverso un legame indissolubile con il discorso cronologico, che si nota dalla lenta trasformazione ambientale delle foto.

Di questa seconda sezione colpiscono in particolare le opere dell’artista di Boston Josiah McElheny (1966). Le sue installazioni sono quasi sempre incentrate sulla lavorazione del vetro attraverso cui costruisce porzioni fragilissime di piccoli universi. Nel 2005, in collaborazione con il cosmologo David Weinberg, ha ideato il film Island Universe in cui inserisce l’idea dell’eterna inflazione dell’Universo. Questa costruzione fluida, frattale ed in continuo divenire del cosmo, data dalla creazione perpetua di nuova materia, ha portato al concetto di “multiverso”.

 

McElheny, da questo modello, ha tratto alcune sculture in alluminio, vetro e luce elettrica che, oltre ad essere meravigliosi oggetti di design, suggeriscono l’idea di un’energia temporale che si irradia mutevolmente. Frozen Structure, il pezzo di universo inserito nel percorso virtuale, incarna un mondo che ha avuto inizio con un’energia oscura che ha congelato la crescita e il raggruppamento delle galassie in strutture ghiacciate e cristallizzate in una sospensione atemporale.
Verso la fine del percorso espositivo della pagina della White Cube, compaiono le opere al neon dell’artista gallese Cerith Wyn Evans (1958). Prima il neon drawing ispirato al simbolo dell’infinito che si dipana nello spazio attraverso il semplice e lineare disegno del neon appeso al soffitto, poi il testo specchiato dell’installazione del Leadenhall Market di Londra: “Time here becomes space/Space here becomes time” un gioco semantico e visivo: il testo specchiato, costruito con il neon, delimita uno spazio sospeso e incantato del mercato londinese, creando una sorta di doppia entrata in cui, attraverso questa sorta di formula magica, da una parte il tempo si trasforma in spazio e dall’altra lo spazio diventa tempo.
Chiudono poeticamente la mostra virtuale le parole Going going gone formulate da Haim Steinbach (1944), in un’installazione del 1999. Lo stesso verbo coniugato in due tempi diversi, trasferiti sul muro nero su bianco, in verticale, quasi a testimoniare la fuggevolezza del tempo e l’assurda vanitas del presente: un attimo prima siamo immersi nella temporalità vibrante e attiva del gerundio, nel pieno dell’andare, e un attimo dopo ci ritroviamo nella dimensione chiusa e passata del participio, dell’andato. In altre parole, un moderno memento mori, che vede al posto del teschio e della clessidra un semplice e conciso sciorinamento di tre tempi verbali.
Elena Lago, giugno 2020

About Time, fino al 16 luglio 2020 > qui un video tour della mostra 

I 21 giugno del conte Rostov: una nota di Sandra Muzzolini

Su Twitter negli ultimi mesi molti lettori, scrittori e blogger hanno fatto notare la rilevanza – in tempi di lockdown –  della vicenda narrata dallo scrittore statunitense Amor Towles nel libro A Gentleman in Moscow (2016). Il Washington Post a fine marzo 2020 ha incluso il romanzo di Towles in una lista di dieci letture raccomandate per i giorni di quarantena.
Il libro racconta la storia del Conte Rostov: condannato nel 1922 da un tribunale bolscevico per essersi “arreso alle corruzioni della sua classe sociale”, Rostov viene scortato attraverso i cancelli del Cremlino che danno sulla Piazza Rossa fino all’Hotel Metropol, dove dovrà trascorrere il resto dei suoi giorni agli arresti domiciliari.
Gentiluomo colto, appassionato di libri e di musica, arguto e brillante nella conversazione e perfetto anfitrione, Rostov non si scoraggia, convinto che un uomo deve saper governare le circostanze, non essere governato da esse. Costretto a rinunciare alla suite 317 che aveva occupato negli ultimi quattro anni, si ritrova confinato in una angusta stanza dell’ultimo piano dove non riesce nemmeno a collocare tutte le sue cose. Qui vivrà per una trentina d’anni, fedele ai riti e allo stile di un mondo aristocratico che vede dissolversi stando al riparo di questa prigione dorata che è l’hotel Metropol, un mondo a sé che solo a tratti viene raggiunto dagli echi della storia.
La data del 21 giugno, giorno della condanna di Rostov e dell’inizio del suo soggiorno forzato al Metropol, ricorre altre volte nella storia. Il 21 giugno 1923 il conte si sta preparando ad incontrare Mishka, l’amico poeta che rappresenta il suo contatto con il mondo esterno, e si chiede se sia opportuno celebrare l’anniversario del suo primo anno agli arresti, se abbia senso tenere il conto del tempo che passa, come fanno i naufraghi su isole deserte.

Il narratore ci offre poi il 21 giugno del 1946 un altro sguardo sulla Piazza Rossa, sul Cremlino e la cattedrale di San Basilio, e sulle ragazze vestite a fiori nell’ultimo giorno di primavera. Il quarto libro si apre il 21 giugno del 1950 ed all’inizio del quinto libro veniamo a conoscenza di un evento che si svolgerà a Parigi il 21 giugno 1954, un concerto a cui dovrebbe partecipare una persona cara al conte, uno degli incontri felici della sua vita al Metropol. Agli accadimenti di questa giornata sono dedicate le ultime pagine del romanzo.

Ed ecco un brano significativo:
At half past six on the twenty-first of June 1922, when Count Alexander Ilych Rostov was escorted through the gates of the Kremlin onto Red Square, it was glorious and cool. Drawing his shoulders back without breaking stride, the Count inhaled the air like one fresh from a swim. The sky was the very blue that the cupolas of St. Basil’s had been painted for. Their pinks, greens, and golds shimmered as if it were the sole purpose of a religion to cheer its Divinity. Even the Bolshevik girls conversing before the windows of the State Department Store seemed dressed to celebrate the last days of spring.
“Hello, my good man,” the Count called to Fyodor, at the edge of the square. “I see the blackberries have come in early this year.”
Giving the startled fruit seller no time to reply, the Count walked briskly on, his waxed moustaches spread like the wings of a gull. Passing through Resurrection Gate, he turned his back on the lilacs of the Alexander Gardens and proceeded toward Theatre Square, where the Hotel Metropol stood in all its glory. When he reached the threshold, the Count gave a wink to Pavel, the afternoon doorman, and turned with a hand outstretched to the two soldiers trailing behind him.
“Thank you, gentlemen, for delivering me safely. I shall no longer be in need of your assistance.”

Qui il link al sito dell’autore; l’edizione italiana Neri Pozza tradotta da Serena Prina e poi una curiosità: c’è anche chi ha suggerito di accompagnare la lettura con dello stufato cucinato secondo una tradizionale ricetta lettone, uno dei piatti preferiti del Conte, e prontamente il Book Club Cookbook ha pubblicato una foto del piatto e il link alla ricetta.

Sandra Muzzolini (@sandra_mzz)

@drtime_ un aggregatore di tempo

Uno dei tanti effetti collaterali del Covid-19 è quello di aver aumentato la frequenza della parola tempo nelle conversazioni. Non (solo) il tempo atmosferico, ma la dimensione del tempo che – interrotte le scansioni quotidiane a causa del lockdown – si presenta in blocchi compatti, si sfilaccia, si arrotola su sé stesso, sembra non passare mai o sparire in un batter d’occhio. Metafore, immagini, visualizzazioni, grafici, citazioni, gif animate scorrono nelle timeline dei social e per chi il tempo lo osserva e lo studia diventano una consistente fonte di dati e riflessioni.
Una selezione di risorse e testimonianze sul tempo si trova nell’account Twitter di Dr Time.

Il nome è scritto di seguito, con un underscore alla fine e due emoji che rappresentano il passaggio del tempo; nella presentazione, chi gestisce l’account si definisce un “chronosopher”, che usa Twitter (e anche Instagram) per una ricerca partecipata sul grande tema del “mystery of time”.
E di fatti Dr Time rilancia notizie e mirabilia, lavori di gruppi di ricerca (come il Timing Research Forum) e video in time-lapse di fenomeni naturali, affacci sul tema da diverse prospettive interconnesse, scienze, spiritualità, relazioni, linguaggio, creatività.
Dietro l’alias Dr Time c’è il ricercatore australiano Edward (Eddie) Harran, che si definisce Temporal Designer, Futurist and Researcher of Chronosophy.
Harran fa parte – come chi gestisce diconodioggi – dell’International Society for the Study of Time (ISST) e lavora sul tema in modo profondamente interdisciplinare e progettuale, con l’obiettivo di usare le esperienze presenti per immaginare forme future e potenziali di relazioni con il tempo.  
In questo periodo, il suo account aggrega evidenze sul mal di tempo in cui ci troviamo a vivere, registrando segnali della distorsione collettiva e aperture di pensiero. 

È grazie alle scelte di Dr Time, per esempio, che si incontra l’eloquente e bellissimo calendario di Chaz Hutton, dove il mese di aprile 2020 sgretola giorno dopo giorno la griglia regolare delle settimane e le linee di confine fra le giornate. 
Qui un link a un intervento di Harran sul tema del Future of Time.

 

The Library of Encoded Time di Michele Ciacciofera

Quando l’artista Michele Ciacciofera espose alla Biennale del 2017, sulla rubrica Alfagiochi della rivista “alfabeta2” giocammo con le lettere del suo nome e uno degli anagrammi che ne risultarono fu “E lì faccio ceramiche”, trovato da Viola Fiore. Si tratta di un anagramma felice, poiché fa emergere dal nome dell’artista la materia a cui egli si dedica da tempo con una passione da conoscitore, da collezionista e anche da studioso. 
In una interessante conversazione con Irene Biolchini, Ciacciofera – che è nato in Sardegna e vive fra la Sicilia e Parigi – racconta infatti l’importanza della ceramica nel suo percorso artistico, che è tutt’uno con la sua visione della cultura: un viaggio nella lunga durata, dalla natura alla storia, attraverso fossili e reperti, materie prime e tecniche di lavorazione arcaiche, segni, decorazioni e grafie. 
Una sintesi formidabile di questi caratteri della sua ricerca si trova  nella mostra aperta fino a marzo 2020 al Museo Marino Marini di Firenze, a cura di Angelo Crespi, dal titolo  The Library of Encoded Time.
I concetti di biblioteca, di codici e di tempo sono riuniti in una installazione fatta di mattoni che presentano – come tavolette antiche – tracce di scrittura, glifi, linee. Questi “libri che interrogano il tempo” sono il risultato di un lavoro effettuato sui mattoni rinvenuti durante la ristrutturazione del chiostro adiacente alla ex chiesa di San Pancrazio, dove il museo Marino Marini ha sede.
Come si legge nella presentazione della mostra, la procedura che porta alla realizzazione passa per diverse fasi: una prima cottura dei mattoni che, come in “rituale di purificazione”, elimina la calce; la scrittura “quasi automatica” sulla superficie, su cui linee e segni si intersecano e si stratificano in un magma temporale; infine la seconda cottura che fissa indelebilmente smalti e colori sulla superficie “così da far presagire il riutilizzo del mattone per una futura costruzione, una biblioteca, basata sui segni che rappresentano la memoria”.

La mostra The Library of Encoded Time è aperta fino al 2 marzo 2020 al Museo Marino Marini di Firenze.

Calendar Houses: il tempo costruito

Grazie a un tweet inviato all’account Twitter @diconodioggi da Sandra Muzzolini, esperta di letteratura e di cultura inglese, veniamo a conoscenza di una rara tipologia di case, costruite nel Regno Unito dalla fine del XVI secolo, che hanno a che fare con la scansione calendariale del tempo. 
Nel tweet, è riportata una citazione dal libro della scrittrice britannica Natasha Solomons, The House of Gold (2018, tradotto in italiano da Laura Prandino per l’editore Neri Pozza col titolo I Goldbaum):
“Era l’ultima delle calendar houses costruite in Inghilterra; aveva 365 finestre, 52 stanze principali, 12 scale, 7 torri e 4 ali”.


Una casa calendario è un edificio complesso in cui gli elementi architettonici (porte e finestre, stanze, camini, torri, cortili) sono modulati in quantità che rappresentano i giorni della settimana, le settimane e i mesi dell’anno, le stagioni.
La genesi delle case calendario risale – come si legge nell’articolo 
Make a date: the strange world of the calendar house – al fervido clima intellettuale del periodo elisabettiano, attraversato da interessi per le scienze della natura, per la matematica, per l’astronomia e da una attrazione per il “device” which in the 16th-century meant any ingenious or original shape or concept”.
Il dispositivo concettuale sotteso alle calendar houses consiste dunque nell’incorporare le misure convenzionali del tempo nel progetto architettonico: una contrainte che, oltre a vincolare eventuali sviluppi successivi dell’edificio, produce un’attitudine al computo e alla verifica
della regola. Fra i non molti esempi di questa tipologia di dimora – che collega porzioni di spazio e di tempo –  è annoverata – almeno miticamente -anche Knole House nel Kent, proprietà della famiglia Sackville-West, evocata nel libro di Virginia Woolf Orlando.

a.s.

Time in Variance – Los Angeles, 23-29 giugno 2019

L’International Society for the Study of Time (ISST), fondata nel 1966 da Julius T. Fraser (ne ho parlato qui), organizza triennalmente dei simposi multidisciplinari sul tema del Tempo. Quest’anno – 2019 – il 17° incontro si svolge dal 23 al 29 giugno presso la Loyola Marymount University di Los Angeles. Il titolo è Time in Variance: il tempo considerato in rapporto con il concetto di “varianza”,  intesa come variabilità e come modifica. L’intento è quello di indagare le trasformazioni nella valutazione e nella condivisione di scale temporali diverse che producono – concettualmente ed esperenzialmente – forme diverse di tempo “alcune oscillanti, altre circolari, altre ancora lineari”. La frase Time in Variance suggerisce però anche il suono della parola “invarianza”, evocando così la compresenza del flusso delle trasformazioni e della presenza di costanti, la necessità delle misure e la condizione dell’instabilità.
Come sempre, il simposio presenta interventi teorici e laboratori, mostre e workshop creativi, che abbracciano vaste e variegate regioni disciplinari, che includono e intersecano le scienze, la filosofia, la psicologia, la narrativa, il cinema. A questo link si possono leggere gli abstracts degli interventi e dei poster.


Le sessioni di Time in Variance  si svolgono nella Hannon Library della Loyola Marymount University, nelle cui Special Collections è conservata parte dei materiali d’archivio dell’International Society for the Study of Time donati dal fondatore J.T. Fraser.

Il programma del simposio 2019 include fra le altre attività multidisciplinari anche la visita a The Garden of Slow Time, giardino di meditazione progettato da Paul Harris di cui la foto mostra una veduta d’insieme e un dettaglio. 

 

 

Notte bianca #24: Firenze, Museo Marino Marini

Durante l’estate a San Pietroburgo si assiste al fenomeno delle notti bianche, quando la luminosità, per quanto soffusa, permane anche a notte fonda. Sono queste ventitré notti bianche ad aver ispirato la Notte Bianca #24 del Museo Marino Marini di Firenze: un “festival di una sola notte dedicato alla creatività, alla cultura, all’arte e ai sogni”.
Dalle 21,30 di sabato 4 maggio all’alba di domenica 5 maggio 2019, nel museo che ospita le sculture di Marino Marini – l’ex chiesa di San Pancrazio – si avvicendano performance, musiche, dialoghi, esplorazioni, sui temi intrecciati del tempo, dello spazio, del museo, dell’immaginario.

La Notte Bianca #24 fa parte di Accents, Accenti, Акценты, il programma  allestito da Dimitri Ozerkov, visiting director del museo Marino Marini per il 2019. Ozerkov (San Pietroburgo, 1976), storico dell’arte, filosofo, curatore di numerose mostre (da ultima Futuruins a Palazzo Fortuny, Venezia),  è responsabile del Dipartimento di arte contemporanea dell’Ermitage. 

La parola accenti, modulata in tre lingue, evoca la pluralità di voci e di ritmi del programma, che vede tre artisti in residenza, Irina Drozd, Andrey Kuzkin e Ivan Plusch e la mostra Le Tre donne, allestita  nella Cappella Rucellai e dedicata a tre figure femminili del racconto biblico, Giuditta, Giaele e Dalila. 
A questo link il programma

 

Planet Earth: 21st Century di Daniela Comani

Ci voleva un’artista residente a Berlino – e proveniente da un’altra città che inizia con la B, Bologna – per portare nel nuovo millennio l’immagine della città, le immagini delle città. Quelle Städtebilder che un nativo berlinese, Walter Benjamin, aveva descritto seguendo i labirinti delle strade, gli spiazzi fra i blocchi degli edifici, i monumenti, le colonne che si levano sulle piazze “come la data sul blocco di un calendario”.
Ci voleva un’artista che si era immersa profondamente nel Tempo, raccontando in prima persona il periglioso Novecento nella sua opera Sono stata io. Diario 1900-1999, dove – non per caso – Benjamin è evocato alla data del 27 settembre “mi tolgo la vita a Portbou, sulla frontiera tra Francia e Spagna”.
È stato scritto che la descrizione della città è un viaggio nel tempo piuttosto che nello spazio, un viaggio nella familiarità che diventa straniera, nel presente che lascia trapelare il passato, nella lontananza che si alterna alla prossimità.
Se queste osservazioni valgono ancora nell’epoca dei viaggi veloci, dei blog turistici, dei satelliti, delle webcam, allora la nuova opera di Daniela Comani, Planeth Earth: 21st Century, ne è l’espressione più esattamente straniante, la più vicina alle trasformazioni delle tecnologie e dei punti di vista.


Il punto di partenza di Planet Earth è una raccolta di immagini di città, un materiale visivo proveniente dalle applicazioni di cartografia tridimensionale Apple Maps e Google Earth Virtual Reality. Basate su programmi 3D di rendering che creano un mondo tridimensionale grazie a immagini satellitari e fotografia aerea, queste tecnologie consentono di sorvolare le città in 3D, girando intorno a edifici e monumenti, strade, svincoli, ponti e ogni genere di infrastrutture. 
Nel corso di queste esplorazioni virtuali, Daniela Comani ha “catturato” centinaia di foto, manipolando le immagini prodotte dalle mappe di Apple e Google Earth,  in modo che ne risulti un panorama privo di presenze umane, ma denso di pattern murari, di ombre e profondità.


Una volta ottenute queste vedute – souvenir di un pianeta antropico dove gli esseri umani non compaiono – l’artista le ha stampate nel formato tradizionale della cartolina. Un formato che permette anche – agli interlocutori di quest’opera – di accettare la suggestione narrativa delle immagini e di scrivere sul lato bianco del cartoncino la propria storia per quell’immagine, per quella città, per il proprio viaggio, per la propria memoria. 
Da una raffinata tecnologia geolocalizzata al ricordo da spedire via posta, dall’occhio planetario allo sguardo privato, Planeth Earth: 21st Century è anche una inaspettata opera partecipativa, story-telling postale all’insegna di un lieve disorientamento condiviso, dove la sorpresa è continuamente dietro l’angolo delle strade.


Durante il National Geographic Festival delle Scienze 2019 di Roma (Auditorium Parco della Musica, Foyer Petrassi, 8-14 aprile 2019), Planet Earth: 21st Century diventa una mostra, allestita nella forma più consona al suo tema: chi la visita può infatti curiosare fra le cartoline sistemate in una serie di espositori girevoli, tipici oggetti del turismo globale. 
E sempre presso l’Auditorium Parco della della Musica di Roma, nello spazio di passaggio tra il foyer della Sala Petrassi e il Teatro Studio Borgna, il Sound Corner permanente ospita la versione audio di Sono stata io. Diario 1900-1999.

Il sito dell’artista Daniela Comani.
Antonella Sbrilli

Ingannare il Tempo. Un incontro al Museo di Roma in Trastevere

Nell’ambito del programma Educare alle mostre / Educare alla città della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, il 6 marzo 2019 si svolge un incontro dal titolo “Ingannare il tempo. Giorni inventati fra arte e racconto”, a cura di Antonella Sbrilli.
L’incontro al Museo di Roma in Trastevere prende avvio dalle illusioni ottiche, gli inganni visivi legati alla percezione dello spazio e si inoltra nel tema degli inganni temporali. Qualche esempio: un artista che retrodata un dipinto sta ingannando la visione storica della sua produzione; uno scrittore che segna una data inesistente (37 ottobre, 31 aprile) sta inserendo nella sequenza del calendario un ostacolo sul quale la lettura inciampa e l’immaginazione prende una sua strada.

Nel pomeriggio del 6 marzo 2019 – che fra l’altro è il Mercoledì delle Ceneri (e il pensiero corre all’opera in versi di T. S. Eliot che porta il titolo della ricorrenza) – vedremo una serie di opere che si intromettono con diversi espedienti nella durata temporale, concerti lunghi secoli, orologi annuali, opere che termineranno nel 2114, periodi trascorsi su una scansione del tempo parallela, consapevoli che, come scrive Carlo Rovelli, il tempo è “la sorgente della nostra identità”, la forma con cui noi esseri “il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione interagiamo con il mondo”.

Educare alle mostre / Educare alla città
Ingannare il tempo. Giorni inventati fra arte e racconto
a cura di Antonella Sbrilli
Museo di Roma in Trastevere
Piazza Sant’Egidio, Roma
Mercoledì 6 marzo 2019 ore 16
L’immagine è tratta da http://www.iferridisbrilli.eu

Duemila pagine di anni: Isidoro Valcárcel Medina

L’opera 2.000 años d. de J.C. dell’artista spagnolo Isidoro Valcárcel Medina è un viatico perfetto per il tempo di passaggio della fine d’anno. Si tratta infatti di un libro (in due tomi) che affronta il Tempo: racconta duemila anni di storia, selezionando per ogni anno un evento particolare, “scelto in quel modo intelligentemente arbitrario concesso soltanto agli artisti di sostanza”, come nota Sara De Chiara della galleria Madragoa (Lisbona).
Nato a Murcia negli anni Trenta, Isidoro Valcárcel Medina si è mosso fra diversi mezzi, linguaggi, tecniche, situazioni, attraversando le atmosfere del minimalismo e del concettuale, l’estetica della recezione, la mail art, l’arte pubblica.
L’interesse per gli invisibili nessi fra tempo e spazio lo ha condotto spesso ad allestire interventi furtivi, “circostanze” – come vengono definite – che ruotano intorno alle opere e alle modalità della loro esposizione o all’incursione del tempo-reale nello spazio del museo.
In vista del passaggio di millennio, l’artista ha realizzato – cominciando il suo lavoro nel 1995 – questo libro enciclopedico, che si sviluppa in due tomi rilegati in tela rossa, composti di duemila pagine di carta velina, una per ogni anno che va dallo zero al 2001. In ciascuna pagina Valcárcel Medina ha riportato – in rappresentanza dei due millenni dell’era cristiana – una storia, un aneddoto laterale, trascurato, eppure preciso, oppure un fatto noto restituito da un dettaglio minore. Non mancano un indice tematico, un indice dei nomi e dei luoghi e una bibliografia delle fonti.
In un lungo saggio consultabile qui, Beatriz Herráez ripercorre l’origine di questa cronologia fatta di ritagli, collage di cronache variegate in cui si ritrovano l’eruzione del Vesuvio del 79 e il furto della Gioconda del 1911, accanto a fatti marginali, scartati, secondari.
Chi la sfoglia, si interroga sui criteri di selezione, immagina la difficoltà di riempire le pagine di anni reconditi e lontani, in apparenza vuoti di avvenimenti documentati, valuta l’impresa di tempo personale che la ricerca ha richiesto. Una massa di ore e giorni spesi in archivi, biblioteche a volte poco collaborative, motori di ricerca, si insinua a ritroso nel computo convenzionale delle ere, frantumando la piramide della storia in migliaia di accumuli di storie. 

(a.s.)

Memoria per le date e tempo ciclico

Luglio 2018: diversi articoli riportano la ricerca di Valerio Santangelo e Patrizia Campolongo  su un gruppo di persone – donne e uomini di varia età – dotate di una formidabile memoria autobiografica. Come Funes nel racconto di Borges, i dettagli delle giornate trascorse, anche molto lontane nel tempo, tornano in superficie in modo vivido e inarrestabile.
“Non ho bisogno di un’agenda e non ho mai avuto il diario a scuola. È un dono che non riesci a spiegare agli altri. Per me il tempo è circolare: le cose successe 10 anni fa, le vivo come se fossero accadute oggi” – racconta una delle persone coinvolte in questa ricerca (fonte un articolo de La Stampa, 12 luglio 2018).
“Con il tempo ho imparato a scindere i ricordi del passato da quelli di oggi. La mia mente gli dà la stessa importanza. è come se vivessi un eterno presente. Se mi sveglio la mattina e vedo che è l’11 luglio mi vengono in mente tutti i compleanni di chi è nato quel giorno e quello che ho fatto l’11 luglio di ogni anno della mia vita”.
Le date funzionano come una griglia su cui appoggiare le esperienze, per poi  richiamarle, e non solo quelle macroscopiche, ma anche quelle minuscole, in apparenza ininfluenti e cancellabili.
Chi segue Diconodioggi sa che il repertorio di racconti organizzati per giorno in cui la storia si svolge nella finzione risponde a suo modo alla forza mnemonica della data: la data incontra – nel momento della lettura – il tempo presente, scatenando in chi legge una catena di ricordi anche autobiografici. 


Il calendario come sistema di memoria, la stringa giorno-mese come accesso al passato, che avviene seguendo percorsi profondi e misteriosi, anche sinestetici, come si legge ancora nell’articolo citato: “E la cosa particolare è che associo anche i colori, una sorta di sinestesia mentale:l’11 lo vedo nero, il luglio viola, il 2 rosso e lo 0 grigio”.
E come aveva raccontato nei suoi studi Oliver Sacks: vedi questo post sui colori delle date

2020: la ricerca è andata avanti e ha permesso di “identificare le aree del cervello specificamente deputate a dare una dimensione temporale ai ricordi, organizzando quelle informazioni che nelle persone comuni restano memorie indistinte e sfocate”. I risultati degli studi di Valerio Santangelo, Tiziana Pedale, Simone Macrì, Patrizia Campolongo sono pubblicati sulla rivista Cortex: Enhanced cortical specialization to distinguish older and newer memories in highly superior autobiographical memory (https://doi.org/10.1016/j.cortex.2020.04.029).
Come si legge nella pagina Sapienza che riporta gli aggiornamenti della ricerca “c
omprendere i sistemi neurobiologici alla base dell’iper-funzionamento della memoria – concludono i ricercatori – fornisce importanti indicazioni su quali aree è necessario intervenire per stimolare il ripristino di un funzionamento adeguato della memoria in persone con deficit o lesioni neurologiche”.
(a.s.)

 

Tempo, archivio, natura a Carrara

Linea e cerchio, storia e natura, archivi e paesaggio: intorno a queste polarità si svolge la ricerca collettiva – coordinata dall’artista Chiara Camoni – che porta all’apertura della mostra Del tempo lineare e del tempo ciclico ovvero della storia e della natura, visitabile dal 7 giugno al 7 luglio 2018 al CAP (Centro Arti Plastiche) di Carrara. 
Nata da una residenza dell’artista – piacentina di nascita e residente nella zona delle Alpi Apuane – sul tema del dialogo fra archivi storici e creatività contemporanea, la mostra espone i risultati di un intenso lavoro corale condotto sui materiali dell’Archivio Zaccagna, conservato nella Biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Carrara. 


Geologo e mineralogista, Domenico Zaccagna (Carrara, 3 settembre 1851 – Roma, 1940) fu autore di accurate mappature delle Alpi Apuane e ora le carte e i documenti conservati nell’Archivio sono la chiave d’accesso alla storia e al paesaggio che raccontano e registrano.
Insieme con Chiara Comani – da sempre interessata al tempo lento della natura e ai suoi rapporti col tempo convenzionale – un gruppo variegato di partecipanti si è attivato in escursioni ed esplorazioni incentrate sui luoghi e sui paesaggi emersi dall’Archivio.  

I risultati delle esplorazioni sono stati poi elaborati creativamente per mezzo di disegni, fotografie, stampe vegetali, durante i laboratori, che dunque precedono la mostra e ne costituiscono la materia prima, insieme alle carte provenienti dal passato, alla memoria comune, al paesaggio apuano.

AA. VV. Del tempo lineare e del tempo ciclico, ovvero della storia e della natura (a cura di Chiara Camoni)
Dal 7 giugno al 7 luglio 2018 – Centro Arti Plastiche di Carrara
Su Chiara Comani si può leggere in diconodioggi Dieci giorni scomparsi e ritrovati

Il principio del tempo: Qinggang Xiang

Il principio del tempo: potrebbe essere un saggio di fisica o di filosofia – in dialogo con le recenti riflessioni di Carlo Rovelli – il titolo della mostra aperta alla galleria La Nuova Pesa di Roma intorno alle opere di Qinggang Xiang, artista e storico dell’arte cinese.
Nato nel 1983 a Mu Danjian e attivo da anni in Italia, Qinggang Xiang ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia dell’arte alla Sapienza di Roma e ha già esposto in diverse rassegne, una proprio alla Nuova Pesa nel 2015, dove si sono potuti esplorare i suoi paesaggi fatti di micro montagne in ceramica disposte ai lati di pannelli di seta dipinti. 

Il pensiero taoista sulla natura e la cultura del paesaggio si incontrano – come ha spiegato Veronica Di Geronimo – in composizioni di questo tipo, lucide e policrome metonimie del cosmo e dei suoi orienti e occidenti.

Ora la mostra Il principio del tempo, curata da Vittoria Biasi, propone nuove opere ceramiche dell’artista, emancipate “dalle proprietà puramente ornamentali e decorative” della millenaria tradizione cinese e diventate il tramite di riflessioni e pensieri, di cui il tempo è uno dei fulcri.
“La percezione del tempo, e la possibilità di una lettura ermeneutica della storia individuale e collettiva, è il tema che attraversa tutta quanta l’esposizione del giovane artista cinese”, scrive Enrica Petrarulo. 
Come nei paesaggi del 2015, anche in queste opere l’impossibilità di trattenere il tempo è compensata – per l’artista – dall’attività della memoria, dalla cura degli oggetti  inanimati (il fazzoletto rosso del giovane alunno maoista) e soprattutto dei frammenti naturali (tronchi, foglie), arricchiti letteralmente di pensieri e citazioni. 

(a. s.)

Mostra “Il principio del tempo”
Opere di Qinggang Xiang
Roma, Galleria La Nuova Pesa, via del Corso 530
Dal 21 maggio al 31 luglio 2018
dal lunedì al venerdì ore 10.30- 13.30 e 16.00-19.30

Ipotesi di infinito: Laura Grisi

Nata a Rodi nel 1939, vissuta a New York, Parigi e a Roma, dove è scomparsa nel dicembre 2017, l’artista Laura Grisi ha indagato le zone di impatto fra le forze naturali e il senso della forma artistica, con una attitudine scientifica e creativa insieme.
Dal 7 aprile e fino al 2 giugno 2018, la Galleria P420 (Bologna, via Azzo Gardino, 9) le dedica una rassegna dal titolo Laura Grisi: Hypothesis on Infinity.


“Volevo ricreare l’esperienza dei fenomeni naturali” – si legge nella monografia di Germano Celant, citata nella presentazione della mostra a cura della Galleria P420.
E basta scorrere i titoli di molte sue opere – installazioni, video, ambienti immersivi – per trovare una sorta di storia naturale (e concettuale) degli elementi e dei fenomeni: il vento, la luce di tramonto, la nebbia, la pioggia, l’aria, l’acqua e naturalmente il tempo. 
“L’osservazione prolungata della natura, la convivenza giornaliera con essa, pone inevitabilmente di fronte alla sua dimensione, obbliga a prendere atto di una scala diversa, di uno spazio e di un tempo la cui misura ha a che fare con l’idea di infinito, che forse è infinita. Nel 1969 realizza il video The measuring of Time, una singola sequenza a spirale in cui l’artista ripete il gesto infinito e infinibile di contare i granelli di sabbia del deserto”.
Laura Grisi: Hypothesis on Infinity
Galleria P420
Bologna, via Azzo Gardino, 9
7 aprile – 2 giugno 2018

Immagine: Laura Grisi, The Measuring of Time, 1969, video b/n digitale da film in 16mm, 5’45’’ (still) Courtesy the Estate e P420, Bologna

Parole e tempo: un workshop di Albert Mayr

Albert Mayr, musicista e artista sperimentale (chi segue questo blog lo conosce anche per la sua partecipazione nel 2016 alla mostra Dall’oggi al domani. 24 ore nell’arte contemporanea) indaga da anni la dimensione del tempo, producendo opere e conducendo workshop che esplorano i fenomeni percettivi temporali e le loro modifiche culturali e soggettive.

Il 7 marzo 2018 a Firenze (città dove   vive, anche se originario di Bolzano), Albert Mayr propone un nuovo workshop dall’interessante titolo: Il potere delle parole (sul tempo). Come il nostro rapporto con il tempo viene falsato dal modo in cui ne parliamo.
Il punto di avvio è la constatazione che molte espressioni usate per definire il tempo derivano di peso da quelle in uso per il denaro (avere, risparmiare, guadagnare tempo ecc.): una abitudine che porta con sé conseguenze psicologiche e sociali che tendono a connotare il tempo in senso accumulativo-finanziario. Un “errore logico” si cela – secondo Mayr – dietro queste scelte lessicali e il workshop mira ad approfondire la consapevolezza dei significati dei termini che descrivono l’esperienza quotidiana del tempo. I partecipanti son dunque chiamati a definire ed affinare la propria relazione con la “risorsa” tempo, con lo scopo “di sviluppare un diverso e più adeguato vocabolario” per muoversi nell’ineludibile paesaggio temporale in cui siamo immersi.
Il workshop si svolge mercoledì 7 marzo 2018, ore 18
presso ‘Area N.O.’per natura per cultura, Firenze,  via Panicale 24rosso (spazio olistico diretto da Massimo Mori – info al n. 338 4236429)
Qui il sito Timedesignbureau dell’artista, da cui è tratta l’immagine.

Il cielo futuro di Boetti

“È un cielo ideale, sognato e immaginario. Un giorno sarà possibile. Gli aerei non saranno più pilotati da uomini ma da robot e tutto sarà calcolato. Fra qualche anno, la mia opera sarà la vera rappresentazione del cielo!”
Così Alighiero Boetti parlava alla figlia Agata – che riporta la conversazione nel libro Il gioco dell’arte. Con mio padre Alighiero (Electa 2016) – a proposito dei disegni  del padre che raffigurano gli Aerei, realizzati con la penna a biro blu su carta e carta intelata alla fine degli anni ’70. Alle paure della figlia bambina che i velivoli potessero scontrarsi, l’artista opponeva la previsione di una rete di controllo perfetta, o quasi.
E i suoi cieli blu, dove trovano posto, come in un inventario, i modelli di aerei in dotazione in quegli anni.

“I miei sono veri aerei che esistono e volano ogni giorno! vanno dappertutto, in ogni direzione e viaggiano nel mondo intero”.

Attualmente, diversi sistemi di tracciamento aereo consentono di visualizzare i voli in tempo reale (nella foto una schermata tratta da Flightaware) e di conoscere – come sognava Boetti – le caratteristiche e la posizione di ogni singolo velivolo in tempo reale e contemporaneamente. 
(a.s.)

 

Ruggine e tempo nelle foto di Paolo Gotti

“Rùggine s. f. Sostanza incoerente di colore bruno rossastro che si forma sulle superfici di oggetti e materiali di ferro esposti all’aria umida o a contatto con l’acqua, corrodendoli: un vecchio catenaccio, o un paletto, un chiodo, coperto di r.; un’ancora antica corrosa dalla ruggine”. Questo l’incipit della definizione che il dizionario Treccani dà della ruggine: sostanza, fenomeno, concetto che – anche nelle frasi fatte della vita quotidiana – è fatalmente legata al passaggio del tempo, tanto che (volendo dargli un colore, al tempo) quel bruno rossastro granuloso e striato potrebbe essere una buona approssimazione.


Ruggine è il titolo della mostra di fotografie dell’artista bolognese Paolo Gotti, aperta dal 15 dicembre 2017 a Bologna, nella temporary gallery di via Santo Stefano 91/a.
Sono foto scattate nel corso degli anni durante viaggi che hanno portato Gotti in giro per i due emisferi, in zone desertiche e sui lungomari, in campagna e nei centri abitati, in teatri di guerra e in parentesi di pace. Un campionario ricco di diversità architettoniche e naturali, tutte collegate fra loro dal fil-rouge della ruggine, che accosta visivamente “una carriola arrugginita abbandonata in un Brasile non lontano dall’Oceano Atlantico” e ” la carcassa di un’automobile nel deserto del Sahara, “le propaggini di una miniera d’oro che sprofonda duemila metri sotto la terra del Ghana e “una finestra rotta di una vecchia fabbrica da qualche parte in Lettonia”,  fino ai “resti della nave da crociera Tropical Dreams naufragata su una spiaggia delle Filippine”.

Tanti i mezzi di locomozione che popolano queste foto, pulmini, vecchi autobus, automobili e navi, ma anche un carrarmato in Yemen, simboli cangianti dello  “spettro cromatico dell’abbandono”, come si legge nella presentazione della mostra.

Le immagini sono accompagnate da racconti “minimi” della scrittrice e giornalista Natascia Ronchetti, composizioni in bilico fra haiku e #scritturebrevi, mentre tredici immagini, scelte fra quelle in mostra, andranno a scandire i mesi di un calendario dedicato alla ruggine, grande trasformatrice del ferro, traccia materica del tempo (cronologico e atmosferico) che passa sulle cose. (a.s.)

RUGGINE. Una mostra fotografica di Paolo Gotti
16 dicembre 2017 – 6 febbraio 2018
opening 15 dicembre 2017 ore 18.00
Temporary gallery – via Santo Stefano 91/a, Bologna
da martedì a domenica ore 10-12; 16-19
Testi di Natascia Ronchetti

Il Musée du Temps di Besançon

Il Musée du Temps di Besançon. Un luogo speciale per cercatori di tempo, raccontato da Alma Gattinoni e Giorgio Marchini, che lo hanno visitato nell’agosto del 2017.
Con grande curiosità abbiamo visitato il Musée du Temps di Besançon nello Jura francese. La città ha dedicato i tre piani del nobile Palazzo Granvelle per celebrare un’arte che ha segnato per secoli lo spazio cittadino, dall’alto artigianato delle boîtes, involucri preziosi contenenti meccanismi di orologeria provenienti dalla Savoia, dall’Haut-Doubs o dalla Svizzera, alla fabbricazione degli orologi stessi. Un’evoluzione di materiali, forme e tecniche, che viene ricostruita con una selezione di esempi, dai quadranti solari più antichi alle clessidre, ai globi celesti, agli orologi da parete, da tavolo, da tasca, da polso, da fabbrica, fino alla rivoluzione del quarzo e agli orologi atomici. Ricca la suggestione di stili delle varie epoche, suadenti gli echi di ticchettii che si rincorrono da una stanza all’altra, palpabile la preoccupazione estetica di oggetti che nel passato più che la precisione inseguivano il prestigio e la singolarità e che ora sono testimoni sopravvissuti agli assenti proprietari. Varianti particolari sono concentrate nel Cabinet de curiosités con pezzi sorprendenti come i tableaux-montres, che integrano in quadri dipinti congegni segna-tempo con meccanismi funzionanti, o nella Salle de la Tenture, tra le rappresentazioni artistiche, una serie di arazzi dedicata a Carlo V, in bilico tra smania di potere e consapevolezza della precarietà del tempo umano.

Ma la chicca forse più rilevante aspetta il visitatore al terzo e ultimo piano, quando sale i gradini che lo conducono alla sommità della torre. Qui ha l’avventura di vedere realizzato il Pendolo di Foucault, osservarne il movimento ipnotico e capire il legame tra la battaglia del Seicento di Galileo e l’esperimento parigino del 1851.
Formidabile passeggiata nei corridoi del tempo e nelle pieghe del desiderio umano di sondare il suo mistero e dominarlo, misurandolo. Effetto-domino di infinite soluzioni, strumentazioni tecniche e trovate geniali per imbrigliare l’essenza sfuggente del tempo fino a “fabbricarlo”. Colpisce la ricchezza di esempi ordinati cronologicamente nella Galerie de la mesure du temps del primo piano, ma anche in tutte le altre sale del secondo e del terzo. L’evoluzione stessa dell’estetica oltre che della tecnica rende evidente il passare dei secoli e riserva continue sorprese, accompagnate da agili didascalie per cogliere le principali fasi di questa meravigliosa sfida. “Il sole mente, l’orologio dice il vero” recita uno dei tanti slogan. Si potrebbe aggiungere: quando la scienza, la tecnica e l’economia si coniugano con la bellezza generano poesia.

Alma Gattinoni e Giorgio Marchini sono autori – fra l’altro – del volume Dare tempo al tempo. Variazioni sul tema nella poesia italiana del Novecento (Giulio Perrone editore, 2016). 

Il tempo in tasca: al Museo della Figurina

I calendari portatili: c’è chi li considerava oggetti trascurabili e chi invece ne era attratto fortemente. C’è chi li collezionava e chi li gettava via terminato l’anno a cui erano collegati. C’è chi ormai non li usa proprio più, delegando il registro dei giorni alla funzione calendariale di telefoni e palmari. 
Ma c’è stata un’epoca – a partire dal 1900, lungo i decenni dell’art déco – in cui i calendari tascabili (in un versione arricchita di colori e odori) hanno popolato la vita quotidiana di tante persone, soprattutto di sesso maschile, poiché – come testimoniano memorie, diari, racconti e collezioni – era nella bottega del barbiere che questi oggetti si trovavano.
Piccoli almanacchi in forma di libriccino di 12 o 16 facciate, in cui ogni mese dell’anno era illustrato con figure femminili, scene e dettagli di vita elegante e spensierata, nello stile armonioso dell’epoca d’oro della decorazione grafica e litografica.

Dal 15 settembre 2017 , fino al 18 febbraio 2018, a Modena, nel Museo della Figurina, una mostra permette di vederne dei magnifici esemplari, realizzati da artisti di talento – fra cui De Bellis, Codognato, Umberto Brunelleschi (e molti altri recuperati dalla ricerca), attivi nella prima metà del XX secolo nel campo dell’illustrazione e dell’immagine riprodotta.
L’arte in tasca. Calendarietti, réclame e grafica 1920-1940 è il titolo di questa esposizione, curata da Giacomo Lanzilotta, che usa il “calendarietto del barbiere” come bussola di un percorso espositivo articolato sui temi che il piccolo oggetto interseca: la fisionomia di un gusto e le sue tracce figurative, cinematografiche e letterarie, il fascino per l’esotico, il ruolo della seduzione nella réclame, la profumeria. 


Piccolo per estensione e per considerazione, ma carico di una sua forza immaginifica, il calendarietto del barbiere si presentava infatti profumato con essenze reclamizzate all’interno. 
In quello della profumeria milanese Sirio – illustrato da Costantino Grondano nel 1922 – è la fragranza di acacia a dare al calendario quello che, con termine ora un po’ desueto, è chiamato l’olezzo. 
Il profumo esalta le immagini, aggiunge dimensioni impalpabili alle scene, trasforma il piccolo oggetto cartaceo in un dispositivo sinestetico che apre l’accesso alla memoria e all’immaginazione di chi viene in contatto con esso. Il profumo, collegato al luogo (il salone del barbiere)  e alla funzione di questi oggetti (sorta di proto-gadget pubblicitari) è un elemento interessante anche in relazione al tempo. Dall’esperienza olfattiva narrata da Marcel Proust al principio della Ricerca del tempo perduto, alle recenti considerazioni di Carlo Rovelli e Bjung-Chul Han, l’olfatto emerge come veicolo di un viaggio nella memoria che schiude alla coscienza “ampi spazi di tempo”.
In modo empirico e commerciale, ammiccante e leggero, i calendarietti del barbiere alludevano anch’essi all’odore del tempo, accostando la griglia dei giorni dell’anno nuovo alla linea libera delle forme, alla seduttività dei colori e all’effetto conturbante dei profumi.  

La mostra, prodotta in occasione del festivalfilosofia 2017 (Modena, Carpi, Sassuolo 15-17 settembre), prevede anche dei percorsi olfattivi.
Il catalogo con testi di Giacomo Lanzilotta e Maurizio De Paoli, riccamente illustrato e denso di collegamenti e informazioni inedite, è pubblicato da Franco Cosimo Panini.
Info sul sito funzionalissimo del Museo della Figurina di Modena.

Antonella Sbrilli @asbrilli